// stai leggendo...

Cinema

Dallas Buyers Club

La tragica guerra degli ammalati di AIDS negli anni '80

Io sono il medico di me stesso

Ron Woodroof

Dallas Buyers Clud | Locandina6 agosto 1983: a New York moriva Klaus Nomi, eclettico ed originalissimo cantante tedesco dalla voce lirica, da contralto. Nomi non aveva ancora raggiunto il successo a livello mondiale, nonostante avesse avuto tra i suoi padrini David Bowie, però la sua morte fece scalpore. Non tanto quanto avrebbe dovuto, ma fu considerato la prima vittima illustre di un morbo nuovo, di cui nessuno – o quasi – sapeva qualcosa; la massa non ne conosceva nemmeno il nome, o forse semplicemente faticava a ricordare quell’acronimo: AIDS. La stessa massa preferì bollarlo immediatamente come “la peste gay”, ed evitava il più possibile di parlarne. Perché faceva paura, perché era mortale, perché non esistevano cure, perché colpiva i gay, e quindi si cercava di calare un velo di omertà  su questo morbo del ventesimo secolo. Il velo fu però strappato dopo il 5 giugno del 1984, quando a scoprire di avere la malattia fu un altro personaggio celebre, ma questa volta un vero e proprio divo di generazioni intere di donne – e non solo. In quel giorno, infatti, in seguito ad una visita medica il celebre ed idolatrato attore americano Rock Hudson scoprì di aver a sua volta contratto la malattia. Ed anche lui era gay, quindi il suo caso fece doppiamente scalpore, perché per decenni lo star system hollywoodiano aveva cercato di nascondere il suo orientamento sessuale, per non “scalfire” l’immagine da macho che gli era stata costruita addosso. Ciò nonostante, nascose la verità fino a quando potè, proprio per evitare le malignità che inevitabilmente gli sarebbero state riversate. Ma poco prima della sua morte, avvenuta il 2 ottobre 1985, la verità emerse. 

Rock Hudson fece parlare il mondo intero dell’AIDS, attirando l’attenzione, volete o nolente, su di sé e sulla malattia. Furono dette cose vere (poche) ed un’infinità di idiozie: che l’attrice che lui aveva baciato sul set poco prima viveva nel terrore di essere stata contagiata proprio a causa di quel bacio, che bastava toccare una persona ammalata di AIDS per diventare “appestati” a propria volta, che la malattia colpiva solo gay ed eroinomani (poi nel club furono ammesse anche le prostitute). Gli eterosessuali non tossici e che non si prostituivano pensavano di essere avvolti da un’aura magica che li avrebbe protetti. Sembrava che l’ignoranza collettiva riguardo alla malattia fosse voluta, allo scopo di non seminare il panico. I partiti ed i movimenti di destra di tutto il mondo manipolarono il morbo quanto più possibile, chiamandolo “il castigo di dio che colpiva la feccia della società, omosessuali, puttane e drogati” (ricordo benissimo un volantino che girava all’epoca nella scuola che frequentavo, che riportava proprio queste parole, e che scatenò risse non da poco tra gli studenti).

Dallas Buyers Club

Fu proprio in quel periodo che a Dallas, in Texas, un elettricista che si chiamava Ron Woodroof scoprì di aver contratto l’AIDS. Gli vennero diagnosticati trenta giorni di vita: lui mandò i medici a farsi fottere, ed iniziò la sua battaglia personale contro la malattia e contro il sistema statunitense.

Dallas Buyers Club è un film a firma del regista Jean-Marc Vallée, con la sceneggiatura di Craig Borten e Melissa Wallack, che racconta impietosamente la storia di Ron Woodroof. Hollywood non è stata molto generosa, in passato, riguardo a film su questo argomento. Non ce ne sono moltissimi, e sono per lo più poco noti al grande pubblico. Tra questi possiamo ricordare alcuni, come An Early Frost (Una Gelata Precoce) proprio del 1985, che vide un giovanissimo Aidan Quinn come protagonista; Longtime Companions  (Che mi dici di Willy?) del 1990; la mini-serie Angels In America, del 2003, che, nonostante il cast stellare, ha voluto affrontare il tema da un punto di vista un po’ troppo onirico per riuscire ad essere d’impatto; il praticamente sconosciuto Our Sons del 1991, con Hugh Grant, Julie Andrews ed Ann Margret, e, naturalmente, il pluripremiato Philadelphia del 1993, con Tom Hanks. Questi film avevano quasi tutti un paio di caratteristiche in comune, però: le storie che trattavano di ammalati di AIDS riguardavano quasi esclusivamente gay, ed altrettanto frequente era che questi appartenessero alla borghesia medio-alta . Come dire, un punto di vista unilaterale. Il punto è che nel frattempo il mondo aveva scoperto una realtà diversa, e ben più scomoda per la propaganda che voleva presentare al mondo il morbo come il castigo di Dio: potevano ammalarsi tutti. Si ammalarono eterosessuali dall’intensa attività sessuale non protetta; si ammalavano i partner che erano stati traditi dai compagni che avevano avuto relazioni con persone infette; si ammalarono le persone che si erano sottoposte, per ragione di salute, a trasfusioni di sangue infetto; nascevano già ammalati i figli di madri o padri con l’AIDS, e così via. Ma queste erano informazioni che all’inizio erano state ignorate.

Dallas Buyers ClubRon Woodroof, protagonista di Dallas Buyers Club (interpretato da un eccezionale Matthew McConaughey), è vittima di un incidente sul lavoro. Portato in ospedale, viene sottoposto ad esami ematici da cui risulta essere positivo all’HIV. Quando i due medici che si occupano del caso, interpretati da Dennis O’Hare e Jennifer Garner, lo informano della cosa, la sua reazione è comprensibilmente di incredulità: Ron è un donnaiolo incallito, non certo un gay, visto che li disprezza profondamente. Insulta i medici, non vuole crederci, soprattutto quando gli diranno che ha ormai un’aspettativa di vita di trenta giorni. Se ne va più infuriato che sconvolto, ma le cose cambiano per lui nell’arco di poche ore: perché sta male, e questo non può negarlo. Comincia a fare delle ricerche sulla malattia, dalle quali ha in effetti la conferma al fatto che (almeno in quel momento storico) la maggior parte delle persone colpite sia omosessuale, con alte percentuali, però, anche di tossicodipendenti; in misura minore risultano colpiti anche gli abitanti di Haiti, oppure eterosessuali che abbiano avuto rapporti non protetti.

Dolorosi flashback appaiono istantaneamenete alla sua mente: le donne con cui ha fatto sesso in ogni luogo possibile, e le braccia di una, o forse più, di queste, massacrate dai buchi provocati dall’assunzione d’eroina. Deve quindi accettare la realtà inizialmente rifiutata: è davvero ammalato. Torna dal dottor Eve Saks (la Garner) la quale però, pur informandolo sull’esistenza d’un protocollo di cura, gli riferisce che lui non ne farà parte. Gli consiglia di seguire un gruppo di sostegno, ma Ron non ha tempo da perdere: sta morendo, e se ne va. La sua sola scelta è riuscire ad entrare in possesso di un farmaco chiamato AZT, ma per farlo è costretto a ricorrere ad un infermiere dell’ospedale che gli procura alcuni flaconi a caro prezzo. La sua salute però, già compromessa, peggiora ancora anche a causa dello smodato consumo di alcool e cocaina. Ad un certo punto nemmeno l’infermiere riesce più a fornirgli l’AZT, ma in cambio gli dà il nome di un medico americano, il dr. Vass, che avendo perso la licenza per operare negli Stati Uniti è finito a lavorare in Messico. Ron però ha una crisi e viene ricoverato nuovamente, e al suo risveglio conosce un altro ammalato, Rayon. Rayon (Jared Leto) è una trasgender ammalata come lui. Dolce, nonostante l’ostilità di Ron, cerca di diventare sua amica, ma Ron è ancora chiuso nella sua bolla di omofobia, per cui non riesce ad aprirsi con Rayon, ma anzi, la maltratta. Nemmeno la consapevolezza di essere uniti dallo stesso tragico male, e quindi anche dallo stesso tragico destino, serve a smussare l’odio verso i gay che Ron prova.

Ron capisce che l’unica speranza che gli rimane è quella di andare in Messico. Incontra il dr. Vass, che gli dice che l’AZT è un farmaco altamente tossico, dal potere distruttivo; gli consiglia, pertanto, l’assunzione di un prodotto chiamato DDC e di una proteina. Il cocktail di farmaci dovrebbe riuscire a tener sotto controllo la malattia, però c’è un problema: sono farmaci proibiti negli Stati Uniti.

Non più solo elettricista appassionato di rodei, Ron Woodroof impersona altre identità allo scopo di poter importare in Texas i farmaci che gli servono, anche travestendosi da prete, se necessario. Scoperto al confine, riesce a passarla liscia dichiarando che la scorta che ha in macchina gli serve per uso personale, perché è ammalato di cancro.

Dallas Buyers Club

Una volta rientrato a Dallas tenta di vendere i farmaci ad altri ammalati, ma inutilmente. Nessuno sembra volersi fidare di lui. Ron è solo, abbandonato anche dai vecchi amici che, una volta scoperta la sua malattia, non vogliono più aver alcunché da spartire con lui. L’unica persona ancora disposta a parlargli è proprio Rayon, che lo avvicina aiutandolo nella vendita. Sempre inizialmente ostile e riluttante nei suoi confronti, presto Ron deve rivedere la sua posizione quando scopre con quale facilità Rayon riesca ad ottenere la fiducia degli altri ammalati a cui proporre il cocktail di Ron, che su di lui sta cominciando ad avere effetto – sono passati ben più degli iniziali trenta giorni, eppure è ancora vivo.

Nasce così il Dallas Buyers Club. Ron si procura i farmaci ovunque essi siano disponibili, dal Giappone ad Israele, e fornisce gratuitamente agli ammalati il cocktail proibito. In cambio essi devono iscriversi, appunto, al Dallas Buyers Club, pagando una quota mensile di 400 dollari. Quindi non può essere accusato di spaccio, perché i soci del club ricevono la cura gratuitamente. Il numero di iscritti al club aumenta in modo vertiginoso, anche perché la cura proposta da Ron sembra funzionare. Il giro di denaro aumenta a sua volta, e Ron diventa un vero e proprio globetrotter per procurarsi i farmaci in quantità industriale, da distribuire ai soci del club. Nel frattempo i mesi passano, ma Ron è ancora vivo. Non certo in buona salute, ma vivo. Ed al suo fianco c’è sempre la dolcissima Rayon, con la quale l’omofobo cowboy ha ormai un rapporto d’amicizia e stima. Non cambierà la sua opinione sui gay, ma almeno riesce a rapportarsi decentemente con lei.

Il suo club viene scoperto quando Ron, al ritorno da un viaggio “d’affari”, viene colto da un attacco di cuore e portato in ospedale. I farmaci vengono sequestrati, ed egli viene solo multato, poiché non ha mai venduto un solo flacone di medicine. E persino il dr. Saks scopre che non solo l’AZT è un farmaco altamente tossico, ma che il cocktail di Ron ha effetti positivi; ciò nonostante, poiché l’ospedale non vuole in alcun modo cambiare la sua linea di comportamento, l’unica cosa che può fare è stargli vicino e diventargli amica.

Il Dallas Buyers Club sta però diventando una spina nel fianco dell’establishment farmaceutico, ed alcune leggi vengono cambiate allo scopo di limitare al massimo l’attività di Ron, che presto rimarrà senza denaro. Mentre Ron pensa a cosa poter fare, Rayon agisce.

Dallas Buyers ClubQuella che segue è sicuramente una delle scene migliori e più drammatiche di tutto il film, che mette in evidenza la bravura di Jared Leto nel ruolo di Rayon. Per aiutare il Dallas Buyers Club, Rayon capisce di non avere altra scelta se non quella di rinunciare, per qualche minuto, ad essere se stessa. Toglie il trucco, si lega i capelli in un codino discreto ed indossa un elegantissimo completo da uomo. Così, in un’identità che non è la sua, va a trovare suo padre. La mostruosa bravura di Jared leto nel calarsi nei panni di Rayon si dimostra proprio qui. Un uomo come lui, un sex symbol acclamato da tutto il pianeta, riesce a rendere assolutamente credibile il ruolo che interpreta. Rayon vestita da uomo è incredibilmente a disagio in quei panni. Quindi, si tratta in realtà di un doppio travestimento riuscito alla perfezione: Jared che riesce ad essere perfetto nei panni della trasgender, riesce ancora meglio a mostrarci il suo disagio di trasgender vestita in abiti maschili. Un capolavoro di perfezione recitativa. Il dialogo con il padre è straziante perché non è fatto da scene madri o da monologhi. I due uomini, confrontandosi, ci dicono tutto, non dicendo quasi niente. Dalla sala in cui si trova e dall’aspetto del padre, nonché dalla scelta di Rayon di indossare un impeccabile completo maschile per andarlo a trovare, risulta tanto evidente la sua provenienza da un ambiente altolocato e benestante, quanto evidente il fatto che i rapporti tra i due siano di fatto inesistenti. Rayon riesce a confessare al padre, a monosillabi, di avere l’AIDS e di essere costretto per la prima volta a chiedere il suo aiuto. Il dolore del padre è evidente, nonostante non dica nulla o non versi una lacrima. La potenza recitativa di trasmettere il dolore è racchiusa tutta in quei silenzi e nei loro sguardi.

Rayon torna a casa, ripone quei panni che non sono suoi e si trucca, perché la morte deve sorprenderla bella come sempre, poi va da Ron e gli consegna dei soldi per proseguire l’attività del club. Davanti a ciò Ron è commosso, ma la sua ostinata fobia nei confronti di ciò che percepisce come “diverso” non gli permette di esprimere a Rayon la gratitudine che sente, e sarà solo con grande difficoltà che riuscirà ad abbracciarlo – e comunque non senza imbarazzo. Parte immediatamente per il Messico, per una nuova scorta di medicinali.

Rimasta a casa ad aspettarlo, Rayon ha una crisi, sta male, tossisce sangue, e capisce cosa stia succedendo. “I don’t wanna die… I don’t wanna die.” (“Non voglio morire… Non voglio morire”) riesce a dire piangendo disperatamente. Perché questa è la tragica realtà: i farmaci possono aiutarli, ma gli ammalati sanno di non poter pretendere più di un semplice aiuto. Il pianto disperato di Jared-Rayon riporta lo spettatore con i piedi per terra: se fino a quel momento c’era un labile filo d’illusoria speranza, in quell’ “I don’t wanna die” è racchiusa la tragica realtà. Portata immediatamente all’ospedale, Rayon muore poco dopo. Ron lo scopre al suo rientro dal Messico, e la cosa lo addolora più di quanto pensasse fosse possibile. È più che mai determinato a portare avanti la sua battaglia, e quindi intenta causa alla FDA (Food and Drug Administration) allo scopo di vedere riconosciuto il suo diritto ad assumere la proteina che l’ha aiutato fino a quel momento. Perde la causa, nonostante l’empatia del giudice che si ritrova però con le mani legate, però successivamente otterrà dalla FDA stessa l’autorizzazione all’uso della proteina per se stesso.

Ron Woodroof è morto per complicanze dovute all’AIDS sette anni dopo che la malattia gli era stata diagnosticata, nel 1992.

Dallas Buyers Club

Dallas Buyers Club è un film che arriva come un pugno nello stomaco, anche perché era da un po’ di tempo che l’AIDS aveva smesso di essere al centro dell’attenzione mondiale. È un film che ci riporta indietro negli anni, a quella decade dorata (gli anni ’80) che però ha visto anche tante situazioni difficili. L’esplosione di un morbo come l’AIDS aveva spostato equilibri e causato paura, e troppe persone l’avevano sottovalutato, assumendo l’atteggiamento del “tanto a me non può succedere” che invece ha causato tante morti. La tragica bellezza di questo film non risiede solo nella storia, nella trama ben sviluppata e nella sapiente regia, ma soprattutto nella mastodontica interpretazione dei due attori principali, Matthew McConaughey e Jared Leto, entrambi candidati  a moltissimi premi, Golden Globes inclusi e vinti come Miglior Attore Protagonista il primo e Miglior Attore Non Protagonista per Jared Leto, e già indicati da tutti come possibili nomination agli Oscar nelle stesse categorie. Per interpretare il film, entrambi gli attori hanno subito una drastica perdita di peso (quando è stato chiesto a Jared Leto come abbia fatto a perdere così tanti chili in un tempo molto breve, essendo in tour con la sua band, ha risposto “Ho semplicemente smesso di mangiare”), e si sono documentati ampiamente sulla realtà degli ammalati di AIDS. Leto, per risultare credibile nel ruolo di Rayon, ha trascorso molto tempo in compagnia di transgender, per capirne la vita, la mentalità, apprenderne le movenze. Un giorno è persino andato in un supermercato truccato e vestito come Rayon, per testare la reazione delle persone – che non è stata positiva, ha riconosciuto amareggiato.

Dallas Buyers ClubJared Leto, per Dallas Buyers Club, ha già ricevuto 39 nomination in svariati festival o da parte di varie associazioni, ha già vinto 25 di questi premi ed è attualmente in attesa del risultato da parte di altri. Domenica sera i due protagonisti del film hanno portato a casa anche i prestigiosissimi Golden Globes, da sempre indicati come anticamera degli Oscar. Un’unica nota di rammarico: ciò che dispiace è la consapevolezza che molti fan dei Thirty Seconds To Mars, la rock band di cui Jared Leto è il cantante, andranno a vedere il film solo per lui, per la sua interpretazione, e piangeranno nel momento in cui Rayon muore, restando probabilmente inconsapevoli della realtà storica (è facile intuire che molti di loro non fossero nemmeno nati, negli anni ’80) degli ammalati di AIDS, non riuscendo forse a penetrare a fondo nella storia, ma fermandosi alla superficie, all’interpretazione della rockstar. Peccato, perché Dallas Buyers Club racconta un pezzo della nostra storia recente, quella storia che forse vorremmo dimenticare.

 Dallas Buyers Club sarà nei cinema italiani dal 30 gennaio.

Selezione fotografica a cura di Martina Moriello

MULTIMEDIA

Commenti

Un commento a “Dallas Buyers Club”

  1. Non vedo l’ora di vedere il film, sia per Jared che per la tematica. Purtroppo degli altri film citati ho visto solo Philadelphia, ma ricordo molto bene cosa si diceva negli anni ’90 di questa malattia: la mia migliore amica alle medie è nata da genitori entrambi malati (e deceduti quando era piccola) e lei stessa ne era portatrice sana, quindi l’argomento mi sta molto a cuore. Senza contare che non è l’unica tematica delicata che viene affrontata nel film. Insomma, sarò in sala appena esce, con la mia scorta di fazzolettini in borsa e poco trucco sul viso.
    Articolo stupendo! Grazie

    Di Sin | 16 Gennaio 2014, 12:45

Lascia un commento

Fucine Mute newsletter

Resta aggiornato! Inserisci la tua e-mail:


Leggi la rubrica: Viator in fabula

Articoli recenti

Montalbano Je suis

La morte nei film di animazione

Il romanzo di Sant Jordi: Màrius Serra...

Scoprendo Joe Orton (II)

Joe Orton: Scoprendo Joe Orton (I)

Dan Panosian: Una passione di famiglia

Piero Alligo: La magia delle tavole originali

La parola alla difesa e Poirot non...

È troppo facile e Dieci piccoli indiani

Marco Galli: Materia Degenere

Victoria Jamieson: Il fumetto come il roller derby

Copia originale (Can You Ever Forgive Me?)

Un viaggio senza fine

Barriera invisibile (Gentleman’s Agreement)

José Muñoz: Miraggi di memoria

C.B. Cebulski: Il globetrotter della Marvel

Trieste Film Festival 2019

Umberto Pignatelli: La rinascita del librogame?

Dave McKean: L’illusione del significato

Tito Faraci: Feltrinelli Comics: una scommessa vinta

James O'Barr e Chiara Bautista: Oltre Il Corvo

Marco Steiner: Corto come un romanzo, anzi due

Cinemassacro di Boris Vian: Il cinema parodiato...

Chesil Beach: Si può tradire Shakespeare, non...

Trieste Science+Fiction Festival 2018

Casomai un’immagine

pas-05 sir-39 viv-08 viv-40 th-08 th-09 16 05_pm kubrick-13 kubrick-7 htwooh industrialintelligence petkovsek_10 bon_01 bis_III_02 13 wax1 cor06 jg_big_2 holy_wood_21 p9 Pb640 murphy-11 murphy-28 murphy-36 tsu-gal-big-07 tsu-gal-big-13 vivi-02 Installazione di Alessandro Gallo Tra C e R, 2011 A. Guerzoni