Percorsi – Fucine Mute webmagazine http://www.fucinemute.it Non social, non network e scrittura Sat, 18 Nov 2017 10:15:21 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.7.7 63632960 Copyright © Fucine Mute webmagazine 2016 wp@fucinemute.it (Fucine Mute webmagazine) wp@fucinemute.it (Fucine Mute webmagazine) 1440 http://www.fucinemute.it/wp-content/themes/fucinemute/images/social/feed.gif Fucine Mute webmagazine http://www.fucinemute.it 144 144 Non social, non network e scrittura Fucine Mute webmagazine Fucine Mute webmagazine wp@fucinemute.it no no Imperatori e crachin http://www.fucinemute.it/2014/04/imperatori-e-crachin/ http://www.fucinemute.it/2014/04/imperatori-e-crachin/#respond Tue, 29 Apr 2014 11:53:13 +0000 http://www.fucinemute.it/?p=17703

L’avvicinarsi del Têt, il capodanno vietnamita, mi costringe a definire in modo più preciso i miei propositi di risalita verso Hanoi, abbandonando definitivamente l’approssimazione quotidiana che fin qui aveva contraddistinto il mio viaggio. “Where are you going now?” mi chiede Jin Mei la mattina del mio ultimo giorno a Hoi An. “Hué”, le dico; “Do you think is possible to book a train?” La mia intenzione è di testare il trasferimento su rotaia, dopo le vicissitudini corrieresche della settimana precedente. Purtroppo, però, Jin Mei rigetta ogni mia speranza: “Trains are fully booked already. Bus is the only option, but you have to book quick!” Ed è in quel momento che sono costretto ad assicurarmi un posto anche sul successivo trasferimento in bus, ben più provante, da Hué a Hanoi, quasi 800 chilometri di strada in quasi 13 ore. God saves Me. “Têt is coming”, precisa allora Jin Mei con un sorriso solare sul volto, giacché l’arrivo del capodanno coincide per lei, così come per migliaia di lavoratori, quattro giorni di meritata vacanza, “all Vietnamese people are going home, and Hanoi is very popular because there are big celebrations there!” Tutti i bus e i treni da e per Hanoi sono presi d’assalto e prenotati con settimane se non mesi di anticipo. L’impossibilità a riunirsi con la propria famiglia nei giorni del Têt sarebbe quanto mai ontoso per i vietnamiti. Sicché, non solo prenoto tutti i miei futuri spostamenti fino ad Hanoi, ma sono costretto a rinunciare a una sosta a Vihn, cittadina a 300 chilometri dalla capitale, nelle cui vicinanze nacque Ho Chi Minh, per non rischiare di rimanere intrappolato nelle verdeggianti campagne del nord durante tutti i festeggiamenti. La mia pagana devozione al Rivoluzionario dovrà materializzarsi altrimenti.

Festeggiamenti capodanno vietnamita

Hué, antica capitale del regno di marca Nguyen per quasi un secolo e mezzo (dal 1802 al  1945), dista appena 200 chilometri da Hoi An. Questa volta il tragitto in bus è molto più agevole del precedente: Nessuna lotta contro i bisogni primari, né contro gli odori sulfurei delle gastroenteriti altrui. Tonalità verdeggianti, qualche casa, spiagge di risaie fin laddove la prospettiva è riconfigurata da speroni montagnosi, la cui cima affonda nel mistero d’un cielo impenetrabile e senza squarci: voilà le paysage du centre du Vietnam. Queste sono le immagini cristalline che rapprendono la mia attentione e che scivolano a lato dei finestrini come tante gocce di pioggia, il cui lento singhiozzare verso il fondo del bus verga la visione con striature di malcelata malinconia.

A Hué, soprattutto nella zona meridionale della città, si percepisce in modo lampante il lascito coloniale francese, sia a livello architettonico che culturale. Sebbene la città facesse parte del Vietnam del sud durante l’ultimo conflitto, mi trovo ormai nella zona di confine del paese, in quelle regioni che furono ben più a lungo indochinoises che non American. Non a caso, molti dei locali della città dispensano menù in vietnamita/francese/inglese, lasciano filtrare una evidente predilezione – allorché non se ne possa fare a meno – verso la langue des Rois, instead of that of the Presidents. Figuriamoci, come se il colonialismo potesse ammettere sfumature di accettabilità. Diversi dei palazzi che si innalzano a sud del Song Huong, il Fiume dei Profumi che divide la città in due parti, risalgono all’inizio del XX secolo, quando la presenza francese si fece più oppressiva e stanziale e mischiano tra loro influenze architettoniche della fine dell’Ottocento e Art Nouveau.

Avendo prenotato una sistemazione già alla partenza da Hoi An per intercessione telefonica di Jin Mei, quando scendo dal bus non devo faticare troppo pour trouver ma voie, giacché un simpatico ragazzo dal fisico slanciato e dai tratti quasi più cinesi che vietnamiti è in attesa solerte del mio arrive: non appena mi individua prende il mio zaino, mi fa salire su una vecchia citroen scura e mi scarrozza fino all’hotel ubicato poco oltre il fiume. Inoltre, non manca di ragguagliarmi sul meteo: il tempo è brutto ormai da settimane e proseguirà così fino a marzo… Non ho certo intenzione di fermarmi tanto a lungo, gli dico, eppure non sono sorpreso di queste informazioni poiché ero consapevole fin dalla mia dipartite da Mui Ne che viaggiando verso nord il rischio di dover accoppiare le mie peregrinazioni al maltempo sarebbe diventato sempre più una certezza. So many different weathers in Vietnam. Mi sistemo in un’ampia stanza al terzo piano di un hotel allestito in un palazzo nascosto al traffico. E poiché l’indicazione che rimanda alla reception si confonde tra decine di altri advertisments pubblicitari, rari sono anche i turisti.

Mura della città imperiale

Dopo una breve doccia, decido di assecondare senza ulteriori procrastinazioni l’eco storicomagica che proviene dalla Cittadella, a nord del Fiume dei Profumi. Al suo interno, a suggerire una compenetrazione di livelli e gerarchie vieppiù crescenti e, dunque, da proteggere, si trovano la Città Imperiale e la Città Purpurea Proibita, entrambe d’ispirazione, sia architettonica che nominale, cinese. È da questa complessa e maestosa fortificazione, un succedersi centripeto di templi, palazzi, sale di lettura e teatri, la cui disposizione fu abilmente decisa secondo le leggi della geomanzia, che imperatori, concubine, servitori eunuchi e mandarini plasmarono le sorti del paese per 150 anni.

Quando mi trovo ancora sulla riva meridionale del Fiume dei Profumi e le cinta della Cittadella, alte un paio di metri, mi precludono la vista della Città Purpurea Proibita, sbrigliando inversamente le mie più accese elucubrazioni sul tutto questo monde interdit, una finissima pioggia inizia a scendere sulla città, dissipandone la tridimensionalità e gravando su di essa come un ammantato panneggio umido. È il “crachin”, letteralmente polvere di pioggia, una condizione climatica piuttosto comune nel Vietnam centrale, almeno nei primi mesi dell’anno. E non è solo la prossimità fonetica e morfologica al “chagrin” francese, ovvero alla sofferenza dell’anima, a conferire a questa pioggia una certa inescapable saudade. Fitta come la nebbia d’inverno nelle nostrane pianure del nord, incessante ma eterea, ingannevole ai sensi eppure tremendamente reale, il crachin accompagnerà, in effetti, il mio intero soggiorno a Hué. Il ragazzo dell’hotel aveva visto giusto. Not a big problem, indeed, senonché, quando sono ormai oltre le prime mura della Cittadella, la pioggia s’addensa facendosi repentinamente torrenziale. È come se la natura stesse cercando di rallentare il mio già incerto incedere verso la Città Purpurea Proibita; e non so dire davvero se si tratti di un monito o di una prova. Continuo allora a passeggiare tra le vie esterne della Cittadella, mantenendomi a una certa distanza dai luoghi storici del potere imperiale, e cercando riparo sotto gli spioventi – per altro assai rari – delle abitazioni che compongono la città vecchia di Hué. Nonostante sia appena pomeriggio la visibilità è talmente limitata che diverse lanterne sono già accese: come lucciole nel buio d’una impenetrabile vegetazione, il loro richiamo guida la mia visita nella melma acquitrinosa in cui mi trovo a camminare. Attraverso la pioggia, la materialità fisica e sensoriale di ciò che mi circonda – palazzi, osterie, bar – pare liquefarsi, svanire, scivolare via. Cielo e terra si fondono in un pantano neutro, grigiastro, che contribuisce a spegnere l’eccitazione dei sensi e la vitalità di quelle strade. Già ad Hoi An il maltempo aveva caratterizzato le mie escursioni; eppure è ben lontana, ora, la protettiva monodimensionalità di quei luoghi, giacché qui mi sento esposto, piuttosto, a un flagello peripatetico senza principio né fine, la cui violenza suppongo provenire da nessun’altro se non da irosi imperatori. In più, la totale assenza di visitatori o autoctoni – e chi uscirebbe di proposito con questo tempo? – non fa che accrescere in me un certo senso di disagio, forse anche di colpabilità. Pioggia e fango, mud and rain, il mio corpo se ne impregna fino ad affondare in riflessioni d’altri tempi: Il est où le soleil? Where is my land? Ho davvero una patria? Ecco il Vietnam ammaliante e truce nel quale francesi e americani perdettero la loro identità, prima ancora che la loro battaglia. Un Vietnam che sa essere ostile, difficile da sopportare, un Vietnam che affascina con le sue valli, i suoi templi, la sua spiritualità, ma che attanaglia e avvilisce, anche, almeno colui che non è abituato a condividerne le quotidiane sciagure; peu importe le temps, peu importe l’amabilité des gens.

rovine della città imperialeSarà per queste condizioni umorali e meteorologiche, per questo mio rapido (ri)scivolare dentro le pozzanghere dell’animo, che la visita alla Città Imperiale e alla Città Purpurea Proibita non riesce davvero a restituirmi nulla della grandeur della dinastia Nguyen. Va detto che soprattutto la Città Purpurea Proibita fu bersaglio di diverse azioni militari, prima da parte dei francesi nel 1947, poi da parte degli americani, in particolare dopo che i Vietcong l’ebbero riconquistata all’inizio del 1968 a seguito dell’offensiva del Têt; certo, dunque, non sorprende che io mi trovi ad ammirare i ruderi di quelle che furono le proibite stanze del potere, piuttosto che la loro originale e integrale architettura. Eppure, non si tratta solo di questo; non è solo l’impossibilità a immaginarsi ciò che fu a condannare la mia esperienza di questi luoghi. La mia visita è, in effetti, una via crucis di colonnati precari, giardini disadorni, stanze dai soffitti affrescati attraverso i quali l’umidità si infiltra con sconcertante facilità, lasciando, al suo passaggio, segni, disegni e odori marcescenti. È un disinteressato abbandono a circondare i miei passi. Cammino col capo chino e ho l’impressione di calpestare cortili e sentieri di oggi, ovvero di attraversare corti e palazzi la cui energia imperiale del passato è stata infine annientata: da anni di sofferenza, certo, ma anche dalla nonuncuranza, ovvero da azioni civili e in-civili, da invidie fraterne e internazionali. Sicché, almeno mi pare, l’afflato autoritario che ha percorso e dimorato per oltre cent’anni questi luoghi è ora irrimediabilmente perduto, consunto. E, si badi bene, non è il voyerismo postmoderno ad aver accecato, qui, l’esprit du passé, almeno non oggi in cui nobody is around; al contrario, è piuttosto un certo sentimento di desolante decomposizione della memoria; un solitario lasciarsi morire delle rovine; un’eutanasia storica che alinea la Cittadella da suo contesto, dal suo essere sito del ricordo ed ex-capitale del regno, quasi le cinta non difendessero ormai null’altro che morta pietra. Sarà l’assordante tempestare della pioggia sul selciato, il mio passo sordo e affaticato, ma non sento la voce di questi luoghi, non riesco a sentirne l’imperativo richiamo; non incontro mandarini lungo la strada, né la malcelata pudicizia delle concubine. Posso solo pensarne la presenza. Where are you, dear old Hué?

Quando ormai l’intera giornata monsonica si è rappresa ai mie vestiti, tanto che questi non possono assorbire altr’acqua, ma solo lasciarla colare lentamente fino al cuore del mio essere fradicio e sfiduciato, decido che è tempo di sostare in una locanda che offre tè caldo e birra. Le sedie, al solito, sono minute quasi dovessero ospitare uomini-bonsai, le pareti umide e ammuffite, la cucina piuttosto sporca e in disordine. Ma l’intero ambiente, per il semplice fatto di darmi finalmente riparo dalla pioggia, instilla in me un senso di materna accoglienza. Per un paio d’ore me ne resto lì, in silenzio, avvolto dal ticchettio esterno della pioggia, sorseggiando tè e domandandone dell’altro, con un semplice gesto di richiamo, non appena la teiera si sia raffreddata oltremodo. La locanda tradisce una povertà endemica, eppure l’anziana donna che ne gestisce gli affari – portamento claudicante e sereno ad un tempo – emana una solare affabilità che non saprei davvero dire da dove tragga energia. Chissà da quanto tempo lavora qui; e chissà per quanto tempo ancora, benedetta dalla sua stessa coriacità e, certamente, dagli imperatori tutti. Solo quando la luce già soffusa del giorno inizia a lasciare campo alla notte, mi vedo obbligato a salutare la donna e a incamminarmi verso un umido rientro, passando per le poche bancarelle del mercato ancora aperte, dai cui spioventi calano, tanto esanimi nel corpo, quanto mortiferi per l’olfatto, una varietà di animali di cui fatico a immaginare la commestibilità.

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Ricovero tra le braccia di Hoi An http://www.fucinemute.it/2014/04/ricovero-tra-le-braccia-di-hoi-an/ http://www.fucinemute.it/2014/04/ricovero-tra-le-braccia-di-hoi-an/#respond Wed, 09 Apr 2014 15:41:00 +0000 http://www.fucinemute.it/?p=17602

A Hoi An scendiamo in tre: io e la coppia irlandese, ovvero gli unici occidentali che erano sul bus. Veniamo depositati ancora una volta lungo la strada, là dove la N1 si adagia in uno slargo che dovrebbe rappresentare un parcheggio – alcune linee a dimostrarlo – e invece è solo un’area rettangolare asfaltata.

Phuoc hotel

La silhouette villaggesca della città ci appare piuttosto distante, sicché, senza tante alternative, decidiamo di metterci subito in cammino. Ben più organizzati del sottoscritto, Simon e Fiona hanno riservato fin dalla partenza da Nha Trang una stanza in un hotel nella old town, quasi dirimpetto al fiume Thu Bon. Quanto al sottoscritto, nulla di nulla lo attende: non una prenotazione, non un letto, non una squallida reception. Dopo quasi un chilometro, le luci parallele di un auto ci vengono incontro: impossibile, nel contrasto abbagliante della notte, capire di chi si tratti. Poi, sopra i fari, a galleggiare nell’oscurità come una segnaletica di salvataggio, leggiamo la scritta TAXI e il sollievo di tutti e tre è tale e immediato – acerbi maratoneti i cui sguardi intravedono infine il traguardo dopo una curva cieca – che le nostre gambe intorpidite dal freddo e da una giornata intera in bus cedono d’un tratto sotto il peso degli zaini. Di procedere oltre non se ne parla. “Where do you want to go?”, chiede l’ometto esile alla guida, la cui barbetta aghiforme mi ricorda vagamente quella di Ho Chi Minh. “Vinh Hung Hotel, please”, dice Simon una volta saliti a bordo. “Reservation?” “Yes, we two have a reservation”, “Ah, good!” dice il sosia di Ho Chi Minh, “because Vinh Hung Hotel is all full, all full!” Ed ecco che soggiornare nella stessa dimora dei comari irlandesi diviene improvvisamente impossibile. “And you? Where do you want to go?” mi sprona allora il grande capo, rivolgendomi un’occhiata paziente attraverso lo specchietto retrovisore. “Well… where you want…” gli dico, “Do you know a cheap place?” Il sosia di Ho Chi Minh si fa pensoso, richiamando per un istante lo sguardo sulla strada, poi esplode ilare: “Sure, sure! My cousin, she has one room… Very good hotel! Very good hotel!” Ah! Ancora e sempre le beneamate relazione famigliari a smuovere destini temporaneamente arenati. O meglio, destini in attesa del destino. Temo un po’ per il prezzo, ma il giorno seguente, controllando sulla guida, scopro che non mi è andata poi così male e certamente sono stato fortunato a non seguire la coppia irlandese, giacché il loro hotel è tra i più costosi della zona. Saluto Simon e Fiona di fronte alla loro destinazione, mentre per me si prospettano ancora alcuni minuti di auto. “It’s not in the old city, but it’s very close”, mi rassicura il tassista, “five minutes…” Annuisco col capo e mi abbandono sul sedile posteriore. Non ho davvero le energie per tessere neppure la più circostanziale delle conversazione, né di domandare alcunché. I’m sorry, dear Ho Chi Minh’s twin, ma ho solo bisogno di dormire ora. Il tragitto in effetti è breve: arrivati davanti a un edificio relativamente moderno e introdotto da una entrata a baldacchino su cui sovrasta la scritta Phuoc An Hotel, il tassista rilascia alcuni colpi di clacson nell’aria. Dopo pochi attimi una gentile ragazzina – avrà sì è no 16 anni – si affaccia all’ingresso: “She is my nephew, Kim-Ly”, dice allora il gran capo lisciandosi la barbetta. “She takes care of you”. E in effetti così è. Entrati nella reception, tutto si dipana affabilmente: prenoto una stanza per due notti, lascio il passaporto e dopo neanche cinque minuti mi ritrovo disteso, infine, sopra un vero materasso. 

Sartoria di Hoi An

Voilà le Vietnam, monsieurs et dames! Beautiful, spectacular Hoi An! Materno borgo dalla materna indulgenza; città mitica, indolente, amabile, per sempre; vicoli in cui vagare e perdersi, ma perdersi solo per finta, in fondo, giacché a casa non ci si perde mai; genti che non demandano nulla e alle quali nulla voglio chiedere, poiché la famigliarità ci è nota e non ha bisogno di alcuna retorica. Hoi An protegge il mio ricovero: ne nutre la dimensione esteriore offrendomi i suoi spazi di paese, i suoi angoli virtuosi, la sua cordialità incondizionata, che io sia straniero o figlio adottivo poco importa; e ne sazia pure lo spazio interiore, più sublime e soggettivo, rigenerando vista, udito, olfatto, gusto, quasi da sensitivo, ma soprattutto la memoria – beata memoria! – ovvero il tempo del ricordo e, per sottrazione, ciò che avevo dimenticato: la necessità del presente. Un lungo, lento presente… ma quanto carnale, finalmente! Eventually, I breathe again. Se solo il respiro avesse un sapore, potrei capire chi sono. C’è un che di placido, in effetti, nello scorrere delle mie giornate a Hoi An. Le visite – alla pagoda di Phac Hat, al ponte coperto giapponese, alla casa di Tan Ky – modellano l’organizzazione temporale del mio soggiorno solo in modo approssimativo; la maggior parte del tempo mi ritrovo – volutamente – libero da qualsiasi costrizione. Assecondo il mio incerto volere ed è sul ritmo del respiro, non sugli orari di apertura e chiusura delle umane faccende, che esso si sintonizza.

Hoi An rappresenta – geograficamente e temporalmente – la mediana del mio viaggio. E non è un caso che sia qui che io ritrovi l’equilibrio smarrito migliaia di chilometri più a sud. Se non fosse per l’impedenza universale che mi sprona innanzi, mi fermerei chissà per quanto. E quanto è duro, alla fine, il distacco: è la lacerazione di chi lascia il calore del domicilio sicuro ben sapendo – serbando malinconicamente questa consapevolezza in valigia – che non troverà posto eguale e che, anzi, ogni chilometro in più non farà che rinforzare la certezza nella quale la saudade si cementa; la saudade per ciò che è rimasto indietro.

Il confine meridionale della città vecchia è marcato dal fiume Thu Bon, il cui tracciato divide la old town dalla new town. Il Thu Bon è cheto in questo periodo dell’anno, quasi inerme per la verità, e le sue torbide acque stagnanti non lasciano presagire la violenza delle inondazione che periodicamente, tra ottobre e novembre, flagellano la città. Il fitto intrecciarsi dei vicoli del centro è a sua volta sincopato, qual e là, da canali minori connessi tra loro da ponti in legno che risalgono al XVI secolo quando cinesi, giapponesi e autoctoni si incontravano qui per contrattare spezie, tessuti, materie prime. È per questo che ribattezzo Hoi An la “little Venice” del sud-est asiatico. Nonostante la presenza di alcuni motorini, il traffico e la modernità non hanno ancora davvero scalfito l’oziosità pedonale del barrio antiguo, la cui aura dalle reminiscenze medievali rimane pressoché immutata da oltre sei secoli a questa parte. Ebbene sì, talvolta il protettorato dell’Unesco si dimostra efficace oltre gli inevitabili svantaggi turistici. Solo una passeggiata nella ciudad nova può riportare in contatto con una chiassosità più moderna e disadorna, fors’anche più gretta, ma non per questo senza fascino. Le due isole che costituiscono la parte nuova di Hoi An, e che sono collegate alla old town da due ponti pedonali, risentono molto meno dell’influenza coloniale francese e quasi per nulla degli incontri sino-giapponesi. Eppure, gli abitanti di questa zona condividono con i loro dirimpettai la medesima inclinazione alle celebrazioni e all’ospitalità transculturale non appena scorgano avventurarsi qualche volto sconosciuto.

Old town

Gli stranieri, tuttavia, non sono molti (e molti meno di quanto la guida mi avesse fatto temere). Mentre passeggio per le vie del centro, affiancato nel mio incedere da schiere di dimore in legno dall’architettura claudicante d’ispirazione francese, claudicante come la loro stessa storia e come il fantasmatico messaggio che mi restituiscono, qui e ora, a ricordami che il peso degli anni ha vinto, infine, (eppure provvisoriamente) sul lavorio del tempo; mentre cammino senza meta, dicevo, mi accorgo di rado della presenza di altri turisti, il cui passo smozzato, come può esserlo solo l’andatura di chi è continuamente sopraffatto dal fascino, si confonde assai bene ora tra la folla del mercato, ora tra i vapori che profondono dall’interno delle osterie. Siamo come ombre dell’aldilà convenute a popolare, con la loro immateriale presenza, un set sonnacchioso al limitare dell’onirico. La nebbia che trasuda dal Thu Bon, il cielo d’un grigio monodimensionale da film in black and white, i rumori smorzati che solfeggiano nell’aria, a mezz’altezza, senza sfociare mai in un cacofonico acuto; tutto questo crea una dimensione senza dimensioni, uno spazio che pare rarefarsi, evaporare, dileguarsi tutt’intorno. Anche la pioggia, pur tenue al mattino, ha cessato prima di mezzodì, lasciando la città in un limbo sospeso, senza sopra né sotto, destra e sinistra, primo piano e sfondo. Lontano dal farmi sentire spesato, tuttavia, tale dimensione instilla in me una certa sicurezza, mi protegge anche, e salvaguarda il mio incedere, nutrendo i miei pensieri di nuove percezioni.

In un bar poco fuori la città vecchia, là dove l’affaccendarsi dei negozianti si fa più discreto, mi concedo una pausa. Si tratta per la precisione di una bistrot-house francese che ho scelto specificamente perché nel suo listino sfoggia la “Larue”, la birra locale anch’essa di derivazione – almeno nominalmente – francofona. All’interno, una decina di tavolini occupano i due lati lunghi del locale, mentre in fondo si trova la cassa con il bancone, e sul retro, a testimoniarlo sono gli aromi di zenzero e coriandolo che ne celano l’entrata, si apre la cucina. Da dietro il bancone si snoda poi una scala che arriva al piano di sopra soppalcato, dove con ogni probabilità sono sistemate le stanze da letto del gestore e di sua moglie e della loro figlia adolescente. La donna, sulla cinquantina, è la vera maitresse di casa: nonostante un portamento disadorno e umile, la sua presenza riempie il locale in maniera inequivocabile, irradiandosi in ogni corner. Le donne vietnamite hanno questo di eccezionale: emanano un’attrazione intrigante che non necessita di trucchi di sorta per essere avvertita. 

Nonostante la porta d’ingresso del bar sia sempre aperta, l’aria all’interno è calda e fumosa; piuttosto nicotinica, direi, giacché diversi habitué, tutti vietnamiti, riempiono il locale, chi giocando a dama, chi sorseggiando il tè, chi semplicemente leggendo il giornale ormai in via di deperimento; ma tutti, s’intende, fumando una sigaretta dietro l’altra. Sembrano qui da sempre, o forse, potrei pensare con smaccato egocentrismo, sono qui per me: mi attendevano per inscenare i loro rituali circadiani. Sarà anche per questo, allora, che tutti paiono circondati da una serenità ineluttabile, come quella che avvertiamo prorompere dalle pagine della grande epica, i cui attori sono protagonisti loro malgrado, ma sempre pronti, necessariamente pronti, a incontrare la vita. Qualunque essa sia.

Birra LarueMi siedo nell’unico tavolino libero. Ad accogliermi nell’attesa dell’ordinazione è da subito un senso di indifferente famigliarità; una sensazione che non richiede alcuna forma di zelante attenzione. Spalle al muro, mi abbandono a una scrittura fluida, facile, sinuosa, come fosse stata covata per giornate intere prima di vedere la luce. Eppure, non è che una scrittura del presente e sul presente. Quando si entra in contatto con luoghi dal romanticismo così discreto, le corde dell’anima vibrano senza resistenza al ritmo alfabetizzante della mano, mentre questa verga i fogli, uno dopo l’altro, murandoli di parole, frasi, interminabili gorgheggi della mente. Osservo questi uomini (mancano le donne, a parte la padrona e la figlia, quasi il bar sia considerato universalmente un luogo di genere), uomini che si accendono per una partita a dama e poi si abbracciano per una mossa decisiva; sorrido loro quando brindano alla paga della giornata, prosciugandola in una birra dopo l’altra, giacché è nel superfluo che si cela l’essenziale. Loro ricambiano sorridendo ed è solo quando non colgono nel miei occhi la loro medesima serenità che una lieve frizione, a contrarne i vertici della bocca, sopraggiunge; una smorfia, una ruga, o forse solo il rispetto per ciò che non comprendono. Quanto è buona la Larue bevuta in compagnia.

Hoi An, la “little Venice” del sud-est asiatico, con il sopraggiungere della notte diviene una “petite Paris”, trasfigurata nelle sue forme dalle centinaia di lanterne che si affacciano dalle sue verande, dai suoi bar, dai suoi ristoranti sul lungofiume, laddove secoli addietro mercanti e pescatori d’ogni provenienza si incontravano per negoziare le rispettive quotidiane esigenze. Le sartorie della città, famose nel Vietnam e in tutto il mondo, sono ancora aperte e all’interno di alcune di esse è possibile scorgere l’abile labor di un artigiano: prende le misure, viviseziona il corpo, ne valuta le proporzioni, contratta il giro di un polsino e la doppia cucitura delle spalle con il cliente. Il corpo si abbandona alla conoscenza del sarto, si mortifica, diviene misure, centimetri, volumi. Impassibile. Finché a lavoro terminato il cliente ritorna n possesso della materia – son corps – che più gli è propria. Quello inscenato dall’artigiano è un rituale talmente oliato che la sua meccanica è scandita da una precisione del tutto subliminale, inconsapevole. Fuori, intanto, l’aria gioviale aiuta ad abbandonare i passi, i pensieri, le emozioni, così da gioire, semplicemente gioire, della calda ospitalità autoctona. Potrei ascoltare per ore il vociare delle persone, nonostante sia un brusio che non comprendo; vorrei tessere canovacci di discorsi creoli, multi-linguistici, con queste genti, e infine incanalare tutti verso il linguaggio universale del cibo. Hoi An è una città che ama, incondizionatamente ama, e per questo si fa amare fin dal primo istante. Goda il viandante di tutto ciò; si sazi del nutrimento insperato e sazi la sua eterna insoddisfazione errante; almeno per qualche ora, per qualche giorno, se non per tutta la vita, sia questo il suo porto sepolto. Poeta moderno in eterno divenire.

Thu Bon by night

È vero, lo ricordo bene, due notti avevo prenotato, inizialmente, a Hoi An. Poi però ho deciso di trattenermi in città un dì in più. E dopo il terzo, ancora un quarto, e poi un quinto. E infine un sesto. Nell’orizzonte quotidiano che scandiva le mie peregrinazioni per il barrio antiguo ogni giorno era sempre l’ultimo. Avrebbe dovuto esserlo, almeno; ogni mattina ne ero convinto: eccomi salutare Kim-Ly – la nipote del tassista – e uscire dal portone del Phuoc An Hotel; nessun itinerario in testa, nessuna escursione programmata. Solo il bisogno di camminare senza briglie. Tanto sapevo che il giorno seguente avrei ripreso il viaggio verso nord. This was my plan. Eppure, eppure… Ecco che ogni sera a ripetersi è una speculare situazione di fronte al bancone della reception: “Kim-Ly, please, I would like to book another night, if possible”. E un sorriso solare mi sussurra che è ancora possibile. Hoi An, la sua storia, e la mia storia, sta tutta in questo ciclico procrastinare. Questo è l’incantesimo che mi ha rapito.

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Patimenti su ruote verso Hoi An http://www.fucinemute.it/2014/03/patimenti-su-ruote-verso-hoi-an/ http://www.fucinemute.it/2014/03/patimenti-su-ruote-verso-hoi-an/#respond Sat, 15 Mar 2014 14:03:37 +0000 http://www.fucinemute.it/?p=17551

Ignoro tutto al mio risveglio: dove mi trovo, che ore sono, per quanto tempo ho dormito, e anche chi sono, in un certo senso, non tanto nominalmente, ma piuttosto chi sono diventato dopo una notte da innominato. Me lo chiedo, ma non ho risposte. I ignore everything: la luce che si insinua dalla finestra, oltre il muro e la grondaia, il sacco a pelo pregno di sudori e lacrime, la stanchezza millenaria del mio corpo. J’ignore tout, en effet, ad eccezione del rumore sordo che si infrange contro la porta della stanza e si riverbera mimetico nelle mie viscere, su su, fino a sbattere ritmicamente contro le tempie; un rigurgito di realtà che mi risveglia bruscamente e al quale la mia esistenza naufraga si aggrappa, disperata, come a uno scoglio, un ultimo baluardo sonoro che promette salvezza. È Tuong che bussa: avendo notato la mia assenza, vuole sapere come sto e, soprattutto, se ho intenzione di partire o di pagare un’altra notte. Il mio progetto era quello di lasciare Nha Trang in giornata, ma il senso di vertigine che mi coglie al solo levar la testa dal cuscino, mi fa capire che ogni partenza, per evitare una dipartita ben più radicale, deve essere rimandata. E così, ormai desto, non faccio che rimanere disteso sul letto per un’intera giornata, le membra pesanti come pietre e le percezioni avvolte in una perifrasi sinestetica che rimanda il senso delle cose in maniera differita; una nebbia confusionale nella quale la lucidità dei sensi si manifesta solo per istanti brevi, brevissimi, rarefatti come l’aria salubre ormai al lumicino nella mia stanza; istanti subito pronti a svanire, infine, nell’abisso della mia ebetudine non appena io tenti di inseguirne la logica. Inerme e senza forze, osservo le lente pale del ventilatore volteggiare come condor dell’ultima ora sulla mia testa; sono loro a scandire il tempo della mia convalescenza; un tempo del tutto interiore, soggettivo, non misurabile né con il sole né con le stelle. Provo a leggere, anche, a riprendere in mano Tropico del Cancro, ma mi ritrovo ben presto impantanato tra le solite parole, sempre i medesimi due paragrafi, reiterando così ad libitum l’ennesimo coito estemporaneo di Miller, i suoi piaceri, il suo gioioso promenarsi per le strade di Montmartre. Il se balade tout le temps, il vecchio Henry, ma per me il suo, oggi, non è che un divertimento senza fiato, un lungo edonistico giro di giostra in apnea.

Miller in Paris

Solo il pomeriggio seguente, raccattate dal selciato dell’esistenza, come fossero coriandoli di un carnevale ormai trascorso, alcune essenziali energie, sono in grado finalmente di riprendere il cammino. La mattina prenoto il bus per Hoi An del pomeriggio e Tuong mi fa l’onore di offrirmi due panini per il viaggio; poi risalgo in stanza per impacchettare lo zaino a dovere. Dopo la scelta di abbandonarsi ai vizi proibiti di Nha Trang, quella di posticipare il viaggio verso Hoi An si è rivelata non solo necessaria, ma soprattutto, dalla prospettiva onnisciente dell’Io narrante, provvidenziale, giacché la nuova tappa verso il nord, a masticare un altro tratto di strada in direzione di Hanoi, si rivelerà una vera prova psicologica. I loculi nei quali siamo costretti sono ben più piccoli rispetto ai precedenti, tanto che anche gli autoctoni hanno non poche difficoltà a sistemarvisi. La mia intera giornata trascorrerà dentro il posto che mi è stato assegnato, a sua volta incapsulato – come una matrioska ambulante – dentro un bus di linea piuttosto datato, senza aria condizionata e senza toilette (ma questa non è una novità). In più, per massimizzare i guadagni, il bus è stato stipato di passeggeri oltre il numero consentito (ovvero oltre il numero dei loculi disponibili), cosicché anche i due stretti corridoi che separano i loculi tra loro sono letteralmente tappezzati di esseri umani. L’unica cosa da fare è guardare altrove, outside, ingannare il proprio disagio interiore seguendo il percorso della N1 insinuarsi tra i valichi più impervi e le vallate più verdeggianti. Il Vietnam si alluna e si assottiglia; il confine con il Laos a occidente è sempre più vicino; l’orografia cambia. Dopo un paio d’ore di arditi tornanti la strada torna a spianarsi, il paesaggio si riapre e da lì in avanti, per chilometri a venire, l’orizzonte sarà saturo di risaie e risaie. Nutrita dalla claustrofobia della prigione fisica nella quale mi trovo, si fa largo in me una percezione nuova del percorso, ma soprattutto della lentezza e della resilienza necessarie per viverlo. Viaggio senza soste, scrittura senza freni. Il viaggio è anche sopportazione; la scrittura l’antidoto di meditazione. Il Vietnam non mi ucciderà, forse no, ma certo mi renderà più consapevole della fragilità che porto dentro. 

 

Strada verso Hoi AnVeniamo fermati più volte dalla polizia stradale e sebbene io mi aspetti, ad ogni nuovo stop, che i gendarmi arrestino definitivamente la nostra risalita, denunciando la contraffazione di qualche papier, o le condizioni disumane del nostro inscatolamento, il viaggio, in qualche modo, e forse anche protetto dalla provvidenza di qualche accordo para-stradale di cui tutti siamo l’inconsapevole risultato, riprende sempre. Poi una sosta si dilunga più delle altre; ma è una sosta atipica, giacché non si scorgono divise sul ciglio della carreggiata. Dal mio loculo, che volge verso il lato sinistro della strada, non riesco a capire le motivazioni dello stop. Finché una voce linguisticamente famigliare mi mette in allerta: “Check your backpack, mate, they are dropping all the luggages on the road” Simon è un robusto irlandese di Cork: viso pallido vergato da striature lentigginose, barbetta rossiccia, e calvizie precoce. È in viaggio con la sua ragazza, Fiona, e come me stanno risalendo il Vietnam da sud a nord. “What’s going on?” chiedo, ma pure Simon non sa dirmi granché. Sporgendomi dal lato destro del bus realizzo che tutte le valigie sono state scaricate e giacciano senz’anima – sostenendosi reciprocamente una all’altra – sul selciato saturo di pioggia. L’autista parla concitatamente con alcuni uomini scesi da un furgone parcheggiato pochi metri davanti al nostro bus. Poi, con ordini tanto perentori nel tono, quanto inintelligibili nella sostanza, si rivolge a tutti noi. Io e Simon ci guardiamo nervosi, scaricandoci addosso, dal tremolio-albume dei nostri occhi, la rispettiva dose di perplessità: “it’s a nightmare this trip”, si limita a dirmi. Non sappiamo davvero cosa fare, bloccati dentro ai nostri loculi e impossibilitati a chiedere chiarimenti. Finché, a mettere in moto gli eventi ci pensano i passeggeri delle prime file, i quali, senza rimostranza alcuna, e anzi mostrando un integerrimo stoicismo, iniziano a scendere dal bus e a caricare le valigie a bordo. Realizziamo, allora, che tutti i bagagli ci accompagneranno tra le gambe durante il restante tragitto, poiché i vani sottostanti sono stati stipati con 20.000 coconuts. Già, 20.000 noci di cocco! Ecco il motivo di tanto trafficare! A quel punto, è quasi ovvio menzionarlo, l’esistenza sul bus si fa talmente “corposa”, talmente pregna di immobilità – parossistica condizione del nostro peregrinare – che il solo pensiero di dover pisciare mi mette in uno stato di preventiva agitazione. Per tutto il resto del viaggio non toccherò più liquidi. “It’s really the worst trip ever”, mi dice nuovamente Simon. Ne assecondo lo scoramento con lo sguardo, ma mi trattengo dal notare che “the worst has yet to come”, dal momento che in cinque ore abbiamo percorso appena 200 chilometri e Hoi An si mantiene ad una utopica distanza.

Camion di coconut

Per la cena ci concediamo finalmente una sosta che supera la soglia critica dei tre minuti. Il bus si accosta accanto ad altri ben più imponenti veicoli da trasbordo turistico, tutti dirimpetto a una sorta di canteen-bazaar allestita sotto un capannone di lamiera e amianto. Il locale formicola di un’umanità farsesca: camionisti, turisti, mendicanti, contadini, infanti, anziani; tutti insieme, tutti con il volto chino sulle loro zuppe fumanti, intenti a consumare ciò che la giornata ha serbato loro e non dimentichi di condire il rancio di una convivialità inesausta, sboccatamente chiassosa, a suo modo trascinante; una convivialità che si apre la strada tra i tavoli, trascendendo le umane energie, le terrene fatiche, la provenienza di ognuno e i destini di tutti, fasti o nefasti che siano. La rappresentazione di questa scena trimalcesca, tanto reale quanto teatrale, mi vede inizialmente spettatore esterno, mero osservatore, ma ben presto ne vengo risucchiato all’interno dalle rimostranze insistenti di una ragazzina che mi chiede qualche spicciolo. Non ho monete con me e declino la sua insistenza con un sorriso mozzato dal dispiacere. A quel punto, pero, il suo sguardo si carica di un’elettricità rabbiosa, un’emozione che non avevo ancora visto graffiare occhi e volto dei vietnamiti; vedo in lei l’ira di chi, nonostante sappia di bussare alla porta giusta, non ottiene alcuna risposta; e infine, quando la rabbia non può più essere contenuta dallo sguardo tremabondo, tracima in un gesto violento, repentino, uno schiaffo sul braccio verso il quale non riesco a levare alcuna resistenza. Neanche il tempo di accorgermene e la ragazzina si è già dileguata tra la folla, oltre il confine della reperibilità. Rimango qualche istante immobile, scosso nell’animo da un sentimento convulso e confuso, a metà tra risentimento e perdono. Un sentimento a cui è imposibile dare una voce. Decido allora di tornare spettatore e allontanarmi da quella ressosa e forse anche rissosa canteen-bazaar. Mangiare là dentro, in fondo, richiederebbe troppo tempo; sicché decido di azzannare uno dei panini di Tuong. L’aria all’esterno è fresca e umida; il cielo ormai al crepuscolo si porta appresso un buio ovattato, eccessivo, che parla di pioggia. Poiché il pensiero di essere appena a metà strada verso Hoi An mi scoraggia non poco, scorgo nell’infatuazione inebriante di una birra la possibilità di concedermi un diversivo, e in effetti sarebbe pure un’infatuazione gradita, se non fosse per il timore di non potere più evacuare fino a destinazione. Sicché mi accontento di una sigaretta mentre scruto i volti dei miei compagni di viaggio al ritorno dalla cena; volti che, seppur ringalluzziti dal cibo, si fanno vieppiù pentecostali con l’avvicinarsi della partenza. Siamo esseri segnati da un duplice destino abietto: patire l’insopportabile clausura del nostro trasbordo e cercare di renderlo piacevole alla ragione.

The Bus

Ancora pochi istanti e l’autista rimette in moto il motore. È il segnale: in fila indiana come ergastolani saliamo sul bus, lanciando a turno un ultimo laconico sospiro verso l’ora d’aria che fu. Non vedo redenzione nel supplizio che ci attende; alcuna salvezza. Eppure, mentre sto per infilarmi nuovamente al mio posto, una giovane, lo sguardo lucido e il volto pallido slavato dalla fatica come di colei che trasfiguri su se stessa la sorte che l’attende, mi offre una gomma da masticare e mi regala un sorriso lungo un viaggio. Un gesto di fraternità che mi rinfranca più di mille birre. Il dono, lo scoprirò poco dopo, non è di per sé casuale, giacché la strada, che torna a farsi repentinamente e come non mai aspra e tortuosa, conduce alcuni passeggeri a dare segni di lassità intestinale. Ben presto, le portate della recente banchettata vengono rigettate sotto le luci artificiali del bus: prima in sacchi di plastica, poi dentro i loculi, e infine dove capita. C’est l’enfer! Il marasma dei fumi aciduli si incolla ai sedili, agli zaini, agli abiti; sulfureggia per qualche istante nell’aria e subito aderisce alle narici come un abito su misura, una seconda pelle, la maschera di se stesso; urla, grida e lamenti di sconforto riecheggiano ovunque, dalla testa al fondo del bus, ma nella loro teatralità sonora a me incomprensibile condiscono il momentum di un ché di parodistico; oltre la dogana invalicabile del finestrino, l’avanzata del buio impedisce alla mente e al pensiero di migrare altrove. La visione diviene a tal punto monocromatica che nell’oblio della sera i villaggi di lamiera e ruggine lungo il percorso rimangono del tutto mascherati al nostro passaggio, al punto che, se non fosse per qualche fioco agglomerato di lucciole elettriche, sarebbe impossibile dovinarne l’esistenza. Senza diversivi rimango fermo lì, inchiodato lì, spirito e corpo, all’interno di quel lazzaretto su ruote, e non so davvero se piangere o ridere. Oh, beneamata Hoi An, quanto ti fai desiderare.

 

A Qui Nhon – circa 300 chilometri da Hoi An – sostiamo nuovamente, questa volta accanto a un impressionante ammasso variopinto di baracche che incornicia con perniciosa approssimazione il percorso della strada asfaltata di recente. Qua e là, animali selvatici si cibano dei rifiuti abbandonati open air. Intorno a noi, null’altro che precaria esistenza, precaria architettura, precario mondo. Impantanati nella fanghiglia che pare affliggere questi luoghi da sempre, alcuni villeggianti osservano il nostro transito smezzando il loro interesse tra la tazza di tè del dopocena e le fisionomie consunte che offriamo al loro giudizio. Nessuno può sapere ciò che la nostra presenza, il nostro essere lì, a tarda sera, solo per una sosta e poche boccate di ossigeno, smuove nelle loro anime. Questo è davvero il Vietnam più ancestrale e atavico; il Vietnam vergato da una povertà talmente endemica da portarsi appresso, in un abbraccio forzoso, la mestizia del silenzio, quasi anche le parole potessero domandare cibo per se stesse. È, in effetti, il Vietnam piovoso, tropicale e di sussistenza che il mio immaginario confezionato on demand aveva pre-costruito avant le départ. Ma chi può davvero dire, in fondo, tra noi e loro, chi sia il più disgraziato? Non è forse la loro povertà materiale incommensurabile alle rughe da eterna insoddisfazione che portiamo noi sul volto? Who has really a choice? È a Qui Nhon, infine, rischiarati dalle poche luci che provengono dall’interno delle case, che depositiamo le 20.000 noci di cocco. E finalmente recuperiamo qualche metro vitale a bordo del bus.

Accesso a Hoi An

A 150 chilometri da Hoi An ci lasciamo alle spalle, senza davvero incrociarlo, il sito archeologico di My Son, che ospita le rovine Cham più famose del Vietnam. Dopo l’ultima breve sosta, dorante la quale alcuni passeggeri hanno abbandonato la compagnia, accanto a me si siede un tipetto basso, asciutto e dal volto tirato. Piazza una birra nel portabicchieri e si slunga all’interno del sarcofago. È uno dei due autisti del bus che si gode un po’ di meritato relax fino al prossimo turno. Quando è quasi mezzanotte la storia e la poesia di Hoi An iniziano gradualmente a nutrire la mia vista stanca e la mia speranza, tracciando un rado orizzonte di luci sul parabrezza. E tuttavia, un problema ben più impellente albeggia ancor prima di arrivare: dove andrò a dormire a quest’ora della notte?

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Il segreto è l’amore. Chaa Creek, un tempio della sostenibilità nella giungla del Belize http://www.fucinemute.it/2014/02/il-segreto-e-lamore-chaa-creek-un-tempio-della-sostenibilita-nella-giungla-del-belize/ http://www.fucinemute.it/2014/02/il-segreto-e-lamore-chaa-creek-un-tempio-della-sostenibilita-nella-giungla-del-belize/#respond Sat, 01 Feb 2014 12:22:21 +0000 http://www.fucinemute.it/?p=17480

“The secret is love” dichiara radiosa Lucy, una donna che, insieme al marito Mick, ha fatto del suo sogno di vita un modello di turismo sostenibile famoso in tutto il mondo. I coniugi Fleming – americana lei, inglese lui – si sono trasferiti in Belize, in Centro America, negli anni Settanta e hanno iniziato la loro avventura praticamente dal nulla, come semplici fattori.

tempio maya

Si son messi a coltivare in mezzo alla giungla, nella parte centrale del Paese, il Cayo district, un ambiente montuoso, ricco di foreste e corsi d’acqua. Oltre trent’anni fa la loro tenuta consisteva in un campo, una capanna e qualche acro di terra comprato una sera al bar. Ogni settimana trasportavano in canoa i propri ortaggi al mercato di San Ignazio, il più vicino centro abitato, proprio come facevano i maya mille anni prima. All’epoca non esistevano strade di accesso alla loro proprietà: la prima, a tutt’oggi non asfaltata, sarebbe stata realizzata dagli ingegneri dell’Esercito britannico nel 1983.

Stagione dopo stagione, le semine e i raccolti dei Fleming sono diventati sempre più abbondanti. Il piccolo mondo a cui hanno deciso di dare forma è cresciuto, si è fatto più articolato. Oltre alla fattoria e alla loro abitazione, si sono aggiunti alcuni modesti cottage per gli ospiti, costruiti con materiali naturali reperiti sul posto. Poi sono arrivati i primi turisti. Accoglienza spartana, immersi – si potrebbe tranquillamente dire “isolati” – nella natura, consumando prodotti coltivati lì.

L’esperienza in mezzo alla giungla ai visitatori piaceva, la serena e un po’ folle determinazione dei Fleming conquistava. Così gli ettari della proprietà sono cresciuti. La struttura, perfettamente inserita nell’ambiente circostante, si è allargata. Anche la comunità locale è divenuta sempre più partecipe del progetto, grazie al quale si stavano creando nuovi posti di lavoro.

Attorno alla tenuta hanno iniziato a svilupparsi non soltanto attività agricole ma anche turistiche, culturali, artigianali e formative. I coniugi Fleming sono riusciti a valorizzare l’ambiente che li ha accolti senza deteriorarlo, producendo allo stesso tempo benessere in un’area che fino a qualche anno prima era poco sfruttata turisticamente. Hanno creato nuove risorse dal nulla, con passione e lungimiranza. Si sono aperti al mondo, puntando allo stesso tempo all’autosufficienza e alla preservazione del patrimonio naturale del quale sono divenuti custodi.

cottage

Oggi Lucy e Mick sono proprietari di una tenuta di 365 ettari, “uno per ogni giorno dell’anno” amano dire i loro dipendenti. La proprietà è stata dichiarata Riserva Naturale e porta il nome di Chaa Creek. Negli anni il loro progetto di vita è diventato un modello di turismo sostenibile riconosciuto da certificazioni verdi e organizzazioni ambientali (da Green Globe a Rainforest Alliance), apprezzato dai visitatori di tutto il mondo, da associazioni di settore e dalla stampa internazionale. Dal National Geographic alla CNN, in moltissimi hanno parlato di loro. Più volte sono stati assegnati alla struttura premi come miglior “ecolodge”, “destinazione avventurosa” e “green hotel”.

Il lodge Chaa Creek, raggiungibile in circa venti minuti di macchina partendo da Sant’Ignazio, è strutturato come un piccolo villaggio di costruzioni indipendenti ed ecocompatibili. Le stanze sono sostanzialmente degli appartamentini che riprendono le architetture tradizionali a capanna, rigorosamente addobbate per gli ospiti con fiori freschi di giornata che vengono coltivati nella proprietà. Il nucleo principale di costruzioni si sviluppa attorno a un piccolo negozio, una piscina e un ristorante. Cibo e bevande vengono preparate per lo più con gli ingredienti biologici coltivati nella vicina fattoria gestita da Mick insieme alla comunità maya, che provvede quasi interamente al fabbisogno alimentare della comunità. Di recente, all’offerta “alberghiera” dell’eco lodge si è aggiunta una più frugale area campeggio, poco distante dal nucleo di cottage e accessibile ai viaggiatori che hanno una minore disponibilità economica.

scuderiaCi sono una scuderia che propone escursioni a cavallo e un piccolo porticciolo con rimessa costruito sul fiume Macal, che fa da confine naturale della proprietà e si può percorrere in canoa accompagnati da una guida locale, arrivando fino a San Ignacio. Accanto alla scuderia sono state costruite una piccola segheria con falegnameria annessa dove vengono realizzati tutti i suppellettili, le canoe e qualsiasi altra struttura in legno di cui ci sia bisogno. L’intento è chiaro: ridurre al minimo possibile la necessità di rivolgersi all’esterno per beni di prima necessità e non. Si tratta insomma di un piccolo villaggio quasi autosufficiente che dà lavoro (e alloggio se necessario) a 130 persone tra guide, personale di servizio e agricolo.

Una volta risolte le necessità logistiche, di sopravvivenza e impostato il proprio progetto turistico, Mick e Lucy hanno scelto di dedicarsi al produrre cultura. Hanno sviluppato nel tempo iniziative legate all’educazione ambientale e alla formazioni in senso lato: si possono visitare all’interno della proprietà un piccolo museo di scienze naturali e una spettacolare fattoria dedicata all’allevamento di farfalle tropicali che sembra uscita da un libro di fiabe. Esiste addirittura un piccolo centro conferenze utilizzato per incontri e corsi di formazione rivolti alle scuole, ai dipendenti e alla comunità che vive nelle aree limitrofe. Gli incontri tematici riguardano soprattutto l’ambiente, la flora, la fauna e la sua preservazione ma non soltanto. Parte dei proventi del lodge servono anche a finanziare borse di studio riservate alla popolazione locale e sono numerosi i progetti educativi che hanno preso vita grazie ai fondi stanziati dai Fleming.

Alcuni degli studenti che hanno terminato il percorso di studi hanno poi trovato lavoro nella struttura stessa, soprattutto in veste di guide e accompagnatori turistici. Non è quindi un caso che il personale impiegato a Chaa Creek sia paziente, cordiale e dia l’impressione di sentirsi partecipe di un progetto che è assieme economico, ambientale e socioculturale. Tutto è curato, tutto è volto a creare un clima di distensione, di comunione con la natura.

Nel tempo libero, i visitatori possono rilassarsi nel centro benessere oppure dedicarsi ad attività sportive ed escursioni nei dintorni. Ci sono molti siti archeologici e turistici tra i quali scegliere: dall’avventurosa incursione archeo-speleologica all’Actun Tunichil Muknal alle maestose rovine di Tikal, in Guatemala, che si raggiungono in sole tre ore di minibus. Il sito maya più celebre del Paese è quello chiamato La Manai, che si raggiunge risalendo in barca a motore il fiume New River, immerso in una fittissima vegetazione. Molti belli sono anche il sito Xunantunich, con El castillo, che svetta per 40 metri sopra gli alberi, e la grande città maya di Caracol.

tempio

Rimanendo all’interno della Riserva di Chaa Creek, invece, si possono fare escursioni guidate nella giungla lungo dei tracciati che attraversano la fitta vegetazione tropicale. Le guide della tenuta hanno una solida preparazione professionale e un ricco bagaglio culturale, soprattutto per quanto riguarda le scienze naturali spaziano da nozioni di botanica a conoscenze approfondite di zoologia. I visitatori possono esplorare i dintorni a cavallo, in mountain bike o a piedi. Vengono proposte quotidianamente anche attività di birdwatching e passeggiate naturalistiche, organizzate sia di giorno che di notte, in modo da intercettare anche gli animali che si muovono solo nelle tenebre.
Gli incontri che si possono fare sono incredibili: da scimmie a tarantole, da coloratissimi tucani – simbolo nazionale in Belize – a enormi iguane sospese a prendere il sole sui rami degli alberi.

Trascorrere alcuni giorni in mezzo a questo paradiso terrestre è stato come riscoprire una dimensione perduta, di forte contatto con la natura e con la parte istintiva, troppo spesso dimenticata, che sta dentro a ognuno di noi. Pur alloggiando in una struttura a cinque stelle, confortevole e sicura – dove hanno soggiornato anche la famiglia di Bill Gates mentre lui veleggiava nel Mar dei Caraibi, o il principe Herny prima che diventasse padre – ci si sente in un contesto selvaggio e imprevedibile. I cottage degli ospiti hanno alcune pareti parzialmente aperte: si è separati da ciò che sta fuori solamente da grandi zanzariere. Si prova quindi una sensazione fortemente immersiva.

Per moltissimi turisti si tratta di abbandonare le artificiali e asettiche barriere urbane per lasciarsi avvolgere in un’esperienza sensoriale molto più ricca, più viva, più complessa. Soprattutto la notte, quando si sentono una varietà di rumori e di versi incredibili. Scimmie, rettili, svariate specie di uccelli e piccoli roditori sembrano a un passo da te, e molto spesso è davvero così. La prima sera non sono quasi riuscita a dormire per l’eccitazione suscitata dalla scoperta di questa straordinaria dimensione acustica, così vibrante nel buio fittissimo della giungla tropicale. Stavo distesa nel mio letto ma vigile, concentrata a cogliere quei suoni nuovi attorno a me, spaventosi e allo stesso tempo così affascinanti. Percepivo un intero universo esistere là fuori, esotico eppure familiare. C’era continuità tra me e il resto, sentivo la gioia di farne parte.

canoe

Viaggiare significa anche e sempre riscoprire se stessi e allo stesso tempo dimenticarcene, rimettere in discussione la propria identità, abbandonare con leggerezza il proprio ego. Significa, forse e soprattutto, abbandonarsi alle emozioni e ai sogni. E la storia di Chaa Creek è proprio la storia di un bel sogno che si avvera.

“Ci sono voluti tanto impegno, costanza e fatica, certo, ma devi avere anche fortuna – dice Mick, con modestia. “La mia è stata quella di incontrare molto presto la persona giusta. E non sto parlando di Lucy!” aggiunge ridendo. È un alto omone biondo, abbronzato, dall’aria mite e lo sguardo calmo ma attento.

“Anche lei, certo, è stata la persona giusta, per altri versi, ma mi riferisco all’uomo che è stato per me un vero e proprio mentore. Mi ha insegnato come stare al mondo e devo a lui molto di ciò che sono. Prima del Centro America, ho fatto un’esperienza in Africa, da giovanissimo, che mi ha aiutato a capire molte cose”. Parla con tranquillità Mick. Ti dà subito l’idea di essere un uomo deciso, che sa quello che dice e che fa. Ce ne stiamo un po’ a chiacchierare degli incredibili rumori della giungla e della fattoria che lui segue con grande competenza. Siamo seduti insieme a far colazione al ristorante. Davanti a noi la gustosissima frutta che ogni giorno raccolgono fresca – ananas, papaya, banane – direttamente dagli alberi della tenuta. “Anche lo yogurt che stai mangiando lo abbiamo prodotto noi qui, con latte dei nostri animali” mi spiega.

“Per Lucy e me è stata una scelta spontanea sin dall’inizio puntare su un futuro legato alla natura e all’agricoltura. Alcune cose le sapevamo già coltivare quando siamo arrivati qui, altre le abbiamo imparate strada facendo. Ci è stato subito chiaro anche, venendo noi da realtà dove l’ambiente non era stato affatto protetto in virtù di un cosiddetto progresso, che fosse necessario impegnarsi a preservare per i posteri alcune grandi aree verdi. Abbiamo scelto un Paese dove fare questo con delle risorse economiche limitate all’epoca era ancora possibile, dove ci fossero abbondanza di risorse naturali e prospettive di crescita. Non avevamo una meta particolare in mente. È stata una scommessa e per fortuna è andata bene. Ci piaceva il Centro America e ci siamo subito innamorati del Belize”.

canoa

“Già, l’amore è tutto” dichiara Lucy. “Lo dico sempre quando mi chiedono qual è il segreto del nostro successo. A molti pare una risposta banale o pensano addirittura che sia una frase fatta, una spiegazione di comodo. Mi guardano quasi sospettosi, perché si aspettano che io parli di strategie di mercato o di qualcosa di simile. Non dico che non sia importante avere un’oculata gestione finanziaria oppure un dipartimento marketing, ma noi crediamo davvero che la cosa più importante di tutte sia cercare sempre di agire con partecipazione profonda e cura”.

“Penso sia questo che ti salva – aggiunge – l’amore il segreto che fa funzionare le cose anche nei momenti di difficoltà, la bussola che ti guida quando non sei più sicuro su quale sia la direzione giusta, ciò che fa sì che anche gli altri ti sostengano e ti seguano. Perché sentono che lo facciamo anche per loro! Tutto quello che abbiamo costruito è stato fatto seguendo questo principio guida: l’amore inteso come una forma di dono verso la tua famiglia, verso i tuoi simili, verso la Terra. Spesso è più facile di quel che si pensi trovare la propria strada nella vita: io credo che basti farsi guidare da ciò che si sente e non mollare”.

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Disquisizioni religiose e delirio pagano a Nha Trang http://www.fucinemute.it/2014/01/disquisizioni-religiose-e-delirio-pagano-a-nha-trang/ http://www.fucinemute.it/2014/01/disquisizioni-religiose-e-delirio-pagano-a-nha-trang/#respond Thu, 02 Jan 2014 16:43:14 +0000 http://www.fucinemute.it/?p=17161

Nonostante vitrei stratocumuli infestino ancora il cielo sopra la città, la mattina seguente la pioggia è sublimata in una densa nebbia. Il pomeriggio, però, sarà di nuovo piovoso, sebbene Toung mi rassicuri che a Nha Trang il tempo è sereno per gran parte dell’anno. Ahimè, mi diventerà impossibile visitare le isole che si trovano di fronte alla city, le cui spiagge sono spesso decantate come le migliori del Vietnam. “We go to see the white Buddha first, and then Cham ruins”, mi dice Toung con il suo solito tono iper-eccitato.

Buddha Bianco

Il Buddha bianco è una statua del “venerabile”, adagiato su un fiore di loto, la cui mole domina con straziante semplicità scultorea la pagoda di Long Son appena sottostante e la città tutta che si estende alle loro pendici. Per raggiungere la pagoda, infatti, bisogna imboccare una lunga una scalinata che si inerpica su una delle tante colline cingenti la città e l’ascesa non fa che conferire all’apparizione del Buddha un che di levitico, mentre nel pellegrino si rinforza, specularmente, un umile senso di soggezione. Ma non inganni troppo, in termini storici, l’abbacinante presenza di questo pallido monolite che si rifrange oggi contro un cielo depresso e senza dimensione; non inganni, dico (riportando le parole di Tuong) giacché la statua è piuttosto recente: mentre la pagoda risale alla fine del XIX secolo, il Buddha data 1968. “Buddhism is not like Christianity…it’s not so strict”, esordisce la mia guida quando ci troviamo davanti alla pagoda. “You have to go to church every Sunday…a good Buddhist has to go only one in a month.” Nelle sue parole, schegge di malizia. “I’m not a Christian”, preciso allora con tono leggero, ma pare che a Tuong questa rivelazione susciti imbarazzo. “Really? Are you Muslim, then?” Religious talks again. Inizio a comprendere come in Vietnam rivendicare e difendere la propria fede sia un po’ come disquisire di cucina in Italia: un topic-collante sempre attuale e non scevro di regionalismi. “I’m atheist”, dico. A questo punto la sorpresa di Tuong si manifesta epifanicamente: prima mi chiede conferma della mia miscredenza, quasi a voler toccare con mano la materializzazione di un’eresia, e successivamente mi si rivolge con tono auto-apologetico, come fosse lui a dover dare ragione della propria fede. “Atheist?! Are you sure?…Oh, no, no! I could not! For me, for us, is too important Buddhism…and then, you know, we do not have many rules, only good manners…” Tuong è decisamente in giornata; mi mette al corrente delle sue idee riguardo ogni coccio della propria vita e di ciò che lo circonda; asserisce, confronta, giudica. Ride soddisfatto. È uno di quei soggetti, si può ben dire (eccome se si può!), che ama parlare di tutto, sebbene la conversazione sia per gran parte un monologo, giacché le convinzioni che mi dispensa, e di cui, silenziosamente, si congratula, sono gettate tra noi in sequenza, snocciolate come un rosario pagano, rappresentando così semplici fatti, piuttosto che opinioni sulle quali mi sia consentito obiettare. Rimaniamo, in effetti, in due mondi distinti, tout à fait à part; ascoltandolo in silenzio non faccio che personificare il padiglione contro cui la sua voce si rifrange, restituendogliene l’eco e la sostanza di verità.

rovine Cham

Quando raggiungiamo le torri Cham di Po Nagar, la discussione arriva a lambire la politica, tema che, fino ad ora, nessun vietnamita aveva voluto indagare con il sottoscritto. Quello che mi era parso un censorio riserbo rispetto a quanto accade nel paese, viene squartato da Tuong con lapalissiana noncuranza, in un moto di patriottico diniego le cui ragioni mi paiono dovute, in gran misura, alla vanità per il suo stesso ciarlare. “The Communist party is false, it is not for us, it says one thing and does the opposite”. Lamentele nostrane e, in fondo, universali, risuonano nella memoria. “It’s not easy to live here, but go abroad is impossible for us. Too expensive. We have to pay 200 dollars only for the application…and it’s not easy…and then the passport, the flight, the family…” si ferma un istante. “…Well, I can’t afford it with my hotel,” aggiunge allora non senza rammarico. E poi conclude: “In Italy good money, instead!”. Come replicare? Yes or no? “Well…it depends, actually”, provo a dire. Non ha torto, in fondo; eppure non ha del tutto ragione. It is always a matter of points of view. Or is it about hypocrisy? Questo mi chiedo mentre la pioggia ricomincia a cadere copiosa e violenta.

Le quattro torri Cham di Po Nagar (inizialmente erano otto), ci sono ora dinnanzi. In ragione della loro forma “a tumulo” assomigliano a tarchiati alveari vagamente reminiscenti i trulli di Alberobello (sebbene queste torri siano di un rosso purpureo). Leggo dalla guida che furono costruite in diverse fasi tra il VII e XII secolo in onore della dea Yang Po Nagar. Ma già dal II secolo questa zona era dedicata al culto. Tuong, da parte sua, pare sminuire la genealogia millenaria delle rovine, sostenendo che risalgono al XVII secolo. Ci sarebbe materiale – ma non certo il tempo, né lo spazio – per un trattato sull’interpretabilità dei secoli e la relatività del divino. Sicché, ciò che importa, qui e ora, è che queste torri ci offrano almeno riparo dal nubifragio.

ragazza di etnia Cham

I Cham sono un gruppo etnico che ancora oggi è disseminato in diverse aree del Vietnam centrale e della Cambogia. Lo zenit culturale di questa etnia va dal VII all’XI secolo, periodo nel quale il regno Champa occupava gran parte del Vietnam centro-meridionale. Poi, a più riprese, i Khmer, le incursioni vietnamite e quelle cinesi, indebolirono la sua influenza fino a disintegrarne l’effettiva riconoscibilità geografica. Ai nostri occhi – agli occhi di un’umanità intera – rimangono dei fasti che furono questi – di Po Nagar – e pochi altri esempi architettonici. All’interno della torre maggiore, immagini dragonesche e falliche fluttuano nell’umido silenzio del sacro. Alcuni fedeli pregano inginocchiati, a piedi nudi. Di fronte a loro l’effigie scolpita di Uma, divinità di eco hindu. Accendo un piccolo incenso e lascio qualche spicciolo. Dopo qualche minuto, mi volto verso Tuong e la sua figura mi restituisce una sensazione di condensata impazienza: i suoi passi sono minuti, nervosi; il suo sguardo è passivo, disorientato, come se non si curasse del luogo o ne fosse oltremodo annoiato; il suo corpo è costantemente proteso in avanti, in diagonale, in quello che sembra un perenne mezzo-inchino, o forse solo la smaniosa ricerca di una sortie verso un altrove di cui non so, davvero, la sostanza. Poi, una volta usciti comprendo il suo stato d’animo: “What do you do in Italy?” mi chiede con un tono più spigoloso del solito, aprendo per la prima volta un vero dialogo con me. “I was a teacher in Australia, but I also worked as a journalist in Italy.” Senza dubbio, non la cosa più accorta da dire, giacché all’udire queste parole Tuong si adopera immediatamente, non solo per troncare la conversazione appena sbocciata, ma anche per trattenersi da ogni successiva forma di loquacità. “Oh! Don’t write about what I said before!” si affretta a chiarire “don’t write…it was just chat…The party could…” e un gesto teatrale della mano, ad attraversagli il collo, cala il sipario sulla frase in sospeso, lasciandomi presagire, insomma, che non passerebbe tempi sereni qualora il partito dovesse sapere dei suoi pettegolezzi. Non so, davvero, quale sia il confine tra realtà e immaginazione; forse la sua è solo pudicizia sociale. Certo è che dopo questo gesto non una parola viene più proferita tra noi. Non accade più nulla, anzi. Ci allontaniamo dalle torri Cham sotto il diluvio e il mutismo nel quale Tuong si è chiuso non fa che amplificare il nostro scalpiccio sull’asfalto. De ma part, ho l’impressione, forse il timore, che ogni rassicurazione, ogni forma di apologetico mea culpa, possa risultare superflua, o ancor peggio che contribuisca a ingigantire il riverbero del già detto. Questo nonostante il fatto, è vero, che ogni nuovo frammento di silenzio contribuisca ad allontanare un po’ di più le nostre prospettive. Non so veramente come instaurare una nuova complicità. E quando rientriamo in hotel come ignavi peccatori ci portiamo nelle rispettive stanze una certa dolente mestizia.

Verso le 8 sono di nuovo in strada per la cena. Vago per le strade di Nha Trang rinvigorito da una doccia e graziato, ora sì, dalla pioggia, sebbene come contrappasso il traffico abbia ripreso a occupare stanzialmente ogni arteria in prossimità della spiaggia. Non ho alcuna meta, alcun particolare appetito da soddisfare. Mi lascio un po’ condurre sottotraccia dall’inconscio. Finché a risvegliare il mio vacuo deambulare non ci pensano alcune grida anglofone che scandiscono il mio nome: “Steven, ehy, join us!” Due braccia si sollevano dal tavolino di un bar. Anthony and Callum sono due ragazzi australiani che avevo conosciuto sul bus da Mui Ne, prima che lo sbarco sotto il diluvio marcescente non dividesse le nostre strade senza troppe cerimonie. Loro due erano a bordo da Saigon e puntavano diretti alle spiagge di Nha Trang, nella speranza, banale quanto vera, di fare un po’ di surf, dopo aver già domato le onde della costa meridionale al confine con la Cambogia. In quella che era stata una conversazione piuttosto breve e bisbigliata, giacché la maggior parte delle persone sul bus stavano cercando di riposare, avevo scoperto con piacere che Anthony e Callum venivano da Geelong, la seconda città del Victoria, distante appena una ottantina di chilometri da Melbourne. Ci ero stato diverse volte durante il mio anno trascorso tra gli aussies, sia di passaggio in direzione Great Ocean Road, sia in maniera più stanziale per pagare visita a alcuni amici, in occasione delle prime tiepide domeniche di primavera celebrate doverosamente al cospetto di sausages and mojitos. Parlando con Anthony e Callum le memorie melbourniane non avevano tardato a riaffiorare, tra lingua e palato, in una risalita verticale, immediata, autentica, dalle viscere del vissuto. Ricordo i barbecue, le maledizioni ruttate contro l’inesistenza dei night buses; i prezzi sconsiderati degli spirits; le ore passate a cercare di comprendere le regole del footy; le decine di lezioni dispensate nel tentativo di trasmettere qualche nozione di italiano a studenti in fascia elementary. And so on and so forth, and so nostalgia comes again. Voltiamo pagina, s’il vous plait.

Melbourne

“How are you, guys? How’s your surfing experience going?”; “Not bad, mate, we had a few go this morning, but tomorrow we are gonna further north, it’s even better up there…what about you?”; “Well…” tentenno. Appunto, what about me? What am I going to do? “Not bad…but I think I won’t stay longer, I’ve strolled around today…but this weather is too bad…I want to go on, although I know it could get worse”; “or better for us!” aggiunge Callum ridendo. “Yes, indeed, it’s a matter of perspective…Let’s say that Nha Trang offered me all it had to offer…” Ah! Dissennata avventatezza! Mai frase fu più erronea! Più sventurata! Ma fermiamoci un istante, please, e lasciamo che queste parole, nonché il nonsenso di cui si fanno portatrici – in effetti, un nonsenso che solo il senno-di-poi, ovvero la consapevolezza di oggi, potrebbe disvelare – lasciamo, dunque, che esse conquistino il loro meritato spazio sulla pagina. Nha Trang mi ha dato tutto ciò che poteva. What a fool I was! Non sospettavo nulla…Eppure, il silenzio che seguì, breve ma denso, avrebbe dovuto scuotere, allarmare, la mia ingenua coscienza. But instead… “Actually…”, mi fa Callum “we were thinking trying something special to eat around the corner…” Il suo tono vago è complice del suo sguardo elusivo. E insieme celano un sottobosco di consapevole malizia.  “What do you mean?” chiedo, ben sospettando la sostanza della risposta. “Well, there’s a small restaurant which makes ‘special pizzas’, you know…” Non è necessario perdersi in astruse supposizioni per decodificare il significato di “special”. Il confine è tra celebrazione e ameno ritiro. Tra il lasciare Nha Trang con la consueta “distinta” lucidità da viaggiatore, o lasciarla in ritirata, in fasce, a brandelli; i sensi ottusi a rispecchiare le convulsioni dell’animo. What do I want? Me lo domando, mentre sono lì con loro. Poi mi concedo una deroga scriteriata alla massificazione. Special pizza sia.

special pizza

La special pizza non è sul menù, né sulle guide. Ma basta chiederla con discrezione nei piccoli chioschetti meno frequentati per avere un piatto condito con spezie hors du normal. Il sapore non è nulla di eterodosso rispetto alla classica pizza – o almeno rispetto a quel cuscinetto di formaggio e salsa acidula che oltre gli italici confini, and worldwide, viene definito tale – e gli effetti paiono, inizialmente, marginali. Paiono. Inizialmente. Solo marginali. But do not trust your senses. Usciti dal chioschetto ci dirigiamo verso il pub di fronte per una birra e per valutare le nostre opzioni serali. L’aria fredda che ci prende a schiaffi in faccia sembra voler congiurare contro gli aromi speciali che ancora ci innaffiano il palato e l’effetto placebo che già stiamo alimentando. Ci sediamo. Callum e Anthony mi parlano del prosieguo del loro viaggio; sono nel loro “leap year“, l’anno sabbatico post-secondary school. Molti australiani si concedono questa pausa per colmare, con una overdose di travelling experiences, il gap oceanico che li tiene lontani, in una sorta di quarantena divina, dal resto del mondo. Basta avere i soldi. Li ascolto, attento. Poi visualizzo una birra davanti a me. È semivuota. Ne bevo un sorso. È la solita Tiger. Secca e frizzante. Ma quando l’ho ordinata? E bevuta, per giunta? È mia? Is it really mine? Una risata fragorosa di Callum manda in frantumi l’accelerazione delle mie domande. Stiamo bevendo tutti e tre. Osservo Anthony mimare con le mani il rifrangersi di un onda contro una spiaggia inesistente, e poi il suono, il fragore, la tempesta. Sta urlando? Così mi pare, o forse è solo al sottoscritto che i suoni giungono amplificati. Chi ascolta chi? Le domande e i battiti tornano a squadernare i pensieri. Eppure, finché penso e dubito, think and doubt, ci sono, esisto, n’est pas? Ma da quanto dannato tempo siamo qui? Un’ora? Tre ore?… Prendo il cellulare dalla tasca: sono passati venti minuti. Ah! Venti minuti! Mais il semble l’eternité, dejà… Riaffioro allora in superficie, alla luce della coscienza; la certezza del tempo mi riporta al pub. Mi sforzo di diradare i banchi di nebbia nella memoria; ottundimenti che fanno dei miei ricordi presenti tanti vuoti a rendere. Mi ancoro, mi aggrappo, come un naufrago senza passato, a questi ragionamenti, ma non può durare, I know it, non posso resistere, la testa è terribilmente pesante. “I look forward to reaching Halong Bay,” dico allora nel tentativo di esistere al di fuori di me e palesarmi nel reale. Ciò che è razionale è reale, ciò che è reale è razionale, eccetera, eccetera. Anthony mi sorride inebetito, non so se abbia compreso; Callum, marmoreo, si è chiuso in un silenzio ultraterreno. Chissà se ho veramente parlato, in fondo. La città è scintillante di rumori; roboante di luci. Inesplicabile meltin pot sinestetico. Avverto la fragranza di una fanciulla che passa sul marciapiede. È così lontana, eppure il suo profumo è così vero, solido, presente alle mie narici. Com’è possibile? Devo bucare la ragnatela di elucubrazioni onanistiche di cui sono vittima non appena la logica soccombe alle spezie che mi avvelenano il sangue. Termino la birra con un sorso. Vado in bagno. Torno. Lo spettacolo è immutato. Inutile chiedersi se io mi sia mai assentato. E allora sbuffo, mi allungo, respiro e mi ribello contro la deriva dei miei pensieri. Ma è troppo tardi, ormai; sono già al largo. “Ça va vous?”, farfuglio infine ai due filibustieri di fronte a me in un moto di dislessia francofona. Silence all around. “Fuck mates! I’m stoned!” grida d’un tratto Anthony. What did you fuckin’ say?!”, mi fa Callum. E una risalta ci spedisce nell’iperuranio del delirio.

Il seguito della nottata è come una pagina bianca sulla quale una penna difettosa ha sputato appena qualche macchia d’inchiostro. Inutile tentare una ricostruzione organica, narrativa, degli eventi. Ricordo un locale, altre birre, almeno altre due; ricordo una musica terribile, forse occidentale, anzi certamente occidentale, troppo violenti i bassi e sgraziata la voce per essere altrimenti; poi ricordo di aver perduto Callum e Anthony, somewhere, somehow. Nella coda per i bagni, credo; o nel loro tentativo di abbordare qualche bellezza dall’altra parte del locale. Non so. Impossibile tenerne traccia. Non li ho più rivisti. Ho annotato alcune frasi sull’agenda – quando eravamo ancora al pub, sospetto – ma l’assenza di una seppur minima sintassi le rende inutili alla stregua di un conato amorfo di ebbrezza. L’unica cosa decifrabile è questa: “It’s fuckin real, mate!”, la cui calligrafia tremabonda, però, non mi appartiene. Ricordo infine la fatica per compiere le quattro rampe di scale fino alla mia stanza, eppure come io ci sia arrivato lo ignoro. Ho vissuto, per chissà quanto tempo, spossessato rispetto a me stesso. Col pilota automatico. Lucky to be alive. Ricordo le pale del ventilatore agitarsi fobiche e vili sopra la mia testa; il muro di fronte che mi restituisce un senso di oppressione infinita; la grondaia che tace. Mi sento soffocare, il respiro evaporare oltre i capelli. Vorrei uscire di nuovo, prendere aria, scappare. Ma non è che una straziata ambizione: aride sono le mie forze e perduta è ogni sicurezza; non la pioggia, né il pianto, o la scrittura possono restituirmele. Mi sciacquo la faccia; lo specchio sopra il lavandino mi rimanda un’immagine cadaverica, che non può appartenermi. Spengo la luce, mi stendo, chiudo gli occhi. Tremo. Mi raccolgo dentro il sacco a pelo. Vorrei dormire; dormire di un sonno catartico, tragico. Ma i rumori fuori – il latrato di un cane, l’allarme di un auto, una sirena – si trasformano in colori e azioni, azioni e colori dentro di me mi tengono desto alimentando senza sosta canovacci di associazioni sub-liminali. Il mio corpo si è fatto rigido, defunto, nulla più d’un involucro dentro il quale marasmi liquidi di coscienza e sensazioni si accoppiano, orgiastici, restituendomi una lucidità di ragionamento quasi fastidiosa (ora sì), tanto essa è chiara, immediata, cristallina. Eppure i miei pensieri sono infarciti di nonsenso: ricordi d’infanzia si mescolano a figure animalesche; voci sconosciute si associano a volti familiari; suoni metallici da chissà dove prendono la forma di odori inebrianti. In bocca solo un amaro pastiche mnestico a cui non posso opporre la dolcezza di pensieri salvifici. Sicché mi abbandono senza resistenza al cinematografo della para-ragione che continua la proiezione ad libitum di ciò che sono, e sono sempre stato; ciò che ho dentro, e ho sempre avuto dentro; tutto ciò senza saperlo. I am, sans doute, dissociato. E solo quando l’alba ha già fatto irruzione nella stanza, riesco finalmente ad affondare nell’inconscio dei miei bi-sogni.

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Sotto la pioggia di Nha Trang http://www.fucinemute.it/2013/12/sotto-la-pioggia-di-nha-trang/ http://www.fucinemute.it/2013/12/sotto-la-pioggia-di-nha-trang/#respond Mon, 23 Dec 2013 17:07:30 +0000 http://www.fucinemute.it/?p=17149

La risalita prosegue. Abbandonato il sole di Mui Ne nel tardo pomeriggio, con il solito bus di linea proveniente da Saigon e diretto a Hanoi, arriviamo a Nha Trang quando ormai la città è plongée in un’oscurità onirica, irreale. E torrenziale, anche, giacché la pioggia che ci accoglie pare provenire da nulle part e manifestarsi al suolo come un flagello divino senza tempo, il cui unico scopo è quello di punire, di ira irabonda, chiunque si trovi in città. Di quali peccati siamo stati tutti accusati, non saprei.

sleeping bus

Nonostante la distanza tra Mui Ne e Nha Trang sia di 250 chilometri circa, impieghiamo oltre sei ore per coprirla. Il vantaggio, se è lecito definirlo tale, ri-siede nell’ingegnosa distribuzione dei posti: non in due file, con due sedili per lato e un corridoio centrale, ma in tre file, con due navate che distanziano tra loro delle specie di micro-sarcofaghi soppalcati, dentro i quali gli esili vietnamiti (e il sottoscritto) riescono agilmente a distendersi, mentre stranieri dalla corporatura ben più possente sono obbligati a contorcersi in posizioni innaturali, come unti dalla malasorte di qualche contrappasso dantesco. Potrei anche sospettare che così incastonati saremmo in grado di giungere fino in Russia, ma questo sarebbe un pensiero fin troppo disonesto per chiunque sia più alto di un metro e settanta. Eppure, a gettarci tutti dentro le stesso girone di sofferenze e indotti patimenti, giovani e anziani, uomini e donne senza distinzione, è un semplice fattore: l’inoperabilità della toilette. Sei ore senza break e senza minzione alcuna, putain.

Al finestrino si susseguono paesaggi prima aridi e vagamente desertici, poi rigogliosi e tropicalmente verdeggianti, infine rocciosi e montagnosi, le cui linee puntute sono spietatamente squartate dalle nubi sempre più corpose che si affastellano sull’anima errabonda dei veicoli; nubi la cui unica funzione pare quella di essere un minaccioso ammonimento meteorologico ai viandanti diretti al nord. Mezzi di trasporto d’ogni natura popolano una strada inesistente; una strada, meglio, che si organizza nell’atto stesso della guida. Poi, oltre questo ammasso di ferraglie, bestie e uomini in perenne movimento, non si scorgono che i segni di una povertà bucolica. E non so, o forse non voglio sapere, se questi scenari, questa irta strada il cui tragitto pare mozzato ad ogni curva, ad ogni metro, dall’imperscrutabilità del dopo, del post-tornante, per poi riapparire qualche metro più innanzi e infine scomparire, desolatamente, tra i saliscendi dell’orizzonte; non so se tutto questo sia da considerarsi idillio, o chissà cos’altro. Agli occhi di chi, in fondo, bisognerebbe chiedersi; for whom is this idilliac? Di certo l’idea e la dimensione del viaggio assumono tonalità visive, uditive, e olfattive del tutto nuove. E questo, per ora, mi basta. Sicché, continuo a tenere gli occhi fissi sul vetro, mentre intorno molti compagni leggono – libri di ogni sorta: consunti, usurati, vissuti, tascabili, voluminosi, di narrativa, storia, fantascienza – altri ascoltano musica, e altri ancora dormono. Ma nessuno scrive, giacché l’andatura a singhiozzo non farebbe – come ho appurato – che riprodurre sulla pagina una mimetica, ma inintelligibile, sismografia del percorso. Scambio poche parole in francese e in inglese con le persone a me più prossime, sopra, sotto e accanto al mio micro-sarcofago. Finché l’insostenibile spossatezza del viaggio non affossa il bus in un mutismo catacombale.

Infine arriviamo a Nha Trang. La Miami del Vietnam – così ribattezzata dai marines americani che solevano spenderci i loro congedi – rifrange le sue luci decomposte un po’ dovunque: sul selciato fradicio, sui neon delle insegne, sulle lenti degli occhiali. Il bus accosta ai lati di una larga arteria del centro, su cui scorre un traffico modesto, forse a causa del maltempo. Per molti di noi, Nha Trang è la destinazione di giornata. Quando scendiamo dal bus, la pioggia è così intensa che non possiamo fare altro che tenere il capo chino, cercare nel vano bagagli la rispettiva dose di supplizi – inconsapevoli o volutamente refrattari a qualsiasi discussione, a qualsiasi contatto, saluto, o cenno di esistenza solidale – per poi disperdersi anonimi, solerti e affamati – certamente più di un shelter che non di nourriture – come topi che abbandonano il loro rifugio ad un decadente destino. Maledetta pioggia; pioggia invereconda.

Defilatomi dalla ressa, senza troppi tentennamenti, né sopralluoghi, mi accordo per una stanza al quarto piano di un building non distante dal punto in cui il bus ci ha vomitato dalle sue viscere, lasciandoci ad annaspare nell’affanno umido della sera. Il costo è quattro dollari a notte. Tuong, il gestore della pensione, che abita ai piani inferiori, è un tipetto simpatico e affabile, dalla risata certo facile – come ho modo di constatare durante il breve tragitto che percorriamo insieme – e altrettanto facilmente incline ad abbracciare e accogliere con nervosi colpetti sulla spalla chiunque gli capiti dinnanzi. In effetti, appena dopo aver recuperato lo zaino dal bus, lo scorgo aprirsi un pertugio tra la concorrenza monolitica degli altri affittuari, prendermi sotto il suo ombrello arancione – indossando lui un’enorme palandrana di plastica – e irretirmi con una parlantina accelerata. Distolto da ogni razionale valutazione, con la pioggia che ci martella sul capo, accetto indistintamente il suo “invito”.

Nah Trang by night

La stanza è piuttosto piccola e decisamente spoglia: letto singolo, lavandino ad angolo, finestra sbarrata overlooking a brick wall e alle pareti null’altro che una carta giallognola il cui pretesto dovrebbe essere quello, presumo, di occultare intonaci ancor più sgraziati. Il ventilatore agita svogliatamente le proprie pale sicché l’afrore stantio che gravita nell’afa serale non ne viene lontanamente intaccato. Mi si impregna, anzi, zelante negli abiti, confondendosi infine nei marasmi non più appetibili che mi porto appresso dal viaggio. I need a shower.

Dopo essermi rinfrescato, anche la stanza non appare più così sconfortevole. Mi abbandono sul letto ad una blanda scrittura fatta di libere associazioni riguardo al viaggio appena compiuto: il bus a due navate, gli scenari outside, l’avvento quasi istantaneo della pioggia una volta giunti a Nah Trang. E la realizzazione, non senza disappunto, che l’aver concluso The Quiet American mi ha lasciato senza alcuna lettura. Avvertendo il cessare della pioggia, giacché la grondaia del muro di fronte non esonda più acqua, decido di uscire per una cena veloce e per cercare un degno seguito alla lucida disillusione amorosa tra Fowler e Phuong.

Nonostante Nha Trang abbia tutta l’aria di un centro urbano sulla via della gentrificazione, avvilito, più di altri, da una crescita edilizia sconsiderata e disorganica, non mi restituisce certo la stessa impressione di anomia che avevo avvertito a Saigon. Moderni hotels hanno soppiantato, è vero, palme e sterrato, soprattutto in prossimità del mare, e la ricchezza a buon mercato ha saccheggiato il vuoto naturale della costa tutta, eppure è ancora possibile percorrere le strade dell’interno della città circondati da una dimenticata rilassatezza, quasi un certo agio mentale oserei dire, che consente, per un istante, di non curarsi dei destini della propria vita, senza che per questo si debba rischiare la sottomissione a qualche motociclo. Semmai si rischia lo scontro con qualche vacca o qualche asino che vengono menati verso l’entroterra da consunti volti contadini; o l’incontro con la corsa mozzafiato di alcuni ragazzini non ancora pietrificati dall’ipnosi televisiva. Di nuovo, è un indecifrabile tensione a percorrere la vita di cui sono testimone e in cui mi immergo, indecifrabile proprio perché frammentariamente composta di scorci e tasselli non solo antitetici – parossistici – ma che provengono e a appartengono a realtà che sono, ancora, distinte e che in città vengono, tout simplement, giustapposte. È questo il Vietnam d’aujourdhui.

restaurant

Per cenare propendo per il dehors di un ristorante senza pretese, da cui prorompe il canto burlesco di una donna d’esperienza dalle forme piuttosto matronesche. Certamente occidentali. Con il mare dinnanzi (ancora scosso dal maltempo), insieme all’eco di quella silhouette abbondante che interviene sullo sfondo di ogni portata, mi pare di comparire sulla scena di un set felliniano, là dove la riviera romagnola, al calar dell’estate, si satura di un’agrodolce saudade. E per contrastare l’aria fredda della sera, una sigaretta post-cena si dimostra ancor più piacevole. And I breathe, just breathe.

Sulla via del ritorno sosto senza impegno tra alcune bancarelle, finché la mia attenzione non è catturata da un piccolo chiosco di libri. Le opere, in varie lingue, se ne stanno silenti una accanto all’altra, tutte impilate secondo il rigore della più lucida casualità. Mi osservano, mi strizzano l’occhio, credo io, e mostrano le loro virtù attraverso la costina, come a domandare di essere portate via, di essere salvate e pressate dentro qualche borsa dagli imperscrutabili orizzonti. Nella loro diversità mi paiono tutte uguali. La scelta è ardua, sebbene una buona parte dei libri venga scartata a priori a causa del peso o delle dimensioni. Poi mi accorgo di un romanzo i cui colori di copertina sono sfumati e incerti come quelli del fumo di pipa. Incerti, ma a loro modo suadenti proprio perché sembrano celare i segreti di cui le pagine custodiscono la chiave. Un corpo di donna che suggerisce un imminente “da farsi” mi corteggia l’intelletto. Ma è il titolo – così prossimo al mio percorso – che sbriglia definitivamente la premura della scelta. Tanto mi basta, insomma, per portarmi in stanza Tropic of Cancer, di Henry Miller.

Complice o giudice imparziale che sia, la pioggia che ricomincia a cadere appena dopo il mio rientro – una pioggia violenta, disperata, non certo catartica, ma piuttosto annichilente, una pioggia che affossa l’uomo della strada ad ogni passo, che lo insudicia e lo costringe a piegarsi, contorcersi, correre – continua per tutto il giorno seguente, ragion per cui, la mattina, osservando ipnotizzato il rigetto singhiozzante che schiuma dalla grondaia di fronte, decido di rimanere in stanza a leggere e scrivere. Écrire et lire. In attesa di future schiarite del cielo. Meritato rendez-vous con l’ozio del viaggio. La stanza, pur modesta, mi accoglie al suo meglio, dimostrandosi calda e tranquilla (un muro come vicino può talvolta rivelarsi illuminante). Sistemo gli appunti di viaggio, riscrivo, annoto, correggo, mi sforzo di ricordare nomi e circostanze, ma in fondo non si tratta di una tensione troppo dolorosa giacche’ i souvenirs sono ancora piuttosto vividi, corposi; le parole, i suoni, i gusti e gli odori riecheggiano vibranti nei miei organi interni – cuore, fegato, polmoni e che altro – e questi congiurano all’unisono, come metronomi, nel restituirmi le immagini che cerco. Riguardo le foto, ne cancello alcune, mi soffermo su molte di esse, senza impazienza. Non devono rispondermi, non ho domande per loro, non ora, lascio che mi parlino spontaneamente, trascinandosi appresso le fila di un racconto che pare essersi interrotto appena appena per il caffè. Poi leggo. Leggo tanto. And now, please, read along with me:

copertina Tropic of Cancer

“If there were a man who dared to say all that he thought of this world there would not be left him a square foot of ground to stand on [. . .]If now and then we encounter pages that explode, pages that wound and sear, that wring groans and tears and curses, know that they come from a man with his back up, a man whose only defenses left are his words and his words are always stronger than the lying, crushing weight of the world, stronger than all the racks and wheels which the cowardly invent to crush out the miracle of personality. If any man ever dared to translate all that is in his heart, to put down what is really his experience, what is truly his truth, I think then the world would go to smash, that it would be blown to smithereens and no god, no accident, no will could ever again assemble the pieces, the atoms the indestructible elements that have gone to make up the world.”

Rialzando gli occhi dalle pagine del libro, i miei pensieri rimangono immobili, per un istante. La stanza è rischiarata ormai solo dalla luce artificiale dell’abat-jour. Fuori è di nuovo notte. Un altro giorno è stato risucchiato nell’eternità. E in questa spelonca platonica dalle ombre giallognole e stantie che mi costano appena quattro dollari a notte, non posso che domandare al testo – e con lui al muro oltre la finestra e alla pioggia che ne ha lava incessantemente i mattoni purpurei quasi a volerne cancellare un misterioso peccato originale; peccato di verità materiale o forse solo di storpiata vanità – mi chiedo dunque come e perché le opere di Miller siano sovente dismesse e bollate come “erotic stories”, e con “erotic” intendo “erotique” nel senso più zozzo e francese del termine. In fondo, c’è tanto sesso nelle opere di Miller quanto intenso è il suo richiamo carnale alla vita, ai sensi, all’esistenza vissuta, prima ancora che raccontata, e non certo vissuta per essere raccontata, ma vissuta e basta. Traversée. Le parole, per Miller, risultano spesso insufficienti allo scopo che si prefiggono, ovvero quello di provocare, scuotere, mépriser la banalité du quotidien, ed è per questo, innanzitutto, che ridondano rozzezza da ogni margine della pagina. He attempts to rescue the words, their meaning e sterilizzarne l’urgenza e la necessità di cui sono portatrici, generalizzandole alla stregua di una giostra pornografica, sarebbe un delitto, poiché significherebbe annichilirne il grido, il lascito, in nome di un miope puritanesimo letterario. Dopodiché, l’estetica della rappresentazione bohémienne del mondo che ne deriva è tutt’altra cosa. Ma talvolta è cruciale, come un appagamento onanistico, lasciare che le parole rotolino libere nella mente, limitando al minimo la resistenza della ragione su di esse e contro di esse. Lasciare, dunque, che le parole lavino via i pre-giudizi serbati e difesi con licenziosa fobia dentro ognuno di noi. Lasciare, ovvero, che le parole si infiltrino là dove siamo più vulnerabili. Come la pioggia, oltre i vestiti, fin sotto la pelle. Non dico nulla di nuovo, in fondo. Ora la grondaia non geme più, realizzo. Ha smesso di piovere, finalmente. Time to get out again per sfamare il corpo oltre che lo spirito.

Prima di uscire incontro Tuong sulle scale e gli chiedo se sia possibile organizzare un giro della città per il giorno seguente. “Sure, Sure, my friend!”, mi dice picchiettandomi la spalla quasi a voler attestare della mia esistenza terrena. “What about scooter?”, “No, no, I’d prefer not, in case it’s raining again tomorrow”. “Ok, car, then…I will drive you around”, m dice soddisfatto e con un sorriso da consumato uomo marketing. “How much?”, mi premuro di domandare. Si fa pensoso un istante; ma è un istante teatrale, totalmente artificioso. “Only 8 dollars all day, ok? ok?”. È quasi il costo che ho pagato a Saigon per la prima escursione. Tuong sembra impaziente di avere una risposta. Valuto le alternative inesistenti che ho, se si esclude il cercare un’agenzia turistica in città a quest’ora della sera. Sicché, dissimulando a mia volta una riflessione tout à fait théâtrale, rispondo: “That’s fine, see you tomorrow”. “Ok, ok, tomorrow, at 8. I’ll be your guide!”. Mi fa lui compiaciuto. E lo vedo sparire nella sua micro-cucina.

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A caccia di fossili nella città eterna di Byblos (Libano) http://www.fucinemute.it/2013/11/a-caccia-di-fossili-nella-citta-eterna-di-byblos-libano/ http://www.fucinemute.it/2013/11/a-caccia-di-fossili-nella-citta-eterna-di-byblos-libano/#comments Fri, 29 Nov 2013 17:54:02 +0000 http://www.fucinemute.it/?p=16570

Non ero mai salito su un’automobile Chrysler. E non pensavo nemmeno che a Beirut (Libano) circolasse una Chrysler 300 SRT8 nera, rinforzata con vetri antiproiettile e portiere antisfondamento. Invece, quel pomeriggio di luglio, quarantacinque gradi e un tasso indecifrato di umidità, “Bob” – così si faceva chiamare l’autista che mi era stato riservato – si presenta alla reception dell’hotel e in perfetta tenuta da turista yankee mi prende sottobraccio e avvisa: “la strada per Byblos oggi sarà trafficata. Però, Prof. Milanese, lei viaggerà comodo e rilassato”. Da Beirut a Byblos sono non più di trentacinque chilometri che, alla velocità di trenta chilometri orari più qualche posto di blocco, un paio di pause caffè e sigaretta, si percorrono in quasi due ore. “Non si preoccupi, Professore, una volta arrivato a Byblos, vedrà che tutto il tempo speso in macchina se lo sarà scordato”.

byblos city

Partendo da Beirut, costeggiando il mare Mediterraneo da una prospettiva insolita per un italiano, in un’ininterrotta sequenza di piccoli centri, capannoni e fabbriche più o meno abbandonate, con la dovuta calma tipica dei libanesi, si arriva a Byblos, città apparentemente anonima di 50.000 abitanti, terribilmente affacciata sul mare.

Poco prima di arrivare a Byblos, Bob – musulmano che in pieno Ramadan sgranocchia Mars e beve caffè – fa un’altra sosta, questa volta davanti al Casinò du Liban: struttura immensa e lussuosissima aperta nel 1959 e chiusa durante la guerra civile: “Così capisce che la nostra Costituzione riconosce 18 religioni sia sulla carta sia nei fatti”, spiega l’autista poco incline alle rinunce prescritte dal Corano. Infatti, il gioco d’azzardo è pratica vietata nel mondo musulmano, ma non in Libano.

Ad ogni modo, finalmente si arriva a Byblos, passando per un porto che vagamente ricorda Camogli e la Liguria. Una decina di barche ormeggiate, un paio di ragazzotti pronti a catturare turisti per un quarto d’ora di giro in barca è tutto quello che offre il porto di Byblos. Non ti immagini proprio che questo piccolo anfratto, quasi abbandonato al suo lento destino, per diversi secoli sia stato uno degli approdi più importanti di tutto il Mediterraneo! Turisti, oggi, nel luglio del 2013, non se ne vedono in giro, e presto capisco che deve essere la faccia bianca sotto il sole cocente a definire la mia diversità dalla popolazione autoctona. Bob si ferma davanti a un cancello e fa cenno di scendere. Siamo arrivati all’entrata di una delle meraviglie dell’umanità: l’antica città di Byblos, ininterrottamente vissuta dall’uomo da almeno dieci millenni. L’odore di quei millenni lo senti subito; nello sguardo dei curiosi che si fermano ad osservarti, nei profili asimmetrici degli ulivi e nell’immanenza delle pietre lisciate dal vento. Dovrei pagare il prezzo della Storia per entrare in questo posto, invece, me la cavo con pochi dollari e come benvenuto ricevo lo splendido sorriso di una ragazza: “Buon giorno, lei è il primo visitatore da ormai diversi giorni, è il benvenuto”.

byblos port

Il castello Crociato di Byblos, conquistato e poi perso da Saladino, perfettamente conservato e in fase di restauro (con gentile contributo teutonico), mostra i segni eclatanti di quella storia, non proprio nobile, della Chiesa di Roma. Un millennio or sono, dal 1104 al 1302, questa era terra della Signoria di Gibelletto, governata dal genovese Guglielmo Embrìaco, quello che nel 1099 conquistò Gerusalemme. In quel periodo, Embrìaco costruì una fittissima rete commerciale che congiungeva Byblos a Genova. Ma la storia di Byblos al tempo dei “genovesi” era già stata preceduta da altri e più duraturi domini. Infatti, come in un viaggio a ritroso nella preistoria della civiltà umana, le rovine di Byblos mostrano chiaramente i segni della dominazione ottomana (1516-1918), del periodo mamelucco (dal 1266), dell’interregno di Saladino, dell’influenza greco-romana fino ad arrivare all’età di Alessandro il Grande (332 a.c.), del vassallato persiano (538–332 a.c.), della conquista assira (732 a.c.), della colonizzazione fenicia (1200 a.c.) e di quella millenaria egiziana, fino al ritrovamento di manufatti o opere murarie delle epoche neolitiche che portano il visitatore indietro nella preistoria, fino all’8000 a.C.

Uscito a tardo pomeriggio dalla città eterna, attraverso le strette vie del mercato di Byblos, popolato da gatti e jeki e da un gruppo di ragazzini che mi segue a distanza. In un bar che potrebbe essere l’ambientazione perfetta di un film su Hemingway, per soli tre dollari mi servono una limonata, ma di quelle vere, antiche, di limoni spremuti e schiacciati col ghiaccio direttamente nel bicchiere.

PierrePotrebbe essere sufficiente, invece Byblos non finisce lì, e questa giornata deve proseguire al museo dei fossili marini del simpaticissimo paleontologo Pierre Abi Saad. La storia del suo museo, dove è sempre possibile acquistare e portare a casa un reperto fossile, magari un pesce estinto da milioni di anni, è già entrata nella leggenda. Figlio di un agricoltore, Pierre è da ormai due decenni un cacciatore di fossili, ovvero, da quando, con lungimiranza visionaria, la sua famiglia acquistò una vasta area montuosa nei pressi di Byblos. 100 milioni di anni fa, quella zona era completamente sommersa dal lago Thety, mentre ora è il terreno di “caccia” di Pierre, famoso in tutti i musei del mondo, che contribuisce ad arricchire con specie marine fossili non ancora classificate. Il suo museo sembra un acquario cristallizzato nel tempo, con pesci dalle forme indescrivibili stampati su lastre di arenaria e sospesi alle pareti. È tutto talmente incredibile, nel museo di Saad, che a tratti si ha l’impressione sia un trucco per ingannare il turista, smanioso di portare a casa un pezzo della preistoria a buon prezzo. Invece, Pierre mostra orgogliosamente le innumerevoli copertine di riviste, gli articoli scritti e le pubblicazioni dedicategli dalla stampa internazionale. In un certo senso, quei fossili, quei pesciolini così magnificamente immortalati nella roccia, per Pierre sono una specie di passaporto che lo ha tenuto in contatto con il mondo: anche nei difficili anni della guerra civile ,quando, nonostante le bombe e i missili, il mondo accademico non si è dimenticato di Pierre, il “cacciatore di fossili” libanese.

Il ritorno a Beirut, quando ormai la luce del tramonto colora Byblos e i suoi millenni di storia si allontanano dal finestrino della Chrysler, è meno problematico del previsto. Enormi gabbiani sembrano lambire divertiti quella linea immaginaria dove l’azzurro dell’acqua si confonde con il rosso del cielo e, nell’immensità di quel passato lontano, vivo il mio personale naufragar dolce in questo mar.  

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Fate, dune e amicizia nell’entroterra http://www.fucinemute.it/2013/11/fate-dune-e-amicizia-nellentroterra/ http://www.fucinemute.it/2013/11/fate-dune-e-amicizia-nellentroterra/#respond Tue, 12 Nov 2013 10:20:42 +0000 http://www.fucinemute.it/?p=16927

Trascorro il giorno seguente senza pretesa alcuna, sospinto alla deriva dall’ozio di un quieto far nulla. In tarda mattinata, dopo colazione, mi affaccio sulla spiaggia poco oltre il mio bungalow e da lì, a piedi nudi – orme di sabbia umida e foglie filiformi dietro di me – mi avvio verso il piccolo villaggio di pescatori al limitare della zona più turistica. L’aria è frizzante; il cielo leggermente velato; in acqua striature e riflessi dai toni tiepido-tropicali si susseguono al ritmo della brezza. A largo, due imbarcazioni tozze, circolari, paiono immobili, inchiodate su un imperturbabile fondale di nuvole e correnti. Mi siedo sul bagnasciuga a osservare il microscopico lavorio dei pescatori, lasciando che e a poco a poco la silhouette delle imbarcazioni ormai al rientro si faccia più ingombrante e definita. Nell’attesa dell’incontro, mi chiudo in un silenzio pacifico. Poco distante, sulla sinistra, il porto del villaggio dipana la solita commedia quotidiana, restituendomi agli occhi un prisma di colori che, sotto i riflessi rifratti del sole, si fa abbagliante. Vivant. Oggi è come ogni altro giorno. It is a troubleless morning. Quando i pescatori si trovano infine a poche decine di metri da me, scendono in acqua e trascinano in secca, con la forza delle braccia, le imbarcazioni, che ora mi appaiono nella loro pura materialità: legno, canapa e manodopera. Fragili, però, certamente no, giacché riescono a ospitare fino a cinque uomini, se diligentemente seduti lungo tutto il perimetro. Una volta al sicuro, i pescatori – giovani uomini i cui corpi, spossessati rispetto all’età, sono modellati dalla fame, dalle veglie mattutine e dal vento – estraggono dal fondo delle imbarcazioni le reti da pesca per stenderle sulla battigia. Sorrisi storpiati dalla fatica mi vengono allora rivolti copiosamente: i frutti di giornata sono più che soddisfacenti. Ricambio a mia volta e mi congratulo con un caloroso suono onomatopeico. Poi mi lancio in un prosaico “Good job!”. Ma i loro sorrisi ad libitum mi fanno capire che le eco inglesi non richiamano alcuna nota intelligibile. Sicché, ad esclusione degli scheletri delle imbarcazioni che mi circondano, mi ritrovo ben presto solo, soggetto sagomato e rosolato al sole dei tropici intento ad asciugare i propri malanni di un inverno trascorso sotto l’equatore.

imbarcazioni

Nel pomeriggio mi reco al villaggio vero e proprio di Mui Ne e sono piuttosto ravi nel constatare come le valutazioni in cui mi ero lanciato il giorno precedente non erano del tutto corrette. Verranno corrotte, prima o poi, le tonalità iridescenti di questi scenari: diverranno grigie, vitree, metalliche, a seguito del rutilante avvento del “post”; e verrà corrotto, soon or later, il ciclico esistere marinaresco di queste genti, piegato alla inesorabile linearità del progresso. Succederà tutto questo. O forse no, pourquoi pas? Intanto, questo è certo, c’è un piccolo mondo, appena oltre i resort, i pub, e i ristoranti, che appartiene ancora agli uomini e alle donne dai sorrisi storpiati dalla fatica; un mondo dai ritmi regolari, circadiani prima e stagionali poi, dai colori non inquinati dalla techne dell’artificio, not yet at least; un mondo animato da persone la cui prodigalità immacolata non si fonda sullo scambio, non domanda nulla indietro, ma chiede, quello sì, di essere riconosciuta, rispettata, difesa. E de-voluta. In fondo, si tratta solo di una prospettiva differente sulla vita. Una prospettiva, può darsi, sempre più rara, ma ancora comune a quei luoghi del globo che si ostinano a vivere in parallelo. Juste à coté de l’autre monde. È possibile un altro rapporto con la sofferenza? What are sorrow and pleasure? Troubles and happiness?

Il mattino seguente scendo di buon ora alla reception e chiedo all’ometto grassoccio – questa volta, ahimè, recitando sin dal primo atto in inglese – come posso raggiungere la sorgente delle fate e le dune, due sightseeing dell’entroterra che non voglio assolutamente perdermi e che, anzi, rappresentano le ragioni principali per le quali ho deciso di fare tappa a Mui Ne sulla via per Nah Trang. Non volendo affidarmi a qualche tour organizzato, provo a chiedere a lui: “Ask to the guy on the other side of the road”, mi dice puntando il dito verso una tienda in lamiera cinquanta metri più avanti. Il suo tono è sintonizzato su una cadenza monocorde, conciliante, probabilmente memore del mio tentativo linguistico pregresso e della mia attuale retraite. “Cảm ơn bạn”, mi limito a dire. Grazie. À plus tard.

Il giovane robusto che mi trovo di fronte è intento a caricare alcuni barili sulla sua jeep. Mi scruta un paio di volte mentre va e viene dall’interno della sua tienda lamierata, senza tuttavia mostrare alcun interesse per la mia presenza – effimero egocentrismo turistico – o per le ragioni della mia visita. E non sono neppure sicuro che si tratti della persona giusta. “Excuse-me, would you be willing to drive me to the Fairy Steam and to the Dunes?” provo allora a chiedere. Nessuna risposta from the inside. “Not now”, mi dice una volta tornato all’aperto, mentre deposita l’ennesimo barile sulla jeep. Ha il fiato corto. Ma forse è meglio così, giacché l’odore che proviene dai barili è immondo, marcescente, di putrefazione ed essicazione cadaverica insieme. Impossibile chiedere agli alveoli di schiudersi oltre un affannato sospiro. “I have to deliver these jars around the village…” … “…then I’ll bring you there, if you want”, conclude. Non so cosa replicare. Rimango un istante in silenzio a valutare le opzioni. Ma subito ci pensa lui a fornirmi un’alternativa: “If you help me, we will be done soon…and I don’t ask you money!” Ah! Interessante contrappasso! Le mie braccia per un tour for free. Certo, la filosofia alla base della sua proposta mi affascina, quel suo mischiare arbitrariamente responsabilità e favori, “I”, “you” and “we” come si trattassero di un unico soggetto. Il tutto, trascendendo qualsiasi metro economico; non un prezzo è stato fatto, non una timetable è stata concordata. Viviseziono la proposta, insieme agli occhi del giovane: non penso stia bleffando, mi pare anzi sincero, giacché in lui scorgo soprattutto la brama di liberarsi al più presto del lavoro, piuttosto che quella di raggirare un ignaro forestiero sulla via verso l’entroterra. Il fetore di quei barili, tuttavia, è insostenibile. Sicché, prima di accettare, mi lego un fazzoletto a protezione del naso. “We can go”, gli faccio allungandogli la mano. “I’m Stefano, by the way”; “I’m Sun”

il rosso della sorgenteQuindici minuti dopo, terminato di caricare i barili, mi ritrovo a bordo della jeep – un modello cabrio, 4×4 a due posti, con un ampio portabagagli sul retro – lungo la strada principale di Mui Ne. Thanks god, il vento che filtra attraverso i finestrini-inesistenti ripulisce parzialmente l’abitacolo dal lezzo che ci portiamo appresso e che disperdiamo capillarmente nel villaggio come moderni appestatori. Mi meraviglio che al nostro passaggio – incantatori di fauna domestica quali dovremmo essere – non si accodino sorci, cani selvatici o animali d’altra sorta. “it’s dried fish”, mi dice Sun indicando il retro della jeep “I hate it, but everybody uses it for nước mắm, fish sauce. Everybody eats it”. In effetti, la zona di Mui Ne è famosa in tutto il paese per la produzione di salsa di pesce, un composto ottenuto lasciando essiccare al sole (o sotto sale) acciughe e seppie, alle quali vengono poi aggiunte alcune erbe. I barili che trasportiamo hanno terminato essiccazione e devono ora essere consegnate around the village a coloro che si occupano della pressatura, prima che il composto venga infine confezionato. “What’s the taste?” chiedo a Sun, cercando di travalicare i decibel del motore. “It’s like…spicy…spicy fish…maybe spicy cheese…yes…” Il suo inglese è elementare, ma scevro da errori. “Where did you learn English?” “Oh, no lessons…here everybody speaks English…you know, Americans…and tourists”; “Do you like living here?” “I like here, yes…”, mi dice, “…but Ho Chi Minh City is better”. Ho Chi Minh City is always better, penso. Ma per chi? “Do you have a job?” “Yes, but not regular…I work sometimes…I help my father fishing…and when I have enough money I go to Ho Chi Minh City, where I have friends”. Pare sereno e quando pronuncia le parole “Ho Chi Minh City” e “friends” la sua voce accelera, si fa più energica, trascinando in avanti i suoi pensieri, la nostra conversazione e le consegne tutte. Poi aggiunge: “When I have enough money I go to Ho Chi Minh City and find a job there”; “What kind of job?” chiedo; “I don’t care…it’s not a problem…” Eccola qui, vigliacca e codarda, compressa in poche parole, la differenza tra me e lui; eccola qui, palesarsi in tutta la sua sbaragliante semplicità, la diversa prospettiva esistenziale che ci distanzia: il mio non sapere, il mio vagare errabondo attraverso l’Asia disseminando la strada di domande, alcune futili, altre profonde, altre ancora ridicole, ma tutte che continuano – e come potrebbero? – a non trovare risposta, si riflettono, specularmente e negativamente, nella lineare noncuranza con la quale Sun approccia la vita. Eppure, troppo facile sarebbe bollare la sua prospettiva come triviale disinteresse: ciò che più mi destabilizza è intravedervi, al contrario, un vano di serenità immacolata, cristallina, tout simplement parce que “It doesn’t matter”, un vano che è tanto interstiziale, quanto tremendamente ammonitore per il sottoscritto, giacché ora, a me, questo spazio manca. E continua a mancare anche mentre scarichiamo uno a uno i barili, sosta dopo sosta, lasciando che i bicipiti affossino nella dolenza dello sforzo e il turpe odore di seppie si impregni nei nostri vestiti. Questo è ciò che percepisco; Sun, invece, sorride. La differenza è tutta qui, ma sebbene io ne sia parte, sebbene io rappresenti la diversità, qui e ora, non riesco a decifrarne del tutto i contorni, i quali rimangono, in effetti, vaghi, sfumati, mutevoli, come se, ostinandomi a indagarli troppo da vicino, non facessi altro che reiterarne il cambiamento e con essi una forma perversa di esistenziale miopia. Ho paura di credere nelle chimere che qualcun altro, un mondo intero per la verità, mi ha appiccicato addosso. “But is there any job you would like to do?” chiedo una volta tornati a bordo dopo aver consegnato l’ultimo barile. Sun si chiude, allora, in un silenzio estemporaneo, il rombo della jeep e l’eco olfattiva delle seppie a colmare la nostra distanza. “I don’t know… I like to paint…but no money”, mi dice ridendo. Poi dal vano porta-oggetti estrae un block-notes con alcuni suoi disegni: sono a matita, in bianco e nero, i tratti decisi, le forme puntute, le sfumature talvolta ridondanti. Alcuni ritraggono persone del villaggio, altri paesaggi: “And this is fairy stream”, mi dice quando arrivo a metà del blocchetto. “Do you go often there?”, “Yes, often, this is why I drive you there”; “they are good” gli dico; “where did you learn?” “I don’t remember…when I was a child, maybe…I don’t know”. He never knows why, but he knows how to do things. “Would you like to travel and paint other places?” “Yes sure!” mi dice. “…Around the world!”. E il suo sguardo si accende di vividissime immaginazioni impossibili. Come non potrebbe?

sorgente delle fate

Quando siamo al limitare del villaggio, svoltiamo a sinistra e dopo un breve tratto sterrato ci fermiamo. “Now we go on foot”, dice Sun. “It takes an hour to walk the stream and back. I wait there, under the tree…I paint something”.  Lasciato Sun alla sua arte, mi avvio da solo. La sorgente delle fate è un placido corso d’acqua profondo appena una decina di centimetri che dal mare si insinua delicato tra le rocce rosso-pastoso dell’entroterra di Mui Ne. Il mio intento è quello di raggiungere le delicate cascate che si trovano a circa mezz’ora di cammino e poi tornare indietro per recarmi alle dune by car sulla scia delle sfumature del tramonto. Solcando a piedi nudi il fondale del corso – un pasticcio tiepido di sabbia e simil-creta – ci si addentra in una vegetazione che dimentica ben presto i colori arsi della costa e si fa verdeggiante e rossa allo stesso tempo. Verde tropicale e rosso marziano. I toni si accostano, si alternano, ma rimangono pur sempre distinti lungo il percorso, sicché paiono macchiare il fondale turchese del cielo in maniera disomogenea, a chiazze, in una sorta di trasfigurazione fauvista di un canyon a reminiscenza americana. Ragazzini di appena 7-8 anni mi tarantolano intorno a sciame d’ape, tutti insieme, sguazzando nelle acque tiepide del corso e offrendosi, a turno, di farmi da guida. In cambio, ovviamente, di qualche dollaro. Ma la semplicità del cammino non richiede, in effetti, altro che il silenzio della contemplazione. E nemmeno la presenza di alcuni visitatori – pochi, per la verità, forse a causa dell’orario improbo – sembra capace di deflettere l’equilibrata atmosfera del luogo, come se un sacro rispetto si imponesse sulle impronte fangose di ognuno di noi. Just quietness.

Al ritorno Sun mi mostra un paio di disegni del medesimo soggetto: l’ingresso della sorgente, incorniciato sulla destra dalle fronde aghiformi di una palma e sulla sinistra dal declivio grezzo, spigoloso, decisamente irto, dell’argine. Gli dico che mi piacciono molto e che dovrebbe provare a venderne qualcuno, ai turisti magari, ma tutto quello che si limita a fare è metterne uno tra le mie mani e infilare il secondo nel suo blocchetto. “That’s for you”, mi fa. Io ringrazio devotamente, ma nel farlo mi congelo in un imbarazzo contrito, siberiano direi, giacché la Siberia sola potrebbe forse dare il senso della distanza che avverto. Non elemosino comprensione, per carità, ma mi domando se sia sempre inevitabile definirsi per sottrazione. “Don’t worry, my friend” insiste Sun percependo la mia incomprensione. “You help me with fish and this is for you. A present. If I become famous, you become rich, ah! Ah!” Fame and richness. Qui come ovunque, in fondo. Perchè stupirsi? Eppure non chiede nulla, Sun, in cambio. Pare bastargli il pensiero, della ricchezza. E chissà quant’è, per lui, la ricchezza? My friend, mi dice. But what about the fact that the excursion is already for free? Non posso evadere ogni spesa di giornata solo per aver scaricato qualche barile di pesce lungo il percorso. “Now, it’s time to go to the dunes”, conclude lui con un sorriso. Troverò il modo per sdebitarmi.

Sulla carta, il tragitto verso le dune è percorribile in quindici minuti di auto. Tuttavia, il nostro spostamento, inizialmente reso piacevole per lo svaporare della calura in una tiepida brezza motorizzata, ci richiede oltre un’ora, poiché quando ci troviamo poco oltre il villaggio l’andatura della jeep si fa d’un tratto anchilosata, singhiozzante, e infine arrendevole. Abbiamo bucato. A motore spento, solitari e frustrati sul ciglio della strada, senza uno squarcio d’ombra in vista, il sole delle quattro e trenta non pare più così gradevole. E ancor meno lo è il contatto con l’asfalto rovente durante tutto l’iter cambio-gomma. “You can go, if you want”, mi dice Sun. Ma non ho alcuna intenzione di lasciarlo nei suoi modesti guai di giornata. Sicché mi do da fare per aiutarlo. Extra work today; o forse è solo il conto di giornata che si materializza in modo imprevedibile. A quanto pare, a farci bucare sono stati alcuni chiodi. Sun però non sembra capacitarsi: “This never happen to me, never!” mi informa una volta che siamo di nuovo on the road: “Maybe a joke, maybe not… maybe just bad luck…” e dopo questa riflessione si chiude in un’espressione contratta, dispiaciuta, e forse anche preoccupata; un’espressione di cui, tuttavia, non saprei indicare la ragione o la provenienza: se il caldo, la fatica, il suo (nostro) apparente bad karma , o chissà cos’altro. Poi, d’un tratto si rasserena: “But don’t worry, we are in time for sunset!” ci tiene a rassicurarmi. Dear gentle Sun.

le dune e il nulla

A una decina di chilometri da Mui Ne si apre, unexpected, un deserto rosso. Le dune si susseguono sinuose e morbidamente irregolari per circa mezzo chilometro quadrato, ovvero un’area sufficiente per nascondere agli occhi della ragione, ingannata dagli estemporanei profili tracciati dal vento, la vista dell’orizzonte e di qualsivoglia artificio umano, sicché la mancanza di punti di riferimento precipita lo scenario, all of a sudden, in una dimensione mitica, hors du temps. Dopo solo qualche passo verso il cuore delle dune, là dove lo schiamazzo dei ragazzini si dissolve in una serena afonia, lo spazio perde già la sua linearità geometrica e diviene spazio curvo, multiplo, eternamente cangiante; uno spazio dalla materialità eterea, fatto di dossi viventi – plus que vivants – che si ripetono in un ciclico rincorrersi e sfuggirsi di forme e tonalità. Each dune hides always a surprise.

Il piede nudo avanza lento e regolare sulla sabbia fresca. The pace has to be steady and regular, come il ritmo cadenzato del ciclisti lungo la salita, giacché ogni brusca accelerazione non farebbe che aprire un abisso nel quale il corpo tutto sprofonderebbe senza resistenza alcuna. Intanto, durante ogni nuova sabbiosa scalata, le ombre si strecciano sempre più lunghe verso l’orizzonte, in sincronia con l’abbassarsi del sole, e offrono l’occasione per fotografie in stop motion tout à fait divers. È proprio il sole, qui, a rappresentare l’unico metronomo della vita, a segnalare il cambiamento che sarebbe altrimenti lasciato alla sola bizzosa volontà del vento. Il sole energizza, scalda, dà vita, e soffoca, anche, questa terra, fino a trapassare rapido e apocalittico come sempre nella sua inscenata discesa purpurea, spegnendo la visione e l’esistenza diurna insieme. E allora rimango ben presto al buio della sera con le mani conficcate nella sabbia e i pensieri arricciati dalla brezza. Quanti granelli possono entrare in una scarpa numero 40? Infiniti. Quanto dura una scritta sulla sabbia? Un soupir. E il tramonto appena sub-equatoriale? Il tempo arbitrario di una folata. Silly questions of a light evening. Ma ci sono domande intelligenti?

Al rientro in jeep verso Mui Ne cerco di convincere Sun, simpatico vate dalle fortune alterne, ad accettare una decina di dollari per l’escursione. Ma lui non ne vuole sapere. Sicché, quando siamo ormai poco lontani dalla sua tienda lamierata, gli chiedo di accostare accanto a un piccolo chiosco. In un attimo entro ed esco insieme a due tiger in bottiglia, così da permetterci di terminare la giornata con un po’ di meritato amaro in bocca. A spese mie, finalment.   

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Incontri/scontri lungo la strada http://www.fucinemute.it/2013/10/incontriscontri-lungo-la-strada/ http://www.fucinemute.it/2013/10/incontriscontri-lungo-la-strada/#respond Fri, 04 Oct 2013 13:18:22 +0000 http://www.fucinemute.it/?p=16732

Dizionario vietnamita-ingleseTôi muổn ḋặt phòng cho hai ḋêm”, proprio così dico all’ometto grassoccio, dai lineamenti quasi caraibici ma dal sorriso inconfondibilmente buddhista, che si trova alla reception della pensione. Peccato solo non possiate sentire il suono delle parole. Lo sguardo dell’ometto è compiaciuto e impassibile insieme. Difficile decifrare le ragioni che ne sottendono il riverbero sbarazzino fino nel fondo delle pupille. “Tôi-muổn ḋặt-phòng cho-hai-ḋêm”, ripeto dopo aver consultato furtivamente la sezione della guida con i consigli linguistici. Mi sforzo di smezzare le parole qua e là per dare un tono qualsiasi alla mia richiesta, ma ciò che ne esce non si discosta molto da un magmatico ribollio dialettale nostrano. Voglio cercare di prenotare il soggiorno in vietnamita; sento di dover concedere questo claudicante tentativo alla sconfinata ospitalità che finora mi ha circondato. Oppure, con una perifrasi più prosaica, al mio tentativo di apparire, tra queste genti, un po’ meno ospite e un po’ più compagno. Fino a che punto sia possibile, lo ignoro. L’ometto grassoccio mi osserva ora divertito: senza dare seguito ai miei svolazzi, lascia che quei suoni appuntiti, metallici, trascritti sulla pagina con simboli aerografati e pronunciati dal sottoscritto con singhiozzante tonalità, si disperdano nervosi nella quiete della sera, come serpi lasciate libere dopo notti in cattività. Corpo rigido e mani arroccate in presa mordace sul mogano del bancone, sono tentato di rinculare in ritirata verso ambasciate più familiari. Poi l’ometto sentenzia qualcosa. “…” E qui, l’abisso linguistico che ci separa si materializza in tutta la sua incommensurabile distanza: il metro o poco più che ci separa viene fagocitato in poche sillabe e si trascina appresso la mia figura rigida, il sorriso buddhista dell’ometto e l’inintelligibilità di tutto ciò che ci circonda. Ad alcuni miei segnali di contratta perplessità sopraciliare, fanno seguito altre sue parole, forse le stesse, forse delle nuove, forse un mix di entrambe. Finché a chiosare il suo breve, fluido monologo non giungono alcuni energici movimenti longitudinali del capo. È assenso, mi dico. Il suo sorriso buddhista diventa allora il mio sorriso d’orgoglio, e la sua convinzione, la mia convinzione, in quella che diviene una sorta di trasfusione transculturale e inter-corporea del sapere. Faccio segno “due” con le dita; lui mi sorride e mi ripete una breve formula che dipana l’armonia tipica dell’accordo raggiunto. Tutto sembra deciso, dunque. Ma a quel punto, proprio sul confine che demarca il successo dall’ordinarie défaite, non riesco a sbarazzarmi dell’ossessione del fraintendimento, un’ossessione che si installa, monolitica, nella mia testa e viene presto rovesciata sul bancone che ci separa – Ma è davvero questo? O è piuttosto l’egocentrica fragilità di chi, insicuro, si avventura lungo sentieri inesplorati? Sicché mi affretto a concludere: “two more nights, please”. E lì, tutto il fascino lurido di quei suoni vietnamiti sconosciuti, dei loro dittonghi impronunciabili, del magma insignificante a colare tra le loro pause, viene evacuato, sterilizzato e nettato dal desolante agreement in stile British. Starò a Mui Ne altre due notti. Amen.  

Per carità, non è stato, il mio, un definitivo insuccesso, Eppure, la codarda ritirata finale di cui mi sono reso colpevole mi lascia addosso, fin da subito, uno strascico di rimpianto. Disertore linguistico alla prima difficoltà. Irritante e perdurante è la sensazione di avere semplicemente rimarcato – con parole incomprensibili, questa è l’ironia! – la mia diversità. I am the other, always and necessarily, the other. Provo a non pensarci, a lasciare che Mui Ne mi accolga per quel che sono e magari, stordita dall’ebbrezza color pece di una moonless night, che si dimentichi di me, che mi dis-perda, lasciandomi acquattare in qualche bar sulla sua spiaggia, o semplicemente ignorandomi. Metto in tasca la guida e, almeno ci provo, la mia persona tutta, io peripatetico e narrante insieme. Sono pronto per diventare nessuno, ma quando sto per lasciare la pensione, ecco che vengo richiamato imperativamente a presenziare di fronte a me stesso, trascinato al fronte da suoni questa volta assai familiari: “Sei Italiano? Ci credo che lo sei!”, sento chiedere da una voce roca. Nessun’altro intorno. Mi blocco per un istante. Non c’è tempo, né giustizia in fondo, per elaborare fuggiasche alternative. Con il sorriso amaro del condannato mi volto e stringo la mano ad un corpulento connazionale sulla sessantina.

Mui Ne di notte

Postura statuaria, capello corto color neve, carnagione rosolata, maglietta anonima e camicia monocolore aperta sul davanti, Giorgio mi si presenta come “bresciano d’origine e d’allevamento”. Scambiamo due parole davanti alla pensione, la banalità del cliché linguistico a simmetrizzare la leggerezza della nostra conversazione. Da subito, la loquacità di Giorgio si impone tra noi. Non si tratta, a dire la verità, di monologhi demiurgici: Giorgio non masterizza le parole per narcisismo, né per disperazione, ciò che lo spinge a parlare senza interruzioni è piuttosto una istintuale urgenza a esistere, a essere ed esserci, a farsi presente. And after all, it is not so bad to have a proper chat in Italian. Quando le zanzare si fanno minacciose oltre la soglia della sopportabilità, Giorgio mi invita a cena. “Vieni”, mi fa “sono a Mui Ne da una settimana ormai, conosco un posto che cucina il pesce niente male”. Bresciano, mi dico. Eppure tanto vale fidarsi. Mentre ci avviamo per l’unica strada possibile, la stessa che in giornata ho percorso frustato nel mio incedere da un sole demoniaco, Giorgio mi racconta della sua “doppia vita con un solo passaporto” – ama molto le frasi ad effetto, realizzo – “otto mesi in Padana e quattro mesi sotto l’equatore”. Un altro viaggiatore stagionale, dunque. “Niente male”, dico, scimmiottando uno stupore malriuscito, “la cosa difficile è poterselo permettere, però!”; “Macche!” replica lui. “Io ero un medico di base…niente di che, il mio stipendio… i denari li ho risparmiati col tempo… E poi viaggiando da gennaio ad aprile non faccio altro che risparmiare i mesi del riscaldamento…ecco tutto! Ecco la mia ricchezza!”… Lo scruto un istante: pare soddisfatto della sua argomentazione; del suo trend; dei suoi risparmi. “Ah no!” riattacca subito con un sorriso gattopardesco, “poi certo sono iscritto ad un istituto che voi giovani ve lo sognate!” Non connetto immediatamente. “E quale?”; “Come quale?” mi fa lui irrisorio, arrestando l’andatura di colpo: “L’INPS, mio caro! Che altro sennò!”…”Ah!”, esclamo. Ma in questo sgraziato squarcio monosillabico non riesco a celare l’invidia di chi ha sentito ripetersi, encore une fois, una vecchia storia di dovuti privilegi e mancate compensazioni generazionali. Il passato non si ripeterà. Giorgio pare aver colto la mia ortodossia stantia: “Certo, non danno molto, eh…” , aggiunge quasi a voler frenare l’orda dei suoi pensieri. Ma che fa, ora, si giustifica? Giorgio non giustificarti! Viaggia e goditi l’INPS, goditelo sulle membra mie e della generazione flaccida cui appartengo. Non ti voltare, non rimuginare, ché la vita è già passata. “Ma io mi adatto sai? Sono uno che si adatta!”, sbraita ancora. “Se c’è da mangiare riso per una settimana non mi tiro indietro…tutto sta nel capire che cosa si vuole…e io lo so cosa voglio, eccome!” Si ferma un attimo, aspettandosi forse la mia domanda, ma l’inerzia del suo discorso è troppo forte e ne veniamo risucchiati subito entrambi: “addolcire i miei reumatismi, ecco cosa voglio! Abbandonare la Padana quando diventa una latrina di nebbia e fanghiglia, nebbia e fanghiglia”; ”Già…” replico, pensando ora a casa mia, duecento chilometri più a sud di Brescia. “E tu lo sai, cosa vuoi?” Ecco la domanda cruciale. La domanda che lacera la sera e chiude il primo atto della comédie péripatéticienne di cui siamo attori. What do I want? Siamo giunti al ristorante, thanks God. “Per il momento una buona cena”, gli faccio, sbracandogli in faccia un sorriso furbesco.

Il locale è niente male davvero. Qualche tavolo, clientela discreta, servizio docile e accorto. Pochi piatti tra cui scegliere. Come dev’essere un ristorante che cucina pesce fresco. Ordiniamo una grigliata. Intorno a noi, una coppia di giovani turisti, di cui non riesco a decifrare la provenienza, e un anziano ricurvo su una zuppa fumante. L’aria è afosa quanto quella di Saigon, ma meno inquinata. L’ambiente solfeggia in una penombra orange, alimentata da un paio di abusate lanterne chinese-style. Dopo una decina di minuti siamo curvi anche noi sulle nostre rispettive portate. “Che ti dicevo?! niente male eh… cucina tutto Sun Hue”, mi aggiorna Giorgo, dopo alcuni bocconi di silenzio, quando ho ancora tra i reflussi della lingua e del palato il retrogusto del primo baccalà. Poi mi indica una donna sulla quarantina oltre il bancone della cucina e lei, avvertendo il richiamo deittico di Giorgio, si volta istintivamente a guardaci, accennando un saluto trafelato di sudori.

ristorante a Mui Ne

La cena prosegue innaffiata di vino e discorsi dagli aromi svariati. Poi Giorgio si fa serio: “Chiedevo sul serio prima…”, mi fa, l’esoscheletro di un gambero ancora tra le dita umidicce a impregnare il tovagliolo di una profana sindone. “Davvero…tu cosa cerchi nella vita? Voglio capire cosa cercate, voi giovani…siete…” Una sardina mi scivola nelle braci sottostanti la griglia. “Putain!”; “Lascia perdere…”, si oppone lui, scrollando la mano destra come a voler liquidare la faccenda. Atto gestuale e verbale travalicante. “Tu cosa vuoi?”, insiste. “Non so…”, replico allora sulla difensiva, cercando di riassettare i pensieri e dare una dimensione all’ordine della sua domanda: pragmatico, esistenziale, o forse, più semplicemente, ludico? Difficile decifrarne il tono. Ma soprattutto, ciò che voglio può essere espresso? Può essere effettivamente cercato? “Vedi…” mi dice dopo essersi pulito le mani nella sindone che tiene sulle ginocchia, “questo è il vostro problema…non sapete cosa volete!” Ah! Allora eccoci al dunque! Finalmente!, mi dico. Sarà la retorica generazionale a scandire, d’ora in avanti, il ritmo dei nostri diaframmi. Però, Giorgio, non generalizzare, s’il te plait, giacché così soffocheresti la tua stessa vita, le tue stesse scelte. “Quello che volevo”, replico con ritrovata compostezza, “me lo sono andato a cercare laggiù, in Australia, volevo altro dall’Europa…”; “E lo hai trovato, questo qualcos’altro?”, intercede lui, tra l’interessato e il sardonico. “Per un anno, sì…l’Australia è un mondo a parte, ritmi diversi, un passato unicamente recente, una cultura ancora in fasce…talvolta troppo acerba, almeno per me…ora sto viaggiando verso casa – di nuovo – tentando di sfruttare questa decompressione geografica, umana e itinerante che ci circonda per fissare nuovi obiettivi…”; “Ma non puoi ricostruire i tuoi obiettivi ogni volta da capo!” mi grida di rimpetto, senza alcuna riflessione, quasi avesse intercettato la conclusione della palingenesi discorsiva che stavo tracciando. Di conseguenza la frivolezza delle mie parole mi ritorna amplificata dal vuoto che ora mi circonda. Je suis seul. E glielo dico. “Sono solo, vedi…. Anzi, siamo soli, a voler parlare di ‘noi’ e ‘voi’, come dici tu…io e la mia generazione, intendo… parliamoci chiaro: il patto generazione è stato tradito, dimsesso, cestinato… progetti a lungo termine…” gli faccio, squadrandone il sorriso pensoso in cerca di un appiglio di incertezza, “prima ci avete chiesto di farli, ci avete pure insegnato, perché così era giusto… il lavoro, la famiglia…poi ci avete detto che non era più possibile…’bella la vostra chimera, ma i tempi sono cambiati!’…Reagan e la Thatcher hanno spazzato il globo con i loro capricci…” Mentre termino la frase, mi domando già se queste idee grossolanamente politicizzate plasmano davvero il mio sentire attuale, se riescono a cristallizzare la posizione che occupo nel mondo, oggi, o se invece non avrei dovuto, forse tautologicamente, rivendicare il mio diritto a non sapere ciò che voglio. Ma c’è differenza, in fondo? Epistemologia esponenziale dell’incertezza. Je me sens vaincu. “Quello che voglio dire”, riprende Giorgio inaugurando un tono più paterno, da riconciliazione mitologica “è che non sapete lottare…non ne avete gli strumenti… certo, questa è la nostra colpa più grande, non ve li abbiamo forniti…ma voi non li avete neppure cercati questi strumenti…A Brescia diciamo che i cadenàs perché nò i scaine bösogna òntai…ovvero bisogna darsi da fare, per Dio!, per far funzionare le cose…ma voi ve ne siete semplicemente fregati, siete dei Michelàs, voialtri… avete pensato che poteva tranquillamente andare avanti così, che prima o poi sarebbe arrivato, per indolenza o per natura, il vostro turno…ma non avete capito, cazzo, che vi abbiamo fregato?! Vi dovete muovere!” A questo punto, Giorgio abbassa il capo in cerca del tovagliolo. O di chissà cos’altro. Ed è in questo gesto di dissimulato diniego che avverto aprirsi un’incrinatura esistenziale: la retorica di questo omone solitario che mi sta di fronte si manifesta in tutta la sua disperazione e quando è obbligato, lui, per l’inerzia della necessità, a guardarmi nuovamente negli occhi, i suoi mi appaiono gravati di una solipsistica tristezza. Patinati, insicuri, tremebondi, la cornea impastata di un umore che non è solo quello della vecchiaia… Sono occhi che parlano d’altrove – forse i luoghi visitati, forse quelli ancora da visitare – predati dall’assenza di qualcosa a cui non so dare forma, né nome. E non oso domandarne la provenienza. Who is Giorgo, for me? E chissà chi rappresento, io, per lui; chissà chi è che “si deve muovere”; se e quali donne ha amato, se e quali figli/e ha avuto. Domande che galleggiano appena sopra la soglia dell’esistenza. Domande che si abbandonano al largo della prassi del pensiero e che non troveranno mai risposta, ne sono convinto, giacché richiederebbero ben più di questa cena e quest’aria permeata di salsedine per palesarsi. Per quanto mi riguarda, ho già le mie insicurezze ad accompagnarmi along the journey, e queste mi bastano. E allora viaggia, Giorgio, viaggia, ché la Padana e l’Italia tutta sono troppo irriconoscenti oggigiorno, sia per me che per te; continuiamo a viaggiare, almeno per un po’, ognuno con i propri demoni da combattere. E se la mia generazione verrà spazzata via, sarà colpa di entrambi. “Hai ragione”, mi limito a concludere, mentre cerco di recuperare l’ultima sardina “non sappiamo combattere… anzi, non ce ne frega nulla, dal momento che, ahimè, sappiamo che a lottare, quotidianamente, siamo in tanti.” E per la prima volta, tra noi, piomba un metallico silenzio. Sipario su una débacle personale e collettiva. Combien de personnes pour une vraie révolution? N’importe combien, mais qui.

uno dei bar di Mui Ne

Sulla strada del ritorno mi accorgo che Mui Ne è rianimata da guizzi di vita insospettabili. Alcuni locali diffondono musica, altri si ibridizzano in forme creole: pensioni-ristoranti-bancarelle tutto insieme, in appena venti metri quadri. C’è addirittura un piccolo concerto live improvvisato: in un bar due turisti hanno preso posto di rimpetto ai clienti e hanno iniziato a pizzicare le loro chitarre acustiche. Intorno a noi un vociare che non comprendo, ma soprattutto profili che non riconosco: donne e uomini oltre il metro e ottanta, massicci nella muscolatura e finanche nelle ossa. Biondi, capello corto, paonazzi in volto per il troppo sole del dì appena morto, o per qualche bicchiere ancora in fase di decantazione nello stomaco. Con l’indolenza tipica del post-dinner, cerco di aprirmi un varco di intelligibilità tra quei suoni e quei volti. Nuovi, sconosciuti. Diversi. Ma ogni sforzo è vano. “Russi!”, sbotta Giorgio che pare intrigato quanto me dalla cadenza caucasica. “Sono i padroni di Mui Ne… comprano terreni, costruiscono…sono venuti a riprendersi gli aiuti economici degli anni passati…” Vietnam alleato satellite; eppure non sempre. “A onore del vero”, preciso “gli aiuti sono venuti a fase alterne…sospinti da calcoli opportunistici più che da una solidale fratellanza ideologica o politica. In mezzo c’è pur sempre la Cina…”; “Come no! Ma ora i nipoti di Kruscev sono tornati additando ipotetici crediti di riconoscenza…ma tant’è…tutto può essere riscritto…e oggi i russi, dopo aver svuotato le tasche dei vietnamiti ed espropriato il loro spazio, sono diventati i padroni di Mui Ne….Te lo dico io, son peggio degli americani, almeno loro hanno portato beni materiali per addolcire la pillola…I russi si prendono tutto, senza discutere, senza mediare…Guardali lì, con i loro computer e i loro cocktails da 10 dollari l’uno a occupare uno spazio non loro…Sono dei barbari, dei barbari moderni!” A questo punto Giorgio, per suffragare il suo dichiarato livore, mi narra un episodio avvenuto il mattino: “Ti racconto una aneddoto”, mi dice. “Verso le dieci, stamattina, poco distante da qui… laggiù oltre quelle palme…” mi indica puntando verso il nulla del buio, là dove le luci di Mui Ne paiono risucchiate dall’anti-materia della notte; “stavo passeggiando…quando vedo questo gruppo di persone, di russi, radunato intorno a un piccolo tavolino da campeggio, proprio ai margini della carreggiata…allora mi avvicino incuriosito…tengo sempre con me la mia videocamera”, puntualizza, “così se mi imbatto in qualcosa di interessante sono pronto a immortalarlo… essendo i russi un popolo strano, come minimo, mi avvicino con la videocamera già accesa…ed ecco che puntando l’obiettivo tra alcune teste riesco a testimoniare il misfatto…” Da teatrante consumato Giorgio arresta l’eloquio per far lievitare la suspense, al che non posso che impostare un’espressione di manieristico interesse… “ebbene…”, continua, “sul tavolo ci sono tre anguille lunghe almeno così!” L’apertura delle braccia è iperbolica e marinaresca al tempo stesso. “Un uomo le tiene ferme tutte e tre con una presa d’acciaio…inamovibile…queste si dimenano, sbattono la coda, poverette…il corpo tutto…presagiscono il loro destino…ma l’uomo sa il fatto suo…non lascia scampo…” Giorgio arpiona l’aria intorno a sé a imitare una presa uncinata; “…finché questo non tira fuori da un secchio un’ascia già insanguinata…un’ascia che dovrebbe essere illegale, a mio modo di vedere…e chissà quante altre ne ha già uccise, penso lì per lì…e insomma, con un colpo secco, tra i commenti entusiastici degli amici, mozza le tre teste in un istante…Zac!” E qui Giorgio si blocca, le parole appena sfiatate appese tra di noi e quelle ancora da pronunciare traballanti sul bordo delle sue labbra, pronte a uscire non appena il ricordo di quell’istante si sia gonfiato di sufficiente enfasi. Come oratore ci sa fare, sans doute. “Gli occhi delle anguille si spengono quasi subito, ma i loro corpi continuano a dimenarsi e a vomitare sangue ovunque, ancora per un bel po’, come se avessero vita propria. Ed è a questo punto che succede il peggio, mio caro…” silenzio interrogativo; divertito, non so più che aspettarmi. “Il russo prende le anguille, una per una, tenendo a turno le altre due ferme con l’altra mano, e ne strizza il sangue in alcuni bicchieri…poi, ridendo di gusto, offre il risultato agli astanti, compreso il sottoscritto! Ah, questa poi! Ho ripreso tutto con la videocamera, se non ci credi!”; “Ma tu che hai fatto? Hai bevuto?”, chiedo incuriosito; “Sei matto?! Certo che no! Queste sono cose loro! A me il sangue non fa impressione, per carità, sono medico, ma berlo crudo, proprio no! Son cose da sovietici!” E chissà perché, mi domando tra me, a volte sono solo russi e a volte sono ancora sovietici.

Russi a Mui Ne

La pensione è ormai vicina, ma la serata – anguilla agonizzante eppure non ancora morta – ha in serbo un ultimo drammatico colpo di coda; un epilogo che trascinerà entrambi dentro un mesto silenzio. In una sorta di mimesis con quanto Giorgio mi ha appena raccontato, veniamo interrotti nel nostro ultimo incedere da una barriera umana che occupa la carreggiata in tutta la sua larghezza. Ma questi non sono russi, bensì vietnamiti. Fermi, ci danno le spalle, rivolgendo lo sguardo oltre loro stessi. Il volume dimesso delle voci trasmette una forma di pungente tensione. Quando li raggiungiamo, non ci è difficile svettare oltre i loro piccoli corpi e comprendere le ragioni di una tale mesta mise en scene: pochi metri oltre, un minivan sistemato di traverso tra le due corsie lampeggia con le quattro frecce accese; il suo richiamo ipnotico e’ inascoltato. A terra alcuni rottami. Poi, appena oltre l’alone tracciato da un lampione, il corpo disteso di un uomo – anzi, di un ragazzo, i polsi e le caviglie ancora glabri – non pare avere più forze. Una macchia meticcia e farraginosa di sangue e olio ne inzuppa i capelli. Nessuno è in grado di fare nulla. Just watching, and waiting. And possibily praying, come fa un ragazzo seduto sul marciapiede, gambe giunte nella posizione del loto e occhi chiusi rivolti verso una dimensione tout à fait interieure. Provo mentalmente a ricostruire la dinamica dell’impatto, ma quando realizzo che si tratta di null’altro che onanismo proto-televisivo, cerco Giorgio con lo sguardo, intenzionato ad agire. “Dobbiamo fare qualcosa”, dico ad alta voce, aggrappando quel “noi” alla competenza di Giorgio. Ma Giorgio non mi sente; non può sentirmi: voltandomi a destra e a sinistra mi accorgo che si è già allontanato; solitario, cammina già oltre la folla. Lo rincorro e mi paro davanti al suo passo. “Non possiamo fare qualcosa, cazzo?” gli dico nervoso puntando il braccio verso la scena. “C’è ben poco che si possa fare”, ribatte, “se ha qualche frattura si riprenderà, se ha un’emorragia bisogna sperare per lui che ci sia nei paraggi un buon ospedale…” In quel momento l’ambulanza – un furgoncino anni ’70 – ci sfila accanto in senso opposto, le sirene a mulinare in silenzio la tensione di cui la notte è intrisa. “Potevamo almeno rimanere… potevamo essere utili, in qualche modo”; “Chi öl fa töt, nò ‘l fa niènt”, glissa Giorgio con una delle sue solite inflessioni, queste sì piene di vita, e certamente più vive della sua mortuaria sicurezza sul destino di quelle ossa distese. Lo osservo varcare la soglia della reception con quei suoi lunghi passi che sembrano solcare la rotta del disinteresse nei confronti del mondo. Il suo mosaico, il mosaico della sua ambivalente figura, presente e assente allo stesso tempo, non trova soluzione alcuna nel mio cervello, frammento dopo frammento continua a decomporsi. Niente combacia. Perché viaggiare? Perché portarsi appresso la videocamera, sempre e dovunque, se poi non si è disposti a entrare in scena, mai? Siamo diventati così auto-referenziali? Perchè io non ho fatto nulla?

Ci salutiamo in maniera sbrigativa e piuttosto contrita, quasi la situazione di cui siamo stati testimoni abbia raggelato la nostra voglia di parlare e, soprattutto, di capirsi. In camera non riesco ad addormentarmi. Prendo l’agenda e inizio a scrivere di questa serata multi-episodica: il suo dispiegarsi attraverso un villaggio prima silente, poi gaudente, infine dolente; i discorsi coloriti e finanche provocatori; i russi, i sovietici e le crisi generazionali; l’impossibilità a definirci reciprocamente, io e Giorgio, quasi fossimo abitanti di due pianeti differenti. Poi penso al mio viaggio in bus verso Mui Ne, a quante fottute volte abbiamo rischiato un frontale, ai centimetri che, ogni volta, ci hanno separato dal collassare sull’asfalto in una pozza meticcia e farraginosa di olio e sangue. Tutto assolutamente normale. E invece no, perdio! Talvolta il sincronismo s’inceppa! Eccone la prova, se ne avessi avuto bisogno; è là fuori, on the road; talvolta i centimetri e la destrezza non bastano…l’ironia (o forse la salvezza) è che non si può sapere né dove, né quando. Haunting thoughts. Apro infine The Quiet American, sono le ultime pagine: proprio questa sera Pilar, inconsapevole del suo destino, viene consegnato ai sergenti e lasciato morire da Fowler. È l’attualissima realtà dei libri che ritorna nella vita. 

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Prospettive sul Mekong (I) http://www.fucinemute.it/2013/07/prospettive-sul-mekong-i/ http://www.fucinemute.it/2013/07/prospettive-sul-mekong-i/#respond Mon, 08 Jul 2013 16:53:53 +0000 http://www.fucinemute.it/?p=16014

Percorso del Mekong

Alle 8.20 – non proprio on time – sono davanti alla pensione Orient House, zaino in spalla e camera a tracolla (finalmente). Di Cham, però, nessuna traccia. Nonostante le narici irritate dai carburi, mi accendo una sigaretta e inizio a passeggiare avanti e indietro lungo il marciapiede per digerire l’abbondante colazione continentale a base di pane, marmellata e altre varie ebbrezze caloriche. Il mio sguardo scandaglia il caleidoscopico volto anonimo della massa, si insinua nei suoi spazi, tra veicoli e i vicoli, supera corpi e trasparenze e si impregna di colori; tutto questo alla ricerca della mia guida. I lineamenti li ricordo ancora perfettamente, viso e gote rotonde, sorriso slanciato, silhouette typiquement asiatique. Poi controllo l’orologio e la colazione interrompe il suo transito: 8.40. Mia cara Cham, non sarai forse tu la mia Giuda? Eppure il bacio non ci fu. Almeno quello. O sono io eccessivamente in ritardo? Questi dilemmi da vuoto quotidiano si palleggiano reciprocamente nella mia mente quando il suono di un clacson ne frantuma il ritmo amletico. Poi, un grido: “Stefano!”
Mi giro e mi ritrovo la ruota dello scooter di Cham a venti centimetri dal mio stinco. Sorride, comme toujours, e mi invita a salire dietro, allungandomi un casco a scodella. “Scusa, sono ritardo”, mi urla mentre ci immergiamo nelle arterie trafficate di Saigon. Già, “sei ritardo”, penso io, ma l’attesa è valsa la ricompensa della tua energia tutta. I verbi, croce italica, non possono preoccuparci. “No worry!” grido al suo orecchio destro. E la fragranza della sua pelle olivastra spazza via la tossicità dello smog tutt’intorno.

D’un tratto mi trovo graziato dal privilegio di un nuovo punto di vista. I find myself on the other side. Sono a bordo di un motorino. E Saigon mi appare da tutt’altra prospettiva; una prospettiva accelerata, frenetica, ossessiva, i cui scatti bizzosi sono accompagnati da sincopi cacofoniche che si accavallano del tutto irriguardose della precedenza richiesta dall’armonie humaine, prima ancora che dal codice della strada. Finalmente il mio sguardo è allo stesso livello di quello altrui: fisso estasiato la follia motorizzata della city e riesco a percepire dall’interno i ritmi performanti di quella gioventù più spericolata che fino a qualche istante prima non avevo che osservato da una posizione marginale, scrutatore o cavia di un mondo a cui non appartenevo totalmente; ma ora, questo tour su due ruote ha reso possibile la mia rivoluzione copernicana intorno alla city. Guida sicura, Cham, così come ogni giorno conduce con piglio virgiliano decine di carovane turistiche a visitare siti dalle torbide memorie. Guida sicura come se conoscesse questo traffico nelle più piccole dinamiche; mi affascinano la spensieratezza, mai lamentosa, con la quale dà gas a ogni nuova ripartenza e la solare disponibilità di menarmi verso luoghi che non conosco, se non grazie a qualche paragrafo di Routard. “Mekong is beautiful”, mi dice senza slacciare il contatto visivo con la strada. “You’ll see with your eyes!” Saigon, le due ruote, il Mekong, and my eyes. I cannot ask for anything more.

Corriamo, corriamo, su queste due ruote un po’ datate che mangiano l’asfalto polveroso con una facilità sorprendente. Corriamo, e dopo un paio d’ore arriviamo a My Tho, cittadina commerciale che rappresenta il gate principale per il Delta del Mekong. Sono appena le 10.30, ma l’umidità perniciosa affossa l’aria e la rende irrespirabile. Non appena smontiamo dallo scooter, senza più la brezza del vento, i vestiti mi si incollano addosso come una muta. Al porto di My Tho – paralizzato in una fase di caotico passaggio da una dimensione villaggesca ad una urbana – si addensano un numero spropositato di imbarcazioni. La loro colorata intemperanza si staglia su uno sfondo grigio-verde nel quale è impossibile distinguere l’orizzonte che separa le acque del Mekong dal cielo. Il ronzio dei motori ricorda quello delle vuvuzelas africane alle quali, qui, si aggiunge lo scomposto vociare di turisti e autoctoni che congela le banchine nella mimesi di un allegro bazar dove tutti contrattano, ma nessuno sembra mai davvero partire. “We will go to Ben Tre, but first let’s go to Cao Dai temple” mi dice Cham mentre consegna il motorino ad un deposito vicino al molo.

Tempio Cao Dai

Del Caodismo mi ero interessato nei giorni precedenti proprio leggendo Greene ed ero curioso di entrare in uno dei luoghi di culto di quello che mi appariva come un fascinoso meltin’ pot credenziale tra buddismo, cristianesimo e paganesimo cinese.

E in effetti, il tempio traspone nella sua poli-cromaticità il sincretismo di cui è portatore, in una comunione di colori e diramazioni della fede. A dominare sono le tonalità primarie: l’azzurro luminoso del marmo, il giallo dell’intonaco e il rosso degli spioventi, la cui forma richiama quella delle pagode. Come tutti i templi caodisti, anche quello di My Tho presenta una pianta rettangolare bassa e allungata, mentre l’entrata è indicata da due torrette simmetriche terrazzate su più livelli. All’interno, lo spazio è suddiviso in navate i cui colonnati sono “infestati” da dragoni multicolori. Sul fondo, invece, è eretto l’altare principale, riconoscibile per l’immagine dell’occhio – simbolo del Caodismo – che svetta tra due ibis e un fitto aroma speziato.  

“Are you Christian?”, mi chiede Cham appena fuori dal tempio. “No, I’m atheist”; “Oh!”, si lascia scappare, facendo proseguire un silenzio che avverto di delusione e sorpresa insieme. “What about you? Are you Caodist?”; “Oh, no!”, sorride, “Caodist is too many things together…I’m Buddhist, we are all Buddhists… my family, I mean”. L’estensione naturale con cui Cham passa dall’io al noi, dal sé all’altro, mi incuriosisce molto. Anche il giorno prima aveva sovente re-inscritto le proprie scelte, le proprie motivazioni, i propri sogni all’interno dell’universo familiare, quasi questo fosse non solo un’emanazione della sua individualità, ma un vero e proprio specchio nel quale ritrovare, ogni mattina, secolari certezze. “Are you Buddhist because your family is Buddihst?”, provo a  chiederle; “What do you mean?”, mi fa lei, guardandomi con due occhi smezzati. Cerco le parole giuste (senza trovarle): “Let’s say, would you be Christian or Muslim if your family was Christian or Muslim?” Il suo sguardo rimane fisso su di me, immobile, ma ora pare come trapassarmi, trafiggermi di una incomprensione del tutto propria, svilito da ciò che avverte come un ingiusto e gratuito raggiro. “Well… I don’t know, it’s difficult to say…”; Il suo tono è dimesso. Guarda avanti Cham, ora. “My family is important, it has a great influence on me… family is important for all Vietnamese people”, precisa con una scheggia di orgoglio. Infine si stringe nelle spalle minute, quasi a voler parlare più a se stessa che a me: “after all, I like Buddhism, I think I would be Buddhist anyway…”. Ho la percezione di aver percorso con frenetica sufficienza i chilometri culturali che ci separano e di aver forzato, una volta giunto, una delle tante stanze private di Cham. Baldante tracotanza occidentale. “To be honest, I was Christian when I was a child”, le dico quasi per sospingerla all’interno di una delle mie stanze. “But then, I lost my faith…”. Nessun Dio, più. Ahimé. Ingratamente espunto, Lui, dall’orizzonte del mio io e delle mie vanità. “Do you think you can become Christian again? Or Buddhist?” Questa volta è Cham a prendermi in contropiede. Non mi chiede perché – Why did you lost your faith? – A quello avrei potuto ribattere. No, tutt’altro mi chiede. Mi chiede se io, la fede, posso ritrovarla. Ri-trovarla. La sua domanda mi svuota di tutti i pensieri teleologici del momento, di tutte le mie (in)sicurezze epicuree. Davvero non so cosa rispondere, il mio ateismo non ha risposte per uscire da questo cul de sac, è candido e silenzioso come la metafisica. Sono io, ora, che vorrei avere una rivelazione come Ngo Minh Chieu, il fondatore del Coadismo. Guardo gli occhi di Cham che attendono una risposta con la stessa irrequietudine del giorno precedente sul bus. “Actually… it can be…”, mi limito a dire. Può essere. Tutto qui. Poi allungo il passo. Ma la sua domanda continua a seguirmi come un’ombra.

Produzione di caramelle

Decidiamo di comune accordo di imbarcare il motorino sul traghetto per Ben Tre, una delle isole più affascinanti del Delta. Appena sbarcati ci ritroviamo in un mondo nuovo. Altro. La teatralità dei volti e delle voci che lo sostanziano – festosa commedia sub-tropicale – pare lontana epoche dalla chiassosità commerciale di My Tho. Eppure non siamo distanti che qualche chilometro e un sottile lembo di acqua. È mezzogiorno appena passato e il caldo è insopportabile, sicché decidiamo di passeggiare all’ombra delle bancarelle del mercato. Ovunque, un odore caramellato stuzzica la golosità più triviale. Ben Tre, infatti, è nota per la produzione di keo dua, caramelle semi-morbide al cocco famose in tutto il paese. Una schiera di donne – assenti gli uomini – si muovono con meccanica precisione dietro grandi tavole di legno su cui sono installate alcune enormi impastatrici. L’intero processo di produzione, dal nulla al prodotto confezionato, è lì, sotto i nostri occhi, e le donne – di ogni età – lo conducono con una serena abnegazione che non è scevra di attenzioni per chiunque si avvicini. How can they do it? Come possono essere così prodighe con noi e, allo stesso tempo, così minuziose nel loro lavorio? Impastano e affettano la melassa di cocco ancora calda e quando le caramelle sono incartate, con tre rapidi gesti – destra, sinistra, sopra, destra, sinistra, sopra – in una pellicola trasparente, giungono nelle mani degli avventori ancora tiepide. Artigianato in tempo reale. Cham si avvicina a una giovane dietro al tavolo e questa interrompe per qualche istante la sua attività. Si parlano attraverso quei loro suoni, delicati e pungenti ad un tempo, che non capisco e, credo, non capirò mai. Poi Cham mi informa che il business sta andando bene. Good money. Allora, incuriosito, cerco di saperne di più. Attraverso di lei, vengo a sapere che l’attività riesce ad assicurare la vendita di svariati chili di caramelle al giorno ai soli avventori, poi ci sono le “esportazioni”, come le chiamano loro, ovvero la distribuzione nel resto del Vietnam, con Saigon in testa. Ogni santo giorno il processo viene re-inscenato in una sorta di eterno ritorno kafkiano, oggetto e soggetto ad un tempo, della tradizione che tramanda. Sono questi i cicli universali hors du temps, penso. “But what about tourists? Do they like having people around?”, chiedo a Cham, che, doviziosamente, interpreta. La risposta, banale quanto la domanda, è “of course”. I turisti sono i nuovi soldi. They are the new business. In fondo, cosa pretendevo? Cosa potrebbero dire di diverso? L’aroma di cocco è irresistibile. Prendo nota di questa piccola triangolazione translinguistica sulla mia agenda e quando Cham se ne accorge mi ammonisce: “be sure to write the right thing!” Ora è lei che pare tracciare un solco tra noi, giacché non so davvero come interpretare il suo avvertimento: devo pensare alla censura vietnamita o alla incommensurabilità delle lingue che ci separano? È sempre un problema di prospettiva.

Tra i canali del delta

Il villaggio rurale oltre il fiume rimane al riparo dai flussi turistici più ingombranti e nel silenzio dei suoi camminamenti, tra abitazioni umili, coltivazioni, e un’umidità intensa che trasuda grondante dalla vegetazione tutt’intorno, smaltandone ancora di più il verde tipicamente tropicale, pare di fluttuare in una dimensione fiabesca, quasi carrolliana, a cui, però, sia stato risparmiato il dardo dell’angoscia. Ci fermiamo a mangiare in una piccola taverna, cercando di sincronizzare il battito cardiaco alla lentezza del posto. Saigon seems only a dream. Mentre assaporiamo un piatto di riso preparato nel latte di cocco, Cham mi mette nuovamente in guardia, questa volta con tono scherzoso: “Prepare yourself! We are going on a canoe in a while!” Avevo letto sulla Routard che da Ben Tre partono escursioni per navigare i canali secondari del Mekong e speravo davvero di riuscire a insinuarmi nelle viscere di questo possente “dragone” fluviale – come lo chiamano i Vietnamiti – la cui genesi si compie 4500 chilometri più a nord, negli altopiani tibetani, e il cui delta, ramificato in nove braccia, è tra i più estesi al mondo. Ed ora eccomi lì…

A bordo di una canoa che, placida, scorre sul Mekong sollevata appena di una decina di centimetri dall’acqua, ci inoltriamo precari, eppur sicuri, all’interno di stretti canali abbracciati da fitte mangrovie. L’imbarcazione è condotta da una giovane-dal-nome-ignoto la quale, seduta sul vertice estremo della prua, ricurva e con le gambe accovacciate di lato, affonda un unico lungo remo nella fanghiglia del canale. L’acqua è d’un marrone torbido-immobile e quando mi sporgo dalla canoa la mia immagine mi viene restituita con la nitidezza degna di uno specchio. A quel punto sento di dover dare un contributo e impugno il remo che mi sta accanto, iniziando a rilanciare l’andatura della canoa con alcune pagaiate, prima a destra e poi a sinistra. “Good job!” mi dice Cham con fare di scherno. Ma l’afa è troppo opprimente perché il mio sforzo, già di per sé indolente, abbia un seguito. Eppure la giovane-dal-nome-ignoto pare menare la canoa con una disinvoltura scevra di fatica. Stoicismo o allenamento, davvero non saprei dire.

Trascorriamo un’oretta circondati da un silenzio selvaggio che allontana immaginariamente My Tho, Saigon e il Vietnam più arrembante, di migliaia di chilometri. Una pace densa e immanente grava sulle imbarcazioni che attraversano con rispetto devoto questi alveoli fluviali, la cui preservazione costituisce la certezza per il domani. Faccio diverse foto, ma nessuna – certamente per colpa mia – riesce a cristallizzare la quiete e la saturazione dei colori all around. Niente immagini o parole, dunque, solo sensazioni. Sistemato nel back della canoa, lascio che sia la pellicola polisensoriale della memoria a impressionarsi di una tale umile alterità. Poi, quando siamo ormai sulla via del ritorno verso Ben Tre, questi miei pensieri idilliaci vengono smossi da un guizzo violento e rabbioso appena sotto il livello dell’acqua. “Are there lethal animals here?” chiedo a Cham, un po’ sorpreso; “No, not here, the water is too low and too much polluted… maybe it was just a snake”, mi rassicura ridendo. Ma questa volta non so quanto fidarmi.

scenario fluviale-tropicale

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