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Cinema

Più divertimento di quanto la polizia non conceda

Impressioni in anteprima su Minion - il film

pravato-01Uscirà nelle sale italiane il 27 agosto, mentre negli Stati Uniti e in altri paesi d’Europa è già stato proiettato: parliamo di Minions – il film, il lungometraggio animato, prequel della serie Cattivissimo Me, concentrato sulle imprese degli spassosi aiutanti di Gru, che chi scrive si è appositamente recata a vedere in Austria, per recensirlo in anteprima per i lettori di Fucine.
… O, per meglio dire, “che chi scrive ha deciso di recensire solo per vantarsi in modo puerile con i lettori di Fucine di un piccolo colpo di fortuna in un piovoso pomeriggio di fine luglio in Tirolo”.

Minion, ultimi vagabondi

La sfortuna di questo film è di arrivare alcuni mesi dopo l’uscita nelle sale di un altro prequel di un lungometraggio animato (difficile, per la nostra generazione, chiamare “cartoni” questi film 100% digitali) di successo, anch’esso dedicato ai trickster del filone principale: i pinguini di Madagascar.

Trattandosi di prodotti di massa per un pubblico molto giovane, non ci si può aspettare che la struttura di questo genere di film riservi grosse sorprese e raffinatezze a livello registico, perciò se ne devono apprezzare gli “effetti speciali” – magari cercando di ricordare ogni tanto che, di fatto, sono costituiti da effetti speciali in toto – e godere delle spettacolarità visive, che peraltro non vengono lesinate.

I pinguini erano protagonisti di uno spettacolare inseguimento (debitore dei film di James Bond) in una Venezia ricreata in modo così fedele da indurre lo spettatore a pensare, come accade con i film ripresi dal vero, “Ehi, io lì ci sono stato!”
Qualche anno prima, i protagonisti di un altro film di animazione di successo, Cars 2, attraversavano mezzo mondo per approdare, infine, in una Londra riconoscibilissima e fedele all’originale.

Se già vedere le grandi città e i luoghi famosi del mondo ritratti con perizia nei cartoni animati tradizionali (un esempio su tutti: la Parigi della Belle Epoque de Gli Aristogatti) è motivo di fascinazione, poterle ammirare, ricostruite con la fedeltà del digitale, in inquadrature spettacolari e impossibili ha sullo spettatore un effetto sbalorditivo che costituisce, in buona parte, il piacere del cinema e della visione del film.

Minion non fa eccezione.
La New York del 1968, in cui i tre protagonisti approdano dopo le prime sequenze, è un luogo doppiamente mitico, perché è collocata anche in un altrove temporale che è leggenda e suggestione per il pubblico adulto del film, il quale è composto – possiamo supporre – dai genitori di bambini che oggi sono abbastanza grandi da assistere a un lungometraggio, e perciò per lo più da soggetti nati negli anni Settanta o all’inizio degli Ottanta.

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L’azione, poi, si sposta a Londra, altro polo culturale mondiale che ha assunto, nell’immaginario delle generazioni che non hanno vissuto tale periodo, un significato iconico.
Entrambe le metropoli sono tratteggiate in modo così ironicamente didascalico ed efficace che viene da pensare che il film voglia strizzare l’occhio, più che al pubblico di genitori cresciuti col mito di Woodstock, della beat generation e della swinging London, a quello composto dai nonni, che possono ridere di come erano.

Purtroppo, il meccanismo “inquadratura spettacolare di un luogo noto/serie di peripezie/citazione cinematografica/inquadratura spettacolare-ma-diversa del medesimo o di un altro luogo noto” sta mostrando la corda e non basta, da sola, a reggere un film.
Minions non ha il ritmo dei Pinguini, ed è lontano dalla maturità registica di Cars 2, ma resta divertente e piacevolissimo (per gli amanti del genere) da vedere.

Il minionese per tutti

L’aspetto più interessante, dal punto di vista filmografico, del lungometraggio è la comunicazione dei personaggi protagonisti.
I creatori dei Minion, infatti, sono andati incontro a una duplice difficoltà: da un lato, accanto a quella – comune ai film di animazione -consistente nell’avere a che fare con personaggi artificiali, quella di avere estremamente poco materiale su cui lavorare per modulare le espressioni (i Minion non hanno naso né sopracciglia, anche se talvolta corrugano la fronte in modo da far sporgere qualcosa che le ricorda da vicino); dall’altro la glottopoiesi di un’interlingua comprensibile non solo dai parlanti dei paesi in cui i film sarebbero stati distribuiti, ma anche dai bambini nativi di quelle stesse lingue, privi, per via della loro giovane età, di competenze linguistiche approfondite anche sulla loro lingua madre.
La definizione di interlingua non è usata casualmente, poiché il linguaggio dei Minion è composto in prevalenza da termini mutuati – o, per lo meno, che sembrano tratti – dalle principali lingue romanze, soprattutto dallo spagnolo, per evidenti ragioni di diffusione e di ampiezza del pubblico.

Bello!Il termine italiano “bello”, in minionese diventa “belo” (declinato e con una /l/ sola, poiché dai film precedenti sappiamo che “bello”, in minionese, significa “ciao”, in virtù dell’essere una storpiatura di hello), poiché riecheggia sia la nostra lingua che quella francese. Sebbene le altre due principali lingue romanze si discostino da questa radice e non ci sia rassomiglianza immediata neppure in inglese, tedesco e russo (le lingue prese in considerazione per la creazione dei lemmi dell’interlingua), la diffusione planetaria di espressioni come “ciao bella” – per non parlare delle insegne delle pizzerie di mezzo mondo – non lasciano dubbi a nessuno sul significato di questo vocabolo.

Divertente la soluzione adottata per esprimere il concetto di trovare/scoprire: Kevin (il minion “furbo”, dal cui desiderio di individuare un nuovo padrone scaturisce l’azione del film e che resta il protagonista principale di tutta l’avventura) afferma “io erfindo”.
Il pronome di prima persona singolare (ammesso che si scriva così) ha il suono di quelli italiano e spagnolo; anche in questo caso, il riscontro nelle altre lingue è quantitativamente insufficiente, ma il numero di parlanti di ciascuna legittima la scelta (e la legittima anche in interlingua). L’elemento interessante, però, è il verbo. Esso è chiaramente formato sul tedesco erfinden (scoprire, nel senso in cui si fa una scoperta scientifica), che ha il vantaggio di contenere la stessa – notissima – radice dell’inglese to find. La desinenza, però, è nuovamente latineggiante.

Per esprimere il concetto di “grande”, invece, la scelta è caduta su “mega”, poiché se è vero che al giorno d’oggi il greco è parlato da una fetta ridotta di popolazione, l’influenza che l’attico ha avuto sulle lingue europee è enorme e quasi non c’è lingua, in Occidente, che non contenga termini in cui queste quattro lettere non compongano un prefisso esprimente grandezza.

Stuart – il minion musicista – giunto nella Grande Mela rimane folgorato dalla vista di una chitarra, che chiama mega ukulele.
Questo dettaglio è prevalentemente un dispositivo comico, volto a sottolineare la primitività dei personaggi e la loro inesperienza (lo strumento, in Cattivissimo me 2, era stato chiamato gitarre, ma ciò non va contro la logica della diegesi, poiché gli eventi di questo film sono precedenti e si può desumere che, col passare del tempo, il linguaggio dei minion si sia arricchito), e tuttavia è costruito secondo una dinamica frequente nelle lingue, che consiste nel descrivere qualcosa di nuovo con un termine che identifica qualcosa di simile e già noto, distinguendolo con un attributo caratterizzante.
Chiamare mega ukulele una chitarra, in fondo, non è diverso dal chiamare una lampadina “pera (per analogia di forma con qualcosa di già noto) che brilla (capacità che indubbiamente distingue la lampadina dalla pera)”, cosa che i tedeschi fanno continuamente senza, per questo, sentirsi stupidi.

La comunicazione non verbale riveste, ovviamente, per queste creaturine poco evolute, un’importanza fondamentale, ma sempre minore di quella che riveste per i loro spettatori, poiché è in gran parte grazie ad essa che le loro comunicazioni vengono decodificate anche dai più piccoli.
Limitati da volti senza naso né sopracciglia, corpi a forma di capsula e mani con tre sole dita, i minion riescono comunque a esprimere tutta la gamma dei sentimenti – anche se, diciamocelo, non è che il film sia una pietra miliare dell’introspezione.

Simpson senza cattiveria… o quasi

In comune con i dissacranti personaggi di Matt Groenig, i minion non hanno solamente il colore, bensì, soprattutto, la capacità di mettere alla berlina le miserie umane.
Il loro aspetto carino (sono supposte con gli occhiali, è vero, ma sono tanto carini!) e i loro pasticci combinati – quasi sempre – in buona fede mirano a provocare nello spettatore il divertimento dello slapstick, molto diverso, dunque, dall’ironia maligna con cui i Simpson – e prima di loro Fantozzi, e prima ancora un certo Allen, e chissà quanti altri che preferiamo dire ci sfuggano anziché ammettere che non li conosciamo – deridono e denigrano le meschinità umane, eppure non ci si sente del tutto estranei ai loro difetti. Se i bambini possono ridere e vergognarsi dell’innocente scaricarsi le colpe a vicenda, gli adulti dovrebbero sentire un brivido percorrere la loro schiena nelle scene in cui questi piccoletti inneggiano ciecamente al nuovo supercattivo ai cui ordini porsi o in quella in cui una folla festante di umani esulta alla fine di un discorso che non ha capito.

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Nella sua sarabanda di cattivi ridicoli, armi futuristiche dalle conseguenze disastrose, inseguimenti rocamboleschi e slalom forzato fra citazioni e simboli dell’Inghilterra degli anni Settanta, il film lascia passare un messaggio secondario vagamente inquietante, e cioè che la ricerca di un capo malvagio da servire, avviata nel prologo del film, si fosse fermata a Napoleone perché, dall’età moderna in poi, i veri villain hanno trovato sostegno nell’umanità.

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