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Cinema

Festival dei Mille Occhi 2014

L’amore per il cinema innanzitutto

Festival dei Mille Occhi - locandinaAnche quest’anno si è rinnovato il consueto appuntamento con I Mille Occhi, il Festival internazionale del cinema e delle arti che, puntualmente, porta a Trieste una ventata di nostalgia per i grandi capolavori del passato e presenta in anteprima le novità del futuro.

Tra le novità di questa edizione l’omaggio alla casa di produzione Titanus, con i suoi film che spaziano dalle tormentate storie d’amore, quasi al limite del sadismo per la quantità di disgrazie a cui sono sottoposti i personaggi, ai peplum nostrani e alle parodie di grandi successi internazionali. Rientrano in questa categoria Ridi pagliaccio! (1941) di Camillo Mastrocinque, Amore mio (1964) di Raffaello Matarazzo e Chi è senza peccato… (1952), del medesimo regista, presentato durante l’anteprima romana presso il Cinema Trevi – Cineteca Nazionale, e avente per protagonisti Yvonne Sanson e Amedeo Nazzari, noti all’epoca per altre pellicole melodrammatiche quali Catene (1949), Tormento (1950) e I figli di nessuno (1951) tutte incentrate sulla famiglia e su figure femminili destinate a soffrire prima di raggiungere la tanto agognata serenità. Si discosta leggermente da questo modello Malinconico autunno (1958), dello stesso regista e proiettato in chiusura del Festival, dove l’attenzione si focalizza su un bambino vittima di false accuse che rischierebbero di peggiorare le già disastrate condizioni economiche della madre; in suo soccorso arriverà il buon capitano interpretato da Amedeo Nazzari, e da qui in poi il film prenderà la classica china tipica dei drammi di Matarazzo.

Per il genere parodia, una particolare menzione la merita Il giorno più corto (1963) di Sergio Corbucci, che oltre a radunare un cast di attori tra i più noti di quel periodo, Franco Franchi, Ciccio Ingrassia, Virna Lisi, Ugo Tognazzi ed Eduardo De Filippo, solo per citarne alcuni, mette in scena una gustosa farsa del kolossal bellico Il giorno più lungo (1962) che a sua volta riuniva quarantadue attori di fama internazionale. La retrospettiva dedicata alla Titanus è stata integrata anche dal volume Titanus, cronaca familiare del cinema italiano, realizzato in occasione del 67° Festival di Locarno e in tale sede presentato, curato da Sergio M. Germani, Simone Starace e Roberto Turigliatto, per i tipi delle Edizioni Sabinæ, in cui si ripercorre la storia del celebre scudo rifrangente di una casa di produzione in grado di competere con la Metro Goldwyn Mayer e la 20th Century Fox.

Ombre su Trieste

La mappa delle visioni del Festival è stata arricchita dal percorso Massa e potere. La distanza del cinema dall’inutile strage, curato da Sergio M. Germani e Olaf Möller, che dimostra una sempre viva attenzione verso la tematica della Prima guerra mondiale, e delle sue conseguenze sui destini degli uomini, con pellicole quali I cinque dell’Adamello (1954) di Pino Mercanti, sull’amore per la patria, lo spirito di sacrificio e l’importanza degli affetti; La trincea (1961) di Vittorio Cottafavi, sull’esperienza degli italiani nelle trincee al fronte; Addio giovinezza!, proiettato nelle versioni del 1918 e del 1927, entrambe dirette da Augusto Genina, e in quella del 1940 per la regia di Ferdinando Maria Poggioli, che da semplice commedia assurge a simbolo di un mondo in mutamento e funge da richiamo nostalgico verso un passato che non può tornare, e il recente Nachrichten Vom Grossen Krieg (Notizie dalla Grande Guerra) di Alexander Kluge, costituito da trentatré sequenze da cui si evince che la guerra non è solo un triste ricordo ma un fenomeno ancora attuale.

Non poteva mancare, come ogni anno, una sezione interamente dedicata alla città di Trieste con le sue luci e le sue ombre dal titolo Ti ritroverò. Trieste cuore di tenebra, dove il riferimento al romanzo di Joseph Conrad non è casuale. Infatti, film come Clandestino a Trieste (1951) di Guido Salvini, Trieste mia! (1952) di Mario Costa o Trieste cantico d’amore (1954) di Max Calandri, mettono in risalto gli aspetti positivi e negativi di una città multietnica e multisfaccettata che ben si presta a rappresentare la sofferenza del genere umano e il desiderio di riscatto.

Sul piano documentaristico, vale la pena citare Raffaele Andreassi e il suo I piaceri proibiti (1963), su sceneggiatura di Callisto Cosulich, Ottavio Jemma e dello stesso Andreassi. Un film il cui titolo originale, L’amore povero, rispecchia meglio l’intento degli autori di descrivere il mondo della prostituzione sotto una luce diversa, non cercando più, come molti altri registi degli anni Sessanta, di condannare apertamente la mercificazione del corpo femminile o di mostrare pietà verso chi intraprende un simile “mestiere”, ma fornendo una visione del comportamento anche maschile e lasciando allo spettatore la libertà di giudicare.

Sergio M. Germani e Tariq Teguia

Coraggiosa e affatto volgare, infine, la scelta di proiettare la performance dell’artista Deborah De Robertis, realizzata al Musée d’Orsay nel maggio scorso davanti al celebre quadro di Gustave Courbet L’origine du monde. Il lavoro della De Robertis, dal titolo Miroir de l’origine, non vuole essere un atto di esibizionismo ma piuttosto un vero e proprio dialogo con lo spettatore e un invito a porsi delle domande.

Il premio Anno Uno, di quest’anno, è stato assegnato all’algerino Tariq Teguia per la sua capacità di cogliere l’essenza dell’individuo attraverso la rappresentazione della massa e per quel suo saper rendere vitali le inquadrature anche quando non c’è alcun attore in scena.

http://www.youtube.com/watch?v=ufH7dsUYkEY

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