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Scrittura

Raphael Luzon

Tramonto libico: la storia di un ebreo arabo tra memoria e riconciliazione

TLTramonto libico è un piccolo grande libro. Si mastica veloce, si digerisce lentamente. Si muove svelto perché a perdifiato gli occhi bramano di arrivare alla pagina successiva. È un libro di memorie sulla memoria. È un libro di avventura, di chi durante una vita vive dodici vite. Una storia avvincente e drammatica, fatta di aneddoti, di umorismo, di episodi.
È immediato nella sua semplicità, la storia prende forma tra le pagine, l’autore l’accompagna, il lettore ne rimane rapito.
Chimamanda Ngozi Adiche, scrittrice nigeriana, dice che le storie a volte possono spezzare la dignità di un popolo, ma le stesse storie hanno anche il potere di riparare a quella dignità lacerata.
Tramonto libico ricompone la storia e la dignità della comunità degli ebrei di Libia, strappati alla propria terra quasi cinquant’anni fa. Un popolo che in Libia arrivò nel 586 a.C., successivamente alla distruzione del primo tempio di Gerusalemme, e in quella terra fiorì e si radicò, sopravvivendo alla dominazione ottomana, poi a quella italiana e araba.
In perfetto equilibrio tra racconto personale e narrazione collettiva, Raphael Luzon snocciola generoso i propri ricordi a comporre una storia di esilio, di radici mai recise, di apertura al mondo.
Ricorda che complessità è ricchezza, a noi abituati a schedare, rubricare, semplificare.
Roberto Saviano nella prefazione consiglia di tenere questo libro un po’ più a lungo tra le mani. Vero. Concedersi il piacere di una seconda lettura, ora che sappiamo come va a finire, assaporare gli spaccati di vita famigliare e di comunità.
E infine, è anche un libro pedagogico. Parla di una sete di giustizia che diventa esistenza, che si trasforma in impegno e che non scivola mai nel rancore. Racconta di come si può capire anche se si è gonfi di dolore, di come si può continuare a distinguere senza diventare ciechi.
È un libro entusiasmante. Entusiasta decido di contattare l’autore, mi sorprende la sua disponibilità, e gli scrivo che l’argomento del suo libro è pressoché sconosciuto.
Decide di raccontarmi una parte della sua storia.

Silvia Antonelli (SA): Tramonto libico prende piede a partire dal giugno 1967 quando una feroce ondata di violenze a seguito della Guerra dei Sei Giorni culmina con la cacciata degli ebrei dalla Libia. Una comunità, quella ebraica, presente nel paese da più di duemila anni, che ha attraversato tre diverse dominazioni: quella ottomana, italiana e araba.

Raphael Luzon (RL): Sotto l’impero ottomano i rapporti erano regolati da una famosa legge, la legge del dimmi, in uso in tutti i paesi islamici e che relegava le persone di religione ebraica allo stato di cittadini di seconda classe. Proveniva dai testi coranici e stabiliva, inoltre, che gli ebrei non potessero essere assunti negli uffici pubblici o intraprendere la carriera militare. Se un ebreo incontrava un musulmano era costretto a scendere dal marciapiede, se entrambi si trovavano su un cavallo, l’ebreo doveva scendere da cavallo. Gli ebrei dei paesi arabi si erano abituati a queste regole perché in fondo ne garantivano la sopravvivenza e permettevano loro di continuare a lavorare; generalmente gli ebrei svolgevano attività molto povere, molti gli orafi.
Nel primo decennio del Novecento, con l’avvento dell’esercito reale italiano prima, mussoliniano poi, arrivarono alcuni ebrei italiani con il compito, ad esempio, di occuparsi degli aspetti religiosi della comunità. Si instaurò un fiorente scambio commerciale tra Tripoli, Bengasi e alcune città portuali italiane come Livorno. Vi fu una italianizzazione della comunità ebraica di Libia, molti iniziarono a parlare l’italiano, e circa il 90% dei bambini ebrei venne mandato a studiare nelle scuole italiane.
Con l’emanazione delle leggi razziali anche in Libia ci furono delle espulsioni, ma, soprattutto, gli ebrei furono costretti ad abbandonare la scuole. Mia madre dovette lasciare gli studi quand’era in quarta elementare, mio padre in quinta. Quando la guerra terminò loro ormai erano già troppo grandi per ritornare in classe.
Con l’indipendenza della Libia, il 24 dicembre 1951, sono iniziati i migliori 15-18 anni del paese, fino al 1967. Con la scoperta del petrolio l’economia ha ricevuto un notevole impulso; gli ebrei, come altri libici, hanno avuto da questo periodo un notevole slancio, hanno iniziato a comperare case, dal quartiere ebraico si sono spostati verso il centro città e hanno iniziato a far studiare i figli alle scuole private, specie quelle gestite da preti e suore.

Raphael LuzonSA: Il rapporto fra la cultura ebraica e quella araba prima del 1967 era sereno e proficuo. Nelle famiglie ebraiche, ad esempio, si parlava un dialetto arabo-giudaico che testimonia la commistione delle due tradizioni.

RL: Si parla tutt’oggi un dialetto misto tra ebraico e arabo, infarcito più tardi di termini italiani.
Il rapporto era molto buono, anche se erano considerevoli le differenze tra una regione e l’altra. La Libia, ci insegnavano a scuola, è sei volte l’Italia, un territorio, quindi, molto vasto. Tra Bengasi e Tripoli, le due maggiori città, ci sono circa 1200 km. Gli ebrei e anche gli arabi di Bengasi, per qualche motivo, sono sempre stati più alfabetizzati e appassionati al libro, mentre gli ebrei e gli arabi di Tripoli molto più legati al commercio e meno interessati alla cultura. Anche la dinastia del re proveniva dalla Cirenaica, la regione di Bengasi; per questo motivo Gheddafi odiava sia Bengasi che la Cirenaica perché sapeva che se un giorno ci fosse stata una ribellione sarebbe nata da lì, come di fatto fu.

SA: Nel 1967, invece, scoppiano in tutta la Libia feroci pogrom rivolti contro gli abitanti di religione ebraica.

RL: In passato c’erano stati altri episodi di violenza: nel 1945 e poi nel 1948 la popolazione ebraica era stata bersaglio della rabbia degli arabi. Pare, da alcune prove, che in quel caso, in occasione della nascita dello stato di Israele, vi era stato il coinvolgimento dell’impero britannico che nell’area aveva mire e interessi. In entrambe le occasioni la comunità ebraica fu attaccata da masse urlanti: nel primo pogrom morirono oltre duecento persone e circa un migliaio furono feriti; nel secondo pogrom, invece, gli ebrei si erano un poco organizzati e difesi e alla fine circa ottanta furono i morti tra gli ebrei e un centinaio da parte araba. A seguito di questi due pogrom vi fu una massiccia emigrazione verso Israele. L’ondata maggiore si registrò dal 1948 al 1951, durante la quale emigrarono dalla Libia circa 48 mila ebrei. Rimasero nel paese circa 7000 mila, di cui 300/400 a Bengasi e gli altri 6000 a Tripoli.
Nel 1967 nessun ebreo aveva intenzione di lasciare il paese, tutti lavoravano bene e guadagnavano molti soldi; gli ebrei rappresentavano una sorta di classe medio alta. C’erano, è vero, dei piccoli episodi di teppismo, a volte all’uscita della sinagoga, ma non rubricabili sotto l’etichetta di antisemitismo. Se accadeva qualcosa in Israele potevano esserci alcuni giorni di tensione, volava qualche insulto, ma non si registrò più nessun episodio seriamente grave nell’arco di quei 15 anni.
A ridosso del 1967 la tensione in Medio Oriente era molto alta; In Libia era cresciuta l’influenza del movimento nasseriano, molto presente nelle università. Gli studenti spesso si riunivano nelle strade a scandire slogan antiebraici molto feroci ma senza arrivare mai alla violenza fisica. Nel biennio 65-67 gli ebrei libici erano in ogni caso sotto pressione. Ad esempio a Tripoli, dove gli ebrei erano più numerosi, venne emanata una legge che prevedeva l’obbligo per qualunque famiglia ebraica in procinto di partire per un viaggio o per turismo, di lasciare sempre qualcuno della famiglia in Libia, in modo da garantirne il ritorno.
A Bengasi il rapporto tra la comunità ebraica e il potere era migliore rispetto a Tripoli: e questo dipendeva anche dal diverso modo di fare dei bengasini, molto più diplomatico e culturale, mentre a Tripoli la tendenza era quella di una maggiore aggressività.
Il pogrom del 1967, scoppiato dopo la Guerra dei sei giorni, arriva in ogni caso all’improvviso, nessuno se l’aspettava. Alla luce di una serie di ricerche pare ci fosse anche una sorta di volontà dei negozianti arabi di approfittare della tensione in Medio Oriente per poter creare disordini antiebraici, cacciare gli ebrei e prendere il loro posto nel commercio.

Libia sinagoga

SA: A seguito del pogrom del 1967 la sua famiglia viene costretta ad abbandonare il paese, mentre quella di suo zio rimane assassinata.

RL: Sì, il fratello di mio padre, la moglie e i sei figli vennero prelevati da casa da una unità dell’esercito con la scusa di condurli verso un campo militare per proteggerli. Nonostante la cosa fosse verosimile, poichè molti altri ebrei erano stati portati in quel campo militare, loro, là, non vi giunsero mai, massacrati tutti nel tragitto assieme ad un’altra famiglia ebraica.
Noi invece venimmo espulsi dal paese e imbarcati su un volo diretto a Roma, con il permesso di portare con noi una valigia e 20 sterline libiche.

SA: Atterrati in Italia venite condotti nel campo per rifugiati di Capua dove lei, per la prima volta, comincia a rendersi conto di quello che sta davvero accadendo. È in quel momento, a tredici anni, che compare la cognizione del dolore dell’esilio.

RL: Deve considerare che lo sbalzo non fu di settimane, ma di ore; qualche ora prima eravamo in Libia, all’interno di un contesto in cui la mia famiglia aveva, ad esempio, personale di servizio; mio padre, che aveva fondato una ditta che importava medicinali, era a capo di una sorta di impero farmaceutico. Nell’arco di poche ore ci trovammo in un campo per rifugiati.
A Capua sbarcammo di notte e la mattina successiva ci chiesero di metterci in fila e ci spartirono una sorta di brodaglia, che loro chiamavano caffelatte, con dentro le mosche. Fu ovviamente uno shock tremendo. Ci furono degli episodi classici “alla Totò” in cui qualcuno chiese gli venisse cambiato il caffè, e davanti al rifiuto uscì la frase: “Lei non sa chi sono io!”.
Purtroppo lì veramente nessuno sapeva chi, solo qualche ora prima, eravamo.
Quella situazione mi causò un trauma molto forte, tant’è che, davanti al cibo carico di insetti e mosche, smisi anche di mangiare. Lì al campo c’erano anche molti profughi provenienti dalla Romania e dalla Polonia; oggi come allora la storia si ripete.
Noi provenivamo da una sorta di limbo, dove la vita si svolgeva come nel libro Cuore: casa, scuola, sinagoga. Eravamo stati allevati secondo una rigida educazione, ci avevamo insegnato ad alzarci sempre quando il maestro entrava in classe. Provenivamo da una vita che ora non esiste più ma che allora esisteva ancora. Venimmo catapultati in questo campo rifugiati dove nessuno rispettava nessuno, quando per noi era già un delitto interrompere un adulto che parlava. Fu un salto non indifferente.

SA: Nel libro dedica un capitolo alla figura di suo padre che dal trauma dell’esilio non si riprenderà mai.

RL: Cercò di riprendersi, ogni tanto faceva buon viso a cattiva sorte, però ci accorgevamo che non era più la stessa persona. C’erano dei momenti, in occasione ad esempio del matrimonio mio e di mia sorella, in cui si dimostrava allegro, ma c’era sempre una sorta di tristezza di fondo.
Quando vedeva in televisione le immagini della Libia diceva: “Vallo a raccontare come si stava prima e invece ora siamo in questa situazione”. Non fu l’unico, moltissimi subirono lo stesso shock.

SA: Lei a Roma si laurea, poi si trasferisce in Israele dove lavora come inviato per la RAI e infine in Inghilterra. Qui riscopre la Libia, ricordo che pareva fino a quel momento sopito. Da allora quattro sono state le visite al suo paese natale.

RL: Le prime due visite furono molto belle e commoventi. La prima volta che ritornai in Libia dopo circa 42 anni riuscii a rivedere la mia vecchia scuola, la casa natale, i luoghi dei giochi d’infanzia, il mare. Le successive, avvenute dopo la caduta di Gheddafi, furono molto diverse.
Se con Gheddafi la Libia era regolata da una sorta di apparente ordine, di tranquillità e di sicurezza, dopo la sua caduta tutti si guardavano le spalle, tutti erano armati, posti di blocco ovunque, atti di saccheggio. Rimasi molto deluso perché credevo e speravo, come moltissimi altri ebrei, che una volta deposto Gheddafi fosse possibile in qualche maniera ripristinare la Libia dei nostri sogni. Lì ho capito che quella Libia che avevo in mente io non sarebbe più ritornata, sarebbe rimasta viva solo nella nostra memoria.

Libia

SA: Nel libro racconta nel dettaglio il suo ultimo viaggio in Libia, durante il quale venne addirittura rapito.

RL: Quando arrivai a Londra iniziai a pubblicare mensilmente, su alcuni siti libici, articoli di approfondimento sulla storia degli ebrei dei paesi arabi e sugli ebrei di Libia. Riuscii in questo modo a far riaffiorare una vicenda che risultava all’epoca ancora sconosciuta, dal momento che Gheddafi, per oltre quarant’anni, ne aveva cancellato la memoria.
Venni intervistato più volte da varie televisioni, internazionali e arabe, e, senza accorgermene, a Tripoli e a Bengasi divenni una celebrità; infatti, quando ritornai in Libia dopo la deposizione di Gheddafi, mi riconobbero subito. A Bengasi venni rapito da una milizia che mi condusse fuori città e credetti fosse arrivata la mia ora. Poi invece, come racconto nel libro, ci furono moltissimi libici che tempestarono radio e televisione di telefonate in mio favore, venne anche organizzata una manifestazione per richiedere la mia liberazione. Grazie a questa grossa pressione esterna, assieme all’intervento dell’ambasciata e del consolato italiano, dopo otto giorni di prigionia venni rilasciato.

SA: Emerge, lungo tutto il libro, un’urgenza che supera la semplice esigenza di raccontarsi. Tramonto libico, in fondo, veicola un messaggio importante.

RL: Il messaggio è lo stesso che è venuto a delinearsi nell’arco di tutta la mia attività trentennale; il perno attorno a cui ruota il mio lavoro è il dialogo.
Sono convinto che se uno o più libici hanno fatto male a me o alla mia famiglia, questo non vuol dire che tutti i libici siano così. Non bisogna mai generalizzare.
L’ho spiegato nel libro: nello stesso momento in cui, nel 1967, masse urlanti bruciavano i negozi di mio padre e degli altri ebrei, altri libici si intromettevano fisicamente affinché la sinagoga non venisse incendiata.
Come raccontavo, durante il mio rapimento molti furono i libici che si mobilitarono per chiedere la mia liberazione e quando venni rilasciato furono tantissimi gli attestati di gioia.
Il messaggio è questo: non esiste un popolo buono né uno cattivo. Bisogna imparare a tirar fuori, come tartufi da sottoterra, tutta una serie di persone buone e positive da tutte le parti e metterle insieme perché siano in grado di garantire un futuro di pace vera.

Libia

SA: La memoria personale sconfina spesso in quella collettiva e partecipa alla costruzione di una identità di comunità. A che punto è oggi la costruzione dell’identità collettiva degli ebrei libici?

RL: Se parliamo della collettività degli ebrei libici in generale dobbiamo fare una distinzione importante tra quella parte della comunità che lasciò la Libia alla fine degli anni ’40 e quell’altra parte che venne cacciata nel ’67.
I primi partirono in parte a seguito dei pogrom, in parte per seguire il proprio ideale sionista. Molti di loro emigrarono spinti soprattutto dall’ideologia.
I secondi invece furono costretti ad abbondare la Libia; alcuni di questi si trasferirono in Israele, altri si fermarono in Italia, a Roma, Milano, Firenze, Livorno.
Le faccio un esempio che potrebbe calzare per tutta la collettività: ancora oggi, quando qualcuno che non mi conosce mi chiede: “Tu di dove sei?” mi trovo in difficoltà. Cosa rispondere?
Sono libico perché sono nato in Libia e araba è la mia mentalità, eppure sono anche italiano perché dall’asilo fino all’università ho frequentato solo scuole italiane e ho vissuto 28 anni a Roma. Sono ebreo e sono anche inglese. È un problema e ogni volta che me lo chiedono impiego un quarto d’ora a spiegare tutto.
Non è un caso se apro il libro con una citazione di Seneca: “La mia patria è il mondo intero”.

SA: Il sottotitolo al libro è: Storia di un ebreo arabo. Un dato di fatto, ma anche una provocazione.

RL: Entrambe le cose. Io sono bengasino, libico, di religione ebraica, nordafricano e quindi arabo.
Io credo che tra le cause del problema medio orientale ci sia il fatto che la leadership israeliana continua a comportarsi come fosse una leadership americana o europea, dimenticando che sulla mappa Israele si trova tra Asia e Africa. La pace comincerà ad arrivare quando ci sarà un ministro proveniente dai paesi arabi.

SA: Lei è dunque un ebreo arabo che ha frequentato scuole religiose cristiane. Oltre a riunire assieme le tre religioni monoteiste, incarna la possibilità concreta di un dialogo interreligioso e interculturale. Come si declina al presente questa possibilità?

RL: Negli ultimi trent’anni è di questo che mi sono occupato e la cosa mi arricchisce ogni giorno.
Fino a una ventina di anni fa ero in grado di recitare a memoria l’Ave Maria in latino, perché quando frequentavo le scuole dei preti loro permettevano a quelli di religione ebraica e musulmana di uscire fuori dall’aula durante l’ora di catechismo. A me invece interessava e rimanevo lì. Devo dire che i preti invece di guardarmi con benevolenza, mi guardavano strano perché non capivano!
Oggi sono tempi difficili, a parlare di dialogo in questo momento mi guardano strano.
Ma sono convinto che la maggioranza silenziosa, che non fa rumore, la pensa come me.
Alcuni anni fa pubblicai un libro a quattro mani con un mio amico arabo. Era un ex sceicco e quando lo incontrai a Londra per la prima volta si rifiutò di darmi la mano perché mi considerava un ebreo infedele. Lo invitai a casa mia a bere un caffè e ci abbandonammo ad una lunghissima chiacchierata. A partire da quell’incontro cominciammo a frequentarci quotidianamente e da quell’amicizia ne uscì un libro sulla cooperazione tra libici di religione musulmana, cristiana ed ebraica, costruito attorno ad una serie di interviste a persone delle tre religioni.
Alla base del dialogo sta l’informazione, sempre.

Raphael Luzon è nato a Bengasi nel 1954. Si è laureato a Roma in Scienze politiche. È stato corrispondente per vari giornali israeliani in Italia e producer per la Rai in Israele. Per alcuni anni è stato direttore di un ospedale geriatrico israeliano. Nel 2000 ha coordinato “Jubillenium”, programma promosso in collaborazione con il Vaticano per l’organizzazione di eventi all’estero legati al Giubileo. Ha vissuto a Bengasi, Roma eTel Aviv. Oggi vive a Londra.

Commenti

Un commento a “Tramonto libico: la storia di un ebreo arabo tra memoria e riconciliazione”

  1. Xhiunque si puo` rivolgere a me per richiesta di documentazioni o altre informazioni

    Di Raphael Luzon | 14 novembre 2015, 16:08

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