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Palcoscenico

Anime inquiete a Trieste

Gli irredentisti rivivono cent'anni dopo al Caffè San Marco

Una foto di scena con Isaura Argese sullo sfondo e, da sinistra, Giustina Testa, Julian Sgherla e Riccardo Beltrame Mancano pochi giorni all’inizio del 2015, che per l’Italia significa, fra le altre cose, “centenario della prima guerra mondiale”.
Per Trieste, come per buona parte dell’Europa, la Grande Guerra è, invece, “la guerra del ’14-’18”, poiché, allo scoppio delle ostilità, la città faceva parte dell’Impero Austro-Ungarico.

Alla fine della terza guerra d’indipendenza, infatti, l’Italia era riuscita ad annettersi il Veneto e alcuni territori più ad est, che includevano anche Udine e parte del Friuli, ma le zone di Gorizia e Trieste – e del Trentino, verso nord – erano rimaste sotto il dominio asburgico. È a partire da questi anni che gli ideali di un irredentismo “mazziniano” – ancora lontano dalla deriva fascista e nazionalista che subirà nel ventennio fra le due guerre, e ispirato ai concetti risorgimentali di indipendenza e autodeterminazione dei popoli – trovano crescente consenso fra la popolazione e gli intellettuali di queste zone.

Anime inquiete a Trieste è la pièce teatrale di Sabrina Morena che, attraverso i loro scritti e i loro carteggi, ricostruisce l’attività culturale e politica, alla vigilia del conflitto, di tre scrittori irredentisti triestini: Scipio Slataper, Giani Stuparich ed Elody Oblath.

Tutta l’azione si svolge all’interno del Caffè San Marco, il nuovo ritrovo degli intellettuali della città. Il locale, infatti, ha aperto i battenti nel 1914 ed è ben presto diventato il luogo di incontro prediletto dai giovani antiaustriaci.

Slataper presenta, proprio ai tavolini del caffè, la signorina Oblath all’amico Stuparich, e la definisce – con riferimento all’epistolario fra Elody, Anna Pulitzer, Gigetta Slataper e il marito Scipio, poi pubblicato postumo proprio da Stuparich – “una delle mie Tre Amiche“.

I tre discutono della situazione dell’Impero e del ruolo della città di Trieste, destinata ad essere divisa fra due anime, entrambe insopprimibili.
Inizialmente, il loro fervore è rivolto solo alla sfera culturale; consci dell’eccezionale “posizione” della città, avamposto della cultura italiana in Austria e  affacciata sui territori slavi, vogliono farne un centro prestigioso come Firenze, presso la cui università Slataper e Stuparich si erano laureati, dove valorizzare la cultura italiana per preservarla e non farla soccombere a quella tedesca.
Sono i temi che Slataper aveva portato alla ribalta nazionale con le sue Lettere Triestine sulla Voce di Prezzolini.

Lo scorrere del tempo è segnato dall’evoluzione dei loro discorsi, che riguardano sempre meno l’aspetto culturale e sempre più quello della politica. I tre amici sognano una società in cui le nazioni, indipendenti e composte da popolazioni omogenee per cultura e tradizioni, vivano in pacifico equilibrio.

La realtà, però, è diversa da quella auspicata, e non mancano, in tutta Europa, esponenti della cultura e della politica che fomentano, invece, le ostilità fra le diverse etnie.
Le tensioni fra l’Impero e le popolazioni degli slavi del sud, già sfociate nelle guerre balcaniche degli anni precedenti, culminano con l’omicidio dell’arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo il 28 giugno del 1914.

Una foto di scena con Riccardo Beltrame e Giustina Testa Al caffè San Marco, arriva la notizia che l’Austria è in guerra e, con essa, Trieste, mentre l’Italia – militarmente provata dalle campagne in Libia – si dichiara neutrale.
Questa notizia sconvolge e deprime i tre, davanti ai cui occhi si prefigura uno scenario che vede gli uomini combattere per uno stato cui non sentono di appartenere.

Per Elody, la semplice partecipazione al lutto cittadino con l’esposizione del drappo nero per il passaggio dei feretri è un problema morale ed è ormai chiaro a tutti che non è più tempo di atteggiamenti di convenienza, ma di azioni concrete.

La guerra, tuttavia, non è salutata come la soluzione al problema di Trieste o dell’oppressione austriaca, anzi, viene stigmatizzata, soprattutto da Elody, che fa sue le parole della pacifista austriaca Bertha von Suttner, scomparsa pochi mesi prima, prima donna a ricevere, nel 1905, il premio Nobel per la pace.

Giani e Scipio si ritrovano a dover fuggire in fretta per non essere arruolati dall’esercito austriaco.
Proprio al caffè San Marco, grazie all’aiuto della cameriera, si procurano i documenti falsi che permetteranno loro di espatriare e arruolarsi come volontari nel Regio Esercito italiano, ora che anche l’Italia ha sferrato la sua offensiva all’Austria.

Il caffè viene distrutto da un manipolo di militari austriaci e – apprendiamo dalle parole della cameriera – il suo proprietario, il parentino Lovrinovich, è arrestato e incarcerato per la sua attività all’interno del movimento irredentista.

Resta solo Elody, prima angosciata per gli amici al fronte, poi addolorata per la morte di Scipio sul monte Podgora, la notizia della quale l’aveva raggiunta durante un breve momento di felicità con Giani.
L’azione della pièce termina nei primi anni Venti, quando Giani ed Elody sono ricongiunti e sembrano andare incontro a un avvenire finalmente sereno, anche se sappiamo che la Storia avrà in serbo altre dure prove per loro.

Nonostante le condizioni tutt’altro che ideali in cui hanno lavorato, gli attori – già messi alla prova da un allestimento che li vede agire in mezzo al pubblico – hanno dato una netta prova di professionalità e dimostrato una spiccata sensibilità nel rendere il testo.

Esso, infatti, essendo basato sugli scritti di giovani di cent’anni fa, usa per lunghi tratti il linguaggio poco spontaneo e lontano dall’uso quotidiano odierno della lingua. Il cambio di registro linguistico tra il dialogo fra i personaggi e le numerose citazioni (articoli di giornali, brani di lettere, scritti dei protagonisti…) è poco marcato, nonostante sia lecito supporre che, anche all’inizio del Novecento, in un contesto via via più confidenziale le persone si esprimessero diversamente da come lo facevano per iscritto.

Le ragioni di questa scelta stilistica potrebbero risiedere nella volontà di non attribuire ai personaggi troppi pensieri mai espressi, usando stralci dei loro scritti anche nella composizione dei dialoghi o, all’opposto, conferire veridicità alle parti ricostruite con la fantasia rendendole assonanti con le testimonianze reali dei protagonisti.
Di certo, questa soluzione ha il pregio di calare immediatamente lo spettatore nell’altrove scenico e di integrare con maggiore armonia i brani citati nel complesso del testo.

Se è vero che è impossibile dire quale interpretazione si sia distinta, bisogna riconoscere lo sforzo maggiore di Isaura Argese, il cui ruolo della cameriera la costringeva a lungo in disparte, ma pur sempre in scena, in un limbo fra l’azione e il dietro le quinte, con perennemente fra i piedi spettatori indisciplinati apparentemente votati a cercare di farle perdere la concentrazione.

Il ruolo dell’intraprendente Scipio Slataper è stato recitato da Julian Sgherla, particolarmente in sintonia con il personaggio, mentre il misurato Riccardo Beltrame ha ricoperto quello di Giani Stuparich.

Bruna Braidotti in una foto di scenaÈ preziosa l’esperienza di Bruna Braidotti, qui alle prese con la figura di Bertha von Suttner, personaggio già scomparso all’epoca dei fatti rappresentati, i cui interventi hanno, pertanto, solo carattere di monologo, e richiedono dunque doti e mestiere per catalizzare l’attenzione del pubblico con eleganza.

La parte più difficile da interpretare è sembrata, però, quella di Elody Oblath (Maria Giustina Testa), le cui battute sono mediamente più lunghe e articolate di quelle dei due uomini, e hanno spesso uno spiccato carattere didascalico, da richiedere all’attrice modulazioni interpretative più varie e intense per inserire con naturalezza nello scambio di battute le divagazioni tipiche del suo personaggio o i monologhi della Braidotti.
Nel fitto gioco di rimandi alla situazione e all’ambiente culturale della Trieste del tempo, è preferibilmente per mezzo del personaggio di Elody che Sabrina Morena, autrice dello spettacolo, arricchisce tutto il testo di connotazioni e sempre a Elody viene fatta pronunciare, con una decina d’anni di anticipo, la massima sveviana sull’originalità della vita.

Il sesto personaggio in scena è proprio lo storico Caffè San Marco, dove lo spettacolo è stato rappresentato per la prima volta mercoledì 17 dicembre.

La scelta del caffè come set della pièce si è rivelata, però, un’arma a doppio taglio: attori e pubblico hanno pagato la suggestione del luogo con una fruizione difficile e mortificante degli spazi e un’acustica che – nonostante l’amplificazione e l’ottimo lavoro della regia – lasciava prevalere il rumore e la musica di intrattenimento che provenivano dalla sala-ristorante.
Gli spettatori che hanno assistito a questa prima rappresentazione – una settantina, escludendo coloro che, rimasti in piedi in una zona del caffè senza visibilità né acustica, hanno desistito – sembrano aver accolto con molto favore lo spettacolo, nonostante il carattere ancora prevalentemente didascalico dell’insieme.
A livello contenutistico, il pregio di Anime inquiete a Trieste è quello di mostrare al pubblico le preoccupazioni e le contraddizioni della vita civile della Trieste degli anni Dieci, rivelando, come sotto una lente di ingrandimento, le diverse sfaccettature dei movimenti irredentisti e la molteplicità di sentimenti e ragioni che hanno condotto i protagonisti della Storia alle loro scelte.

L’auspicio è di vedere nuovamente rappresentato questo spettacolo in uno spazio all’altezza degli artisti che lo hanno creato e portato in scena.

Giustina Testa in una foto di scena

Sabrina Morena ANIME INQUIETE A TRIESTE

Liberamente tratto dagli scritti di Scipio Slataper, Elody Oblath, Giani Stuparich, Bertha von Suttner.

Regia: Sabrina Morena

Produzione: TeatroBandus, Trieste; Compagnia di Arti & Mestieri, Pordenone; Amici della Musica, Udine

Musiche: Acht Stucke di Paul Hindemith

Costumi: con la consulenza di Igor Pahor

Con:
Scipio Slataper: JULIAN SGHERLA
Elody Oblath: GIUSTINA TESTA
Giani Stuparich: RICCARDO BELTRAME
Bertha von Suttner: BRUNA BRAIDOTTI
Cameriera del Caffè San Marco: ISAURA ARGESE

Al flauto: TOMMASO BISIAK

Tutte le fotografie utilizzate a corredo dell’articolo sono state scattate dagli allievi degli attori della compagnia Teatrobandus durante la prova generale dello spettacolo e da essi gentilmente fornite.

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