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Scrittura

Avere o essere?

Questo è il dilemma. Da quarant'anni e più

Avere o Essere?In un’epoca, la nostra, in cui sfogliare un quotidiano equivale a imbattersi in un fervorino di Serge Latouche o Jeremy Rifkin, molte delle tesi perorate da Erich Fromm in Avere o essere? appariranno palesi, assodate. Ma non dobbiamo trascurare che il saggio uscì quarant’anni fa. Gli anniversari sono diserbanti che, spruzzati secondo il giusto dosaggio, contrastano la gramigna dell’oblio. E i quattro decenni che ci separano dalla pubblicazione di To have or to be? negli Stati Uniti, dove il filosofo e psicanalista francofortese, nel 1976 già residente in Svizzera, aveva riparato nel ’34, offrono un’occasione invitante non solo per evocare un testo influente sulla cultura novecentesca, ma anche per constatarne la vivida attualità. L’ambientalismo contemporaneo, e non esso soltanto, non può non rendere onore a Fromm.

Innegabilmente, Avere o essere? si configura come uno zibaldone d’idee già formulate a partire, forse, da Fuga dalla libertà, cioè dal 1941. Ma è anche vero che, coagulandosi intorno ai due concetti portanti del libro, le categorie esistenziali di essere e di avere, le stesse idee si riaffacciano con una perspicuità e un vigore teoretico superiori al passato. Secondo l’autore, la società capitalistica, negli ultimi secoli, ha anteposto la modalità dell’avere, fondata su uno schema bipolare in base al quale il soggetto possiede un oggetto da cui è, giocoforza, alienato, a quella dell’essere, che presuppone tutt’altro genere di approccio alla realtà. L’accumulo, il consumo, lo sfruttamento si sono imposti come ideali di realizzazione dell’individuo e di compimento del sé, a scapito dell’apertura spontanea, solidale, disinteressata all’altro. La struttura socio-economica condiziona, per Fromm, gli impulsi umani anche più della costituzione biologica; e il capitalismo, come si è profilato in età moderna, ha avallato la sua categoria esistenziale prediletta soffocando tutte le voci di dissenso che, da ogni evo, si alzano ad additare una verità differente. Attraverso un serrato confronto con fonti sapienziali plurime, dal buddhismo all’Antico testamento, e ancora i Vangeli canonici, Aristotele, Epicuro, Meister Eckhart, Baruch Spinoza, Karl Marx, Albert Schweitzer, e in sintonia con quelle che non cita ma risuonano stentoree (lo stoicismo, Arthur Schopenauer, Ernst Jünger), Fromm dimostra che, al contrario, l’essenza dell’individuo e la verità del suo stare al mondo meglio si esprimono nell’indipendenza dai beni materiali e dalla smodata brama di possesso che intacca anche le relazioni interpersonali. Perfino la lingua corrente sembra essersi assuefatta al postulato “ho, quindi sono”. Molto divertente è l’esempio proposto.

Poniamo che un tale si rivolga a uno psicanalista ed esordisca con la frase: «Dottore, io ho un problema; ho l’insonnia. Benché abbia una bella casa, bravi figli, un matrimonio felice, ho molte preoccupazioni». Qualche decennio fa, anziché dire ho un problema, il paziente con ogni probabilità avrebbe detto: «Sono agitato»; anziché dire «ho l’insonnia» avrebbe detto «non posso dormire» e invece di «ho un matrimonio felice», avrebbe usato l’espressione «sono felicemente sposato».

La crescente centralità dei sostantivi, le parti del discorso chiamate a ipostatizzare qualità e concetti, a discapito dei verbi denota, secondo Fromm, una mentalità sempre più riluttante ad accettare il carattere intrinsecamente fluido, dinamico, eracliteo della realtà, preferendo oggettivarla, per illudersi così di stringerla in pugno e dominarla.

Avere o Essere?

L’atteggiamento nei confronti della natura è paradigmatico. La civiltà industriale ha considerato e, purtroppo, continua a considerare, il pianeta come un giacimento di risorse da saccheggiare in nome dello sviluppo. Il trionfo dell’avere, appunto. L’uomo moderno e contemporaneo, percependosi avulso da un ecosistema che considera oggetto (di desiderio, prelievo, trasformazione), attinge a piene mani. Che questo, poi, procuri danni potenzialmente irreversibili alla biosfera, sempre più sciancata, o avveleni l’atmosfera, mettendo a rischio il futuro dell’uomo stesso, slitta in secondo piano. La perentorietà con cui Fromm denuncia il miope antropocentrismo di tanta parte dell’umanità non teme il raffronto con il timbro della deep ecology che, in quegli anni, Arne Naess andava teorizzando, sospinto da un ambientalismo che, sempre allora, debordava, alla ricerca di appigli e codificazioni filosofici, dagli argini del movimento hippie e dai circoli, ancora ristretti, delle associazioni. Così trascinante sarebbe, per Fromm, il meccanismo innescato dal capitalismo che anche le istituzioni non possono che assecondarlo con politiche a loro volte distruttive.

Nulla vien fatto per porre rimedio ai pericoli della catastrofe ecologica. In una parola, nessuna misura concreta viene intrapresa ai fini della sopravvivenza della specie umana.

Avere o Essere?Un salto all’oggi è quasi obbligato: quanti vertici più o meno fallimentari sono serviti, ad esempio, all’Intergovernmental Panel on Climate Change per addivenire, nel 2015, a un accordo non certo radicale sulle misure di contrasto al global warming? A proposito dell’attualità di Fromm…

Purtroppo, la religione dell’avere condiziona molti altri aspetti del vivere, compresa l’arte di amare. L’erotica che il saggista aveva preso a sviluppare vent’anni prima trova, nell’antinomia tra to be e to have, una spiegazione ulteriore. L’amore ha finito con l’assomigliare sempre più a un processo d’acquisizione che sancisce, con l’unione carnale, il raggiungimento degli obiettivi prefissati. Amore, quindi, come soddisfazione di un desiderio impellente. Non molto dissimile dal provvisorio compiacimento derivato dal comprare una merce che la pubblicità dipinge come irrinunciabile e che ci apparirà presto obsoleta, spingendoci a desiderare qualcosa di nuovo. Mentre ciò che è andato degradandosi è l’ideale di un sentimento teso al rinvigorimento, alla vitalizzazione dell’altro. Al bene, più che all’appagamento. Fromm non ne ha soltanto per l’istituto tradizionale del matrimonio; neanche la coppia aperta, di moda all’epoca, viene risparmiata, perché essa, pur avendo saputo imporre un nuovo tipo di socialità, non si è comunque discostata dalla prevalenza dell’avere sull’essere. Ha semplicemente moltiplicato un modo sbagliato d’amare per un numero maggiore di partner.

Esiste una soluzione? Sì. Forse. Ispirandosi alla “metodologia”, più che ai contenuti, delle Quattro nobili verità del buddhismo, lo psicanalista sostiene che occorre riconoscere che le cose così come stanno presentano un problema; che questo problema ha una causa; che un rimedio al malessere esiste; che tale rimedio passa per l’adozione di un nuovo stile di vita e il ripensamento degli assetti del capitalismo (detto, sia chiaro, da un avversario feroce dell’Unione Sovietica).

Parola d’ordine, in politica come in economia, deve essere, secondo Fromm, decentramento. L’assunzione di responsabilità individuale, la partecipazione del singolo alla res publica, il rifiuto di omologarsi a una massa consenziente devono coniugarsi alla frattura di trust e concentrazioni di potere che favoriscono soltanto l’apoteosi di burocrazia e alienazione . Ed ecco che la voce di Fromm torna a parlare al nostro presente, a un tempo in cui, ad esempio, è ormai riconosciuto che l’avvenire della produzione energetica, per il bene della Terra e dell’uomo che la vive, non può che seguire logiche centrifughe, ma è ancora difficile, soprattutto per i Paesi emergenti, superare la dipendenza dalle grandi centrali, alimentate, magari, dal carbone. La scienza e l’incremento tecnologico possono essere validi alleati. Ma c’è da stare attenti. Lungi dal patrocinare atteggiamenti oscurantistici, Fromm scrive che la scienza va lasciata libera di cercare e di sperimentare. Ciò da cui dobbiamo affrancarci è il precetto baconiano per cui sapere è potere, l’assunto che ogni scoperta possa e debba trovare un’applicazione. La scienza, al contrario, ha valore solo nella misura in cui opera nel e per il rispetto del pianeta. Non tutte le scoperte, perciò, possono essere impiegate.

Eric FrommCerto, non sempre To have or to be? è ugualmente persuasivo. Non convince molto, Fromm, quando riabilita la proposta, già avanzata in Psicanalisi della società contemporanea, di assemblee decisionali di cittadini nominati su base locale. L’esercizio della democrazia diretta, è vero, foraggia il senso di appartenenza e l’impegno civico. Ma, viene da obiettare, una democrazia rappresentativa che funzioni in fondo già invera tutto ciò. Come, d’altro canto, è discutibile l’apologia del reddito minimo garantito a ogni cittadino in cui Fromm si lancia con tanto ardore, per la vistosa sottostima degli effetti di irresponsabilità e parassitismo che un simile provvedimento può sortire (Fromm replicherebbe che tale sfiducia nella natura umana è una distorsione pessimistica di ascendenza luterana; e forse la spunterebbe). Da un maestro, d’altronde, si può anche occasionalmente dissentire senza rigettare la sua lezione. E, probabilmente, l’educazione migliore che Fromm è ancora capace d’impartire discende proprio dalla sua inesausta propensione al dialogo con gli antenati culturali. A una civiltà fortemente presentistica come la nostra, in cui le giovani generazioni leggono i classici a singhiozzi e la scuola trascura lo studio dell’antichità, Fromm insegna la necessità vitale di un dibattito, sempre critico, mai reverenziale, con i pensatori del passato, per abbeverarsi alla loro genialità, per non ripetere i loro errori. Non cadere insomma, nel fallo dei giovani contestatori degli anni Sessanta, che certo Fromm non demonizza, ma di cui ravvisa lucidamente i limiti.

Preda di una sorta di ingenuo narcisismo, hanno creduto di poter scoprire da soli tutto ciò che val la pena di scoprire ; in sostanza, il loro ideale era di ridiventare bambini, e autori come Marcuse hanno fornito loro l’ideologia adatta […]. Si sono sentiti felici finché sono stati abbastanza giovani perché quest’euforia durasse; ma molti di loro, usciti da questo stadio, sono andati incontro a gravi delusioni, senza aver acquisito convinzioni ben fondate, senza avere dentro di sé un centro; e sovente finiscono per essere individui delusi, apatici, oppure infelici fanatici della distruzione.

Sagge parole.

Nota bibliografica

To have or to be? uscì nel 1976, pubblicato da Harper & Row Publishers (New York). La prima traduzione italiana, a opera di Francesco Saba Sardi, fu proposta da Mondadori (Milano) nel 1977, con il titolo Avere o essere?. È quest’ultima l’edizione citata nel saggio.

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