// stai leggendo...

Scrittura

Benjamin critico di Baudelaire: la filologia in “chiave materialistica” (V)

Walter BenjaminCosì come per la condizione lavorativa maschile, Benjamin non dimentica le donne ed in Parco centrale osserva che anche le donne parigine del XIX secolo erano obbligate a lavorare: il cambio sociale che si stava producendo, unito alla costante industrializzazione (e mercificazione della persona), portava sempre più persone a dover lavorare, a guadagnare un proprio salario per poter vivere e ricoprire le spese della vita moderna, inclusa la popolazione femminile.[1] Il punto, però, era che lavorare significava ricoprire tempi e modi di questa vita moderna, profondamente cambiata a causa della nascita della metropoli, luogo del “sempreuguale”, della ripetizione e della conseguente alienazione. Lavorare nella grande città, quindi, significava abituarsi a produrre merce per un numero altissimo di persone: la domanda era incalzante, l’offerta doveva obbligatoriamente sottostare ad essa ed il salario dipendeva da questa brutale implicazione. Per questo motivo Benjamin riflette sul fatto che

[l]’ambiente oggettivo degli uomini assume, sempre più apertamente, la fisionomia della merce. Nello stesso tempo la réclame si accinge a coprire col suo bagliore il carattere di merce delle cose. Alla trasfigurazione menzognera del mondo delle merci si oppone la sua disposizione in senso allegorico. La merce cerca di guardarsi in faccia. E celebra la sua incarnazione nella prostituta. (Benjamin 2014, pp. 135-136)

Alla corrispondenza tra i vari personaggi di Baudelaire da Benjamin ritrovati, quindi, è da aggiungere la prostituta, la quale possiede nelle Fleurs una personale entità allegorica ed è un personaggio ricorrente, strettamente collegato con molti dei punti caratterizzanti la modernità di Parigi. Innanzitutto, è centrale il rapporto che essa ha con la massa, esattamente come è per il poeta-flâneur: entrambi sono un articolo di massa, un prodotto che da essa deriva ed a cui restituisce lo sguardo, una volta cresciuto ed emancipatosi, una volta, insomma, che da essa ha preso le distanze. Benjamin osserva ciò particolarmente quando scrive che Baudelaire, “di fronte allo scarso successo della sua opera, ha messo in vendita anche se stesso. Si è gettato dietro la sua opera, e ha verificato cosí fino in fondo, per se stesso, quello che pensava dell’ineluttabile necessità della prostituzione per il poeta” (Benjamin 2014, p. 142).  Proprio come il ritorno di sguardo della merce che “cerca di guardarsi in faccia”, il poeta arriva all’autocoscienza della sua condizione, reificata.

Così anche la prostituta, la quale arriva alla cognizione intelligente dell’ambiente in cui è nata e cresciuta la sua professione, e come tale adatta la propria vita lavorativa:

Il fatto che la massa degli acquirenti aumenti il fascino della merce, incrementando il suo appeal, è un’esperienza la cui quotidianità non fa che renderla tanto più importante per la teoria. Essa infatti si forma solo nel libero mercato, ed è affatto specifica dell’economia mercantile. La prostituzione ne è la prova: alcune delle sue attrattive più importanti essa le acquista solo con la metropoli. Solo la massa consente alla prostituzione di diffondersi in ampi settori della città; in precedenza essa veniva confinata, quando non in case, in strade. Solo la massa permette all’oggetto sessuale di riflettersi nelle centinaia di effetti stimolanti che esso può esercitare contemporaneamente. D’altro lato, dato che, a causa della concorrenza e dell’abbondanza di offerenti, l’offerta non può più camuffarsi, la donna si trova obbligata a trasformare in stimolo eccitante la propria venalità. (Benjamin 2012, p. 731)

Prostituta - quadroQuesta strumentalizzazione di sé, data appunto dal sentirsi “obbligata a trasformare in stimolo eccitante la propria venalità”, genera in questa lavoratrice (come anche nel flâneur)[2] un meccanismo peculiare dei mestieri creatisi dalla e nella metropoli, ovvero l’essere “insieme venditrice e merce” (Benjamin 2014, p. 156): ella, per poter svolgere al meglio il proprio lavoro, deve adattarsi ai gusti dei contemporanei, cercare metodi per contrarre nuovi possibili acquirenti che possano farla essere anche una venditrice. Nel cercare di ricoprire il proprio ruolo, perciò, la prostituta reifica se stessa, dando atto alla propria alienazione (così come succede anche al giocatore).[3]

Riguardo alla sua figura, fa notare Benjamin che Baudelaire la descrive particolarmente in Tu mettrais l’univers …:

Tu mettrais l’univers entier dans ta ruelle,
Femme impure! L’ennui rend ton âme cruelle.
Pour exercer tes dents à ce jeu singulier,
Il te faut chaque jour un cœur au râtelier.
Tes yeux, illuminés ainsi que des boutiques
Et des ifs flamboyants dans les fêtes publiques,
Usent insolemment d’un pouvoir emprunté,
Sans connaître jamais la loi de leur beauté.

Machine aveugle et sourde, en cruautés féconde!
Salutaire instrument, buveur du sang du monde,
Comment n’as-tu pas honte et comment n’as-tu pas
Devant tous les miroirs vu pâlir tes appas?
La grandeur de ce mal où tu te crois savante
Ne t’a donc jamais fait reculer d’épouvante,
Quand la nature, grande en ses desseins cachés,
De toi se sert, ô femme, ô reine des péchés,
– De toi, vil animal, – pour pétrir un génie?
Ô fangeuse grandeur! sublime ignominie!

(Baudelaire 2011, p. 162)

Effettivamente, la domanda che il poeta rivolge alla donna è più che chiara, ed il merito di averne notato l’implicazione riguardante la spersonalizzazione è tutto di Benjamin: quando Baudelaire le chiede “[c]omment n’as-tu pas honte et comment n’as-tu pas / Devant tous les miroirs vu pâlir tes appas?”, sembra davvero capace di notare la reificazione della donna, che si allontana fortemente dall’“idéal” a cui è, insieme all’altrettanto citato spleen, intitolata la sezione da cui la lirica proviene. Per di più, il critico osserva la pregnanza che lo sguardo della donna ha, notando che “[s]e c’è una vita in quegli occhi, è quella della belva che si assicura dal pericolo mentre guarda intorno in cerca di preda. Cosí la prostituta, mentre bada ai passanti, si cautela insieme dai poliziotti” (Benjamin 2014, p. 127), quasi come se cercasse di sopravvivere ad una vera e propria giungla urbana, in cui la sua metamorfosi la obbliga.

Charles Baudelaire

Lettore, pubblico, storia, sociologia, aura, choc, esperienza, Erlebnis, poeta, flâneur, allegoria, lavoratore, giocatore, prostituta, merce, folla: questi ed altri sono i nodi tematici dipanati dall’analisi benjaminiana dell’opera di Baudelaire, un’analisi assolutamente proficua che rivela un lavoro intertestuale assolutamente notevole, di tutto rispetto, e che per di più conferma un acume critico non indifferente. Il grande libro su Baudelaire e sui passages di Benjamin, seppure non sia stato realizzato, ha segnato un punto di notevole importanza nella storia della critica letteraria, ma anche del pensiero filosofico moderno, in quanto gli appunti che vi hanno dato origine hanno suscitato nel loro autore delle osservazioni fondamentali per il suo pensiero. Inoltre, essi hanno inaugurato un approccio alla letteratura sicuramente particolare e peculiare di Benjamin, quello che nella possibile introduzione ad una redazione del saggio veniva definito a partire dal “metodo materialistico”:

Per il metodo materialistico la separazione del vero dal falso non è il punto di partenza, bensì il punto di arrivo. In altre parole, ciò significa che esso parte dall’oggetto permeato dall’errore, dalla δοξα. Le separazioni con cui inizia – separante tale metodo lo è fin dal principio – avvengono all’interno dello stesso oggetto estremamente mescolato, che il metodo non può mai fare presente in modo abbastanza misto e non critico. Con la pretesa di affrontare la cosa com’è «in verità» esso otterrebbe soltanto di diminuire di molto le sue possibilità; ma le aumenta notevolmente se invece, nel suo procedere, lascia via via cadere tale pretesa, disponendosi così all’idea che «la cosa in sé» non è «in verità». (Benjamin 2012, p. 715)

Ripensando alle parole dello stesso Benjamin riguardo la propria intenzione, non a caso, di tutto ciò si ha la conferma. Come una guida estremamente dotta ed abile nel proprio mestiere, egli ha mostrato la ‘costellazione’ del poeta francese, e ne ha illuminato, osservandone reconditi e rimasugli, la possente ampiezza. Tanto più vere suonano ora, dunque, le sue stesse parole:

Ciò che intendo fare è mostrare come Baudelaire si collochi nel contesto del XIX secolo. L’impronta che vi ha lasciato deve spiccare chiara e intatta come quella di una pietra che, dopo essere stata immobile al suo posto per decenni, un giorno viene fatta rotolare via. (Benjamin 2012, p. 532)

Benjamin critico di Baudelaire: la filologia in “chiave materialistica” (I)

Benjamin critico di Baudelaire: la filologia in “chiave materialistica” (II)

Benjamin critico di Baudelaire: la filologia in “chiave materialistica” (III)

Benjamin critico di Baudelaire: la filologia in “chiave materialistica” (IV)

Note
[1]
Per le considerazioni benjaminiane riguardanti la figura della donna lavoratrice in Baudelaire, cfr. Benjamin 2012, p. 707 ssg.
[2] “[…] il flâneur è in sintonia con la merce; anzi la imita in tutto e per tutto; in mancanza della domanda, ossia di un suo prezzo di mercato, egli si mette a proprio agio nella vendibilità stessa. In ciò il flâneur supera la prostituta; porta in un certo senso a spasso il suo concetto astratto. E lo realizza solo nella sua ultima incarnazione: intendo quella del flaneur come uomo-sandwich.” (Benjamin 2012, p. 756)
[3] “Il giocatore si immedesima immediatamente nelle somme con cui fronteggia il banco o l’avversario. Assumendo i caratteri della speculazione in borsa, il gioco d’azzardo ha avuto un effetto di rottura simile a quello avuto dalle esposizioni universali, a tutto vantaggio dell’immedesimazione nel valore di scambio. (Proprio le esposizioni sono state l’alta scuola in cui le masse escluse dal consumo hanno imparato a immedesimarsi nel valore di scambio).” (ivi, p. 754)

Bibliografia
Baudelaire 2011
Charles Baudelaire, Tutte le poesie e i capolavori in prosa, a cura di Massimo Colesanti, Newton Compton, 2011, Roma.

Benjamin 2012
Walter Benjamin, Charles Baudelaire. Un poeta lirico nell’età del capitalismo avanzato, a cura di Giorgio Agamben, Barbara Chitussi e Clemens-Carl Härle, Neri Pozza, 2012, Vicenza.

Benjamin 2014
Walter Benjamin, Angelus Novus, a cura di Sergio Solmi, Einaudi, 2014, Torino.

Commenti

Non ci sono ancora commenti

Lascia un commento

Fucine Mute newsletter

Resta aggiornato! Inserisci la tua e-mail:


Leggi la rubrica: Viator in fabula

Articoli recenti

Jackson Pollock e la musica

L’altro volto della speranza

Il linguaggio di Boris Vian

Vita da commessa

Jackie

Frank Cho: Un sacerdote in meno, un fumettista in...

Tuono Pettinato: Fumetti stondati con contenuti storti

Agatha Christie e i film gialli tratti...

Romina Moranelli: Pin up italiane

Paesaggio e Sublime

Andrea Sorrentino: Dai giochi di ruolo ai supereroi

Fabiano Ambu: Un’iniziativa meritevole: IT Comics e i suoi...

Il cliente

Eugène Scribe: ascesa e caduta di un...

Nicola Genzianella: Un artista tra Bonelli e fumetto francese

Ugo Bertotti: Dalle riviste d’Autore ai graphic novel

Minutaglie: sei libretti per adulti e bambini

Alex Ross, musicologo e scrittore

Anna Brandoli: Il ritorno del Mago di Oz

Dario Fo e Georges Feydeau: La farsa...

Assassinio sull’Orient Express e Tragedia in tre...

Tex è sempre più alla francese

Giulio De Vita: Tex è sempre più alla francese

Dario Fo e Georges Feydeau: La farsa...

La notte stellata di Vincent Van Gogh

Trieste Science+Fiction 2016

Casomai un’immagine

sir-21 viv-30 viv-40 th-03 th-23 th-36 th-38 kubrick-31 kubrick-52 kubrick-63 kubrick-78 kubrick-9 thole-10 petkovsek_06 006 bon_sculture_10 mccarroll13 07 n wax lor-2-big 05-garcia holy_wood_02 Otrok24 pm-02 pm-09 pm-20 06 16 09