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Scrittura

Prospettive sul Mekong (II)

A Ben Tre recuperiamo lo scooter e ci mettiamo in marcia verso Tra Vinh. Percorriamo tranquille vie secondarie, circondati da risaie e alberi da frutto, tra cui guava, papaya, mango, ananas. Ho chiesto esplicitamente a Cham di raggiungere Tra Vinh, cittadina che dà il nome all’omonima provincia del sud-est del Delta, perché qui vive una delle comunità Khmer più numerose dell’intero Vietnam (circa 300.000 persone). Ed è forse anche per questo che i delicati lineamenti di Cham si sono arricciati malamente al ricevere la mia richiesta. Fino al XVIII secolo il Delta del Mekong era parte integrante del regno di Cambogia, poi la signoria Nguyen, che controllava il sud del Vietnam (mentre a nord governavano i Trinh), decise di estendere i propri possedimenti conquistando i territori Khmer del Delta. Tale è il senso di usurpazione avvertito ancora oggi dai cambogiani che essi continuano a nominare le aree del Delta del Mekong “Kampuchea Krom”, ovvero “Cambogia Inferiore”, sebbene una restituzione di queste terre sia oggi impossibile. E allora – penso – è il concetto di prospettiva che ritorna a depositarsi sull’asfalto di questa escursione fluviale dai tratti etnografici. Mentre a nord il Vietnam ha storicamente temuto le intemperanze imperialiste della Cina, le cui frequenti incursioni hanno ridisegnato, nei secoli, confini e ostracismi in direzione contraria, a sud il paese ha sovente giocato il ruolo dell’aggressore attraverso la sottrazione coatta di preziose terre cambogiane e, più recentemente (1979), ponendo fine al regime dei Khmer Rossi, dopo che questi avevano attaccato ripetutamente il Vietnam, sfiancato dal conflitto con gli Stati Uniti, nel tentativo di riprendersi i territori perduti. History, after all, is a web of casualities: una rete di traiettorie multiple, accidenti e incidenti che diviene possibile valutare solo frapponendo la giusta distanza.

Museo della minoranza Khmer

Sostiamo a Tra Vinh per fare rifornimento, dopodiché ci dirigiamo alla pagoda di Ang e all’annesso Museo della Minoranza Khmer, che distano sette chilometri dal centro città. “What do you think about Khmer minority?” domando a Cham quando siamo davanti al museo. “I know what you want to hear from me…”, mi dice, “occupation, segregation, conflict…”. Ora riconosco la Cham più combattiva. “I just would like to hear your own opinion…” ribatto, per ammorbidire la questione; “Italy, as well, has its own stories of occupation, segregation, conflict…” Tutti abbiamo i nostri scheletri, penso.  “I just want to have an impression from you, as a young Vietnamese”. I lineamenti di Cham si distendono appena. “Past is over, you can’t change it. Sure, when we took their land it wasn’t fair, but at least we put an end to their atrocities in 1979”. Una sorta di compensazione, dunque. Non è in fondo questo la storia? il passato è passato e non si può cambiare, mi ricorda Cham. Il presente, però, quello sì, si può sempre migliorare. E siccome lungo il confine culturale che ci divide scorre ora una silente tensione, decido di visitare il museo da solo.  “Stay here, if you want, I’ll have a quick look, then we can leave”, le dico quando sono ormai oltre la soglia. “Sure! It is not worth it!”, replica lei ormai lontana.

Sia santificata la franchezza! Il museo, in effetti, è alquanto minimalista, appena qualche oggetto, qualche indumento ritenuto etnicamente rilevante, e poco altro. Cham aveva ragione. L’unico dettaglio che suscita il mio interesse è che le didascalie sono esclusivamente in vietnamita. Come a dire: neanche qui dentro, cari Khmer, sarete oltremodo riconosciuti. Poco fuori, incrocio un monaco che si sta dirigendo verso la vicina pagoda. Lo saluto con una minima riverenza del capo e gli chiedo, in inglese, com’è la vita in quel lembo di periferia del Delta. Purtroppo, stirando le labbra in un sorriso dispiaciuto mi fa capire che non parla inglese. Cham is far away. E non voglio abusare ulteriormente della sua disponibilità. Sicché, nonostante la delusione, decido di risparmiare a entrambi la visita alla pagoda. Rimontati in sella, procediamo versa la nostra ultima meta, Vinh Long. “Finally!”, si lascia scappare Cham quando siamo ormai sulla strada di ritorno verso Tra Vinh. “I’m sorry”, le dico, senza sapere bene il perché. “But I was curious”. 
Corpo rigido e sguardo fisso in avanti, Cham si lascia scappare una smorfia di perdono.

pagoda di Ang

Sebbene siamo diretti a Vinh Long, i nostri veri obiettivi sono il vicino floating market di Cai Be e gli ettari di risaie e frutteti che colonizzano le isole limitrofe, determinandone la ritmica condizione di esistenza su base stagionale. Intanto, i rumori e lo smog ci testimoniano del nostro riavvicinamento alla modernità più triviale. La strada che connette Tra Vinh a Vinh Long è popolata da veicoli e soggetti d’ogni sorta: biciclette, motorini, pedoni, calessi sovraccarichi di prebende trainati da asini dal volto eternamente stanco. Finché, ormai alle porte di Vinh Long – città di oltre centomila abitanti – realizziamo di essere rientrati, de facto, nel Vietnam d’aujourd’hui. Ci imbarchiamo da Vinh Long con destinazione Cai Be intorno alle cinque: l’afa non demorde, ma il sole imbratta già l’orizzonte di tonalità crepuscolari. Al mercato galleggiante giungiamo dopo circa un’ora di placida navigazione, ma quando ne attraversiamo quello che, a detta di Cham, dovrebbe essere il suo epicentro commerciale liquido, la caotica vivacità delle ore ante-meridiane è in evidente declino. Fluttuiamo sulle acque di Cai Be a motore spento, con parsimonioso rispetto, quasi stessimo navigando tra le spoglie di un naufragio, o i postumi di un grande party on water: dappertutto sporcizia e i resti dei raccolti non contrattati. “I’m sorry”, dice questa volta Cham. “It was supposed to be more charming”; “Don’t worry, it’s my fault, let’s move on…”, la rassicuro. Sicché, poco oltre, il motore della nostra carretta riprende a mulinare nell’acqua torbida del Mekong e ci dirigiamo verso An Bihn, un’isola poco distante.

In questa zona, terra e acqua inscenano una perenne lotta ad armi pari, alternandosi con regolarità per decine di chilometri, senza che nessuno dei due elementi sia in grado di sopraffare l’altro. Gli appezzamenti di terra emersi sono tutti soggetti ad una intensiva coltivazione, mentre l’acqua è “occupata” da rari  allevamenti ittici e dalle abitazioni su palafitte dei contadini. Siamo in una delle regioni più produttive dell’intero Vietnam ed è in particolare il riso a rappresentare la voce di maggior guadagno per le famiglie che qui, ogni giorno, vivono e lavorano. Dopo che, nel 1986, il governo introdusse la politica economica del “rinnovamento”, la collettivizzazione dei terreni fu interrotta e da quel momento il Vietnam, da importatore di riso, divenne in pochi anni il secondo esportatore dietro la Tailandia con una produzione complessiva di oltre trenta milioni di tonnellate e un’esportazione che raggiunge quasi un sesto del totale.
Attracchiamo all’isola di An Binh e ci concediamo una passeggiata tranquilla quando ormai il sole sta abbandonandosi al traguardo dell’altro mondo. Come a Ben Tre, la quiete di queste terre consolida d’istinto, nella mente, lo stereotipo di un’epoca pre-turistica e, certamente, pre-coloniale. Costeggiamo alcune abitazioni circondate da risaie, dalle quali rimaniamo separati da un sottile lembo di terra. Lungo il percorso non è raro che il riso sia lasciato ad asciugare sul selciato, trasformando così il nostro itinerario in una zigzagante serpentina.

An Binh

Scorgiamo alcuni contadini indaffarati a sistemare gli ultimi risultati della mietitura di giornata e ci fermiamo a scambiare alcune parole. Cham mi dice che sono molto soddisfatti del lavoro – talvolta, penso, mi sembra di ascoltare un megafono di qualche passato regime – così, nuovamente, le domando di intercedere per me. A quanto pare, cinque intere famiglie riescono a vivere dai proventi della sola vendita di riso, poi – “ovviamente”, sottolinea Cham – possiedono anche altre coltivazioni da frutto. Gli orari sono quelli classici della vita rurale contadina: sveglia all’alba, mattina al mercato, rientro meridiano, lavoro pomeridiano, riposo poco oltre il calar del sole. “So, are revenues good?”, chiedo, cercando un contatto più empatico che linguistico con i corpi stremati ma sorridenti dei due contadini. Come sempre, mi è difficile formulare anche solo vaghe ipotesi sulla loro età. “Definitely!”, risponde Cham in vece dei due, i quali, intanto, rinforzano il messaggio annuendo convintamente. A quel punto pongo la mia solita domanda: “What about us? Tourists…”, Cham storce il naso, ma la sua, questa volta, è una smorfia di abituata accondiscendenza. La risposta è duplice: “tourists are good for business, but not for water”. In tutta la sua insoluta semplicità, il dilemma si ripropone, after all: come preservare e preservarsi, pur dovendo (necessariamente) esporsi al mercato e all’Altro? Da un lato l’aumento esponenziale dei visitatori è, senza dubbio, una delle ragioni alla base della crescita economica di queste aree; dall’altro, coloro che conducono attività contadine, che dipendono specificamente dal mantenimento del delicato equilibrio dell’ecosistema su cui si fondano, avvertono che i margini di “sfruttamento” delle risorse si stanno riducendo sempre più, proprio a causa della dirompente entrata in scena del turismo di massa, la cui reiterata dinamica di occupazione è dissonante rispetto al circadiano divenire di queste aree. E allora, mentre annoto queste parole sull’agenda, sotto lo sguardo attento e divertito di Cham e dei due contadini, non posso non pensare che, dopotutto, alla fine della giornata, si tratta sempre di soppesare tra loro prospettive differenti, entrambe tanto legittime, quanto incompatibili. E un’unica soluzione non esiste.

Il ritorno verso le luci scintillanti di Saigon è lungo e periglioso. La nostra andatura è limitata dall’oscurità disorientante della strada e della campagna tutta, solo sporadicamente, i fanali e i clacson lacerano il buio silenzioso. Il vento si è fatto più freddo. Pare di vivere una di quelle esperienze a sensi ridotti nelle quali è concesso il ricorso solo ad alcune facoltà, l’udito e il tatto su tutte. Senza dubbio, devo ringraziare Cham se verso le undici ci ritroviamo infine davanti alla pensione Orient House con le membra intatte. Smonto dal motorino e le consegno il casco. Ci guardiamo in silenzio per qualche istante, incerti su cosa dire, su cosa fare, su tutto. Il nostro è stato un viaggio fisico e culturale insieme; talvolta abbiamo camminato all’unisono, altre volte a distanziarci pareva esserci il mondo intero. “Thank you, Cham. Grazie mille”, le dico senza abbandonare il suo sguardo. “I hope you enjoyed”, ribatte lei con un filo di voce. Poi ancora silenzio. Mi volto verso l’Orient House: le luci scintillanti della hall mi prospettano il rientro in un mondo-altro rispetto a quello conosciuto oggi. “Where are you going next?” La voce di Cham mi giunge all’orecchio come da un’altra dimensione. Temevo questa domanda poiché sapevo che il mio legame con Saigon – con la sua energia, le sue contraddizioni, e Cham – era ormai destinato alle pagine dell’agenda e a nulla più. “Tomorrow, I’m going to Mui Ne”, dico. “Ah! A bit of seaside, then”, commenta lei con un sorriso triste. “And then I will go north up to Hanoi”; “Please, when you arrive there, make sure to contact my family”. Sweet Cham. Dolce, immancabile, ospitalità. Mi allunga un biglietto con un numero di telefono e l’indirizzo della sua famiglia. Non so se chiamerò, ma ora non conta. La ringrazio di nuovo e la abbraccio forte; per un tempo indefinito. Il suo corpo mi ritorna così fragile tra le braccia che ho quasi paura di farle male. Poi, una volta slacciati i nostri destini, imbocco l’entrata all’Orient House senza lasciare che i nostri sguardi si incrocino più. The rest of Vietnam cannot wait

tramonto sul Mekong

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