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Scrittura

Benjamin critico di Baudelaire: la filologia in “chiave materialistica” (IV)

Walter BenjaminRitornando alle liriche baudelairiane, la ricorrenza della fantasmagoria baudelairiana si può osservare in una poesia che, senza dubbio, Benjamin non dimentica di citare: Le Cygne, una delle più famose e vibranti poesie delle Fleurs a cui l’analisi del critico è rivolta. Essa pone la figura del volatile come superbo equivalente allegorico del poeta, somigliante anche ad Andromaca, distrutta in seguito alla Guerra di Troia e privata della sua vita per come la conosceva. I tre personaggi, quindi, sono piagati dalla loro condizione di prigionia, di isolamento dal resto del mondo (rispetto a loro diverso) e quindi di dolore, la quale sfregia il candore, la purezza e la leggiadria che l’immagine del cigno, che appare a Baudelaire ed è in seguito da esso ricordata, implica. Tutto questo, poi, si svolge con una Parigi in cambiamento sullo sfondo:

Paris change! Mais rien dans ma mélancolie
N’a bougé! palais neufs, échafaudages, blocs,
Vieux faubourgs, tout pour moi devient allégorie,
Et mes chers souvenirs sont plus lourds que des rocs.

Aussi devant ce Louvre une image m’opprime:
Je pense à mon grand cygne, avec ses gestes fous,
Comme les exilés, ridicule et sublime,
Et rongé d’un désir sans trêve! […]

(Baudelaire 2011, p. 369)

Di nuovo tornano ad essere di centrale importanza il carattere vissuto dell’esperienza, i ricordi e, soprattutto, la capacità di sguardo che ha il poeta: “[q]uesta poesia non è arte locale o di genere; lo sguardo dell’allegorico, che colpisce la città, è lo sguardo dell’estraniato. È lo sguardo del flâneur, il cui modo di vivere avvolge ancora di un’aura conciliante quello futuro, sconsolato dell’abitante della grande città” (Benjamin 2014, p. 155). A tutti gli effetti, poi, questa fantasmagoria dello spazio, munita di almeno un esito allegorico nella poesia succitata, è tanto importante quanto lo è la fantasmagoria del tempo: “[a]lle fantasmagorie dello spazio, a cui si abbandona il flâneur, corrispondono quelle del tempo, in cui si perde il giocatore. Il gioco trasforma il tempo in uno stupefacente” (Benjamin 2014, p. 158). In aggiunta, dunque, il poeta viene paragonato anche ad un altro elemento della Parigi ottocentesca: il giocatore d’azzardo, il quale offre un’altra opportunità allegorica in cui ci si può riconoscere.
Ripercorrendo il monumentale lavoro di Agamben che raccoglie ogni manoscritto che avrebbe dovuto comporre il libro sui Passages e rovistando l’immensa marea degli scritti di Benjamin, si ritrova una riflessione comparativa che conferma quanto stretto sia il rapporto tra il flâneur ed il giocatore d’azzardo, entrambi prodotti della modernità:

Non è forse abituato [il flâneur] dai suoi continui vagabondaggi a interpretare ovunque diversamente l’immagine della città? Non trasforma forse il passage in un casinò, in una sala da gioco dove punta i gettoni rossi, azzurri e gialli del sentimento sulle donne, su un volto che affiora – ricambierà il suo sguardo? -, su una bocca muta – parlerà? La fortuna – che sul panno verde scruta il giocatore da ogni numero – qui gli ammicca da ogni corpo di donna come la chimera del sesso: come suo tipo. Che non è altro che il numero, la cifra in cui proprio in quest’attimo la fortuna vuole essere chiamata per nome, per balzare poi subito su un’altra cifra. (Benjamin 2012, p. 547)

Assolutamente importante è quello che Benjamin, in questa riflessione, ha mutuato dalla lirica Le Jeu, nella quale Baudelaire descrive giocatori in procinto di giocare e prostitute in procinto di lavorare, pronte a festeggiare l’eventuale vittoria eventuale di coloro attorno ai quali si aggirano, come lupi voraci richiamati dall’odore del sangue:

Dans des fauteuils fanés des courtisanes vieilles,
Pâles, le sourcil peint, l’oeil câlin et fatal,
Minaudant, et faisant de leurs maigres oreilles
Tomber un cliquetis de pierre et de métal;

Autour des verts tapis des visages sans lèvre,
Des lèvres sans couleur, des mâchoires sans dent,
Et des doigts convulsés d’une infernale fièvre,
Fouillant la poche vide ou le sein palpitant;

Sous de sales plafonds un rang de pâles lustres
Et d’énormes quinquets projetant leurs lueurs
Sur des fronts ténébreux de poètes illustres
Qui viennent gaspiller leurs sanglantes sueurs;
Voilà le noir tableau qu’en un rêve nocturne
Je vis se dérouler sous mon œil clairvoyant.

Moi-même, dans un coin de l’antre taciturne,
Je me vis accoudé, froid, muet, enviant,
Enviant de ces gens la passion tenace,
De ces vieilles putains la funèbre gaieté,
Et tous gaillardement trafiquant à ma face,
L’un de son vieil honneur, l’autre de sa beauté!

Et mon cœur s’effraya d’envier maint pauvre homme
Courant avec ferveur à l’abîme béant,
Et qui, soûl de son sang, préférerait en somme
La douleur à la mort et l’enfer au néant!

(Baudelaire 2011, p. 404)

Charles Baudelaire

“Enviant de ces gens la passion tenace, / De ces vieilles putains la funèbre gaieté”, il poeta si immedesima negli attori sociali della sua poesia e mutua da loro un valore fondamentale: quello del fervore dell’azzardo, l’estasi in cui il gioco manda chiunque lo pratichi e chiunque ne osservi gli azzardi. Questo è fortemente contrapposto allo stato di noia in cui si trova il poeta, il quale osserva questi uomini e donne “[c]ourant avec ferveur à l’abîme béant” che preferiscono “[l]a douleur à la mort et l’enfer au néant”, non curandosi affatto, quindi, del loro bene. Secondo la visione di Benjamin, è proprio questo che caratterizza i giocatori, i quali sono ossessionati dal gioco perché da esso possono evitare di ottenere l’Erlebnis, riuscendo così a dilatare in una fascia temporale, in cui unico tempo è il presente imminente, la loro esperienza. Così, questa resta una prerogativa della loro fantasmagoria temporale[1] e non si deposita nel flusso della loro vita:

Il desiderio […] appartiene agli ordini dell’esperienza. […] Quanto più un desiderio risale indietro nel tempo, e tanto più si può sperare nella sua attuazione. Ma ciò che riporta lontano nel tempo, è l’esperienza che lo colma e lo articola. Perciò il desiderio realizzato è la corona destinata all’esperienza. Nel simbolismo dei popoli la lontananza spaziale può prendere il posto di quella temporale; per cui la stella cadente, che precipita nell’infinita lontananza dello spazio, è assurta a simbolo del desiderio realizzato. La pallina d’avorio, che rotola nella prossima casella, la prossima carta, che è in cima al mazzo, sono la vera antitesi della stella filante. (Benjamin 2014, pp. 114-115)

In un interessante ed originale scambio di orizzonti, Benjamin analizza il meccanismo che soggiace al gioco, il quale è da ascrivere all’importanza dell’esperienza. Ad essa, il critico aveva dedicato le primissime pagine del suo saggio su Baudelaire, ed in essa aveva individuato un nodo fondamentale che avrebbe dovuto affrontare nella sua trattazione della Parigi dell’Ottocento. Come già visto per il vincolo di esistenza del ricordo, l’esperienza diventa il punto di discrimine da applicare nel particolare approccio ermeneutico alla poesia di Baudelaire.
Così come il giocatore, anche il lavoratore è costretto a subire una depauperazione dell’esperienza, ed è proprio su di questa che si basa l’alienazione che la contemporaneità capitalista ed industriale di Baudelaire comporta. Innanzitutto, egli non può terminare il proprio lavoro ed è costretto ad abbandonarne l’oggetto in fieri, non potendo più ricoprire quel grado di manualità tipico invece del lavoro dell’artigiano, che plasmava l’oggetto a cui lavorava ed infondeva in esso parte della sua esperienza, creando ogni volta un prodotto diverso, seppure di poco, la cui difformità scongiurava l’omologazione della merce. Per l’operaio della fabbrica, invece, è fondamentalmente diverso:

L’intervento dell’operaio sulla macchina è senza rapporto col precedente proprio perché ne costituisce l’esatta ripetizione. Ogni intervento sulla macchina è altrettanto ermeticamente separato da quello che lo ha preceduto quanto un coup della partita d’azzardo dal coup immediatamente precedente; e la schiavitù del salariato fa, in qualche modo, pendant a quella del giocatore. Il lavoro dell’uno e dell’altro è egualmente libero da ogni contenuto. (Benjamin 2014, p. 113)

Walter Benjamin

Il fulcro di questa osservazione, strettamente collegato con l’esperienza, è la ripetizione: proprio perché l’esperienza non si dà con il suo carattere sedimentario ma con quello continuamente dinamico e proteico, il lavoratore (così come il giocatore) non immagazzina nessun ricordo del proprio lavoro. Egli finisce in una parentesi temporale in cui non esiste una precisa consecutio temporum, ma soltanto un infinito ed estremamente ripetitivo schiacciamento sul presente, su un solo attimo che, come ogni singola parte della catena, ritorna in maniera tanto incessante quanto costante. In questo passaggio, l’esperienza lavorativa dell’uomo viene omologata ad un gesto soltanto, il quale è appunto motivo della sua alienazione nel lavoro di fabbrica.

Benjamin critico di Baudelaire: la filologia in “chiave materialistica” (I)

Benjamin critico di Baudelaire: la filologia in “chiave materialistica” (II)

Benjamin critico di Baudelaire: la filologia in “chiave materialistica” (III)

Note
[1]
È da ricordare l’importanza di un’altra lirica baudelairiana, L’horloge, in cui il poeta ricorda, in una vivida allegoria basata appunto sul concetto e la funzione dell’orologio, come sia il tempo il migliore compagno, spesso anche brutale, del giocatore: «[…] Souviens-toi que le Temps est un joueur avide / Qui gagne sans tricher, à tout coup! c’est la loi. / Le jour décroît; la nuit augmente; souviens-toi! / Le gouffre a toujours soif; la clepsydre se vide. // Tantôt sonnera l’heure où le divin Hasard, / Où l’auguste Vertu, ton épouse encor vierge, / Où le Repentir même (oh! la dernière auberge!), / Où tout te dira: Meurs, vieux lâche! il est trop tard!». (Baudelaire 2011, p. 352)

Bibliografia
Baudelaire 2011
Charles Baudelaire, Tutte le poesie e i capolavori in prosa, a cura di Massimo Colesanti, Newton Compton, 2011, Roma.

Benjamin 2012
Walter Benjamin, Charles Baudelaire. Un poeta lirico nell’età del capitalismo avanzato, a cura di Giorgio Agamben, Barbara Chitussi e Clemens-Carl Härle, Neri Pozza, 2012, Vicenza.

Benjamin 2014
Walter Benjamin, Angelus Novus, a cura di Sergio Solmi, Einaudi, 2014, Torino.

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