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Zerocalcare

Gli zombie a Rebibbia di Zerocalcare

Tavola di Zerocalcare«Se i miei fumetti sono autobiografici? Ho scritto una graphic novel di zombie ambientata a Rebibbia, non sono riuscito ad immaginare nemmeno una storia fantastica in un posto che non sia il mio quartiere». Esordisce così Zerocalcare, trent’anni, nato e cresciuto nell’area romana nota per il penitenziario. Straight edge dal liceo, Zerocalcare è un ragazzo mite ed educato.

Uscirà il 17 ottobre Dodici – Zombie a Rebibbia (Bau publishing), quarta pubblicazione per l’artista che viene dai Centri sociali e non ha alcuna voglia di entrare nei salotti.

E non si sente a suo agio né sul palco né sulla panchina in cui si siede a firmare le copie dei suoi libri; saluta con un romanissimo “Bella zì” le orde di coetanei che su La profezia dell’armadillo o Un polpo alla gola, si sono riconosciuti nell’umorismo, talvolta amaro, del fumettista romano. «Io non mi sento molto diverso da questi ragazzi, – continua – mi hanno sbattuto in faccia migliaia di porte. Qualche anno fa ho partecipato come esordiente a un’edizione del Lucca Comics e non ho superato nemmeno le selezioni, l’anno successivo, ossia dopo aver collaborato con Makkox, la stessa giuria mi premia nella categoria in cui mi avevano escluso. È evidente che c’è qualcosa che non va nel circuito culturale».

Le strisce di Zerocalcare sono flussi di coscienza in cui emerge l’indole di anti-eroe, l’alterego in un armadillo, la passione per i dinosauri, per Star Wars e per la cultura degli anni Novanta, così rigogliosa di novità, dal grunge ai primordi di internet. Ma Zerocalcare è soprattutto un trentenne smarrito che dalla Capitale, e grazie al suo blog, ha tradotto in fumetti gli affanni di un’intera generazione. Lui giura di non avere fantasia e una pessima memoria, ma sono solo il riparo di chi non vuole troppe attenzioni addosso, perché la particolarità di Michele Rech è di essere pascolianamente il fumettista delle piccole cose, della quotidianità telematica e isolante, delle inezie della routine trasformate in un viaggio in bianco e nero. Tra lo splatter e l’horror, Zerocalcare ha ammesso che i morti viventi sono sempre stati la sua passione, e ora, forte delle centomila copie vendute dei tre libri precedenti, la casa editrice gli lascia carta bianca, il più allettante invito da proporre a un fumettista.

Zerocalcare

Ci diamo appuntamento a Rebibbia, capolinea della metro B capitolina, e appena arriva, trafelato, è mortificato dei cinque minuti di ritardo.

“Mi impiccio un po’ all’inizio” dice appena vede accendersi la luce rossa del registratore, ma è a suo agio quando gli si chiede di parlare delle sue graphic novel.

Valentina Avoledo (VA): Come è nata l’idea di Dodici e l’ambientazione Morti viventi nel tuo quartiere?

Zerocalcare (Z): Premesso che ho sempre avuto una passione per gli zombie, volevo smarcare il mio quartiere dalla nomea di Bronx romano. Ho sempre vissuto qui e non riuscirei nemmeno a disegnare un altro luogo. Ho scritto questa storia anche per rilassarmi e liberarmi da ogni implicazione personale: per la prima volta non sono io il protagonista ma il mio amico Secco che esiste davvero e anche nella vita, come nel fumetto, si mantiene col poker online. In Dodici io sono in coma dall’inizio così mi sono liberato del mio personaggio.

VA: Parliamo del tuo esordio, nel 2011 conosci Makkox che produce La profezia dell’armadillo

Z: Senza Makkox non sarei qui, ma non solo perché ha creduto in me e gli sono piaciuti i miei lavori, ma soprattutto perché mi ha dato la forza di continuare a disegnare. Poi c’è il blog, in cui pubblico un paio di volte al mese; il sostegno dei fan è fondamentale perché io mi annoio subito e se non avessi l’appoggio di migliaia di persone lascerei incompiute e accantonate la maggior parte delle idee che mi vengono.

Tavola di Zerocalcare

VA: Tre milioni di “like” ad ogni pubblicazione online ti hanno aiutato a stemperare le tue insicurezze?

Z: Per niente. Ogni volta che pubblico una nuova storia sul blog penso che segnerà il mio declino e che farà schifo a tutti. Non è scaramanzia, sono proprio convinto.

VA: Nonostante il successo continui a fare traduzioni (Zerocalcare è anche madrelingua francese ndr) e a dare ripetizioni. Non hai fiducia nelle tue possibilità?

Z: Più che sfiducia è il mio paracadute. I fumetti sono un hobby per ricchi, in Italia non ci si riesce a mantenere, non posso lasciare i miei lavori perché questa fortuna può finire da un momento all’altro. Non ci sono garanzie o contratti. Non temo di non essere più ispirato, io ho un sacco di cose da raccontare, ma non posso nemmeno sovraccaricare le persone con le mie storie, e magari un giorno si stancano di come racconto.

VA: Gli italiani leggono i fumetti?

Z: Negli ultimi anni il mercato si è allargato, i fumetti sono approdati in libreria e hanno superato quello scalino per cui venivano considerati libri per bambini e sono entrati a pieno titolo nella letteratura. Poi si sa che in Italia si legge poco; a livello editoriale, per esempio, duemila copie per un fumetto sono molte, per un libro no. Ci sono artisti, come Gipi, che hanno una statura intellettuale che certi scrittori dovrebbero invidiare.

Tavola di ZerocalcareVA: Hai raccontato il G8 di Genova visto dagli occhi di un diciassettenne, cosa è cambiato da allora?

Z: Mi sembrano millenni fa, non sono cambiati i motivi per cui sono andato lì, di certo avevo altre aspettative nella vita, in termini di stabilità economica e affettiva. Io avrei voluto fare il paleontologo, poi sono finito a lavorare in aeroporto e ho abbandonato gli studi. La costante dal G8 ad adesso è che non ho mai lavorato per più di sei mesi di seguito, nel senso che a forza di contratti a termine, tra call center, ripetizioni e traduzioni la mia condizione, e quella di molti altri giovani, è la medesima di quando ero adolescente ma le responsabilità non sono le stesse.

VA: Come madrelingua francese hai mai pensato di lasciare l’Italia e trasferirti Oltralpe?

Z: Io non lascio Rebibbia per più di quattro giorni, ho l’ansia che succeda qualcosa quando sono via. Due anni fa sono stato invitato alla fiera del fumetto di Angoulême e, appena arrivato, ho ricevuto migliaia di messaggi perché c’era stata la prima ondata di arresti per i No tav, io non avevo credito nel telefono, ero lontano, nutrivo un senso di colpa e volevo prendere subito un aereo. I Centri sociali sono la mia famiglia, lì sono cresciuto, dalla musica alla gestione del dissenso, dagli spazi occupati alla condivisione di luoghi e idee. Io trovo che in Italia si dovrebbe manifestare di più, piuttosto che scappare. Con questo non voglio dire che tutti dovrebbero appoggiare le mie convinzioni, del resto i miei disegni lo mostrano bene: io sono, come tutti, nostalgico e fragile.

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