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Percorsi

Disquisizioni religiose e delirio pagano a Nha Trang

Nonostante vitrei stratocumuli infestino ancora il cielo sopra la città, la mattina seguente la pioggia è sublimata in una densa nebbia. Il pomeriggio, però, sarà di nuovo piovoso, sebbene Toung mi rassicuri che a Nha Trang il tempo è sereno per gran parte dell’anno. Ahimè, mi diventerà impossibile visitare le isole che si trovano di fronte alla city, le cui spiagge sono spesso decantate come le migliori del Vietnam. “We go to see the white Buddha first, and then Cham ruins”, mi dice Toung con il suo solito tono iper-eccitato.

Buddha Bianco

Il Buddha bianco è una statua del “venerabile”, adagiato su un fiore di loto, la cui mole domina con straziante semplicità scultorea la pagoda di Long Son appena sottostante e la città tutta che si estende alle loro pendici. Per raggiungere la pagoda, infatti, bisogna imboccare una lunga una scalinata che si inerpica su una delle tante colline cingenti la città e l’ascesa non fa che conferire all’apparizione del Buddha un che di levitico, mentre nel pellegrino si rinforza, specularmente, un umile senso di soggezione. Ma non inganni troppo, in termini storici, l’abbacinante presenza di questo pallido monolite che si rifrange oggi contro un cielo depresso e senza dimensione; non inganni, dico (riportando le parole di Tuong) giacché la statua è piuttosto recente: mentre la pagoda risale alla fine del XIX secolo, il Buddha data 1968. “Buddhism is not like Christianity…it’s not so strict”, esordisce la mia guida quando ci troviamo davanti alla pagoda. “You have to go to church every Sunday…a good Buddhist has to go only one in a month.” Nelle sue parole, schegge di malizia. “I’m not a Christian”, preciso allora con tono leggero, ma pare che a Tuong questa rivelazione susciti imbarazzo. “Really? Are you Muslim, then?” Religious talks again. Inizio a comprendere come in Vietnam rivendicare e difendere la propria fede sia un po’ come disquisire di cucina in Italia: un topic-collante sempre attuale e non scevro di regionalismi. “I’m atheist”, dico. A questo punto la sorpresa di Tuong si manifesta epifanicamente: prima mi chiede conferma della mia miscredenza, quasi a voler toccare con mano la materializzazione di un’eresia, e successivamente mi si rivolge con tono auto-apologetico, come fosse lui a dover dare ragione della propria fede. “Atheist?! Are you sure?…Oh, no, no! I could not! For me, for us, is too important Buddhism…and then, you know, we do not have many rules, only good manners…” Tuong è decisamente in giornata; mi mette al corrente delle sue idee riguardo ogni coccio della propria vita e di ciò che lo circonda; asserisce, confronta, giudica. Ride soddisfatto. È uno di quei soggetti, si può ben dire (eccome se si può!), che ama parlare di tutto, sebbene la conversazione sia per gran parte un monologo, giacché le convinzioni che mi dispensa, e di cui, silenziosamente, si congratula, sono gettate tra noi in sequenza, snocciolate come un rosario pagano, rappresentando così semplici fatti, piuttosto che opinioni sulle quali mi sia consentito obiettare. Rimaniamo, in effetti, in due mondi distinti, tout à fait à part; ascoltandolo in silenzio non faccio che personificare il padiglione contro cui la sua voce si rifrange, restituendogliene l’eco e la sostanza di verità.

rovine Cham

Quando raggiungiamo le torri Cham di Po Nagar, la discussione arriva a lambire la politica, tema che, fino ad ora, nessun vietnamita aveva voluto indagare con il sottoscritto. Quello che mi era parso un censorio riserbo rispetto a quanto accade nel paese, viene squartato da Tuong con lapalissiana noncuranza, in un moto di patriottico diniego le cui ragioni mi paiono dovute, in gran misura, alla vanità per il suo stesso ciarlare. “The Communist party is false, it is not for us, it says one thing and does the opposite”. Lamentele nostrane e, in fondo, universali, risuonano nella memoria. “It’s not easy to live here, but go abroad is impossible for us. Too expensive. We have to pay 200 dollars only for the application…and it’s not easy…and then the passport, the flight, the family…” si ferma un istante. “…Well, I can’t afford it with my hotel,” aggiunge allora non senza rammarico. E poi conclude: “In Italy good money, instead!”. Come replicare? Yes or no? “Well…it depends, actually”, provo a dire. Non ha torto, in fondo; eppure non ha del tutto ragione. It is always a matter of points of view. Or is it about hypocrisy? Questo mi chiedo mentre la pioggia ricomincia a cadere copiosa e violenta.

Le quattro torri Cham di Po Nagar (inizialmente erano otto), ci sono ora dinnanzi. In ragione della loro forma “a tumulo” assomigliano a tarchiati alveari vagamente reminiscenti i trulli di Alberobello (sebbene queste torri siano di un rosso purpureo). Leggo dalla guida che furono costruite in diverse fasi tra il VII e XII secolo in onore della dea Yang Po Nagar. Ma già dal II secolo questa zona era dedicata al culto. Tuong, da parte sua, pare sminuire la genealogia millenaria delle rovine, sostenendo che risalgono al XVII secolo. Ci sarebbe materiale – ma non certo il tempo, né lo spazio – per un trattato sull’interpretabilità dei secoli e la relatività del divino. Sicché, ciò che importa, qui e ora, è che queste torri ci offrano almeno riparo dal nubifragio.

ragazza di etnia Cham

I Cham sono un gruppo etnico che ancora oggi è disseminato in diverse aree del Vietnam centrale e della Cambogia. Lo zenit culturale di questa etnia va dal VII all’XI secolo, periodo nel quale il regno Champa occupava gran parte del Vietnam centro-meridionale. Poi, a più riprese, i Khmer, le incursioni vietnamite e quelle cinesi, indebolirono la sua influenza fino a disintegrarne l’effettiva riconoscibilità geografica. Ai nostri occhi – agli occhi di un’umanità intera – rimangono dei fasti che furono questi – di Po Nagar – e pochi altri esempi architettonici. All’interno della torre maggiore, immagini dragonesche e falliche fluttuano nell’umido silenzio del sacro. Alcuni fedeli pregano inginocchiati, a piedi nudi. Di fronte a loro l’effigie scolpita di Uma, divinità di eco hindu. Accendo un piccolo incenso e lascio qualche spicciolo. Dopo qualche minuto, mi volto verso Tuong e la sua figura mi restituisce una sensazione di condensata impazienza: i suoi passi sono minuti, nervosi; il suo sguardo è passivo, disorientato, come se non si curasse del luogo o ne fosse oltremodo annoiato; il suo corpo è costantemente proteso in avanti, in diagonale, in quello che sembra un perenne mezzo-inchino, o forse solo la smaniosa ricerca di una sortie verso un altrove di cui non so, davvero, la sostanza. Poi, una volta usciti comprendo il suo stato d’animo: “What do you do in Italy?” mi chiede con un tono più spigoloso del solito, aprendo per la prima volta un vero dialogo con me. “I was a teacher in Australia, but I also worked as a journalist in Italy.” Senza dubbio, non la cosa più accorta da dire, giacché all’udire queste parole Tuong si adopera immediatamente, non solo per troncare la conversazione appena sbocciata, ma anche per trattenersi da ogni successiva forma di loquacità. “Oh! Don’t write about what I said before!” si affretta a chiarire “don’t write…it was just chat…The party could…” e un gesto teatrale della mano, ad attraversagli il collo, cala il sipario sulla frase in sospeso, lasciandomi presagire, insomma, che non passerebbe tempi sereni qualora il partito dovesse sapere dei suoi pettegolezzi. Non so, davvero, quale sia il confine tra realtà e immaginazione; forse la sua è solo pudicizia sociale. Certo è che dopo questo gesto non una parola viene più proferita tra noi. Non accade più nulla, anzi. Ci allontaniamo dalle torri Cham sotto il diluvio e il mutismo nel quale Tuong si è chiuso non fa che amplificare il nostro scalpiccio sull’asfalto. De ma part, ho l’impressione, forse il timore, che ogni rassicurazione, ogni forma di apologetico mea culpa, possa risultare superflua, o ancor peggio che contribuisca a ingigantire il riverbero del già detto. Questo nonostante il fatto, è vero, che ogni nuovo frammento di silenzio contribuisca ad allontanare un po’ di più le nostre prospettive. Non so veramente come instaurare una nuova complicità. E quando rientriamo in hotel come ignavi peccatori ci portiamo nelle rispettive stanze una certa dolente mestizia.

Verso le 8 sono di nuovo in strada per la cena. Vago per le strade di Nha Trang rinvigorito da una doccia e graziato, ora sì, dalla pioggia, sebbene come contrappasso il traffico abbia ripreso a occupare stanzialmente ogni arteria in prossimità della spiaggia. Non ho alcuna meta, alcun particolare appetito da soddisfare. Mi lascio un po’ condurre sottotraccia dall’inconscio. Finché a risvegliare il mio vacuo deambulare non ci pensano alcune grida anglofone che scandiscono il mio nome: “Steven, ehy, join us!” Due braccia si sollevano dal tavolino di un bar. Anthony and Callum sono due ragazzi australiani che avevo conosciuto sul bus da Mui Ne, prima che lo sbarco sotto il diluvio marcescente non dividesse le nostre strade senza troppe cerimonie. Loro due erano a bordo da Saigon e puntavano diretti alle spiagge di Nha Trang, nella speranza, banale quanto vera, di fare un po’ di surf, dopo aver già domato le onde della costa meridionale al confine con la Cambogia. In quella che era stata una conversazione piuttosto breve e bisbigliata, giacché la maggior parte delle persone sul bus stavano cercando di riposare, avevo scoperto con piacere che Anthony e Callum venivano da Geelong, la seconda città del Victoria, distante appena una ottantina di chilometri da Melbourne. Ci ero stato diverse volte durante il mio anno trascorso tra gli aussies, sia di passaggio in direzione Great Ocean Road, sia in maniera più stanziale per pagare visita a alcuni amici, in occasione delle prime tiepide domeniche di primavera celebrate doverosamente al cospetto di sausages and mojitos. Parlando con Anthony e Callum le memorie melbourniane non avevano tardato a riaffiorare, tra lingua e palato, in una risalita verticale, immediata, autentica, dalle viscere del vissuto. Ricordo i barbecue, le maledizioni ruttate contro l’inesistenza dei night buses; i prezzi sconsiderati degli spirits; le ore passate a cercare di comprendere le regole del footy; le decine di lezioni dispensate nel tentativo di trasmettere qualche nozione di italiano a studenti in fascia elementary. And so on and so forth, and so nostalgia comes again. Voltiamo pagina, s’il vous plait.

Melbourne

“How are you, guys? How’s your surfing experience going?”; “Not bad, mate, we had a few go this morning, but tomorrow we are gonna further north, it’s even better up there…what about you?”; “Well…” tentenno. Appunto, what about me? What am I going to do? “Not bad…but I think I won’t stay longer, I’ve strolled around today…but this weather is too bad…I want to go on, although I know it could get worse”; “or better for us!” aggiunge Callum ridendo. “Yes, indeed, it’s a matter of perspective…Let’s say that Nha Trang offered me all it had to offer…” Ah! Dissennata avventatezza! Mai frase fu più erronea! Più sventurata! Ma fermiamoci un istante, please, e lasciamo che queste parole, nonché il nonsenso di cui si fanno portatrici – in effetti, un nonsenso che solo il senno-di-poi, ovvero la consapevolezza di oggi, potrebbe disvelare – lasciamo, dunque, che esse conquistino il loro meritato spazio sulla pagina. Nha Trang mi ha dato tutto ciò che poteva. What a fool I was! Non sospettavo nulla…Eppure, il silenzio che seguì, breve ma denso, avrebbe dovuto scuotere, allarmare, la mia ingenua coscienza. But instead… “Actually…”, mi fa Callum “we were thinking trying something special to eat around the corner…” Il suo tono vago è complice del suo sguardo elusivo. E insieme celano un sottobosco di consapevole malizia.  “What do you mean?” chiedo, ben sospettando la sostanza della risposta. “Well, there’s a small restaurant which makes ‘special pizzas’, you know…” Non è necessario perdersi in astruse supposizioni per decodificare il significato di “special”. Il confine è tra celebrazione e ameno ritiro. Tra il lasciare Nha Trang con la consueta “distinta” lucidità da viaggiatore, o lasciarla in ritirata, in fasce, a brandelli; i sensi ottusi a rispecchiare le convulsioni dell’animo. What do I want? Me lo domando, mentre sono lì con loro. Poi mi concedo una deroga scriteriata alla massificazione. Special pizza sia.

special pizza

La special pizza non è sul menù, né sulle guide. Ma basta chiederla con discrezione nei piccoli chioschetti meno frequentati per avere un piatto condito con spezie hors du normal. Il sapore non è nulla di eterodosso rispetto alla classica pizza – o almeno rispetto a quel cuscinetto di formaggio e salsa acidula che oltre gli italici confini, and worldwide, viene definito tale – e gli effetti paiono, inizialmente, marginali. Paiono. Inizialmente. Solo marginali. But do not trust your senses. Usciti dal chioschetto ci dirigiamo verso il pub di fronte per una birra e per valutare le nostre opzioni serali. L’aria fredda che ci prende a schiaffi in faccia sembra voler congiurare contro gli aromi speciali che ancora ci innaffiano il palato e l’effetto placebo che già stiamo alimentando. Ci sediamo. Callum e Anthony mi parlano del prosieguo del loro viaggio; sono nel loro “leap year“, l’anno sabbatico post-secondary school. Molti australiani si concedono questa pausa per colmare, con una overdose di travelling experiences, il gap oceanico che li tiene lontani, in una sorta di quarantena divina, dal resto del mondo. Basta avere i soldi. Li ascolto, attento. Poi visualizzo una birra davanti a me. È semivuota. Ne bevo un sorso. È la solita Tiger. Secca e frizzante. Ma quando l’ho ordinata? E bevuta, per giunta? È mia? Is it really mine? Una risata fragorosa di Callum manda in frantumi l’accelerazione delle mie domande. Stiamo bevendo tutti e tre. Osservo Anthony mimare con le mani il rifrangersi di un onda contro una spiaggia inesistente, e poi il suono, il fragore, la tempesta. Sta urlando? Così mi pare, o forse è solo al sottoscritto che i suoni giungono amplificati. Chi ascolta chi? Le domande e i battiti tornano a squadernare i pensieri. Eppure, finché penso e dubito, think and doubt, ci sono, esisto, n’est pas? Ma da quanto dannato tempo siamo qui? Un’ora? Tre ore?… Prendo il cellulare dalla tasca: sono passati venti minuti. Ah! Venti minuti! Mais il semble l’eternité, dejà… Riaffioro allora in superficie, alla luce della coscienza; la certezza del tempo mi riporta al pub. Mi sforzo di diradare i banchi di nebbia nella memoria; ottundimenti che fanno dei miei ricordi presenti tanti vuoti a rendere. Mi ancoro, mi aggrappo, come un naufrago senza passato, a questi ragionamenti, ma non può durare, I know it, non posso resistere, la testa è terribilmente pesante. “I look forward to reaching Halong Bay,” dico allora nel tentativo di esistere al di fuori di me e palesarmi nel reale. Ciò che è razionale è reale, ciò che è reale è razionale, eccetera, eccetera. Anthony mi sorride inebetito, non so se abbia compreso; Callum, marmoreo, si è chiuso in un silenzio ultraterreno. Chissà se ho veramente parlato, in fondo. La città è scintillante di rumori; roboante di luci. Inesplicabile meltin pot sinestetico. Avverto la fragranza di una fanciulla che passa sul marciapiede. È così lontana, eppure il suo profumo è così vero, solido, presente alle mie narici. Com’è possibile? Devo bucare la ragnatela di elucubrazioni onanistiche di cui sono vittima non appena la logica soccombe alle spezie che mi avvelenano il sangue. Termino la birra con un sorso. Vado in bagno. Torno. Lo spettacolo è immutato. Inutile chiedersi se io mi sia mai assentato. E allora sbuffo, mi allungo, respiro e mi ribello contro la deriva dei miei pensieri. Ma è troppo tardi, ormai; sono già al largo. “Ça va vous?”, farfuglio infine ai due filibustieri di fronte a me in un moto di dislessia francofona. Silence all around. “Fuck mates! I’m stoned!” grida d’un tratto Anthony. What did you fuckin’ say?!”, mi fa Callum. E una risalta ci spedisce nell’iperuranio del delirio.

Il seguito della nottata è come una pagina bianca sulla quale una penna difettosa ha sputato appena qualche macchia d’inchiostro. Inutile tentare una ricostruzione organica, narrativa, degli eventi. Ricordo un locale, altre birre, almeno altre due; ricordo una musica terribile, forse occidentale, anzi certamente occidentale, troppo violenti i bassi e sgraziata la voce per essere altrimenti; poi ricordo di aver perduto Callum e Anthony, somewhere, somehow. Nella coda per i bagni, credo; o nel loro tentativo di abbordare qualche bellezza dall’altra parte del locale. Non so. Impossibile tenerne traccia. Non li ho più rivisti. Ho annotato alcune frasi sull’agenda – quando eravamo ancora al pub, sospetto – ma l’assenza di una seppur minima sintassi le rende inutili alla stregua di un conato amorfo di ebbrezza. L’unica cosa decifrabile è questa: “It’s fuckin real, mate!”, la cui calligrafia tremabonda, però, non mi appartiene. Ricordo infine la fatica per compiere le quattro rampe di scale fino alla mia stanza, eppure come io ci sia arrivato lo ignoro. Ho vissuto, per chissà quanto tempo, spossessato rispetto a me stesso. Col pilota automatico. Lucky to be alive. Ricordo le pale del ventilatore agitarsi fobiche e vili sopra la mia testa; il muro di fronte che mi restituisce un senso di oppressione infinita; la grondaia che tace. Mi sento soffocare, il respiro evaporare oltre i capelli. Vorrei uscire di nuovo, prendere aria, scappare. Ma non è che una straziata ambizione: aride sono le mie forze e perduta è ogni sicurezza; non la pioggia, né il pianto, o la scrittura possono restituirmele. Mi sciacquo la faccia; lo specchio sopra il lavandino mi rimanda un’immagine cadaverica, che non può appartenermi. Spengo la luce, mi stendo, chiudo gli occhi. Tremo. Mi raccolgo dentro il sacco a pelo. Vorrei dormire; dormire di un sonno catartico, tragico. Ma i rumori fuori – il latrato di un cane, l’allarme di un auto, una sirena – si trasformano in colori e azioni, azioni e colori dentro di me mi tengono desto alimentando senza sosta canovacci di associazioni sub-liminali. Il mio corpo si è fatto rigido, defunto, nulla più d’un involucro dentro il quale marasmi liquidi di coscienza e sensazioni si accoppiano, orgiastici, restituendomi una lucidità di ragionamento quasi fastidiosa (ora sì), tanto essa è chiara, immediata, cristallina. Eppure i miei pensieri sono infarciti di nonsenso: ricordi d’infanzia si mescolano a figure animalesche; voci sconosciute si associano a volti familiari; suoni metallici da chissà dove prendono la forma di odori inebrianti. In bocca solo un amaro pastiche mnestico a cui non posso opporre la dolcezza di pensieri salvifici. Sicché mi abbandono senza resistenza al cinematografo della para-ragione che continua la proiezione ad libitum di ciò che sono, e sono sempre stato; ciò che ho dentro, e ho sempre avuto dentro; tutto ciò senza saperlo. I am, sans doute, dissociato. E solo quando l’alba ha già fatto irruzione nella stanza, riesco finalmente ad affondare nell’inconscio dei miei bi-sogni.

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