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Percorsi

Patimenti su ruote verso Hoi An

Patimenti su ruote verso Hoi An

Ignoro tutto al mio risveglio: dove mi trovo, che ore sono, per quanto tempo ho dormito, e anche chi sono, in un certo senso, non tanto nominalmente, ma piuttosto chi sono diventato dopo una notte da innominato. Me lo chiedo, ma non ho risposte. I ignore everything: la luce che si insinua dalla finestra, oltre il muro e la grondaia, il sacco a pelo pregno di sudori e lacrime, la stanchezza millenaria del mio corpo. J’ignore tout, en effet, ad eccezione del rumore sordo che si infrange contro la porta della stanza e si riverbera mimetico nelle mie viscere, su su, fino a sbattere ritmicamente contro le tempie; un rigurgito di realtà che mi risveglia bruscamente e al quale la mia esistenza naufraga si aggrappa, disperata, come a uno scoglio, un ultimo baluardo sonoro che promette salvezza. È Tuong che bussa: avendo notato la mia assenza, vuole sapere come sto e, soprattutto, se ho intenzione di partire o di pagare un’altra notte. Il mio progetto era quello di lasciare Nha Trang in giornata, ma il senso di vertigine che mi coglie al solo levar la testa dal cuscino, mi fa capire che ogni partenza, per evitare una dipartita ben più radicale, deve essere rimandata. E così, ormai desto, non faccio che rimanere disteso sul letto per un’intera giornata, le membra pesanti come pietre e le percezioni avvolte in una perifrasi sinestetica che rimanda il senso delle cose in maniera differita; una nebbia confusionale nella quale la lucidità dei sensi si manifesta solo per istanti brevi, brevissimi, rarefatti come l’aria salubre ormai al lumicino nella mia stanza; istanti subito pronti a svanire, infine, nell’abisso della mia ebetudine non appena io tenti di inseguirne la logica. Inerme e senza forze, osservo le lente pale del ventilatore volteggiare come condor dell’ultima ora sulla mia testa; sono loro a scandire il tempo della mia convalescenza; un tempo del tutto interiore, soggettivo, non misurabile né con il sole né con le stelle. Provo a leggere, anche, a riprendere in mano Tropico del Cancro, ma mi ritrovo ben presto impantanato tra le solite parole, sempre i medesimi due paragrafi, reiterando così ad libitum l’ennesimo coito estemporaneo di Miller, i suoi piaceri, il suo gioioso promenarsi per le strade di Montmartre. Il se balade tout le temps, il vecchio Henry, ma per me il suo, oggi, non è che un divertimento senza fiato, un lungo edonistico giro di giostra in apnea.

Miller in Paris

Solo il pomeriggio seguente, raccattate dal selciato dell’esistenza, come fossero coriandoli di un carnevale ormai trascorso, alcune essenziali energie, sono in grado finalmente di riprendere il cammino. La mattina prenoto il bus per Hoi An del pomeriggio e Tuong mi fa l’onore di offrirmi due panini per il viaggio; poi risalgo in stanza per impacchettare lo zaino a dovere. Dopo la scelta di abbandonarsi ai vizi proibiti di Nha Trang, quella di posticipare il viaggio verso Hoi An si è rivelata non solo necessaria, ma soprattutto, dalla prospettiva onnisciente dell’Io narrante, provvidenziale, giacché la nuova tappa verso il nord, a masticare un altro tratto di strada in direzione di Hanoi, si rivelerà una vera prova psicologica. I loculi nei quali siamo costretti sono ben più piccoli rispetto ai precedenti, tanto che anche gli autoctoni hanno non poche difficoltà a sistemarvisi. La mia intera giornata trascorrerà dentro il posto che mi è stato assegnato, a sua volta incapsulato – come una matrioska ambulante – dentro un bus di linea piuttosto datato, senza aria condizionata e senza toilette (ma questa non è una novità). In più, per massimizzare i guadagni, il bus è stato stipato di passeggeri oltre il numero consentito (ovvero oltre il numero dei loculi disponibili), cosicché anche i due stretti corridoi che separano i loculi tra loro sono letteralmente tappezzati di esseri umani. L’unica cosa da fare è guardare altrove, outside, ingannare il proprio disagio interiore seguendo il percorso della N1 insinuarsi tra i valichi più impervi e le vallate più verdeggianti. Il Vietnam si alluna e si assottiglia; il confine con il Laos a occidente è sempre più vicino; l’orografia cambia. Dopo un paio d’ore di arditi tornanti la strada torna a spianarsi, il paesaggio si riapre e da lì in avanti, per chilometri a venire, l’orizzonte sarà saturo di risaie e risaie. Nutrita dalla claustrofobia della prigione fisica nella quale mi trovo, si fa largo in me una percezione nuova del percorso, ma soprattutto della lentezza e della resilienza necessarie per viverlo. Viaggio senza soste, scrittura senza freni. Il viaggio è anche sopportazione; la scrittura l’antidoto di meditazione. Il Vietnam non mi ucciderà, forse no, ma certo mi renderà più consapevole della fragilità che porto dentro. 

 

Strada verso Hoi AnVeniamo fermati più volte dalla polizia stradale e sebbene io mi aspetti, ad ogni nuovo stop, che i gendarmi arrestino definitivamente la nostra risalita, denunciando la contraffazione di qualche papier, o le condizioni disumane del nostro inscatolamento, il viaggio, in qualche modo, e forse anche protetto dalla provvidenza di qualche accordo para-stradale di cui tutti siamo l’inconsapevole risultato, riprende sempre. Poi una sosta si dilunga più delle altre; ma è una sosta atipica, giacché non si scorgono divise sul ciglio della carreggiata. Dal mio loculo, che volge verso il lato sinistro della strada, non riesco a capire le motivazioni dello stop. Finché una voce linguisticamente famigliare mi mette in allerta: “Check your backpack, mate, they are dropping all the luggages on the road” Simon è un robusto irlandese di Cork: viso pallido vergato da striature lentigginose, barbetta rossiccia, e calvizie precoce. È in viaggio con la sua ragazza, Fiona, e come me stanno risalendo il Vietnam da sud a nord. “What’s going on?” chiedo, ma pure Simon non sa dirmi granché. Sporgendomi dal lato destro del bus realizzo che tutte le valigie sono state scaricate e giacciano senz’anima – sostenendosi reciprocamente una all’altra – sul selciato saturo di pioggia. L’autista parla concitatamente con alcuni uomini scesi da un furgone parcheggiato pochi metri davanti al nostro bus. Poi, con ordini tanto perentori nel tono, quanto inintelligibili nella sostanza, si rivolge a tutti noi. Io e Simon ci guardiamo nervosi, scaricandoci addosso, dal tremolio-albume dei nostri occhi, la rispettiva dose di perplessità: “it’s a nightmare this trip”, si limita a dirmi. Non sappiamo davvero cosa fare, bloccati dentro ai nostri loculi e impossibilitati a chiedere chiarimenti. Finché, a mettere in moto gli eventi ci pensano i passeggeri delle prime file, i quali, senza rimostranza alcuna, e anzi mostrando un integerrimo stoicismo, iniziano a scendere dal bus e a caricare le valigie a bordo. Realizziamo, allora, che tutti i bagagli ci accompagneranno tra le gambe durante il restante tragitto, poiché i vani sottostanti sono stati stipati con 20.000 coconuts. Già, 20.000 noci di cocco! Ecco il motivo di tanto trafficare! A quel punto, è quasi ovvio menzionarlo, l’esistenza sul bus si fa talmente “corposa”, talmente pregna di immobilità – parossistica condizione del nostro peregrinare – che il solo pensiero di dover pisciare mi mette in uno stato di preventiva agitazione. Per tutto il resto del viaggio non toccherò più liquidi. “It’s really the worst trip ever”, mi dice nuovamente Simon. Ne assecondo lo scoramento con lo sguardo, ma mi trattengo dal notare che “the worst has yet to come”, dal momento che in cinque ore abbiamo percorso appena 200 chilometri e Hoi An si mantiene ad una utopica distanza.

Camion di coconut

Per la cena ci concediamo finalmente una sosta che supera la soglia critica dei tre minuti. Il bus si accosta accanto ad altri ben più imponenti veicoli da trasbordo turistico, tutti dirimpetto a una sorta di canteen-bazaar allestita sotto un capannone di lamiera e amianto. Il locale formicola di un’umanità farsesca: camionisti, turisti, mendicanti, contadini, infanti, anziani; tutti insieme, tutti con il volto chino sulle loro zuppe fumanti, intenti a consumare ciò che la giornata ha serbato loro e non dimentichi di condire il rancio di una convivialità inesausta, sboccatamente chiassosa, a suo modo trascinante; una convivialità che si apre la strada tra i tavoli, trascendendo le umane energie, le terrene fatiche, la provenienza di ognuno e i destini di tutti, fasti o nefasti che siano. La rappresentazione di questa scena trimalcesca, tanto reale quanto teatrale, mi vede inizialmente spettatore esterno, mero osservatore, ma ben presto ne vengo risucchiato all’interno dalle rimostranze insistenti di una ragazzina che mi chiede qualche spicciolo. Non ho monete con me e declino la sua insistenza con un sorriso mozzato dal dispiacere. A quel punto, pero, il suo sguardo si carica di un’elettricità rabbiosa, un’emozione che non avevo ancora visto graffiare occhi e volto dei vietnamiti; vedo in lei l’ira di chi, nonostante sappia di bussare alla porta giusta, non ottiene alcuna risposta; e infine, quando la rabbia non può più essere contenuta dallo sguardo tremabondo, tracima in un gesto violento, repentino, uno schiaffo sul braccio verso il quale non riesco a levare alcuna resistenza. Neanche il tempo di accorgermene e la ragazzina si è già dileguata tra la folla, oltre il confine della reperibilità. Rimango qualche istante immobile, scosso nell’animo da un sentimento convulso e confuso, a metà tra risentimento e perdono. Un sentimento a cui è imposibile dare una voce. Decido allora di tornare spettatore e allontanarmi da quella ressosa e forse anche rissosa canteen-bazaar. Mangiare là dentro, in fondo, richiederebbe troppo tempo; sicché decido di azzannare uno dei panini di Tuong. L’aria all’esterno è fresca e umida; il cielo ormai al crepuscolo si porta appresso un buio ovattato, eccessivo, che parla di pioggia. Poiché il pensiero di essere appena a metà strada verso Hoi An mi scoraggia non poco, scorgo nell’infatuazione inebriante di una birra la possibilità di concedermi un diversivo, e in effetti sarebbe pure un’infatuazione gradita, se non fosse per il timore di non potere più evacuare fino a destinazione. Sicché mi accontento di una sigaretta mentre scruto i volti dei miei compagni di viaggio al ritorno dalla cena; volti che, seppur ringalluzziti dal cibo, si fanno vieppiù pentecostali con l’avvicinarsi della partenza. Siamo esseri segnati da un duplice destino abietto: patire l’insopportabile clausura del nostro trasbordo e cercare di renderlo piacevole alla ragione.

The Bus

Ancora pochi istanti e l’autista rimette in moto il motore. È il segnale: in fila indiana come ergastolani saliamo sul bus, lanciando a turno un ultimo laconico sospiro verso l’ora d’aria che fu. Non vedo redenzione nel supplizio che ci attende; alcuna salvezza. Eppure, mentre sto per infilarmi nuovamente al mio posto, una giovane, lo sguardo lucido e il volto pallido slavato dalla fatica come di colei che trasfiguri su se stessa la sorte che l’attende, mi offre una gomma da masticare e mi regala un sorriso lungo un viaggio. Un gesto di fraternità che mi rinfranca più di mille birre. Il dono, lo scoprirò poco dopo, non è di per sé casuale, giacché la strada, che torna a farsi repentinamente e come non mai aspra e tortuosa, conduce alcuni passeggeri a dare segni di lassità intestinale. Ben presto, le portate della recente banchettata vengono rigettate sotto le luci artificiali del bus: prima in sacchi di plastica, poi dentro i loculi, e infine dove capita. C’est l’enfer! Il marasma dei fumi aciduli si incolla ai sedili, agli zaini, agli abiti; sulfureggia per qualche istante nell’aria e subito aderisce alle narici come un abito su misura, una seconda pelle, la maschera di se stesso; urla, grida e lamenti di sconforto riecheggiano ovunque, dalla testa al fondo del bus, ma nella loro teatralità sonora a me incomprensibile condiscono il momentum di un ché di parodistico; oltre la dogana invalicabile del finestrino, l’avanzata del buio impedisce alla mente e al pensiero di migrare altrove. La visione diviene a tal punto monocromatica che nell’oblio della sera i villaggi di lamiera e ruggine lungo il percorso rimangono del tutto mascherati al nostro passaggio, al punto che, se non fosse per qualche fioco agglomerato di lucciole elettriche, sarebbe impossibile dovinarne l’esistenza. Senza diversivi rimango fermo lì, inchiodato lì, spirito e corpo, all’interno di quel lazzaretto su ruote, e non so davvero se piangere o ridere. Oh, beneamata Hoi An, quanto ti fai desiderare.

 

A Qui Nhon – circa 300 chilometri da Hoi An – sostiamo nuovamente, questa volta accanto a un impressionante ammasso variopinto di baracche che incornicia con perniciosa approssimazione il percorso della strada asfaltata di recente. Qua e là, animali selvatici si cibano dei rifiuti abbandonati open air. Intorno a noi, null’altro che precaria esistenza, precaria architettura, precario mondo. Impantanati nella fanghiglia che pare affliggere questi luoghi da sempre, alcuni villeggianti osservano il nostro transito smezzando il loro interesse tra la tazza di tè del dopocena e le fisionomie consunte che offriamo al loro giudizio. Nessuno può sapere ciò che la nostra presenza, il nostro essere lì, a tarda sera, solo per una sosta e poche boccate di ossigeno, smuove nelle loro anime. Questo è davvero il Vietnam più ancestrale e atavico; il Vietnam vergato da una povertà talmente endemica da portarsi appresso, in un abbraccio forzoso, la mestizia del silenzio, quasi anche le parole potessero domandare cibo per se stesse. È, in effetti, il Vietnam piovoso, tropicale e di sussistenza che il mio immaginario confezionato on demand aveva pre-costruito avant le départ. Ma chi può davvero dire, in fondo, tra noi e loro, chi sia il più disgraziato? Non è forse la loro povertà materiale incommensurabile alle rughe da eterna insoddisfazione che portiamo noi sul volto? Who has really a choice? È a Qui Nhon, infine, rischiarati dalle poche luci che provengono dall’interno delle case, che depositiamo le 20.000 noci di cocco. E finalmente recuperiamo qualche metro vitale a bordo del bus.

Accesso a Hoi An

A 150 chilometri da Hoi An ci lasciamo alle spalle, senza davvero incrociarlo, il sito archeologico di My Son, che ospita le rovine Cham più famose del Vietnam. Dopo l’ultima breve sosta, dorante la quale alcuni passeggeri hanno abbandonato la compagnia, accanto a me si siede un tipetto basso, asciutto e dal volto tirato. Piazza una birra nel portabicchieri e si slunga all’interno del sarcofago. È uno dei due autisti del bus che si gode un po’ di meritato relax fino al prossimo turno. Quando è quasi mezzanotte la storia e la poesia di Hoi An iniziano gradualmente a nutrire la mia vista stanca e la mia speranza, tracciando un rado orizzonte di luci sul parabrezza. E tuttavia, un problema ben più impellente albeggia ancor prima di arrivare: dove andrò a dormire a quest’ora della notte?

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