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Fumetto

Gianfranco Manfredi

Il ritorno di Magico Vento

Magico VentoÈ passato già un lustro da quando abbiamo salutato con molto rammarico la conclusione di una delle migliori serie a fumetti edite dalla Sergio Bonelli Editore negli ultimi venticinque anni: Magico Vento. La collana western, ideata da Gianfranco Manfredi, ha conquistato gli apprezzamenti della critica e del pubblico grazie ad una sapiente miscela di filoni narrativi. L’autore, infatti, ha innestato nel classico genere western, supportato da solide e documentate basi storiche, tematiche tratte dall’universo poetico e soprannaturale delle tradizioni dei nativi americani, dal genere gotico di ispirazione lovecraftiana e dal torbido mondo politico e spionistico che gravita attorno a Washington. Dopo 131 albi la parola fine sembrava essere calata in modo irreversibile. Invece, qualche giorno fa, Gianfranco Manfredi ha annunciato sul proprio profilo facebook di aver iniziato a scrivere una nuova storia di Magico Vento, un nuovo ciclo suddiviso in quattro puntate. Ci vorrà del tempo prima di vederlo uscire in edicola, così non ho resistito alla curiosità di porre quattro semplici domande all’autore.

Alessandro Olivo (AO): Perché hai deciso di riprendere in mano il personaggio di Magico Vento?
Gianfranco Manfredi (GM): Semplicemente me l’hanno chiesto. I lettori da parecchi anni. E la casa editrice quest’anno. Ne sono stato molto contento perché concludere una serie non vuol certo dire, almeno per me, che l’affetto per un personaggio sia venuto meno. Da sempre le serie possono concludersi e riprendere anni dopo e da sempre i personaggi cui i lettori sono rimasti affezionati possono rivivere. Anche se l’autore che ha creato la serie e il personaggio non fosse d’accordo, ci penserebbero altri autori a riprendere il lavoro.

Poe e Ned
AO: Che emozioni stai provando a scrivere di nuovo una storia con Ned e Poe come protagonisti?
GM: Molte. Un conto è pensare un personaggio, tutt’altro conto è scriverlo. Quando è passato parecchio tempo ti viene anche paura di tradirlo. Questa paura scompare scrivendo perché scopri che, anche se non hai riletto tutte le sue avventure, quel personaggio ti è rimasto dentro così com’era, e per certi versi è lui a dettarti le storie. Dopodiché c’è anche una riflessione di tipo critico e più ampia. Da anni io vorrei scrivere personaggi meno contrastati e drammatici. Questo a partire da Gordon Link, il mio primo fumetto seriale che aveva un’impostazione sopra la righe, con un umorismo “demenziale” come si diceva allora. Raffaele Della Monica, il disegnatore con cui iniziai la serie, veniva, non a caso, dalla scuola di Alan Ford. Eppure già scrivendo quella serie notai che i lettori preferivano toni più intimi, situazioni estreme da “vita o morte”, e personaggi in preda a squassanti conflitti interiori. Ultimamente l’esperienza si è ripetuta con Adam Wild, personaggio solare, ironico, pronto, pur nella lotta, a cogliere sempre il lato positivo della vita, e molto al di là delle convenzioni. Man mano che scrivevo le avventure di Adam cresceva però, oltre che nei lettori, anche in me, l’esigenza di approfondirlo, di capire le sue origini e da quali esperienze, anche negative, fosse scaturita la sua personalità. Questa maggiore attenzione psicologica mi ha portato inevitabilmente ad affrontare temi drammatici, in particolare il suo rapporto con la guerra. E quando entra in ballo la guerra, non si scherza più. La guerra è una cosa tragicamente seria. Sarà mai possibile per me scrivere un fumetto giocoso e allegro fino in fondo? Non lo so. Ulteriore complicazione: la Bonelli non ha mai sperimentato a fondo la commedia come genere. Momenti di commedia sì, come in Zagor, tanto per fare un esempio, ma una commedia umoristica integrale non è stata fatta. E quando proposi a Sergio Bonelli progetti di questo tipo, lui non li approvò. Un altro problema è dato dal fatto che i disegnatori umoristici, rispetto a quelli realistici, sono assai spesso anche autori dei testi delle loro storie, perché il loro segno è in perfetta sintonia con quanto vogliono raccontare. Dunque accettano assai più difficilmente di collaborare con uno story teller.

Magico Vento in battaglia
AO: Su facebook hai scritto che sarà una storia drammatica: che tipo di avventura dobbiamo aspettarci?
GM: Non volevo dire come molti hanno pensato, sulla base della conclusione tragica di Ken Parker, che io volessi far morire Ned. Lo escludo tassativamente. Non si resuscita un personaggio per ammazzarlo. Il punto è un altro: la serie ha seguito un ordine cronologico e si era fermata all’anno 1880. Da lì in avanti, assistiamo sia al declino dei popoli nativi, che vengono definitivamente sconfitti, sia al più lento declino del west, come raccontò per esempio Sergio Leone in “C’era una volta il West.” Questa pagina storica è drammatica in quanto rappresenta la fine di un mondo. D’altro canto io non voglio scrivere un “western crepuscolare” pieno di malinconie e rimpianti, dunque devo trovare un altro modo per raccontare questo passaggio. Credo di averlo trovato, ma ovviamente il giudizio spetterà ai lettori.

Magico Vento nell'edizione indiana
AO: Nel frattempo continuano le edizioni straniere di Magico Vento (l’ultima in ordine di tempo quella indiana). Quali sono i motivi di questo successo?
GM: Non lo so e non avrei mai potuto prevederlo. Ricordo che restai piuttosto sconcertato quando la casa editrice mi propose il contratto per Magico Vento, in cui mi si chiedeva di impegnarmi per almeno dieci anni (fatto salvo il diritto dell’editore di interrompere prima la serie se fosse andata male). Io non avevo mai firmato in vita mia contratti così lunghi e preferivo impegni a breve scadenza perché per mia indole personale, mi è sempre piaciuto cambiare e ho sempre privilegiato la varietà alla costanza. Magico Vento è stato un impegno molto faticoso, anche perché l’ho scritto quasi tutto io, revisionando pure quei pochi episodi scritti da altri autori o scrivendone i soggetti. In quegli anni ho rinunciato ad altre cose che mi venivano proposte, per esempio dal cinema e dalla televisione. Non avrei potuto farle neanche volendo perché non ne avevo il tempo. Ero già impegnato. Piano piano, abituandomi, qualcos’altro sono riuscito a fare lo stesso, però Magico Vento mi ha segnato quasi quindici anni di vita professionale. Poi quando l’esperienza si è conclusa, la diffusione estera che prima era minima, ha cominciato a crescere da sola. Cosa ci trovano in Brasile, in Turchia, in Finlandia in un personaggio western scritto da un autore italiano? Come ha fatto a sbarcare in USA e persino in India? Non ho risposte, se non che il personaggio è piaciuto al di là di quanto io mi aspettassi. Di sicuro hanno contribuito moltissimo i disegni, perché su Magico Vento sono comparsi grandissimi disegnatori che già per conto loro avevano tutte le carte in regola per farsi notare e apprezzare internazionalmente.

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