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Musica

Matana Roberts e il jazz della sciamana

Matana RobertsProvando a riflettere sul concetto di antropocentrismo è facile impantanarsi nel cliché di un orgoglio caucasico di preistorica memoria. Eppure non c’è alcun fondamento nell’unilaterale origine della razza, col suo colore e con i suoi umori. Però la dignità cede il passo all’orgoglio, la diversità viene strumentalizzata, una cattiva geo-politica fa il resto, gettando le basi per una lunghissima storia di abuso, nata dalla scoperta del Nuovo Continente e culminata nello sfruttamento delle moderne prostituzioni, passando attraverso il mercato sporco del colonialismo prima e dell’imperialismo dopo.
Già l’espressione continente nero – pur sdoganata dal magnifico concept di Piero Umiliani, volendo giocare alle citazioni – caratterizza l’Africa per il suo colore, anziché per il suo humus peculiare.
Un territorio, quello africano, sviluppato in imponente lunghezza, attraversato dall’Equatore e da molteplici contraddizioni: dall’esotismo affascinante del Maghreb, all’english way del Sud, passando attraverso la disperata e povera calura del Corno. Una storia di fuoco e terra, mitigata solo a tratti dall’acqua e dall’aria. Una diaspora durissima e tesa alla costante ricerca di un’unità.
Ma la consapevolezza e la resistenza, in questo caso, pare passino attraverso un approccio all’esistenza reattivo ed artistico, quando la schiavitù nera esorcizza e denuncia il proprio dolore iniziando a cantare, quasi ignorando le catene che la tengono avvinta al dispotismo bianco, così da fondare una serie di generi – a partire dagli spirituals, sino ad arrivare al free jazz – che solo uno sciovinismo stolto potrebbe attribuire ad altri.

Matana Roberts

In America la black music, nel corso dei secoli più recenti, si evolve, allargandosi a macchia d’olio dai club per soli neri sino ai più prestigiosi palcoscenici e partorendo una serie di icone, da Jerry Roll Morton alle bellissime donne afro-americane, che, sulla scorta di Alice Coltrane, con uno strumento e una voce, riescono a metterci di nuovo davanti ad una Storia umana, prima ancora che musicale.

Matana Roberts nasce nel 1975, a Chicago. Un micro-cosmo schietto nello sguardo ed un sorriso disarmante introducono ad un personaggio che nulla ha da invidiare al reame del jazz, dalla trascendenza coltraneana, sino al sangue ribollente di Fela Kuti, passando attraverso l’eleganza di Ornette Coleman e la spiritualità astrale di Sun Ra, come alter ego appena più inquieto di un Pharoah Sanders.
Attivista dell’Association for the Advancement of Creative Musicians, in costante interazione con la Chicago del giro free e la Montreal della sperimentazione più eterea, dal 2011 la ragazza comincia a portare avanti un mastodontico ed affascinante progetto, Coin Coin, che mutua l’origine da un nomignolo con il quale il nonno paterno era solito vezzegiarla sin da bambina, tirando in ballo una delle numerose antenate dell’albero genealogico.
Questa casualità evidentemente colpisce in maniera intensa l’immaginario di Matana, che decide di realizzare un’opera in dieci momenti, ognuno dei quali dedicato ad una particolare figura femminile tra le sue antenate, rintracciando, così, il pretesto per portare avanti un discorso di difesa della memoria e dei diritti delle gens de couleur, cui è dedicato il primo capitolo Coin Coin Chapter one: Gens de couleur libres.
Ancora una volta il disco esce per la Constellation, scrigno canadese di sublimi delizie, alla cui scuderia la Roberts aveva attinto anche per il Chapter One, coadiuvata dal post-rock apocalittico dei Godspeed You! Black Emperor.

Matana RobertsIn Coin Coin Chapter Two: Mississippi Moonchile, secondo anello di una spirale che continua a svolgersi con sublime grazia, l’atmosfera si fa più raccolta, passando dai quindici elementi del lavoro precedente ad un sestetto di artisti di stanza a New York.
L’album, che potrebbe essere considerato un lungo e visionario flusso di coscienza, si apre con il sax, che introduce seraficamente una spiazzante voce, quella del tenore Jeremiah Ablah, prima sorpresa, tra le molteplici altre (Invocation). Il percorso si fa un unicum tortuoso, tra acrobazie free form e rilasci tensionali, addolciti dalla voce abbracciante della stessa Matana, che lascia cadere qualche sfuggente vocalizzo tra le note (Twelve Sighed), per poi tornare ad una discontinuità di ascendenza braxtoniana (Secret Covens), di nuovo dolcificata da quel modo così unico di vocalizzare su una colata morbida di note intrecciate con sapiente virtuosismo (River Ruby Dues).
Amma Jerusalem School segna il giro di boa verso la seconda metà del disco, aperta a suggestioni più soft, così da riallineare le dissonanze precedenti. La storia raccontata su un tappeto sonoro inciso da una tromba-carillon, spazzole gentili e incursioni agrodolci di sax, diventa una narrazione scandita con spoken magnetico. Ancora qualche contraddizione, per tornare a disegnare costellazioni sun-raiane sulla polvere in Was the Sacred Day, zenith dell’intero lavoro. Un bagliore che dura sino a Woman Red Racked, un’intensa preghiera per voce, coro e organo, venuta fuori dalle radici secolari di una Meraviglia eterna, che è, al contempo, profonda dichiarazione d’amore per la négritude.
Infine, troviamo gioia, pacificazione ed orgoglio dell’appartenenza, racchiusi nel mantra “Mississippi is a beautiful place” (Thanks Be You), che compie il transito verso la commovente benedizione finale (Benediction).

Matana Roberts

Matana Roberts, affascinante sciamana della post-contemporaneità, raccoglie il testimone di un jazz che non è mero esercizio stilistico o saccente improvvisazione, ma manifestazione di una spiritualità ancestrale, radicata nella Storia dell’Uomo e patrimonio imprescindibile dell’inconscio collettivo.

Coin Coin Chapter One: Gens De Couleur Libres

Coin Coin Chapter Two: Mississippi Moonchile

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  1. […] in cerca di cibo sonoro da indossare durante la giornata. Oggi mi imbatto in un articolo “Matana Roberts e il jazz della sciamana” e non potevo non fermarmi ad […]

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