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Cinema

Jan Nĕmec, gli ottant’anni incompiuti

Jan NěmecNon vi furono soltanto il Free Cinema britannico, la Nouvelle Vague francese, il Junger Deutsche Film tedesco. La marea del rinnovamento cinematografico, negli anni Cinquanta e Sessanta, non inondò e non allagò soltanto l’Europa occidentale: gli stessi flutti bagnarono i Paesi d’oltrecortina. E, sulla Cecoslovacchia, s’infranse la Nová Vlna. Certo, una differenza cruciale distingueva i registi occidentali dagli omologhi orientali: per quanto scandalo i primi possano aver suscitato, per quanti interventi della censura possano aver sollecitato, ebbero l’opportunità e il privilegio di perseguire la loro missione poetica ed estetica in società libere, ciò che ai secondi non fu concesso. L’epopea di Jan Nĕmec che, se la morte non l’avesse snidato il 18 marzo scorso, proprio oggi compirebbe ottanta burrascosi anni è, in questo senso, esemplare e sotto un duplice aspetto: le intemperanze innovatrici dell’arte e la burbanza ottusa del potere, perversa e nequitosa come la Storia.

La Cecoslovacchia, giovane stato definito dagli accordi geo-politici del 1919-’20, scivolava, negli anni Quaranta, dalle intrusioni naziste al comunismo. Eppure, nel medesimo decennio, veniva inaugurata, a Praga, la FAMU, l’accademia d’arti performative alle quale si formerà, incluso il praghese Nĕmec, la maggior parte dei registi della futura Nová Vlna, una fioritura copiosa di giovani ingegni che, influenzati da scuole e tendenze straniere, manifestarono da subito i sintomi di un’insofferenza radicale ai dettami del realismo socialista e della propaganda e la volontà di realizzare film che davvero li rappresentassero. Nĕmec cavalca la new wave da campione e basterebbe, a dimostrarlo, la sua partecipazione al manifesto collettivo della “confraternita” Pelicky na dne (1966) con l’episodio Podvodníci, dramma da camera (ospedaliera) di due vetusti degenti impegnati a tessere (e mistificare) le memorie. A firmare gli altri sketch sono figure di non minor rilievo. Basti menzionare Vera Chitilová, una donna, un simbolo. O Jíri Menžel, il cui beffardo Treni strettamente sorvegliati (1966) si aggiudicherà Golden Globe e Oscar come best foreign language film. Manca solo Miloš Forman, destinato, tra gli emergenti dell’epoca, a divenire il maestro di maggiore successo internazionale e che, comunque, di Nĕmec è stato un buon amico e, all’occorrenza, un benefattore.

Jan Němec

Ma a che cosa mira la ricerca di Nĕmec? La propensione a un umorismo grottesco e graffiante che dietro l’angolo della facezia e del dileggio lascia intravedere le tinte della putrescenza e la sagoma della catastrofe, i cui modelli, forse, sono da identificare in Nicolaj Gogol’ e Alexandr Puškin e che, peculiarità dell’indole slava, accomuna il cineasta boemo a molti esponenti della corrente, s’incorpora, nel suo caso specifico, in opere laconiche e, a loro modo, antirazionalistiche, in cui la parola si eclissa o sostanzia dialoghi assurdi e disarcionati da ogni funzionalità epidittica, referenziale, pedagogica. A poco aiuta appigliarsi alla logica: la realtà, sullo schermo come fuor di sala, scavalca se stessa per piombare in bizzarre, surreali combinazioni.

Caratteristiche, queste, già evidenziate nel lungometraggio d’esordio, I diamanti della notte (Démanty noci, 1964), in cui Nĕmec traspone una novella dello stesso Arnost Luštig al quale aveva attinto, nel ’60, il soggetto del corto Sousto, saggio di diploma alla FAMU. Vincitore dell’edizione d’avvio della Mostra internazionale del nuovo cinema di Pesaro, I diamanti della notte contribuì in misura tangibile alla conoscenza della Nová Vlna al di là delle patrie frontiere. E meritò l’investitura a cult movie. La trama è assai esile: due giovani ebrei, durante l’occupazione tedesca, saltano dal treno in corsa che li sta conducendo al campo di sterminio. Si appropinquano, fuggiaschi, nella selva. Si procurano da mangiare in un casolare. Si abbandonano a ricordi e a fantasie megalomani. Infine, vengono catturati da una pattuglia di cacciatori sciroccati che vigilano il territorio. Verranno ammazzati? Vano cercare una risposta nell’epilogo. Eccezionale, invece, è la marca stilistica adottata da Nĕmec. L’apparato dialogico della sceneggiatura si riduce a una manciata di battute. A prevalere, nei sessantatre minuti di durata, sono ambasciosi silenzi frammisti a suoni e rumori d’ambiente, mentre a racchiudere la corsa convulsa dei protagonisti, fotografata in un drammatico bianco e nero, sono impetuosi piani sequenza che avrebbero ingalluzzito André Bazin. Un montaggio disinibito assembla, alla colonna visiva portante, flashback e divagazioni oniriche (da antologia, lo spezzone in cui uno dei due evasi immagina di sopraffare, da uomo rude, le contadine a cui sottrae le provviste), suggerendo un’allucinante continuità tra piani cronologici e ontologici disparati: forse la vita è tutta un’illusione o, peggio, un incubo, un paradosso, una follia. D’altro canto, può definirsi ragionevole un mondo di lager e gulag?

Jan NěmecUn minore sperimentalismo formale ma una maggiore temerarietà politica connotano un altro capolavoro, La festa e gli invitati (O slavnosti a hostech, 1966). La giornata è tersa e una combriccola di amici bivacca allegramente nel bosco. Durante il picnic nota il passaggio di due sposi novelli con corteo al seguito, ignorando che, non distante da lì, sulle sponde del lago, si terrà il banchetto per festeggiare sia le nozze, sia il compleanno del munifico anfitrione. Lo apprenderanno presto, perché alcuni obbedienti e servizievoli emissari di costui li preleveranno e, strattonandoli, li condurranno al ricevimento, dove il padrone, un tipo albagioso convinto che, come il fratello mai si ribelli al fratello, così mai gli invitati debbano opporsi al loro ospite, ha deciso che anche loro, volenti o nolenti, prenderanno parte al convivio. I più accettano di buon grado e le donne, in particolare, paiono sedotte dalla prodigalità dell’anfitrione, un pullulio di candelabri sontuosi e leccornie. Ma c’è chi non ci sta, chi non desidera condividere l’allegria imposta dai simposiali. E si dissocia. Uno degli amici, declinato “l’invito”, se ne va. Da subito sarà additato come un personaggio sospetto. E, infatti, a cena consumata, i convitati, indotti dal festeggiato e dai suoi fiduciari, si muovono alla ricerca del “disertore”. Non sappiamo se lo scoveranno, ma la ricerca ha tutto l’aspetto di una spedizione punitiva… Trasparente allegoria del potere paternalistico e soffocante a cui tutta l’Europa socialista era sottoposta, di un’autorità e un autoritarismo che intaccano anche le sfere più intime dell’individuo, O slavosti a hostech sceglie il registro di un sarcasmo che incrocia Luis Buňuel e Jean Renoir per narrare una storia che, data anche l’origine del regista, non possiamo non chiamare kafkiana, in cui la sopraffazione del soggetto non avviene tanto mediante una cruenza ostentata, quanto occulta, sottintesa, impalpabile.

Va da sé che un’opera simile cagionasse le ire dei governanti (benché, ammettiamolo, anche il popolo e il suo conformismo siano dal film sbertucciati a dovere). I rapporti tra Nĕmec e il Partito furono da sempre tesi e, con l’andar del tempo, sarebbero peggiorati. Il filmmaker non rinuncia al suo profilo d’oppositore neanche sul fronte sentimentale, se si considera che sposò, in seconde nozze, la cantante Marta Kutisová, emblema delle decennali battaglie della Cecoslovacchia per la democrazia e da lui già diretta in una silloge naïve e operettistica di videoclip ante litteram, Náhrdelník melancholie (1968), un reperto a uso e consumo dei soli cultori.

Antinaturalismo e straniamento sono, ormai, il sinolo delle creazioni dell’artista. E, infatti, in Mucedníci lásky (1967) sono i sogni e i vaneggiamenti di tre malcapitati, differenti per sesso ed età, in fuga dal grigiore dei tempi (!), a riempire un trittico di pannelli in cui la musica sopravanza la verbalità, le movenze degli interpreti sono caricaturali e coreografiche, significanti e significati collassano. Insignito di una menzione speciale a Locarno, Mucedníci lásky chiude, purtroppo, un’epoca.

Jan Němec

Quando, nell’agosto del 1968, sinistro remake di quanto accaduto in Ungheria nel ’56, le truppe sovietiche invadono la Cecoslovacchia stroncando la celebrata Primavera di Praga e gli azzardi liberali di Alexander Dubček, il cineocchio di Nĕmec sarà lì, a impressionare immagini sconcertanti. Ne deriverà il toccante Oratorio for Prague (1968). E se a Dubček non sarà riservata la fine raccapricciante d’Imre Nagy, il controllo di Mosca su Praga si intensificherà irrimediabilmente. Come altri, anche Nĕmec non potrà che imboccare la laterale di un esilio volontario e inevitabile. E principia così la sfiancante odissea di una delle menti migliori della sua generazione che, lontano da casa e ramingando in ogni dove, non riuscirà a trovare le condizioni per esprimersi al meglio. Nel 1988, a proposito di Primavera di Praga e di speranze abortite, Nĕmec compare nell’Insostenibile leggerezza dell’essere, la pellicola che Phillip Kauffman ha tratto dal romanzo omonimo di Milan Kundera. Ecco, proprio l’esempio di Kundera, esule integratosi a tal punto nel Paese d’adozione, la Francia, da averne assunto la lingua come materia prima, sottolinea, per converso, l’irriducibile alienazione di Nĕmec. Il quale, sfaldatosi il regime, tornerà in patria accolto con favore, ma non sarà capace, come lo era stato negli anni Sessanta, di forgiare film che suscitino l’interesse e l’ammirazione globali.

Durante l’esilio lavorò saltuariamente e senza ottenere risultati clamorosi, ma un titolo almeno, tra quelli assommati fuor di Boemia, va ricordato. Nel 1975, infatti, Nĕmec si appropria in modo diretto di Franz Kafka, trasponendo, per la televisione tedesca, La metamorfosi. E, per dare forma allo scarafaggio, non vi fu bisogno di Carlo Rambaldi, semplicemente perché la bestia non si vede. Con un’intuizione brillante, Nĕmec costruisce quasi l’intero Die Verwandlung come una soggettiva del Gregor Samsa tramutato, oggetto dello sguardo disdegnoso di famigliari e pigionanti, via via più cosciente dell’intenzione di genitori e sorella di disfarsi di lui. Forse, a ben pensare, non è stata solo un’intuizione brillante. È difficile, infatti, non scorgere un’identificazione personale con l’escluso, a riprova del senso di crescente solitudine che Nĕmec avvertiva. Oroscopo inclemente dell’invitato che ardisca ribellarsi al suo ospite.

Nota filmografica

La maggior parte dei film di Jan Nĕmec non ha avuto un’edizione italiana. Per afferrare il significato dei titoli se ne può, quindi, proporre una traduzione letterale. Sousto significa “morso”, Perlicky na dne “perle del profondo”, Podvodníci “imbroglioni”, Mucedníci lásky “martiri d’amore”, Náhrdelník melancholie “collana di malinconia”.

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