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Cinema

Trieste Film Festival 2020

Trieste Film Festival 2020Il Trieste Film Festival 2020, tenutosi nei giorni scorsi nelle sale del Teatro Rossetti, del Teatro Miela e del Cinema Ambasciatori di Trieste, ha portato in Italia film, documentari e cortometraggi, per la maggior parte in anteprima italiana o internazionale, che dimostrano come il cinema dell’Europa centro orientale, oltre a distinguersi per attori e registi di alto livello, sappia affrontare tematiche complesse con un’abilità tale da rendere lo spettatore immediatamente partecipe della situazione.

Monștri., del rumeno Marius Olteanu, presentato in anteprima mondiale al Festival di Berlino 2019, narra la storia di un rapporto coniugale in disfacimento caratterizzato dall’incapacità di entrambe le parti di acquisire consapevolezza della fine e di tagliare definitivamente quel cordone che li lega l’una all’altro da dieci anni. La pellicola è strutturata come il racconto di due vite durante la medesima notte, e il successivo giorno: l’arrivo alla stazione di Bucarest di lei, Dana, in lacrime come se si fosse macchiata di una colpa, e la sua piccola odissea in taxi motivata dai continui dubbi che la spingono ad allontanarsi e allo stesso tempo ad avvicinarsi al tetto coniugale; il rapporto omosessuale clandestino di lui, Andrei, che si illude di trovare un appagamento alle sue incertezze tra le braccia di un partner conosciuto attraverso una app di incontri. Sia Dana che Andrei sono a conoscenza dei peccati dell’altro e pur covando, in fondo, il sogno di una famiglia unita, magari con il futuro arrivo di un figlio, non riescono a darsi reciprocamente appoggio ma nemmeno a lasciarsi, finendo per convivere in una situazione di sfacelo sentimentale che li converte in “mostri” in una città che, probabilmente, è anch’essa un mostro in continua lotta. Il formato del film rispecchia da vicino lo svolgersi della trama e l’anima dei due personaggi: quando le storie di Dana e Andrei vengono presentate singolarmente, il formato è verticale, mentre nelle scene in cui compaiono entrambi, si passa a quello grande schermo, quasi a voler rappresentare la fusione di due esseri e di due realtà che si completano pur nella loro disgregazione.

Sempre di rapporto sentimentale, ma in questo caso tra padre e figlio, parla il film vincitore del Trieste Film Festival, Bashtata (Il padre), dei bulgari Kristina Grozeva e Petar Valchanov, il cui punto di forza consiste anche nel grande affiatamento tra i due interpreti. Il giorno del funerale di Valentina, morta in seguito a una banale operazione, il figlio Pavel, la cui vita privata sta per essere stravolta dall’arrivo di un figlio, e il marito Vassil, pittore dalla vita sregolata, sono costretti loro malgrado a confrontarsi. Quella che per Pavel rappresenta una sorta di “toccata e fuga”, nell’attesa di immergersi di nuovo nella vita familiare e nella frenesia lavorativa, si trasforma progressivamente in uno scontro, dai risvolti anche comici, tra padre e figlio, generato dalla convinzione del primo di potersi in qualche modo mettere in contatto con la defunta moglie e dalla consapevolezza del secondo che forse il genitore sta uscendo completamente di senno. Il leitmotiv del film è rappresentato dalla mela cotogna, che nella tradizione bulgara ricopre una varietà di significati e che finirà, dopo varie vicissitudini, per riportare armonia anche tra padre e figlio.
La storia nasce da un episodio vero accaduto al regista Petar Valchanov quando, dopo la morte della madre, una vicina gli comunicò che la defunta le lasciava messaggi sul telefono. La pellicola mette anche in evidenza lo stato emotivo dei cittadini bulgari dopo il crollo del comunismo, quando, avendo perso il loro punto di riferimento principale, molti di loro si lasciarono facilmente influenzare da nuove forme di credo, come la possibilità di comunicare con i morti.

Il Festival ha dato spazio anche alla riscoperta di pellicole, da poco restaurate, che rappresentano autentici capolavori del cinema dell’Europa centro orientale. Spalovač mrtvol (L’uomo che bruciava i cadaveri), opera del 1969 del regista cecoslovacco Juraj Herz, e tratta dall’omonimo romanzo di Ladislav Fuks, narra l’ascesa sociale di un uomo finto perbenista in un contesto, quello dell’occupazione tedesca della Cecoslovacchia, che ne fomenterà le ambizioni trasformando le sue perversioni private in una follia di proporzioni mondiali.
Il protagonista, Karel Kopfrkingl, interpretato con maestria da Rudolf Hrušínský, lavora come impiegato in un forno crematorio e ha un culto della morte talmente forte da arrivare quasi alla necrofilia; ha una venerazione per la moglie ebrea e i due figli, ma, eseguendo regolari esami del sangue per evitare di contrarre malattie indesiderate, una volta al mese frequenta alcune prostitute e spesso non esita a importunare donne per cui prova attrazione sessuale. Istigato da un amico, appartenente al partito nazista, scopre i lussi che, in caso di adesione, anche a lui possono essere garantiti e a quel punto non esiterà a concepire un piano di sterminio che coinvolgerà non solo la sua famiglia ma l’intera umanità. La pellicola si avvale di primissimi piani, fish-eye e soggettive che danno vita alle turbe psichiche del protagonista trascinando lo spettatore nella mente di un mostro che si rivela tale fin dalla prima inquadratura.
Il romanzo, appena ripubblicato dalla Miraggi Edizioni nella nuova traduzione di Alessandro De Vito, si distingue per la peculiare ripetizione di determinati elementi descrittivi ogni volta che specifici personaggi fanno capolino all’interno della narrazione. Questa strategia viene ripresa nel film attraverso la riproduzione dei medesimi atteggiamenti quando il protagonista incrocia personaggi già visti in precedenza.

Nella sezione documentari, Surematu (Immortal), di Ksenia Okhapkina, proietta lo spettatore in una realtà difficile da concepire per i paesi occidentali. La cittadina russa di Apatity, sorta come luogo di sfruttamento dei giacimenti di apatite, era un tempo un gulag. Attualmente, mentre gli adulti sono impegnati a lavorare in fabbrica, i bambini vengono lasciati tutto il giorno in istituti dove imparano a maneggiare le armi, a danzare fino allo sfinimento al ritmo della musica tradizionale e a vedere nella morte per la Patria un gesto di massimo eroismo capace di renderli immortali. Anche le case in cui risiedono sono, di fatto, gli edifici che un tempo ospitavano i prigionieri e non possiedono la classica architettura di una normale abitazione. L’atmosfera, priva di calore umano e invasa dai fumi delle fabbriche, è ben resa dalla regista attraverso un ottimo sfruttamento del linguaggio visivo e del suono, che comprende non solo effetti sonori artificiali ma anche suoni d’ambiente, e rende appieno l’idea di un micromondo in cui le persone, rinunciando a essere individui pensanti, vivono in un perenne stato di prigionia senza averne la minima consapevolezza.

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