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Percorsi

Imperatori e crachin

L’avvicinarsi del Têt, il capodanno vietnamita, mi costringe a definire in modo più preciso i miei propositi di risalita verso Hanoi, abbandonando definitivamente l’approssimazione quotidiana che fin qui aveva contraddistinto il mio viaggio. “Where are you going now?” mi chiede Jin Mei la mattina del mio ultimo giorno a Hoi An. “Hué”, le dico; “Do you think is possible to book a train?” La mia intenzione è di testare il trasferimento su rotaia, dopo le vicissitudini corrieresche della settimana precedente. Purtroppo, però, Jin Mei rigetta ogni mia speranza: “Trains are fully booked already. Bus is the only option, but you have to book quick!” Ed è in quel momento che sono costretto ad assicurarmi un posto anche sul successivo trasferimento in bus, ben più provante, da Hué a Hanoi, quasi 800 chilometri di strada in quasi 13 ore. God saves Me. “Têt is coming”, precisa allora Jin Mei con un sorriso solare sul volto, giacché l’arrivo del capodanno coincide per lei, così come per migliaia di lavoratori, quattro giorni di meritata vacanza, “all Vietnamese people are going home, and Hanoi is very popular because there are big celebrations there!” Tutti i bus e i treni da e per Hanoi sono presi d’assalto e prenotati con settimane se non mesi di anticipo. L’impossibilità a riunirsi con la propria famiglia nei giorni del Têt sarebbe quanto mai ontoso per i vietnamiti. Sicché, non solo prenoto tutti i miei futuri spostamenti fino ad Hanoi, ma sono costretto a rinunciare a una sosta a Vihn, cittadina a 300 chilometri dalla capitale, nelle cui vicinanze nacque Ho Chi Minh, per non rischiare di rimanere intrappolato nelle verdeggianti campagne del nord durante tutti i festeggiamenti. La mia pagana devozione al Rivoluzionario dovrà materializzarsi altrimenti.

Festeggiamenti capodanno vietnamita

Hué, antica capitale del regno di marca Nguyen per quasi un secolo e mezzo (dal 1802 al  1945), dista appena 200 chilometri da Hoi An. Questa volta il tragitto in bus è molto più agevole del precedente: Nessuna lotta contro i bisogni primari, né contro gli odori sulfurei delle gastroenteriti altrui. Tonalità verdeggianti, qualche casa, spiagge di risaie fin laddove la prospettiva è riconfigurata da speroni montagnosi, la cui cima affonda nel mistero d’un cielo impenetrabile e senza squarci: voilà le paysage du centre du Vietnam. Queste sono le immagini cristalline che rapprendono la mia attentione e che scivolano a lato dei finestrini come tante gocce di pioggia, il cui lento singhiozzare verso il fondo del bus verga la visione con striature di malcelata malinconia.

A Hué, soprattutto nella zona meridionale della città, si percepisce in modo lampante il lascito coloniale francese, sia a livello architettonico che culturale. Sebbene la città facesse parte del Vietnam del sud durante l’ultimo conflitto, mi trovo ormai nella zona di confine del paese, in quelle regioni che furono ben più a lungo indochinoises che non American. Non a caso, molti dei locali della città dispensano menù in vietnamita/francese/inglese, lasciano filtrare una evidente predilezione – allorché non se ne possa fare a meno – verso la langue des Rois, instead of that of the Presidents. Figuriamoci, come se il colonialismo potesse ammettere sfumature di accettabilità. Diversi dei palazzi che si innalzano a sud del Song Huong, il Fiume dei Profumi che divide la città in due parti, risalgono all’inizio del XX secolo, quando la presenza francese si fece più oppressiva e stanziale e mischiano tra loro influenze architettoniche della fine dell’Ottocento e Art Nouveau.

Avendo prenotato una sistemazione già alla partenza da Hoi An per intercessione telefonica di Jin Mei, quando scendo dal bus non devo faticare troppo pour trouver ma voie, giacché un simpatico ragazzo dal fisico slanciato e dai tratti quasi più cinesi che vietnamiti è in attesa solerte del mio arrive: non appena mi individua prende il mio zaino, mi fa salire su una vecchia citroen scura e mi scarrozza fino all’hotel ubicato poco oltre il fiume. Inoltre, non manca di ragguagliarmi sul meteo: il tempo è brutto ormai da settimane e proseguirà così fino a marzo… Non ho certo intenzione di fermarmi tanto a lungo, gli dico, eppure non sono sorpreso di queste informazioni poiché ero consapevole fin dalla mia dipartite da Mui Ne che viaggiando verso nord il rischio di dover accoppiare le mie peregrinazioni al maltempo sarebbe diventato sempre più una certezza. So many different weathers in Vietnam. Mi sistemo in un’ampia stanza al terzo piano di un hotel allestito in un palazzo nascosto al traffico. E poiché l’indicazione che rimanda alla reception si confonde tra decine di altri advertisments pubblicitari, rari sono anche i turisti.

Mura della città imperiale

Dopo una breve doccia, decido di assecondare senza ulteriori procrastinazioni l’eco storicomagica che proviene dalla Cittadella, a nord del Fiume dei Profumi. Al suo interno, a suggerire una compenetrazione di livelli e gerarchie vieppiù crescenti e, dunque, da proteggere, si trovano la Città Imperiale e la Città Purpurea Proibita, entrambe d’ispirazione, sia architettonica che nominale, cinese. È da questa complessa e maestosa fortificazione, un succedersi centripeto di templi, palazzi, sale di lettura e teatri, la cui disposizione fu abilmente decisa secondo le leggi della geomanzia, che imperatori, concubine, servitori eunuchi e mandarini plasmarono le sorti del paese per 150 anni.

Quando mi trovo ancora sulla riva meridionale del Fiume dei Profumi e le cinta della Cittadella, alte un paio di metri, mi precludono la vista della Città Purpurea Proibita, sbrigliando inversamente le mie più accese elucubrazioni sul tutto questo monde interdit, una finissima pioggia inizia a scendere sulla città, dissipandone la tridimensionalità e gravando su di essa come un ammantato panneggio umido. È il “crachin”, letteralmente polvere di pioggia, una condizione climatica piuttosto comune nel Vietnam centrale, almeno nei primi mesi dell’anno. E non è solo la prossimità fonetica e morfologica al “chagrin” francese, ovvero alla sofferenza dell’anima, a conferire a questa pioggia una certa inescapable saudade. Fitta come la nebbia d’inverno nelle nostrane pianure del nord, incessante ma eterea, ingannevole ai sensi eppure tremendamente reale, il crachin accompagnerà, in effetti, il mio intero soggiorno a Hué. Il ragazzo dell’hotel aveva visto giusto. Not a big problem, indeed, senonché, quando sono ormai oltre le prime mura della Cittadella, la pioggia s’addensa facendosi repentinamente torrenziale. È come se la natura stesse cercando di rallentare il mio già incerto incedere verso la Città Purpurea Proibita; e non so dire davvero se si tratti di un monito o di una prova. Continuo allora a passeggiare tra le vie esterne della Cittadella, mantenendomi a una certa distanza dai luoghi storici del potere imperiale, e cercando riparo sotto gli spioventi – per altro assai rari – delle abitazioni che compongono la città vecchia di Hué. Nonostante sia appena pomeriggio la visibilità è talmente limitata che diverse lanterne sono già accese: come lucciole nel buio d’una impenetrabile vegetazione, il loro richiamo guida la mia visita nella melma acquitrinosa in cui mi trovo a camminare. Attraverso la pioggia, la materialità fisica e sensoriale di ciò che mi circonda – palazzi, osterie, bar – pare liquefarsi, svanire, scivolare via. Cielo e terra si fondono in un pantano neutro, grigiastro, che contribuisce a spegnere l’eccitazione dei sensi e la vitalità di quelle strade. Già ad Hoi An il maltempo aveva caratterizzato le mie escursioni; eppure è ben lontana, ora, la protettiva monodimensionalità di quei luoghi, giacché qui mi sento esposto, piuttosto, a un flagello peripatetico senza principio né fine, la cui violenza suppongo provenire da nessun’altro se non da irosi imperatori. In più, la totale assenza di visitatori o autoctoni – e chi uscirebbe di proposito con questo tempo? – non fa che accrescere in me un certo senso di disagio, forse anche di colpabilità. Pioggia e fango, mud and rain, il mio corpo se ne impregna fino ad affondare in riflessioni d’altri tempi: Il est où le soleil? Where is my land? Ho davvero una patria? Ecco il Vietnam ammaliante e truce nel quale francesi e americani perdettero la loro identità, prima ancora che la loro battaglia. Un Vietnam che sa essere ostile, difficile da sopportare, un Vietnam che affascina con le sue valli, i suoi templi, la sua spiritualità, ma che attanaglia e avvilisce, anche, almeno colui che non è abituato a condividerne le quotidiane sciagure; peu importe le temps, peu importe l’amabilité des gens.

rovine della città imperialeSarà per queste condizioni umorali e meteorologiche, per questo mio rapido (ri)scivolare dentro le pozzanghere dell’animo, che la visita alla Città Imperiale e alla Città Purpurea Proibita non riesce davvero a restituirmi nulla della grandeur della dinastia Nguyen. Va detto che soprattutto la Città Purpurea Proibita fu bersaglio di diverse azioni militari, prima da parte dei francesi nel 1947, poi da parte degli americani, in particolare dopo che i Vietcong l’ebbero riconquistata all’inizio del 1968 a seguito dell’offensiva del Têt; certo, dunque, non sorprende che io mi trovi ad ammirare i ruderi di quelle che furono le proibite stanze del potere, piuttosto che la loro originale e integrale architettura. Eppure, non si tratta solo di questo; non è solo l’impossibilità a immaginarsi ciò che fu a condannare la mia esperienza di questi luoghi. La mia visita è, in effetti, una via crucis di colonnati precari, giardini disadorni, stanze dai soffitti affrescati attraverso i quali l’umidità si infiltra con sconcertante facilità, lasciando, al suo passaggio, segni, disegni e odori marcescenti. È un disinteressato abbandono a circondare i miei passi. Cammino col capo chino e ho l’impressione di calpestare cortili e sentieri di oggi, ovvero di attraversare corti e palazzi la cui energia imperiale del passato è stata infine annientata: da anni di sofferenza, certo, ma anche dalla nonuncuranza, ovvero da azioni civili e in-civili, da invidie fraterne e internazionali. Sicché, almeno mi pare, l’afflato autoritario che ha percorso e dimorato per oltre cent’anni questi luoghi è ora irrimediabilmente perduto, consunto. E, si badi bene, non è il voyerismo postmoderno ad aver accecato, qui, l’esprit du passé, almeno non oggi in cui nobody is around; al contrario, è piuttosto un certo sentimento di desolante decomposizione della memoria; un solitario lasciarsi morire delle rovine; un’eutanasia storica che alinea la Cittadella da suo contesto, dal suo essere sito del ricordo ed ex-capitale del regno, quasi le cinta non difendessero ormai null’altro che morta pietra. Sarà l’assordante tempestare della pioggia sul selciato, il mio passo sordo e affaticato, ma non sento la voce di questi luoghi, non riesco a sentirne l’imperativo richiamo; non incontro mandarini lungo la strada, né la malcelata pudicizia delle concubine. Posso solo pensarne la presenza. Where are you, dear old Hué?

Quando ormai l’intera giornata monsonica si è rappresa ai mie vestiti, tanto che questi non possono assorbire altr’acqua, ma solo lasciarla colare lentamente fino al cuore del mio essere fradicio e sfiduciato, decido che è tempo di sostare in una locanda che offre tè caldo e birra. Le sedie, al solito, sono minute quasi dovessero ospitare uomini-bonsai, le pareti umide e ammuffite, la cucina piuttosto sporca e in disordine. Ma l’intero ambiente, per il semplice fatto di darmi finalmente riparo dalla pioggia, instilla in me un senso di materna accoglienza. Per un paio d’ore me ne resto lì, in silenzio, avvolto dal ticchettio esterno della pioggia, sorseggiando tè e domandandone dell’altro, con un semplice gesto di richiamo, non appena la teiera si sia raffreddata oltremodo. La locanda tradisce una povertà endemica, eppure l’anziana donna che ne gestisce gli affari – portamento claudicante e sereno ad un tempo – emana una solare affabilità che non saprei davvero dire da dove tragga energia. Chissà da quanto tempo lavora qui; e chissà per quanto tempo ancora, benedetta dalla sua stessa coriacità e, certamente, dagli imperatori tutti. Solo quando la luce già soffusa del giorno inizia a lasciare campo alla notte, mi vedo obbligato a salutare la donna e a incamminarmi verso un umido rientro, passando per le poche bancarelle del mercato ancora aperte, dai cui spioventi calano, tanto esanimi nel corpo, quanto mortiferi per l’olfatto, una varietà di animali di cui fatico a immaginare la commestibilità.

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