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Scrittura

Don Chisciotte della Mancia

Fra parodia e dramma

Don Chisciotte della ManciaQuest’anno cade il quattrocentesimo anniversario dalla morte di Miguel de Cervantes e desta un certo stupore che, nelle rubriche letterarie di giornali e tv, quasi mai si parli del Don Chisciotte, uno dei testi più famosi al mondo, tradotto in ogni lingua, oggetto di centinaia di trasposizioni teatrali e cinematografiche e motivo d’ispirazione per migliaia di artisti (pittori, scultori, coreografi) sparsi in ogni paese. E allora, com’è possibile che un libro così noto non compaia in alcuna classifica? Che ragione può esservi? Che si tratti di semplice omissione, o c’è dell’altro?

L’unica spiegazione possibile è che forse sul libro pesa ancora un vecchio luogo comune: che si tratti di un’opera minore. A sostenerlo sono alcuni “riduzionisti”, convinti che il Don Chisciotte sia una storia umoristica, burlesca e perciò priva di valore universale.

Una simile posizione è riconducibile, molto probabilmente, all’interpretazione di Erich Auerbach, il quale nel suo Mimesis sostiene che l’opera di Cervantes altro non è che un gioco parodistico, una vicenda di estrema bizzarria, ispirata forse alle teorie di Erasmo da Rotterdam e al suo celeberrimo Elogio della Follia.

Effettivamente, l’intenzione originaria dell’autore, quando si mise a scrivere il suo libro, era quella di ridicolizzare i romanzi cavallereschi, che con i loro eccessi e la loro retorica creavano soltanto illusioni fra le persone semplici, sia quelle del ceto medio che del popolo.

Il Don Chisciotte nacque perciò da un profondo sentimento di disinganno, che rispecchiava il senso di delusione e stanchezza, diffuso in Spagna alla fine del 1500, e originato dalla politica fallimentare perseguita da Filippo II con l’ambizioso progetto d’imporre la propria supremazia politica e la propria ortodossia religiosa all’intera Europa.

Don Chisciotte della Mancia

Nacque così nella mente di Cervantes l’idea di un signorotto di campagna che, esaltato dalla lettura dei romanzi cavallereschi, decide di recarsi in giro per il mondo, col nome di Don Chisciotte della Mancia, pronto a perseguire gli ideali più alti: giustizia, pace, verità e difesa degli oppressi.

Costui, prima di cominciare le sue imprese, ribattezza il malandato cavallo col nome di Ronzinante e si sceglie una donna del contado locale, che chiama teneramente Dulcinea del Toboso.

Dopo essersi fatto armare cavaliere da un oste, si mette finalmente in viaggio. Dapprima, cerca di difendere un giovane malmenato da un fattore, ma peggiora le cose; successivamente, pretende che alcuni mercanti rendano omaggio alla sua Dulcinea, ma costoro gliele suonano di santa ragione. Ripara quindi a casa, piuttosto malconcio e, una volta guarito, si rimette in cammino con al fianco uno scudiero, Sancio Panza, un rozzo campagnolo al quale ha promesso gloria e ricchezza. Intraprende così nuove avventure ed incorre in altri guai. Don Chisciotte sembra agire in preda alle allucinazioni: lotta contro i mulini a vento, che gli sembrano dei temibili giganti; cerca di liberare alcuni galeotti, che ha scambiato per vittime innocenti, etc. Dopo un’ulteriore pausa, riparte, compie nuove gesta e giunge a Barcellona, dove il Cavaliere della Bianca Luna, lo sfida a duello e lo vince. Costui gli impone di ritornare al suo paese ed egli, ligio alle norme della cavalleria, ubbidisce. Una volta a casa, un po’ per le immani fatiche sopportate, un po’ per lo smacco subìto, si ammala e poco dopo muore.

È evidente che il romanzo si dipana attraverso situazioni alquanto comiche e a volte anche grottesche, che parrebbero avere l’unico scopo di muovere al riso. Tuttavia, c’è tanta sproporzione fra gli sforzi del protagonista e i drammatici effetti cui essi danno luogo, che il lettore dapprima sorride, ma poi finisce col commuoversi.

Ciò che a prima vista appare soltanto una facezia, ovvero un pretesto per divertire, si carica progressivamente di significati seri, profondi, che inducono a riflettere. D’altra parte, è noto che i messaggi più efficaci passano a volte proprio attraverso l’ironia.

Così si spiega, ad esempio, come il singolare contrasto fra l’elegante figura di Don Chisciotte e quella rozza del suo scudiero non possa essere soltanto una trovata umoristica fine a se stessa, ma serva a simboleggiare il più importante contrasto fra idealità e venalità, spirito e carne.

In questa chiave possono leggersi anche gli aspetti più controversi dell’opera, cioè quelli legati all’irrazionalità del protagonista, che compie azioni assurde che vanno contro ogni logica comune (vedasi, ad esempio, l’assalto ai mulini a vento, scambiati per giganti; oppure quello ai monaci pellegrini, presi per briganti).

Contrariamente a ciò che alcuni pensano, tali aspetti non furono ideati da Cervantes per celebrare la follia, intesa come espressione di un’irrefrenabile vitalità dell’uomo, quanto per “rimescolare le carte” e mettere in discussione l’esistenza di una realtà univoca, preordinata, certa e immutabile.

L’effetto di questo rimescolio disorienta un po’, ma conferisce alla sua opera un inatteso risvolto politico, la cui portata, probabilmente, va al di là delle intenzioni dello stesso autore. Attraverso il gioco di specchi, che confonde i piani del reale e dell’irreale, può adombrarsi infatti una testimonianza di sfiducia nel proprio tempo e negli stessi assunti rinascimentali, volti orgogliosamente a celebrare l’onnipotenza dell’agire umano, guidato tutto dalla razionalità e dall’ottimismo.

Miguel de Cervantes

A questo punto, non si può più sostenere che il Don Chisciotte sia una divertente parodia che parla delle imprese di un matto. Essa è invece la vicenda di un puro, di un ingenuo, che nell’impatto con una realtà dura, ostile, difficile, smarrisce l’orientamento. E in un mondo dominato spesso dall’ipocrisia e dalla menzogna, può capitare che si perdano le “coordinate” e si  finisca col confondere il concreto con l’astratto, il vero con il falso.

Ma quella del Cavaliere della Mancia non è una follia vera e temibile, è il male di chi, in seguito alle ripetute delusioni subite, opera un taglio fra coscienza e vita, rifugiandosi in una dimensione più sopportabile, quella della visione e del sogno. Egli non è un balordo, ma incarna la voglia di ribellione e di riscatto che è in ogni giusto, anche se l’inadeguatezza dei mezzi impiegati per perseguire i propri fini lo rende ridicolo e lo conduce inesorabilmente al fallimento.

Perciò, quando alla fine delle sue avventure si ravvede e comprende l’inutilità delle sue imprese e l’irrealtà delle sue visioni, preferisce morire, perché un mondo che pretende di essere assennato, quando tale non è, non può essere il mondo di chi si è nutrito soltanto di ideali.

È proprio questo epilogo a rendere in pieno il valore poetico dell’opera e a sancire l’importanza e l’attualità del suo messaggio, facendone il caposaldo del romanzo moderno.

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