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		<title>Giorno sei, il vampiro e le arance non troppo meccaniche</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Feb 2012 20:48:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Beatrice Biggio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ci avviciniamo alla conclusione e la tensione è palpabile. Le file ai botteghini s’infittiscono: più biglietti si riesce ad accaparrarsi, più si è sicuri di riuscire a vedere il film vincitore fra le tante repliche della domenica, giorno dedicato al recupero dei film non visti. Giorno anche del nostro rientro in patria, che rende inutile [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="float:right; margin:0 0 10px 15px; width:240px;">
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		</p><p>Ci avviciniamo alla conclusione e la tensione è palpabile. Le file ai botteghini s’infittiscono: più biglietti si riesce ad accaparrarsi, più si è sicuri di riuscire a vedere il film vincitore fra le tante repliche della domenica, giorno dedicato al recupero dei film non visti. Giorno anche del nostro rientro in patria, che rende inutile qualsiasi coda al botteghino per recuperare alcunché, ciò che è fatto è fatto e la rassegnazione, al solito ha un dolcissimo sapore.</p>
<p><a href="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/berlino-6-01.jpg"><img class="aligncenter colorbox-11159" title="Sul red carpet - Foto di Beatrice Biggio" src="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/berlino-6-01-320x240.jpg" alt="Sul red carpet - Foto di Beatrice Biggio" width="320" height="240" /></a></p>
<p>L’aria è elettrica oggi, in particolare perché le strade si sono riempite improvvisamente di ragazzette dagli otto ai diciotto in fregola da vampiro. Arriva infatti oggi in città il protagonista dei sogni bagnati delle teenager d’ogni latitudine, quelle che Stephanie Meyer è riuscita ad omologare appropriandosi della parte oscura e facendola diventare rosa, impedendo per sempre la possibilità per una ragazzine di quell’età di poter scegliere di essere diversa dalle altre. A cosa potrà rivolgersi una tredicenne che non voglia occuparsi di vampiri come tutte le altre? Che voglia sfuggire alle frotte urlanti di coetanee che si sdilinquiscono al vedere canini sporgenti e sangue alla bocca? Bisognerà, temo, reintrodurre i nani di Biancaneve per risultare un minimo trasgressive. Comunque, è il giorno di Robert Pattinson, volenti o nolenti. Il suo faccione spunta dietro ogni angolo nelle foto in mano alle fan adoranti che riempiono le strade e cominciano a fioccare verso i lati del tappeto rosso. Intanto, noi staremo al calduccio a guardare <em>Rebelle</em>, film in competizione per la regia del canadese Kim Nguyen che ci porta nel sud del Congo per narrarci le vicende di Komona, una ragazzina costretta dai guerriglieri ad uccidere i propri genitori e a diventare a sua volta una guerriera. Sopravvive soltanto in virtù dell’essere unica sopravvissuta ad una battaglia particolarmente cruenta in cui tutti i suoi compagni perdono la vita e al fatto d’essere diventata la donna del capo. Ma la sua missione vera è quella di tornare al suo villaggio per dare sepoltura e pace alle anime dei suoi genitori, aiutata da un ragazzo albino di cui si innamora. Il film è bello e crudele e ci permette uno sguardo non contaminato sulle credenze e le tragedie di un popolo perennemente in guerra.</p>
<p><em>Bel Ami</em>, invece, il film di Nick Ormerod e Declan Donnellan con Robert Pattinson, appunto, Uma Thurman, Christina Ricci, Kristin Scott-Thomas e Colm Meaney purtroppo, nonostante il cast stellare, non ci sembra niente altro che un buon lavoro di fiction televisiva. Pattinson non è, a nostro parere, all’altezza della situazione. Certo, è un bel ragazzo e Georges Duroy, nel romanzo di Guy de Maupassant, questo era, un uomo incredibilmente affascinante che trova la sua rivalsa sulla povertà e la mancanza di talento attraverso la manipolazione delle donne che lo desiderano, che a loro volta intercedono per lui con i loro mariti per spianare a Bel Ami la strada verso il successo. Ma l’espressività di Edward il vampiro non può ancora supplire alla scarsa esperienza e a una certa legnosità che, se ampiamente sufficiente per coprire la gamma interpretativa di un archetipo come il giovane vampiro tormentato, non può bastare per convogliare la ridda di sentimenti  e lotte interne che attanagliano Georges.</p>
<p><a href="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/berlino-6-02.jpg"><img class="aligncenter colorbox-11159" title="Robert Pattinson e Christina Ricci - Foto Beatrice Biggio" src="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/berlino-6-02-320x215.jpg" alt="Robert Pattinson e Christina Ricci - Foto Beatrice Biggio" width="320" height="215" /></a></p>
<p>Dobbiamo dire però, a onor del vero, che Pattinson in conferenza stampa si dimostra spigliato e acuto nelle risposte date alla stampa e oltremodo attento, pur sottilmente dichiarando che la saga di <em>Twilight</em> è stata il suo trampolino ma che sarà felice di scuotersela di dosso, a non sputare sul piatto in cui ha mangiato. Christina Ricci, di suo, si adatta a fare da comprimaria, pur essendo un’attrice molto migliore di lui, certa del fatto che comunque, stasera sul tappeto rosso, l’ultima ad arrivare sarà lei. Il film è co-prodotto da Rai Cinema, e con un cast del genere, siamo sicuri che verrà ampiamente distribuito anche in Italia.</p>
<p>Oggi è anche la giornata di <em>Anton Corbijn Inside Out</em>, l’attesissimo documentario della regista olandese Klaartje Quirijns su Anton Corbijn, cui abbiamo dovuto rinunciare ieri per assistere a una conferenza stampa e la cui proiezione pubblica era sold out da giorni: gira voce che Corbijn non sia potuto intervenire alla presentazione perché occupato dalle discussioni in giuria, che vanno per le lunghe. Viene poi presentato un altro Kolossal orientale d’arti marziali, <em>Flying Swords of Dragon Gate</em> – un titolo che sembra fatto col cut-up mettendo insieme tutti gli stereotipi del film d’azione dell’estremo oriente – per la regia di Tsui Hark, la cui visione in 3D ci risparmiamo in nome di una sudata cena. Potrebbe non essere un brutto film, però, se ricordiamo il suo <em>Seven Swords</em> presentato a Venezia nel 2005 che ci piacque abbastanza. Penetriamo l’ostrica del Sony Center per l’ultima proiezione al Cinestar Event, <em>Dollhouse</em> della regista irlandese Kirsten Sheridan. La storia è quella di un gruppo di ragazzi e ragazze che fanno irruzione in una casa da sogno sul mare, da qualche parte in Irlanda. Alcool, droga, distruzione, segreti. L’accozzaglia purtroppo non risulta produrre un film omogeneo, molto rimane sospeso e dimenticato dalla regia, che si concentra molto sui visi dei protagonisti e sugli ambienti, ma scava poco e male nelle psicologie, senza peraltro mai andare a fondo nemmeno nella vacuità e nella violenza, lasciandoci così a chiederci quale fosse il punto. Alla fine, la nascita di un bambino risolve tutto. A noi, è venuta solo voglia di dirne quattro alla regista.</p>
<p><a href="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/berlino-6-03.jpg"><img class="img-align-left colorbox-11159" title="Una meritata pausa - Foto di Beatrice Biggio" src="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/berlino-6-03-185x246.jpg" alt="Una meritata pausa - Foto di Beatrice Biggio" width="185" height="246" /></a>Domani è il gran giorno della premiazione. Saremo naturalmente esclusi dalla cerimonia al Berlinale Palast dove sono ammessi solo gli invitati, ma per la stampa è stata organizzata una proiezione live in una sala del CinemaxX, nostra seconda casa in questa settimana. Non ci sono anteprime, anche se supponiamo che pure in questo caso gli inviati dei quotidiani potrebbero avere trattamento diverso, e scopriremo i vincitori insieme al pubblico, dalle sette di sera in poi. Ci si è messo anche un po’ il destino a rendere le cose difficili quest’anno e potevamo farci mancare uno sciopero totale dei trasporti che esclude solo la S-Bahn? No, ovviamente. Sarà divertente scoprire come riusciremo ad essere dove dobbiamo essere nel momento in cui dovremmo esserci e quanto tempo ci vorrà per farlo. Stay tuned.</p>
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		<title>Giorno quattro e cinque, sulle tracce dell’orso</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Feb 2012 20:14:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Beatrice Biggio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Esserci o non esserci, questo è il dilemma. Se approfittare di ogni secondo della giornata per presenziare da qualche parte necessariamente tendendo all’ubiquo o lasciar scorrere e afferrare ciò che il caso propone, è questo l’assillo. Durante questa trasferta berlinese, non ci siamo mai decisi ed abbiamo seguito ora uno, ora l’altro impulso, aumentando l’entropia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="float:right; margin:0 0 10px 15px; width:240px;">
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		</p><p>Esserci o non esserci, questo è il dilemma. Se approfittare di ogni secondo della giornata per presenziare da qualche parte necessariamente tendendo all’ubiquo o lasciar scorrere e afferrare ciò che il caso propone, è questo l’assillo. Durante questa trasferta berlinese, non ci siamo mai decisi ed abbiamo seguito ora uno, ora l’altro impulso, aumentando l’entropia intorno a noi esponenzialmente, perdendo pezzi e riaggiustando in corso d’opera. S’impara facendo, dicono, e così ci aggrappiamo alla sensazione d’aver fatto tutto il possibile, ogni giorno, senza mai sentir soddisfazione.</p>
<p><a href="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/berlino-45-01.jpg"><img class="aligncenter colorbox-11156" title="Fady Elsayed, James Floyd in My Brother The Devil © Etienne Bol" src="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/berlino-45-01-320x212.jpg" alt="Fady Elsayed, James Floyd in My Brother The Devil © Etienne Bol" width="320" height="212" /></a></p>
<p>La giornata inizia con la conferenza stampa di un film della sezione Panorama, <em>My Brother the Devil</em>, della regista inglese Sally El Hosaini, purtroppo deserta in modo imbarazzante. Probabilmente il film doveva essere in coincidenza con altre proiezioni stampa, dico probabilmente e dico altre perché delle proiezioni anticipate dedicate ai giornalisti dei quotidiani non se ne sa proprio nulla. Non sono elencate in programma come le altre e nemmeno vengono diffusi dei leaflet come si fa con le conferenze stampa. Diciamo che per avere il controllo su tutto e capire meglio come si muove e cosa pensa la comunità allargata del festival, anche attraverso cosa sceglie di vedere e dove decide di essere, bisogna essere connessi 24 ore su 24, avere l’app sullo smartphone, per così dire. Il film è ambientato a Londra e racconta la storia di due fratelli arabi, il più giovane dei quali idolatra il fratello che appartiene a una gang e spaccia droga nel quartiere di Hackney. Ci sono voluti cinque anni per realizzarlo, che per i ritmi odierni di produzione è un tempo infinito, e la contrattazione continua con le autorità e gli abitanti del quartiere. L’intento della regista era quello di allontanarsi dagli stereotipi dei film sugli arabi come terroristi  facendo un film sul rapporto fra due fratelli e sul diventare grandi combattendo l’esclusione sociale e l’omofobia.</p>
<p>Dopo un film così impegnato, ci diamo all’entertainment più puro con l’ultima fatica di Steven Soderbergh, <em>Haywire</em>, in cui vediamo in azione una spettacolare Gina Carano, agente segreto privato alle prese con i giochi di potere e gli intrighi dei suoi committenti e delle agenzie di governo. Sola contro tutti, la protagonista deve vedersela con parecchi maschietti decisi ad eliminarla, compreso persino il suo capo ed ex fidanzato, un Ewan McGregor freddo e calcolatore, che fa una fine orribile, come del resto quasi tutti i suoi oppositori. La Carano è una action woman con tanto di curriculum: famosissima in rete per i suoi video di arti marziali, ha una fisicità esplosiva anche sul grande schermo, a prova del fatto che non bisogna essere anoressiche per apparire splendide davanti alle telecamere, cosa peraltro comprovata dalla presenza scenica di uguale potenza della già citata Salma Hayek.</p>
<p><a href="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/berlino-45-02.jpg"><img class="aligncenter colorbox-11156" title="Gina Carano in Haywire Photo: Claudette Barius " src="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/berlino-45-02-320x213.jpg" alt="Gina Carano in Haywire Photo: Claudette Barius © 2011 Concorde Filmverleih GmbH" width="320" height="213" /></a></p>
<p>Soderbergh è accompagnato in conferenza stampa sia dalla Carano che da Antonio Banderas (nel film a capo di un’agenzia governativa che incarica la Carano di una importante missione di salvataggio a Barcellona) e da Michael Fassbender, il divo del momento, che nel film ha una piccola parte come l’uomo pagato per eliminare la Carano durante una missione fittizia. La lotta fra lui e la protagonista è una delle scene d’azione più ironiche e divertenti mai viste al cinema. Niente di nuovo nel fatto che sia studiata in modo da alludere all’atto sessuale fra i due, ma a differenza di tanti altri film soprattutto orientali, in cui l’accento viene messo sulla sensualità sottostante allo scontro fisico, qui il regista lavora sull’ironia e riesce a farci ridere di questo stesso stereotipo cinematografico. Fassbender muore soffocato dalla stretta delle cosce letali della Carano, in una posizione inequivocabile e con uno sguardo finale che è un capolavoro di asciutta comicità. Che Soderbergh sia un maestro si capisce dal fatto che la questo gioco sapiente non giri mai verso il grottesco. Certo, il regista è un cerebrale, non aspettiamoci mai di poterci emozionare come degli scolaretti guardando un suo film così come capita con Eastwood, per esempio. Ma possiamo dichiarare decisamente Soderbergh il mago dell’entertainment intelligente. Oltretutto, il film è davvero poco parlato e questo è qualcosa cui il regista ha voluto tendere. Dice di essere fiero di aver realizzato un film in cui ci sono almeno una quarantina di minuti in cui non si emette verbo. “Il cinema”, dice, “deve raccontare per immagini, altrimenti è un’altra cosa”. Nell’anno in cui probabilmente ci sarà una pioggia di Oscar al film muto di Michel Hazanavicious, <em> The Artist</em>, queste parole sono quanto di più attuale possa esserci. Gina Carano è anche lei di pochissime parole. Il che, essendo donna d’azione, le rende massimo onore. Fassbender e Banderas si rimpallano battute, pure se la battaglia fra istrioni è vinta facilmente dal bell’Antonio, cui però suggeriremmo di abbronzarsi un po’ meno. Certamente, la voce di Banderas, anche quando si produce in una risposta a un giornalista con la voce del gatto con gli stivali, è una delle meraviglie della natura, mentre Michael ha una vocina piccola e nasale che non rende giustizia alla sua presenza scenica. Uno dei pochi casi in cui siamo felici di aver visto <em>Shame</em> doppiato in italiano. Dobbiamo dire che la sequenza dell’inseguimento durante il recupero dell’ostaggio a Barcellona è fra le migliori mai viste per quel che ci riguarda: tenere il respiro per mezz’ora incapaci di rilassarsi sulla poltrona e sentirsi “dentro” la scena, inseguiti o inseguitori a seconda dei casi, sui tetti e fra i vicoli della città, ecco il risultato del lavoro di Soderbergh. Al cinema ci andiamo per questo, dopo tutto.</p>
<p><a href="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/berlino-45-03.jpg"><img class="aligncenter colorbox-11156" title="Green Island Serenade by Hou Chi-Jan - 10 + 10" src="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/berlino-45-03-320x213.jpg" alt="Green Island Serenade by Hou Chi-Jan - 10 + 10" width="320" height="213" /></a></p>
<p>Ci avviamo poi alla visione di un film taiwanese della sezione Panorama, ispirati dal titolo e dalla sinossi. <em>10 + 10</em> riunisce appunto venti cortometraggi di cinque minuti ciascuno di altrettanti autori di Taiwan che, ognuno a suo modo, hanno scelto come raccontare la loro patria, con il coordinamento del decano Hou Hsiao Hsien, il cui contributo, <em>La Belle Époque</em>, è uno dei più riusciti. Fra questi piccoli spaccati ce ne sono alcuni memorabili: <em>Hippocamp Hair Salon</em>, per esempio, di Chen Yu-Hsun, racconta di un parrucchiere in grado di lavar via i brutti ricordi dalle teste dei clienti, con risultati spettacolari; <em>The Singing Boy</em>, Yang Ya-Che, si concentra sulla pratica tuttora esistente delle punizioni corporali nelle scuole, vista attraverso gli occhi di un alunno molto particolare; <em>Old Man and Me</em>, di Cheng Weng-Tang, racconta in modo poetico la storia vera di un anziano affetto da demenza senile che si perde e viene cercato da tutti gli abitanti del suo villaggio; <em>Destined Eruption</em>, di Wang Shaudi, ci mostra le vicende di una cineasta perseguitata da uno stalker e della provvidenziale eruzione di un vulcano che la salva da quest’ultimo proprio quando lui è riuscito finalmente a braccarla. Il migliore è senz’altro <em>Unwritten Rules</em>, di Cheng Yu-Chieh, spaccato dell’arrivo in location di una troupe cinematografica alle prese con un imprevisto che potrebbe causare problemi di ordine politico e mettere in pericolo la riuscita delle riprese.</p>
<p>Intanto, il toto-orso è già cominciato. I giornalisti s’incontrano ai vari angoli delle sale stampa, nelle code al ticket counter, nelle toilette mentre s’imbellettano o lottano con le zip di giacche e giacconi, e non fanno che chiedersi l’un l’altro: “Tu che pensi? Chi vincerà?”. Si tende a dimenticare, mentre si sprofonda nel rosso delle poltrone in sala, che un festival è alla fine questo, un concorso, e che sebbene si tratti di un pretesto (i fatti veri si svolgono intanto al Martin Gropius Bau, dove ha luogo il mercato) questa è la parte divertente, cercare di capire a chi piacerà cosa, se vinceranno le tendenze al raccontare il sociale del Presidente della giuria di quest’anno, Mike Leigh, oppure le derive estetizzanti di Anton Corbijn, le scelte <em>art-house</em> di François Ozon, Charlotte Gainsbourg e Barbara Sukova o la visione hollywoodiana di Jake Gyllenhaal. Sono dati per favoriti finora il film dei fratelli Taviani, <em>Cesare deve Morire</em>, e il tedesco<em> Barbara</em> di Christian Petzold, ma si parla anche di <em>Captive</em> di Brillante Mendoza, dell’ungherese <em>Csak a Szél</em> (Just the Wind) di Bence Filegauf, storia del massacro di alcune famiglie di origine rom tratto da una storia realmente accaduta. In pole position anche <em>Gnade</em> (Mercy), altro film tedesco per la regia di Matthias Glasner, drammone della coscienza con una splendida ambientazione norvegese e <em>L’enfant d’en Haut</em> (Sister) di Ursula Meier, storia intimista di un bambino che cerca di venire a patti con gli affetti e l’affacciarsi alla vita e adattarsi ad un mondo per lui incomprensibile. Non si dà purtroppo alcuna possibilità al nostro preferito, invece, <em>Jayne Mansfield’s Car</em> di Billy Bob Thornton, forse troppo “occidentale” per l’Orso d’oro.</p>
<p><a href="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/berlino-45-04.jpg"><img class="aligncenter colorbox-11156" title="Mads Mikkelsen, Alicia Vikander in A Royal Affair © Jiri Hanzl" src="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/berlino-45-04-320x226.jpg" alt="Mads Mikkelsen, Alicia Vikander in A Royal Affair © Jiri Hanzl" width="320" height="226" /></a></p>
<p>Oltre al citato<em> Just the Wind</em> e a <em>Mercy</em>, che ha davvero un’ottima regia ma che ci sembra avere troppe pecche di sceneggiatura che ne inficiano la compattezza, il giovedì è la giornata del primo film storico in costume, il danese<em> En Kongelig Affære</em> (A Royal Affair), girato da Nikolaj Arcel grazie a una coproduzione danese-ceca-svedese-tedesca e un sostegno sia economico che di sceneggiatura da parte di Lars Von Trier. Il film segue le lotte di potere all’alba dell’era illuminista in una Danimarca ancorata al vecchio regime di monarchia assoluta in cui i potenti del Consiglio di Stato rivaleggiano con una monarchia illuminata per quanto esposta ad influenze di ogni tipo, data l’instabilità mentale del regnante Christian VII. Le idee illuministe vengono introdotte dall’alleanza fra la regina Caroline Mathilde e il medico di Corte, Johann Struensee, entrato nelle grazie del re e diventato in breve il motore delle riforme introdotte in quel periodo dal regnante in contrasto con i voleri degli aristocratici componenti il Consiglio di governo. La storia si dipana fra politico e personale, con l’amore fra Struensee e la regina che, a lungo andare, causa il tracollo della tendenza progressista propugnata dai due e con la rivalsa delle tradizioni dell’aristocrazia conservatrice. Il film è molto riuscito nelle atmosfere e l’attore che interpreta il re – insicuro, orgoglioso, insoddisfatto, crudele o infantilmente buono, debole ed influenzabile ma capace di profondo amore –, Mikkel Boe Følsgaard, meriterebbe decisamente un premio per la sua magistrale interpretazione, che gli ha permesso di indagare più sfumature rispetto al suo contraltare, il più famoso protagonista Mads Mikkelsen, il cui personaggio appare più granitico e meno stratificato. Bellissima e brava anche la protagonista femminile, Alicia Vikander, svedese di nascita che ha dovuto anche imparare il danese in pochi mesi per la parte e che veste benissimo gli stupendi costumi creati da Manon Rasmussen.</p>
<p>Nella sezione Panorama Special, veniamo a <em>Cherry</em>, opera prima di Stephen Elliott che ne ha scritto la sceneggiatura insieme a Lorelei Lee. Parte della carriera di entrambi è stata nell’ambito della industria del porno nella città di San Francisco ed Elliott ha scelto di raccontare fuori dagli stereotipi la storia di una ragazza che sceglie di lavorare nel porno non perché fugga da storie familiari particolarmente devastate o perché disperata, ma che arriva in quell’ambiente per curiosità, voglia di guadagnare e per esplorare altri aspetti della sua sessualità. La protagonista Ashley Hinshaw è perfetta nella parte, l’aria innocente che ben si presta a convivere con una naturale sensualità le fa bucare lo schermo. Il film si pregia di un cast eccezionale: Heather Graham nella parte della regista che aiuta Cherry a cominciare la sua carriera negli studios del porno; James Franco, un avvocato cocainomane che per un periodo la ragazza frequenta e che si permette comunque di disprezzarla in nome di convenzioni maschiliste e stantie; Def Patel (il protagonista di Slumdog Millionaire di Danny Boyle), l’amico fraterno con cui Cherry si allontana da casa e divide una stanza a San Francisco, che è naturalmente innamorato di lei senza alcuna speranza. Alla Hinshaw tocca in sorte una delle migliori battute mai sentite nel cinema: in una scena in cui sorprende l’amico a masturbarsi guardando un video che la vede protagonista, lei gli chiede se lui la ama e, quando lui non risponde, gli dice: “Certo, mi ami, ma non abbastanza da farti una sega su qualcun’altra”.</p>
<p><a href="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/berlino-45-05.jpg"><img class="aligncenter colorbox-11156" title="Charlize Theron, Patton Oswalt in Young Adult Ph. Phillip V. Caruso" src="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/berlino-45-05-320x212.jpg" alt="Charlize Theron, Patton Oswalt in Young Adult Ph. Phillip V. Caruso" width="320" height="212" /></a></p>
<p>L’ultimo film della giornata è l’ultima fatica di quel Jason Reitman che ci ha regalato <em>Thank you for Smoking</em> e <em>Juno</em>. Come nel caso di quest&#8217;ultimo film, la sceneggiatura di <em>Young Adult</em> è di nuovo ad opera di Diablo Cody, che mette Charlize Theron nei panni di una ex beauty queen del liceo di Mercury, nella profonda provincia di Minneapolis, piegata da un recente divorzio e in preda ad una non diagnosticata depressione, che cerca di riconnettersi con se stessa riconquistando un vecchio amore dei tempi del liceo, nonostante il fatto che questi sia felicemente sposato e sia appena diventato papà. Torna perciò nella cittadina d’origine con questo piano in mente e, sostenuta e contrastata al tempo stesso da un altro ex compagno di scuola, un outsider la cui vita è stata cambiata da un pestaggio da parte dei suoi stessi compagni di scuola che lo tacciavano di omosessualità, un Patton Oswald veramente bravissimo (già notato nella serie televisiva <em>United States of Tara</em> al fianco di Toni Collette). Essendo una storia di Diablo Cody, l’intreccio non scade mai nel conforme, il viaggio di Mavis, la protagonista, al fondo delle sue paure e della sua inadeguatezza non trova mai soluzione consolatoria e la storia, divertentissima e al tempo disperante, si conclude con un happy ending fuori dalle regole. Vale la pena essersi catapultati nella notte verso un lontanissimo Haus der Berliner Festspiele e affrontare un viaggio di ritorno sotto la pioggia battente per vedere questo piccolo capolavoro.</p>
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		<title>Giorno tre, dei segreti e del prendere il ritmo</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Feb 2012 18:13:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Beatrice Biggio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Bea nella fossa degli orsi]]></category>
		<category><![CDATA[Berlino]]></category>
		<category><![CDATA[Festival]]></category>
		<category><![CDATA[Reportage]]></category>

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		<description><![CDATA[Bestia strana, l’inviato speciale dei festival cinematografici. Ce ne sono di tutte le fogge e di ogni latitudine. Li accomuna il passo, a metà fra il trotto sostenuto del tragitto sala-luogo di ristoro e la modalità galoppo nervoso fra titoli di coda e conferenza stampa, complicata dal saltello in corsa se interviene l’urgenza toilette. Se [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="float:right; margin:0 0 10px 15px; width:240px;">
		<img class="colorbox-11133"  src="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/img-somma-berlino.jpg" width="240" />
		</p><p>Bestia strana, l’inviato speciale dei festival cinematografici. Ce ne sono di tutte le fogge e di ogni latitudine. Li accomuna il passo, a metà fra il trotto sostenuto del tragitto sala-luogo di ristoro e la modalità galoppo nervoso fra titoli di coda e conferenza stampa, complicata dal saltello in corsa se interviene l’urgenza toilette. Se avete la vescica debole, scordatevi per sempre questi luoghi, sareste sopraffatti e sconfitti nel giro di poche intempestive minzioni.</p>
<p><a href="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/berlino-3-01.jpg"><img class="aligncenter colorbox-11133" title="Alcuni inviati speciali - Foto di Beatrice Biggio" src="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/berlino-3-01-320x201.jpg" alt="Alcuni inviati speciali - Foto di Beatrice Biggio" width="320" height="201" /></a></p>
<p>Il nostro viaggia in genere con almeno tre, quattro borse di varie dimensioni e peso, cinque o sei appendici tecnologiche e quattro braccia meccaniche estensibili per meglio afferrare i comunicati stampa e i press kit mentre mescola lo zucchero nel caffè e allo stesso tempo consulta il programma per il piano della giornata. Bisogna essere flessibili e saper reggere la frustrazione quando il bip del sold out vanifica ore di accorta pianificazione notturna, veloci nell’identificare nuove mete e visualizzare la fattibilità dell’ordinata tragitto contro l’ascissa tempo.</p>
<p>Nervi saldi e pochissima dignità sono accessori altrettanto strategici quanto un I-phone sempre connesso. Assistere alla cattura di un collega improvvido che ha tirato fuori una reflex al momento sbagliato in conferenza stampa, nonché alla sua temporanea amichevole detenzione in attesa che la sua scheda di memoria venga purgata delle foto vietate per essergli riconsegnata intonsa, può causare inattesa soddisfazione, soprattutto, come solitamente accade, perché non hanno preso te. Si capisce così quali siano i livelli d’importanza: se hai una compattina la fai franca, certo, ma solo perché sei un poveretto che “va là ma dove vuoi andare con quelle foto lì”. Verrò redarguita soltanto una volta, io, e solo perché la posizione era sfavorevole. Se si riesce, grazie al famoso passo di cui sopra, ad occupare un posto in seconda fila al centro, i poveri addetti al controllo audiovisivi illegali non riescono a raggiungerti ed esporti al pubblico ludibrio. Il povero fotografo infiltrato, casualmente servito da esempio e deterrente per noialtri tutti, esce con la coda fra le gambe mentre fumo e mi chiede implorante una sigaretta. Magnanima, gliela offro come si fa con un condannato alla vergogna perenne nel passaggio corridoio, che d’ora in avanti gli toccherà percorrere a testa bassa, aspettando l’anno prossimo, quando nessuno si ricorderà più di lui.</p>
<p><a href="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/berlino-3-03.jpg"><img class="aligncenter colorbox-11133" title="In conferenza stampa - Foto di Beatrice Biggio" src="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/berlino-3-03-320x240.jpg" alt="In conferenza stampa - Foto di Beatrice Biggio" width="320" height="240" /></a></p>
<p>Pellicola o digitale è la domanda chiave: in <em>Side by Side</em>, primo film della giornata, il regista Chris Kenneally, per il tramite di Keanu Reeves, chiede la stessa cosa ad alcuni fra i migliori registi, direttori della fotografia, montatori e maghi degli effetti visivi. Il documentario è fatto praticamente soltanto di interviste, ma è appassionante vedere come ad Hollywood ci siano posizioni così diverse sull’argomento. George Lucas e Steven Soderbergh sono totalmente a favore del digitale. Niente, dicono, gioca a favore della pellicola; il digitale è il presente e sarà il futuro, senza se e senza ma. Con le nuove Alexa si sono ormai raggiunti livelli di definizione superlativi, e il costo rispetto a quello delle telecamere tradizionali è talmente ridicolo da consentire di costruire una scena con il triplo o il quadruplo dell’equipaggiamento e riuscendo a girare ciò che tempo fa sarebbe stata pura utopia. Anche Robert Rodriguez la pensa allo stesso modo: perché insistere con qualcosa che pone così tante limitazioni, soprattutto di ordine economico, quando è possibile non smettere mai di girare e vedere immediatamente il risultato esatto di ciò che si è fatto, senza dover aspettare i dailies il giorno dopo? Per il direttore della fotografia, le cose sono molto cambiate, soprattutto in termini di potere. Con la celluloide, il suo era il lavoro del mago, l’unico ad avere un’idea precisa di quello che gli altri avrebbero potuto verificare, appunto, solo il giorno dopo. Ma è proprio il direttore della fotografia più premiato e più osannato al mondo, Vittorio Storaro, ad affermare che chi fa il suo mestiere deve fare il possibile per appropriarsi dei nuovi mezzi a disposizione, che sono una risorsa e non un male da combattere, senza arroccarsi su posizioni elitarie. Fra gli strenui difensori della celluloide contro il digitale, a sorpresa, Christopher Nolan, convinto che la qualità e le sfumature che la pellicola è ancora in grado di dare non verranno mai eguagliate, non importa quanti pixel si riescano a garantire in futuro. Insieme a molti altri, poi, Nolan sottolinea il fatto che il digitale è virtualmente inarchiviabile. Al momento, dice, nessuno si preoccupa di come garantire la sopravvivenza del materiale digitale, di qualsiasi natura. Salvarlo su supporti esterni non significa che sia necessariamente recuperabile all’occorrenza. Il tempo, infatti, mette ko qualsiasi supporto esistente al giorno d’oggi e nessuno ha ancora investito sufficiente tempo e denaro per risolvere questo enorme problema. Lucas e Soderbergh, però, sono fiduciosi: l’umanità, dicono, ha sempre risolto i problemi di questa natura a tempo debito e non c’è dubbio che lo farà anche per quel che riguarda la conservazione del materiale digitale.</p>
<p><a href="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/berlino-3-02.jpg"><img class="img-align-left colorbox-11133" title="Meryl Streep - Foto di Beatrice Biggio" src="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/berlino-3-02-185x246.jpg" alt="Meryl Streep - Foto di Beatrice Biggio" width="185" height="246" /></a>Non ci pentiamo di aver preferito questo documentario alla proiezione stampa di The Iron Lady, film già uscito da tempo e che potremo sempre vedere anche in patria, ma oggi è il giorno di Meryl Streep e non possiamo non accaparrarci un posticino per l’affollatissima conferenza stampa. Alla Streep verrà consegnato in serata l’Orso d’oro alla carriera e Berlino è in fibrillazione per il suo arrivo. Anche lei, come John Hurt, arriva dritta da Londra dove si è accaparrata un BAFTA proprio per la sua interpretazione in questo biopic sulla lady di ferro più odiata e più amata al tempo stesso dagli inglesi. Non prima però, d’aver portato via anche un Golden Globe a Los Angeles giorni prima, sempre per lo stesso ruolo. L’attrice viene bombardata di domande da parte dei giornalisti di tutto il mondo, che trascurano spudoratamente sia Phyllida Lloyd, la regista del film, sia il bravissimo Jim Broadbent che ha interpretato Denis, il “signor Thatcher”, com’era tristemente conosciuto in patria ai tempi dei due governi presieduti dalla moglie. Meryl, però, bisogna dirlo, non potrebbe suscitare altro tipo di reazione: minuta, delicata come una porcellana, è stata dotata dalla natura di un paio di zigomi che, da soli, sono in grado di illuminare uno schermo. Se Isabelle Huppert è in grado di fare grandi cose con le vene del collo, Meryl Streep ha dalla sua la recitazione degli zigomi. Ha visto nel personaggio di Margareth Thatcher, dice, l’occasione di interpretare una donna molto diversa da lei ma per qualche verso rivoluzionaria nell’aver lottato dal basso per superare gli stereotipi che impedivano ad una donna della working class anche solo di pensare di poter accedere alle stanze del potere. Ride felice – e la sua risata è davvero contagiosa – quando un giornalista russo le regala una matrioska fatta da un artigiano a sua immagine e somiglianza e si dichiara felice che nei vari ritratti le abbiano accorciato un po’ il naso. I giornalisti sono in visibilio e si sprecano le domande francamente inutili, che domande non sono. La classica, indisponente “Qual è il suo segreto?” viene rivolta anche a lei, così come era già successo a Isabelle Huppert e come accadrà poi a Salma Hayek. A volte si vorrebbe rispedire certi cosiddetti professionisti là dove dovrebbero stare, ai lati del tappeto rosso a prodursi in urletti e scattare fotine.</p>
<p><a href="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/berlino-3-05.jpg"><img class="aligncenter colorbox-11133" title="Fernando Tejero, Salma Hayek in La chispa de la vida" src="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/berlino-3-05-320x180.jpg" alt="Fernando Tejero, Salma Hayek in La chispa de la vida" width="320" height="180" /></a></p>
<p>Salutata la Merylona nostra, ci avviamo a gustare la nuova fatica di Alex De la Iglesia, La Chispa de la Vida, film anomalo per il nostro, dato che non ci ritroviamo a saltare sulla sedia per il terrore né a chiederci chi sarà la prossima vittima. De la Iglesia stavolta ha prodotto un gioiellino di sceneggiatura, la storia, come dichiara quando gli viene chiesto perché ha voluto una messicana nella parte della moglie del protagonista, di un personaggio straniero in quanto diverso da tutti gli altri, ovvero dagli avvoltoi che vogliono speculare sulla storia tragica di un uomo che ha la sfortuna di cadere su una grata in un sito archeologico appena inaugurato e conficcarsi una sbarra di ferro nel cervello (dai, su, è sempre De la Iglesia, ricordiamocelo!). Naturalmente, il film è molto più di questo: il protagonista José Mora, famosissimo comico spagnolo, dà un giro di vite alla propria carriera, dice, attraverso questo ruolo drammatico in cui ha potuto recitare soltanto con la faccia e gli occhi, dato che era costretto a stare immobile per ore sdraiato sopra la grata di ferro senza poter muovere nemmeno un muscolo. Gli è servito da terapia, afferma, in un momento della sua vita in cui aveva bisogno di dare una svolta alla sua carriera, proprio per non fossilizzarsi dentro i confini della commedia demenziale nella quale eccelle in patria. Salma Hayek, oltre che bellissima, è l’antidiva per eccellenza. Spiritosissima e quasi casalinga nel suo accento messicano così colloquiale, scherza con i giornalisti e con il regista, del quale è amica da molti anni. Il film è estremamente divertente nel suo cinismo e tiene con il fiato sospeso fino al tragicissimo finale. La Hayek, dice il regista, ha collaborato moltissimo e molte delle scelte fatte durante le riprese sono dovute a lei anche se, dice, gli dà estremamente fastidio ammetterlo.</p>
<p><a href="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/berlino-3-04.jpg"><img class="aligncenter colorbox-11133" title="Vinzenz Kiefer, Alba Rohrwacher © 2011 Constantin Film/Mathias Bothor" src="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/berlino-3-04-320x233.jpg" alt="Vinzenz Kiefer, Alba Rohrwacher © 2011 Constantin Film VerleihGmbH/Mathias Bothor" width="320" height="233" /></a></p>
<p>Decidiamo di scambiare le figurine con qualcuno in fila come noi per riuscire oggi a vedere il nuovo film della regista Doris Dörrie, Glück (Bliss), con la nostra Alba Rohrwacher, dando in cambio un biglietto per Young Adult, di Jason Reitman, che vedremo invece giovedì. Le notizie sulla regista tedesca sono interessanti: femminista convinta, i suoi film sono sempre sorprendenti per il punto di vista e le inaspettate svolte delle trame. Non sappiamo ancora se il film ci è piaciuto o ci ha fatto orrore. La Rohrwacher è impeccabile, nei panni di Irina, una rifugiata proveniente da un Paese dell’est che potrebbe essere l’Ucraina la cui famiglia viene sterminata dai militari che poi la stuprano. Clandestina a Berlino, Irina deve prostituirsi per vivere e sulla strada incontra un giovane vagabondo che porterà a casa sua per farlo dormire all’asciutto. I due s’innamorano e la storia, fino ad un certo punto del film, li segue nelle incertezze e nella quotidianità, due anime rotte che cercano di non soccombere, insieme. Poi, un cliente di Irina muore in casa e il film ha una svolta verso l’horror grottesco. Sangue e corpi fatti a fette che, forse perché il cambio di registro è così repentino, sembrano una naturale continuazione di esistenze comunque danneggiate e use alla violenza. Questa volta però, l’amore, seppure in maniera non epica, l’avrà vinta sulla sfortuna e sul degrado.</p>
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		<title>Eugène Ionesco e la cronaca di un amore defunto</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Feb 2012 18:10:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Annamaria Martinolli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Palcoscenico]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[Saggi]]></category>
		<category><![CDATA[Teatro]]></category>

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		<description><![CDATA[Il primo febbraio 1954, sulla Nouvelle Revue Française, Eugène Ionesco pubblica il racconto breve Orifiamma che gli servirà da fonte di ispirazione per la sua prima pièce teatrale in tre atti, Amedeo, o come sbarazzarsene. Dal testo alla pièce il passo sarà breve, due mesi appena, ma le notevoli modifiche apportate dall’autore trasformeranno il raccontino [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="float:right; margin:0 0 10px 15px; width:240px;">
		<img class="colorbox-10182"  src="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2011/12/img-somma-mar2.jpg" width="240" />
		</p><p><a href="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2011/12/mar-011.jpg"><img class="img-align-left colorbox-10182" title="Eugène Ionesco" src="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2011/12/mar-011-185x207.jpg" alt="Eugène Ionesco" width="185" height="207" /></a>Il primo febbraio 1954, sulla <em>Nouvelle Revue Française</em>, Eugène Ionesco pubblica il racconto breve <em>Orifiamma</em> che gli servirà da fonte di ispirazione per la sua prima pièce teatrale in tre atti, <em>Amedeo, o come sbarazzarsene</em>. Dal testo alla pièce il passo sarà breve, due mesi appena, ma le notevoli modifiche apportate dall’autore trasformeranno il raccontino in un vero e proprio oggetto di culto, destinato a suscitare l’interesse dei critici e degli studiosi.</p>
<h3>La vita di Ionesco e il suo rapporto con il teatro:</h3>
<p>Eugène Ionesco nasce nel 1912 a Slatina, in Romania; la famiglia decide però di trasferirsi in Francia fin da quando egli è piccolissimo e di conseguenza il francese diventa la sua prima lingua. Rientrato in Romania ancora bambino, a causa di un nuovo trasferimento dei genitori, egli è costretto a confrontarsi non solo con una lingua che parla a malapena, ma persino con un mondo che non conosce:</p>
<blockquote>
<p class="rientro-dx-sx">[…] Non avevo superato l’età dell’infanzia quando, appena giunto nella mia seconda patria, vidi un uomo, ancora giovane, alto e robusto, prendere a calci e pugni un uomo anziano. […] L’unica visione che ho del mondo è legata all’evanescenza e alla brutalità, alla vanità e alla rabbia, al nulla o all’odio orribile e inutile. Tutto quello che ho vissuto da allora non ha fatto altro che confermare quanto avevo visto e compreso durante la mia infanzia: rabbia vana e sordida, urla improvvisamente soffocate dal silenzio, ombre inghiottite per sempre dalla notte. Cos’altro mi resta da dire?<sup>[1]</sup></p>
</blockquote>
<p><a href="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2011/12/mar-061.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-10199 colorbox-10182" title="Paesaggio nei dintorni di Slatina" src="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2011/12/mar-061-320x240.jpg" alt="Paesaggio nei dintorni di Slatina" width="320" height="240" /></a></p>
<p>La sua personalità, tuttavia, gli permette di riprendersi dallo smarrimento iniziale e di dedicarsi agli studi letterari: nel periodo universitario pubblica una critica in cui attacca apertamente tre dei più celebri scrittori romeni dell’epoca, Tudor Arghezi, Ion Barbu e Camil Petresco, accusandoli di provincialismo e di mancanza di originalità. Pochi giorni dopo, però, esce un secondo saggio, sempre di Ionesco, incentrato sugli stessi autori, in cui egli ne tesse le lodi e li indica come i migliori rappresentanti della letteratura romena. Lo scopo di tutto questo è dimostrare l’arbitrarietà del giudizio critico<sup>[2]</sup>. I due saggi saranno poi raccolti in un unico volume intitolato <em>No!</em> pubblicato nel 1934.</p>
<p>Se Ionesco dimostra apertamente, fin dall’inizio, di apprezzare la letteratura, altrettanto non si può dire del teatro:</p>
<blockquote>
<p class="rientro-dx-sx">[…] Romanzi, musica e pittura sono costruzioni pure, che non contengono elementi a esse eterogenei; ecco perché sono validi e accettabili. Il cinema stesso si può considerare valido perché è costituito da una sequenza di immagini, e questo lo rende a sua volta puro. Il teatro, però, mi è sempre sembrato sostanzialmente impuro, perché al suo interno la finzione si mescolava ad elementi che le erano estranei, e quindi diventava finzione imperfetta, una materia grezza che non aveva subìto la necessaria trasformazione e mutazione. Insomma, tutto nel teatro mi esasperava. Quando ad esempio vedevo gli attori immedesimarsi completamente nei personaggi drammaturgici e versare, in scena, lacrime vere, la cosa mi risultava insopportabile, e lo trovavo assolutamente indecente. Quando, al contrario, vedevo l’attore troppo padrone del suo personaggio, fuori dal suo personaggio, intento a dominarlo e a separarsi da esso come esigevano Diderot o Jouvet, o Piscator, o dopo ancora Brecht, la cosa mi provocava lo stesso tipo di disagio.<sup>[3]</sup></p>
</blockquote>
<h3>La cantatrice calva:</h3>
<p><a href="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2011/12/mar-071.jpg"><img class="img-align-right colorbox-10182" title="Il cast de La cantatrice calva" src="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2011/12/mar-071-185x277.jpg" alt="Il cast de La cantatrice calva" width="185" height="277" /></a>Il momento della svolta avviene nel 1948, quando l’autore sente l’esigenza di imparare la lingua inglese. Per portare a termine tale compito, egli decide di acquistare un manuale di conversazione francese-inglese per principianti che gli fornisca i primi rudimenti in materia. Con sua grande sorpresa, però, si accorge che il manuale contiene delle notizie “insolite”: durante la prima lezione egli apprende che la settimana è composta da sette giorni; nella seconda, scopre che il pavimento è in basso e il soffitto in alto; nella terza, fa la conoscenza di una coppia inglese, Mr e Mrs Smith, che conversano amabilmente tra loro raccontandosi di avere dei figli, di abitare vicino a Londra, di lavorare in ufficio e di avere una domestica. Ionesco, a quel punto, inizia a pensare che forse i poverini soffrono di vuoti di memoria per raccontarsi delle cose di un’ovvietà estrema, ma poi ha un’illuminazione: trasmettere ai suoi contemporanei quelle verità così profonde e fondamentali contenute nel suo manuale d’inglese. Nasce così <em>La cantatrice calva</em>, pièce teatrale in un atto in cui non compare alcuna cantatrice tantomeno calva.</p>
<p>L’idea del titolo deriva dal <em>lapsus linguae </em>di uno degli attori durante le prove generali quando, recitando un aneddoto riferito al raffreddore, divenuto poi celebre, anziché dire “institutrice blonde” (maestra bionda) disse “cantatrice chauve” (cantatrice calva). Il testo è incentrato su due coppie di coniugi, gli Smith e i Martin, i cui discorsi, composti da frasi fatte e luoghi comuni, si svuotano progressivamente di significato fino a diventare incomprensibili:</p>
<blockquote>
<p class="rientro-dx-sx">Gli Smith e i Martin non sanno più parlare perché non sanno più pensare, e non sanno più pensare perché non sanno più emozionarsi, sono privi di passioni, non sanno più essere; possono “diventare” qualunque persona e qualsiasi cosa poiché, non essendo, sono solo gli altri, il mondo dell’impersonale, e quindi sono intercambiabili: possiamo mettere Martin al posto di Smith, e viceversa, che nessuno si accorgerebbe della differenza. Il personaggio tragico non cambia, si infrange; lui è lui, ed è <em>reale</em>. I personaggi comici, sono le persone che non esistono.<sup>[4]</sup></p>
</blockquote>
<p><a href="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2011/12/mar-041.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-10197 colorbox-10182" title="Foto di scena de La cantatrice calva" src="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2011/12/mar-041-320x213.jpg" alt="Foto di scena de La cantatrice calva" width="320" height="213" /></a></p>
<p>L’obiettivo dell’autore è in realtà quello di parodiare il teatro e di criticare i luoghi comuni linguistici e i comportamenti ovvi delle persone. Nel 1950, quando la pièce viene rappresentata per la prima volta, gli “esperti teatrali” la interpretano in molti modi diversi: come una critica nei confronti della piccola borghesia inglese, che tra l’altro Ionesco non conosce nemmeno; come un tentativo di disarticolare il linguaggio e distruggere il teatro; come un esempio di comicità pura; come un esempio di teatro astratto e come teatro avanguardista. L’autore non conferma né smentisce tutte le definizioni, ma al contrario trova nuova linfa per comporre le sue pièces successive.</p>
<h3>Amedeo, o come sbarazzarsene, e Orifiamma:</h3>
<p><em><a href="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2011/12/mar-031.jpg"><img class="img-align-left colorbox-10182" title="Eugène Ionesco con in mano il copione de La cantatrice calva" src="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2011/12/mar-031-185x245.jpg" alt="Eugène Ionesco con in mano il copione de La cantatrice calva" width="185" height="245" /></a>Amedeo, o come sbarazzarsene</em> appartiene ai testi teatrali cosiddetti del primo periodo, ma, a differenza de <em>La cantatrice calva</em>, è una delle poche pièces ad essere definita semplicemente commedia in tre atti. Quasi tutti gli altri testi, infatti, riportano una denominazione diversa: <em>La cantatrice calva </em>è un’anti-pièce; <em>La lezione</em> è un dramma comico; <em>Le sedie </em>è una farsa tragica; <em>Jacques o la sottomissione</em> è una commedia naturalista; <em>Vittime del dovere </em>è uno pseudo-dramma; <em>Il quadro</em> è una buffoneria. Nonostante questa distinzione, <em>Amedeo, o come sbarazzarsene</em> contiene degli elementi che la allontanano dalla normale idea di commedia. Ionesco stesso, quando descrive lo stato d’animo che lo pervade durante la lavorazione dei suoi testi, ci spiega qual è l’atmosfera che si respira all’interno di questa particolare pièce:</p>
<blockquote>
<p class="rientro-dx-sx">Certamente, questo stato di coscienza è assai raro. La gioia, lo stupore di trovarmi in un universo che non mi infastidisce più, che non esiste più, non regge proprio; la maggior parte delle volte, sono dominato dal sentimento opposto: la leggerezza si trasforma in pesantezza; la trasparenza si fa spessore; il mondo pesa; l’universo mi schiaccia. Una tenda, una parete invalicabile si frappone fra me e il mondo, fra me e il mio stesso io, la materia riempie ogni cosa, occupa ogni spazio, annienta sotto il suo peso ogni forma di libertà, l’orizzonte si restringe, il mondo si converte in una cella soffocante. La parola si infrange, ma in modo diverso, le parole ricadono, come pietre, come cadaveri; mi sento pervaso da forze opprimenti contro le quali conduco una battaglia in cui sono destinato ad avere la peggio.<br />È senza dubbio questo il punto di partenza di alcune delle mie pièces che alcuni considerano drammatiche: <em>Amedeo, o come sbarazzarsene </em>o <em>Vittime del dovere</em>. Partendo da questa condizione, le parole, evidentemente prive di ogni magia, vengono sostituite dagli accessori e dagli oggetti: nell’appartamento di Amedeo e Maddalena crescono innumerevoli funghi, e anche un cadavere, che soffre di “progressione geometrica”, continua a crescere facendo sloggiare i proprietari […].<sup>[5]</sup></p>
</blockquote>
<p><a href="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2011/12/mar-021.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-10194 colorbox-10182" title="Bozzetto di scena di Amedeo, o come sbarazzarsene" src="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2011/12/mar-021-320x209.jpg" alt="Bozzetto di scena di Amedeo, o come sbarazzarsene" width="320" height="209" /></a></p>
<p>L’idea di partenza di questa commedia la si trova abbozzata nel racconto <em>Orifiamma</em>, dove il carattere dei due personaggi principali è già ben delineato. Il racconto è narrato in prima persona da un uomo, di cui il lettore ignora il nome, che descrive il suo travagliato rapporto d’amore con la moglie Maddalena (che si chiama come la protagonista di <em>Vittime del dovere</em>), e spiega qual è l’elemento che ha contribuito alla distruzione del loro felice matrimonio: la presenza in casa di un cadavere. Dai discorsi dell’io narrante, si intuisce che i due coniugi conducono una vita modesta, che il protagonista maschile soffre di pigrizia cronica ed è incapace di svolgere un qualsivoglia lavoro, che il mantenimento della coppia è garantito dalla dote di Maddalena e dal suo lavoro di poetessa, e che da ben dieci anni la loro camera matrimoniale è occupata da un morto. Chi sia il defunto, però, è il protagonista stesso a spiegarlo al lettore:</p>
<p class="rientro-dx-sx">“Tornai sui miei passi. Mi avvicinai al cadavere. Quant’era vecchio, vecchio! I morti invecchiano più rapidamente dei vivi. Chi mai avrebbe potuto riconoscere, in lui, il giovane che, una sera di dieci anni prima, era venuto a trovarci, si era immediatamente innamorato di mia moglie e, approfittando dei cinque minuti in cui mi ero assentato, ne era diventato l’amante quella sera stessa?”<sup>[6]</sup></p>
<p>Spaventati dall’idea di confessare l’omicidio, i due coniugi decidono di continuare a convivere con il cadavere, trincerandosi in casa, annullando i rapporti con il mondo, diventando incapaci di provare una qualsiasi emozione se non legata all’osservazione ossessiva di quel corpo che, come se non bastasse, soffre di “progressione geometrica” e continua a crescere a dismisura a ritmo sempre più accelerato.</p>
<p><a href="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2011/12/mar-08.jpg"><img class="img-align-right colorbox-10182" title="Poster di un convegno letterario incentrato su Ionesco" src="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2011/12/mar-08-185x259.jpg" alt="Poster di un convegno letterario incentrato su Ionesco" width="185" height="259" /></a>Quando il defunto raggiunge ormai le dimensioni di un gigante, Maddalena obbliga il marito a sbarazzarsene. Il protagonista, stanco e svogliato come sempre, cala dunque il cadavere dalla finestra e inizia a trascinarlo lungo la via ormai deserta sperando di riuscire a gettarlo nel fiume. Il corpo, però, gli si arrotola attorno alla vita e, sospinto da un colpo di vento, prende il volo portandosi dietro anche lui. Il personaggio si libera così delle scarpe e degli inutili fardelli che lo opprimono e vola in direzione della via lattea, nuovamente padrone delle proprie emozioni e ancora capace di commuoversi di fronte allo spettacolo dell’universo. La moglie, rimasta a terra, non perde comunque occasione di rimproverarlo per un’ultima volta dicendogli: “Quando imparerai a fare la persona seria? Ti elevi, certo, ma la mia stima nei tuoi confronti non aumenta”.</p>
<p>Anche nel testo teatrale Amedeo e Maddalena devono gestire la difficile situazione del cadavere, ma gli elementi atti a recare disturbo al già burrascoso <em>ménage</em> sono elevati alla potenza. Il corpo del morto, oltre a ingrandirsi a vista d’occhio, fa proliferare una quantità industriale di funghi, che dapprima invadono la camera da letto e poi si spostano progressivamente in soggiorno. A questo si aggiunge la visita di un postino che, venuto a consegnare una lettera per Amedeo, si sente rispondere di aver sbagliato nome e indirizzo benché il destinatario della missiva si chiami come il protagonista e abiti nella sua stessa via. Il motivo dell’omicidio, inoltre, e l’identità del morto, assumono contorni sempre più oscuri e indefiniti: era davvero uno spasimante di Maddalena? Oppure era un neonato che una vicina aveva affidato ai due coniugi e che Amedeo, maldestramente, ha ucciso nel tentativo di farlo smettere di piangere? O forse era una donna che Amedeo aveva lasciato annegare in un fiume e che, pentito, si era trascinato a casa nel tentativo di resuscitarla con la respirazione bocca a bocca? O forse era nuovamente lo spasimante, morto di infarto perché aveva bevuto troppo?<sup>[7]</sup>.</p>
<p>Nella pièce, Amedeo ha quarantacinque anni come la moglie e, a differenza di quanto narrato in <em>Orifiamma</em>, svolge un mestiere ben preciso: il commediografo. Sono trascorsi quindici anni dal giorno dell’omicidio e lui è riuscito a scrivere solo uno scambio di battute tra due vecchi: “Credi che funzionerà?, “Non sarà così semplice”. Maddalena, in compenso, fa la centralinista da casa e ogni giorno si veste di tutto punto per andare a lavorare… nel suo soggiorno. L’atmosfera che si respira tra i due viene resa benissimo dall’introduzione in scena di due sosia che, come specifica l’autore, non devono sembrare dei fantasmi, ma essere spontanei nella non spontaneità, nell’irrealtà. Il sosia di Amedeo vede solo luce e splendore, quello di Maddalena solo buio e sofferenza:</p>
<p class="rientro-dx-sx"><strong>AMEDEO II </strong>Maddalena, svegliati! Apriamo le tende, è l’alba della primavera… Svegliati… il sole inonda la stanza… Luce di gloria… Dolce calore!&#8230;<br /><strong>MADDALENA II </strong>…notte, pioggia, melma!&#8230; il freddo! sto tremando… buio… buio… buio!&#8230; Cieco che non sei altro, abbellisci la realtà! Non vedi, dunque, che la abbellisci?<br /><strong>AMEDEO II</strong> È la realtà che ci abbellisce.<br /><strong>MADDALENA II</strong> Mio Dio, quest’uomo è matto! È matto! Mio marito è matto!<br /><strong>AMEDEO II </strong>Guarda… guarda… nei ricordi, nel presente, nel futuro… intorno a te!<br /><strong>MADDALENA II</strong> Non vedo niente… È tutto buio… non c’è niente… non vedo niente!&#8230; Sei cieco!<br /><strong>AMEDEO II </strong>Sì, io vedo, io vedo…<br /><strong>MADDALENA II </strong>No… no… no…<br /><strong>AMEDEO II </strong>…La verde vallata dove fioriscono i gigli…<br /><strong>MADDALENA II </strong>Funghi!&#8230; funghi!&#8230; funghi!&#8230; funghi!&#8230;<br /><strong>AMEDEO II </strong>Sì, la verde vallata… il girotondo, balliamo il girotondo mano nella mano.<br /><strong>MADDALENA II </strong>La vallata oscura, umida, acquitrini, sprofondiamo, anneghiamo… aiuto, sto soffocando, aiuto!&#8230;<sup>[8]</sup></p>
<p><a href="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2011/12/mar-09.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-10202 colorbox-10182" title="Poster del Festival teatrale romeno dedicato a Ionesco" src="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2011/12/mar-09-320x228.jpg" alt="Poster del Festival teatrale romeno dedicato a Ionesco" width="320" height="228" /></a></p>
<p>Come afferma Martin Esslin nel suo saggio <em>The Theatre of the Absurd</em>, la scena dei sosia, strutturata come un flashback, fa capire allo spettatore che il corpo nella stanza accanto è il simbolo dell’amore ormai defunto tra Amedeo e Maddalena. È un corpo fatto di disgusto, colpe e rimpianti, che avvelena l’atmosfera con funghi di declino e decomposizione<sup>[9]</sup>. Sempre secondo il saggista, la scena finale in cui Amedeo prende il volo rappresenta un atto di liberazione. Il personaggio non è più soffocato dalla presenza di quell’<em>essere</em> che gli ricorda continuamente i suoi errori passati, e può finalmente sperare in un nuovo inizio. Interessante, da questo punto di vista, è anche l’interpretazione che Ionesco stesso fornisce dell’opera, dimostrandoci che quello che per alcuni è un simbolo per altri è semplicemente una realtà:</p>
<blockquote>
<p class="rientro-dx-sx">Tutto ciò che posso dire è che si tratta di una pièce semplice, infantile e quasi primitiva nella sua semplicità. In essa non vi troverete il benché minimo simbolismo. Vi si narra un episodio di cronaca che potrebbe essere tratto da un qualsiasi giornale; vi si racconta una storia banale che sarebbe potuta accadere a chiunque di noi, e che probabilmente è capitata a molti di noi. È una scena di vita, una pièce realista.<br />Se potete rimproverare quest’opera per la sua banalità, non potete di certo condannarla per la mancanza di verità. Così, vedrete dei funghi spuntare sul palcoscenico, il che prova, in modo inconfutabile, sia che questi funghi sono dei veri funghi sia che sono dei funghi normali.<br />Certamente qualcuno dirà che non tutti hanno una visione del mondo reale simile alla mia. Ci saranno persone che penseranno che la mia sia una visione, di fatto, irreale o surrealista. Devo ammettere che, personalmente, smentisco questo tipo di realismo che è solo un sottorealismo, che ha solo due dimensioni su tre, quattro o <em>n</em>-dimensioni. […] Che valore di verità può esserci in un realismo di questo tipo che dimentica di riconoscere le più profonde realtà umane: l’amore, la morte, lo stupore, la sofferenza e i sogni dei nostri cuori extrasociali. […] L’unico dovere dell’autore è quello di non intervenire, di vivere e lasciar vivere, di liberare le sue ossessioni, i suoi fantasmi, i suoi personaggi, il suo universo, lasciarli nascere, prendere forma, esistere […].<sup>[10]</sup></p>
</blockquote>
]]></content:encoded>
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		<title>Giorno due, la rivincita delle pupille</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Feb 2012 21:57:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Beatrice Biggio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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		<category><![CDATA[Berlino]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="float:right; margin:0 0 10px 15px; width:240px;">
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		</p><p><a href="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/berlino-2-03.jpg"><img class="img-align-left colorbox-11105" title="In attesa al FriedrichStadt Palast - Foto di Biggio" src="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/berlino-2-03-185x246.jpg" alt="In attesa al FriedrichStadt Palast - Foto di Biggio" width="185" height="246" /></a>La  notte ha portato consiglio e riposo. Nel kit del provetto festivaliero non dovrebbe mancare un piccolissimo e leggero computer portatile, una giacca o un piumino che siano caldi ma senza peso, calzamaglie di lana non troppo grosse e scarpe comode. Alla lunga, portarsi appresso anche solo i due chili del 15 pollici tutto il giorno in mano o a tracolla e un giaccone pesante può ridurre le spalle e le braccia in pappa in men che non si dica. Meglio strati su strati, ma di roba leggera, anche perché in sala, solitamente, le temperature raggiungono livelli da fonderia piuttosto di frequente. Meno oggetti si hanno in mano, poi, più veloce è l’uscita verso la prossima meta.<br />La mattina, il tentativo di intercettare una proiezione alle dieci alla Haus der Berliner Festspiele si è rivelato fallimentare: la nuovissima venue del festival, inaugurata quest’anno, è davvero lontana e siamo in molti ad arrivare cinque minuti dopo l’inizio del film a transenne già chiuse. Qualche ignaro spettatore speranzoso tenta persino di convincere lo staff a fare un’eccezione, ottenendo in risposta soltanto un cortese ma fermo diniego e uno sguardo vuoto. Io giro i tacchi immediatamente, decidendo all’istante che questa è stata una gita di scoperta e che cercherò di non scegliere più proiezioni da queste parti. Non mi avrete, mi ripeto a fior di labbra mentre torno verso i lidi noti in Potsdamer Platz, a posto con la coscienza e con lo stomaco che borbotta per la sua dose mattutina di sano grasso teutonico. Il pasto degli occhi, invece, oggi è succulento: ci aspetta l’attesissimo e sospirato film di Billy Bob Thornton, nonché la prospettiva di vederlo in carne ed ossa più tardi in conferenza stampa insieme a John Hurt. Due idoli al prezzo di uno.</p>
<p>La proiezione stampa di <em>Jayne Mansfield’s Car</em> è al Berlinale Palast, sede di tutti gli eventi di gala e delle serate di apertura e chiusura del festival. Il Palast è la Sala Grande di Berlino, dove i fortunati possono sedersi a pochi metri dalle star durante le proiezioni principali della fascia serale. Dal vivo, molto più piccolo di quanto non sembri nei video visti in rete, tutto rosso, con il palco alto e le poltrone basse e non troppo digradanti, i palchetti tutt’intorno. Bisognerebbe dire che, a parte il Berlinale Palast e il Friedrichstadt Palast, che sono due teatri, tutti i cinema del circuito del festival sono una meraviglia per i sensi. Le poltrone hanno sempre uno spazio enorme per le gambe davanti, le file sono ben distanziate e i posti comodi, innecessarie le battaglie a chi conquista il bracciolo. E poi, ci sono gli schermi: giganteschi, avvolgenti, perfetti. Così come il suono. Non c’è da meravigliarsi che i berlinesi corrano a frotte a godere dell’esperienza del cinema.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/berlino-2-02.jpg"><img class="aligncenter colorbox-11105" title="Billy Bob Thornton" src="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/berlino-2-02-320x221.jpg" alt="Billy Bob Thornton" width="320" height="221" /></a></p>
<p style="text-align: center;">&nbsp;</p>
<p>La sala del Palast è al completo per l’ultima fatica di Billy Bob, che, dopo l&#8217;enorme successo di <em>Sling Blade</em>, torna su questi lidi snobbando apertamente il Sundance e dichiarando che Berlino è l’unico festival dove avrebbe voluto che il suo film venisse presentato. Il film è ambientato in Alabama, nel profondo sud degli Stati Uniti, in una famiglia tiranneggiata dalla figura di un padre padrone anaffettivo e violento, cui dà vita un Robert Duvall nel solito stato di grazia, centro assoluto dell’amore ambivalente dei tre figli maschi, ognuno segnato in modo diverso dalla distanza emotiva che il capostipite ha decretato da tutti loro. La madre, sfuggita anni prima perché incapace di rassegnarsi a finire con le ali tarpate al servizio di una famiglia capestro nel mondo ristretto di spazi e vedute che era il Sud degli anni Cinquanta, muore in Inghilterra, dove si era creata un’altra famiglia. Questo è il pretesto narrativo che porta di nuovo a galla tutti i conflitti esistenti fra i vari membri di questa piovra familiare in cui l’amore è una cosa da femminucce e la guerra è ciò che fanno gli uomini. Kevin Bacon è il fratello più piccolo, il ribelle che, dopo aver servito nell’esercito diventa un hippy che manifesta contro la guerra in Vietnam, Robert Patrick il fratello più grande che non è mai andato in guerra e si sente per questo meno uomo, Billy Bob Thornton è invece Skip, il fratello più danneggiato e più contraddittorio, un uomo-bambino perché ha perso la propria infanzia, che pilotava aerei in Marina, che vive per la sua collezione di macchine d’epoca e sportive, alle quali non lascia avvicinare nessuno. David Rooney dell’Hollywood Reporter lo recensisce negativamente, ma ci permettiamo di pensare che non abbia granché gradito la rispostaccia che Thornton gli ha dato in conferenza stampa quando ha chiesto il perché non avesse voluto presentare il film al Sundance. Il regista è avvelenato con gli studios e non ne fa mistero. Il suo ultimo progetto, <em>All the Pretty Horses</em>, tratto da un romanzo di Cormac McCarthy, è stato funestato dalle interferenze della produzione dei grandi studios e il regista non fa mistero d’essersi legato al dito la cosa.</p>
<p>La conferenza stampa si rivela in sé uno spettacolo. Thornton, dietro richiesta di spiegare quale sia stata la forza trascinante di questo progetto, la spinta personale che affiora palesemente dallo schermo, risponde in toni confidenziali, creando un improvviso silenzio e facendo calare il senso della realtà che spesso latita nelle cose di cinema. Spiega che viene da una famiglia del sud, che suo padre era un irlandese ubriacone e violento e che, come il padre interpretato da Robert Duvall sullo schermo, portava lui e i suoi fratelli a vedere le carcasse delle macchine appena incidentate. Quello, dice, era l’unico modo in cui riusciva a comunicare con noi, l’unico modo in cui era in grado di stabilire una qualsiasi connessione con i figli, che invece picchiava spesso e volentieri. Thornton dice anche che per tutta la vita, così come il suo personaggio nel film, ha cercato e cerca l’approvazione degli uomini più vecchi di lui e che questo è il rapporto che lo lega nella vita a Robert Duvall, al quale è molto legato. John Hurt, che viene direttamente da Londra dove ha ricevuto il BAFTA alla carriera, dichiara che lavorare con un regista che ha una visione creativa così limpida come quella di Thornton è un’esperienza impagabile, e il regista per tutta risposta lo omaggia con il suo personale premio alla carriera, consegnandogli il bastone che il personaggio di Hurt porta per tutto il film.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/berlino-2-04.jpg"><img class="aligncenter colorbox-11105" title="John Hurt e Billy Bob Thornton - Foto Biggio" src="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/berlino-2-04-320x240.jpg" alt="John Hurt e Billy Bob Thornton - Foto Biggio" width="320" height="240" /></a></p>
<p>Mentre in sala stampa ci si prepara ad accogliere Zhang Yimou che presenta l’epopea The Flowers of War, di cui è protagonista Christian Bale, noi si fugge ad Alexanderplatz, al Cubix Kino, a vedere il film di cui tutti parlano, <em>Iron Sky</em> del finlandese Timo Vuorensola, uno dei primi esperimenti di crowd financing della rete. Il film è una parodia ben congegnata e godibilissima, nata dall’idea dei famosi quattro amici al bar che una sera, pieni di vodka, si sono chiesti quale poteva essere l’idea più strana alla quale pensare per il soggetto di un film. “Nazis on the dark side of the moon”, è stata la risposta e, incredibilmente, un sondaggio in rete ha dato loro ragione. L’idea per molti era credibile, o meglio era effettivamente credibile poterci fare un film. E così è stato. Il regista e la sua crew sono riusciti non solo a tirar su i sette milioni e mezzo di euro per realizzare la pellicola, ma anche ad avere nel cast addirittura Udo Kier, eccezionale comandante nazista che organizza la riconquista della Terra dopo aver estratto per decenni il preziosissimo Elio 3, su cui tutti vorrebbero mettere le mani. Aggiungete un Presidente degli Stati Uniti incredibilmente somigliante a una certa Sarah Palin e il gioco è quasi fatto. Il film è incredibilmente ben fatto e divertentissimo. Ci consoliamo della solita impossibilità nell’organizzare interviste sperando che agli osservatori del ScienceplusFiction non sia sfuggito e che potrebbe spuntare in programma nella prossima edizione.</p>
<p>Rimangono due spettacoli alla fine di una giornata campale di visioni in prima fila. Raggiungiamo il FriedrichStadt Palast, e ci accomodiamo a ridosso del palco, che stavolta è ad altezza spettatore, in attesa che si aprano i pesanti tendaggi rossi di questo teatro liberty nel cuore di Berlino, non distante dal vecchio Checkpoint Charlie di funesta memoria passata e di recente spudorato utilizzo turistico. Vediamo <em>Captive</em>, il film di Brillante Mendoza con Isabelle Huppert e siamo piacevolmente colpiti dal fatto che il film non cade nella categoria “esperimenti falliti”. Il regista è riuscito per quasi due ore a tenerci incollati alla sorte di questo gruppo di ostaggi quasi guardassimo un documentario. Questo per quel che riguarda lo stile, ma la prospettiva riuscita è quella di trovarsi a condividere il punto di vista degli ostaggi, a volte, e persino a tratti quello dei rapitori.</p>
<p><a href="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/berlino-2-01.jpg"><img class="img-align-right colorbox-11105" title="La locandina di Molto forte, incredibilmente vicino - Foto Biggio" src="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/berlino-2-01-185x246.jpg" alt="La locandina di Molto forte, incredibilmente vicino - Foto Biggio" width="185" height="246" /></a>Il tempo di una sigaretta e ci riaccomodiamo al calduccio con i piedi allungati sulle tavole di legno del palcoscenico per vedere <em>Extremely Loud and Incredibly Close</em>, il film di Stephen Daldry tratto da <em>Molto forte e incredibilmente vicino</em> di Jonathan Safran Foer. Un gran peccato che il film non riesca nemmeno per un secondo a rendere la complessità e le atmosfere del libro, nonostante gli sforzi di Tom Hanks e Sandra Bullock.</p>
<p>La sorpresa della sera è che si rimane a piedi nella notte, come si suol dire, dato che all’una e mezzo la U-Bahn ci sbarra le porte verso il nostro giaciglio. Dopo inutili tentativi di comprendere come arrivare a casa con autobus e tram, si cede alla stanchezza ed anche a una certa curiosità e si ferma al volo un taxi, giusto per coronare in maniera cinematografica una giornata d’infiniti fotogrammi. La goduria nello scoprire di riuscire a dare al tassista le indicazioni giuste, dato che non ha mai sentito nominare la strada di casa, è davvero una degna conclusione. &#8220;Ich bin ein Berliner&#8221;, almeno stasera, possiamo dirlo anche noi.</p>
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		<title>Giorno uno, la zampata del reporter d’assalto</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Feb 2012 19:05:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Beatrice Biggio</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="float:right; margin:0 0 10px 15px; width:240px;">
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		</p><p><a href="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/berlino-1-02.jpg"><img class="img-align-left colorbox-11058" title="La locandina di Captive" src="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/berlino-1-02-185x256.jpg" alt="La locandina di Captive" width="185" height="256" /></a>Una mattina senza biglietti in mano potrebbe rivelarsi disperante, non fosse che ci si prepara con la colazione dei campioni: il currywürst è ottimo carburante per dare una svolta energica alla situazione e decidere che si andrà con l’onda. Si comincia con la conferenza stampa  di <em>Captive</em>, imperdibile per una fan adorante della splendida Isabelle Huppert, che di questo film è protagonista. La divina si  presenta in giacca e pantaloni, quasi senza trucco, perfetta come nelle migliaia di foto e nelle decine di suoi film visti finora. Affianca il  regista Brillante Mendoza nel descrivere l’odissea che questo film ha  rappresentato per tutto il cast, costretto a girare in condizioni al  limite del precario nella giungla e sui corsi d’acqua delle Filippine  per raccontare una storia vera, avvenuta nel corso di sette mesi a  ridosso dell’attacco alle Torri Gemelle. Un gruppo di inviati nelle  missioni cattoliche nelle Filippine viene rapito da terroristi musulmani alla ricerca di un riscatto all’inizio del 2001. La storia segue il  gruppo di rapitori e ostaggi nella loro fuga dai militari filippini che  stanno loro alle costole. Il regista ha girato senza dare agli attori  nessuna indicazione su che cosa sarebbe accaduto, non lasciando che si  incontrassero prima delle riprese, in modo da ricreare il più possibile  le reali condizioni della vicenda. Tutto era perciò più che reale: la  giungla, gli insetti e i serpenti, la paura durante le sparatorie. Un  clima opprimente pervade tutta la pellicola e si ha davvero l’impressione di assistere a un documentario. Nelle intenzioni del  regista, indagare la forza della perseveranza come via per la salvezza,  oltre a scandagliare l’assottigliarsi dei confini nelle identità di  carnefici e vittime tipica delle situazioni di cattività. Isabelle  Huppert è bersagliata da domande che, alla fine, sono sempre la stessa:  come fai quello che fai così bene? Qual è la tua tecnica attoriale?  Domanda sempre molto stupida a cui l’attrice risponde con l’arguzia che  la caratterizza: “Non ci penso troppo, ecco come”.</p>
<p>Vista la mala parata sul fronte accaparramento biglietti, ci  decidiamo a dedicare la giornata alle conferenze stampa, approntando il  piano film per recuperare quelli persi nei giorni successivi che, a  quanto pare, essendo lavorativi, lasciano più speranze di posti che i  berlinesi lasceranno liberi alle frotte dei festivalieri di professione.  Eccoci quindi alla conferenza stampa di <em>Marley</em>, docufilm su  Bob Marley del regista Kevin Macdonald che non sarà possibile vedere data  la scarsa programmazione e il fatto che le sole due proiezioni previste  sono già sold out da ieri. Il regista ha avuto la collaborazione totale  della famiglia del grandissimo Bob, che gli ha messo a disposizione  innumerevoli documenti e chilometri di filmati e interviste, in cui si  scandaglia la vita del musicista e dell’uomo, ma soprattutto si parla  della sua musica che, al di là del grande interesse del nostro per donne,  calcio e marijuana, ha rappresentato la sua unica, vera, grande  passione. Centrale nel racconto la connotazione politica dell’arte di  questo assoluto protagonista del nostro tempo e le contraddizioni della  sua personalità, che diedero il fianco persino a dicerie sulla sue  presunte connessioni con i gangster giamaicani.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/berlino-1-04.jpg"><img class="aligncenter colorbox-11058" title="Neville Garrick, Kevin Macdonald, Rohan Marley" src="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/berlino-1-04-320x206.jpg" alt="Neville Garrick, Kevin Macdonald, Rohan Marley" width="320" height="206" /></a></p>
<p>Dopo un giro  all’Arkaden, centro commerciale completamente invaso dalla Berlinale,  alla ricerca di un pranzo che eguagli la sontuosità della colazione, è  tempo di <em>Diaz</em>, il film di Daniele Vicari inserito nella sezione  Panorama. La pellicola, da tempo annunciata, rende conto dei giorni del  G8 a Genova attraverso le vicende dell’incursione nella scuola Diaz e  dei pestaggi avvenuti al centro di detenzione temporanea di Bolzaneto. Che il  film avrebbe scatenato polemiche non avevamo alcun dubbio. Il tema è  ancora caldo e la conferenza stampa assume da subito l’aria di un interrogatorio. Il regista e il produttore Domenico Procacci cercano di contenere l’aggressività delle domande che provengono a raffica  soprattutto dai giornalisti italiani e tedeschi. Questo è campo loro  soltanto, la stampa di altre nazionalità non ha nulla da dire, anche  perché da subito è chiaro che non si parlerà tanto del film, come  vorrebbero dichiaratamente gli artisti, ma dei fatti di cui il film tratta, di quei giorni di sangue a copertura mediatica totale, di quel  processo ancora in corso i cui atti sono ormai più che pubblici, della  polizia e dei manifestanti. Il film, dice Vicari, nasce dalla volontà di capire e indagare il perché si sia creata una frattura così violenta  nel sistema democratico, di fare qualcosa come artisti per testimoniare  ciò che sembra ancora di là dal potersi comprendere. I giornalisti  accusano il film di non spiegare esattamente di chi siano le  responsabilità di ciò che è accaduto, di non fare i nomi delle persone  coinvolte, di non aver caratterizzato a sufficienza i personaggi,  lasciando il campo alla pura violenza delle azioni. Regista e produttore  rispondono che il film non vuole dare risposte, ma solo mettere in  campo tutte le domande che, affermano, non sono ancora mai state messe  insieme da un lavoro artistico sull’argomento. La pellicola non mira  perciò ad accompagnare per mano lo spettatore spiegandogli passo per  passo come riconoscere chi è responsabile, distinguere le vittime dai  carnefici, mettendolo così tranquillo rispetto alla sua estraneità a ciò  che è accaduto. Non è questo lo scopo: anzi, l’intento degli autori sta  proprio nell’assunzione di responsabilità che ciascuno dovrebbe sentire  di avere rispetto alla deriva che il nostro Bel Paese ha preso. Da  questo, dicono, e dalla richiesta di alcune delle vittime di non essere  rappresentate con il proprio vero nome, la scelta di eliminare tutti i  nomi dei personaggi, sia dei manifestanti che dei poliziotti.</p>
<p><a href="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/berlino-1-03.jpg"><img class="aligncenter colorbox-11058" title="Diaz di Vicari - Una scena del film" src="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/berlino-1-03-320x213.jpg" alt="Diaz di Vicari - Una scena del film" width="320" height="213" /></a></p>
<p>Claudio  Santamaria, uno dei protagonisti insieme ad Elio Germano che non è  presente, parla pochissimo e viene interpellato soltanto dal moderatore.  Il suo ruolo, dice, quello di un dirigente della polizia mandato a  ristabilire l’ordine pubblico sfuggito di mano nei giorni precedenti, lo  ha costruito pensando al personaggio come a un uomo che fa il suo  dovere, che non va oltre quello che è il suo compito sebbene si renda  conto di quello che accade. Si respira un’aria pesante, in sala, e  fioccano purtroppo anche una sfilza di domande incredibilmente stupide.  Si crede che, per qualche motivo, se si è in questa sala è perché si è  informati e, vogliamo dirlo, almeno mediamente intelligenti e informati.  Invece, qualcuno chiede se il regista non teme che ci siano  ripercussioni da parte “del movimento giovanile” contro la polizia a  causa del film. Una domanda che mostra tutta l’ignoranza delle  sterminate vicende trascorse da quei giorni ad oggi. L’autrice di questa  perla di insight giornalistico, inoltre, pur essendo italianissima, non  sa che le “persone offese” sono le vittime. Si consiglia la visione  integrale della conferenza stampa disponibile <a title="Berlinale - Scheda del film Diaz" href="http://www.berlinale.de/en/programm/berlinale_programm/datenblatt.php?film_id=20124194">sul sito</a> alla sezione video, per apprezzare la competenza e la chiarezza di visione di molti dei giornalisti presenti.</p>
<p>Cerchiamo di consolarci andando a vedere il bellone di turno, Clive Owen, in <em>Shadow Dancer</em>, film diretto da James Marsh, autore pluripremiato del documentario <em>Man on Wire</em> e del <em>Project NIM</em> premiato all’ultimo Sundance. La storia è quella di una donna  appartenente ad una famiglia Repubblicana nell’Irlanda del Nord,  arrestata in seguito al suo possibile coinvolgimento in un attentato  dell’IRA a Londra sventato dai servizi segreti inglesi, che le impongono  una scelta tragica fra essere rinchiusa in carcere per venticinque anni  o tornare in Irlanda e spiare la sua famiglia ai loro ordini. Andrea  Riseborough è perfetta nella parte e l’alchimia fra lei e Owen si  realizza fin dal primo frame. Il regista dice in conferenza stampa che a  vent’anni di distanza finalmente è possibile per un britannico cercare  di parlare del tema del conflitto nell’Irlanda del Nord affrontando il  proprio senso di colpa. La Riseborough, oltre ad essere di una bellezza  imbarazzante, è donna di grande spirito e parlantina sciolta. Owen, come  sempre impeccabile sullo schermo, è come pervaso da quella sottile e  invisibile pellicola che avvolge le star troppo use ad essere adorate.  C’è un impercettibile fastidio nella grana di quello che dice, che parla  dell’essere ancora in quel particolare limbo dell’attore britannico che non ha  ancora rinunciato al privilegio di difendersi dai flash e le paparazzate  di Hollywood.</p>
<p><a href="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/berlino-1-01.jpg"><img class="aligncenter colorbox-11058" title="Cambio ad Alexanderplatz - Foto di Beatrice Biggio" src="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/berlino-1-01-320x225.jpg" alt="Cambio ad Alexanderplatz - Foto di Beatrice Biggio" width="320" height="225" /></a></p>
<p>Con la conferenza stampa di <em>I, Anna</em>, concludiamo questa  giornata campale con la visione di una Charlotte Rampling gloriosa nella  sua terza età, fortemente convinta che il lavoro di suo figlio abbia  colto profondamente il topoi del noir per darne nuova interpretazione.  Un altro lunghissimo ritorno sulla U2, cambio ad Alexanderplatz, poi U8  fino a Neukölln, stavolta con in tasca ben quattro biglietti per il  giorno dopo.</p>
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		<title>Giorno zero, nella fossa degli orsi</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Feb 2012 17:58:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Beatrice Biggio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Bea nella fossa degli orsi]]></category>
		<category><![CDATA[Berlino]]></category>
		<category><![CDATA[Festival]]></category>
		<category><![CDATA[Reportage]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p style="float:right; margin:0 0 10px 15px; width:240px;">
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		</p><p><a href="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/berlino-0-02.jpg"><img class="img-align-left colorbox-10925" title="Berlino - Foto di Beatrice Biggio" src="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/berlino-0-02-185x246.jpg" alt="Berlino - Foto di Beatrice Biggio" width="185" height="246" /></a>La felicità è vedere il respiro materializzarsi a nuvoletta davanti alla tua faccia. Berlino, è così che mi accoglie, diaccia e bianca sotto una neve vecchia di almeno due o tre giorni, un ghiaccio che scalda, dopo le sferzate rancorose dell&#8217;ultima bora cittadina. Cose che si dimenticano quando si torna a Berlino: questa è una metropoli, nonostante la flemma di chi ci abita, nonostante si mangi spendendo meno che in un Paese in via di sviluppo, nonostante l&#8217;aria del chissenefrega che pervade tutto. Che è una metropoli tocca ricordarlo specie in occasioni come questa. Non siamo al Lido di Venezia, dove a portata di minuti ti si apre ogni sala esistente, né a Locarno, dove la distanza massima è facilmente coperta da navette sintonizzate con lo spettatore nervoso e le proiezioni ravvicinate. Qui c&#8217;è da tener conto di veri e propri tempi di trasferimento, viaggi della speranza che non mangino via il prezioso minuto e mezzo che sta fra te e il prossimo film e che, se perso, decreta la proverbiale porta in faccia. Oltretutto per un film che già ti sarà costato una fila di lunghezza variabile, diciamo fra una coda in bagno in discoteca e un due giri e mezzo d&#8217;isolato. Un pass stampa è quello che è, del resto. Una poltrona di tutto rispetto per alcune proiezioni selezionate e relative conferenze stampa. Esattamente per tre, forse quattro film al giorno. Il resto, va sudato e afferrato a morsi lottando con i tuoi pari, e la vinca chi la dura. Il berlinese, infatti, va al cinema, ci va in particolar modo durante il festival. E il festival è, ancora, dedicato agli spettatori, piuttosto che ai giornalisti o a chi il cinema lo fa. Ecco perché per accedere alla maggior parte dei film è necessario procurarsi un biglietto, guadagnarselo svegliandosi presto o facendo scelte meno scontate perché forse meno apparentemente accattivanti. Ci siamo, quindi. Il reporter impreparato messo di fronte alla propria pochezza fra i tentacoli della sterminata fossa degli orsi gialli in campo rosso. O rossi in campo giallo. O verdi, o rosa pastello. La grafica della sessantaduesima edizione dell’Internationale Filmfestspiele ha preso l’orso e l’ha spruzzato di tanti colori quante sono le sezioni: rosso per la competizione, giallo per il Panorama, viola per il Forum, Blu per la Perspektive Deutsches Kino, grigio per le sezioni fuori competizione e gli eventi speciali, rosa per i corti, azzurro per la Generation, i film sull’infanzia e la giovane età, verde per le retrospettive e il premio alla carriera, fucsia per gli eventi del Talent Campus. Gli orsi compaiono ad ogni angolo della città, naturalmente, di legno, di ferro, in carne ed ossa e costumi panciuti. E sugli schermi prima di ogni proiezione, quest’anno in un tripudio di scintille in cascata da un fuoco d’artificio tutto d’oro, l’orso si tratteggia per un attimo soltanto, per poi andare a formare il nome del festival. Non eccessivamente nuova, l’idea, ma solida. Come quasi tutto in questo sprazzo di mondo, del resto. L’organizzazione, non serve ribadirlo, è oliata dal tempo, dall’esperienza e da una granitica sostanza fatta di meccanismi rodati. Come ogni complesso ingranaggio, però, ci sono angoli nascosti alla vista e trascurati, camere scure dove si capita solo per caso, luoghi dove l’umana imperfezione regna indisturbata. I neofiti sono i perfetti visitatori di queste stanze, dove le pecche affiorano immediate ai loro occhi disabituati alla routine. Come in ogni kermesse di questa portata, Berlino accoglie puntualmente ogni anno un numero di aficionados, quei quasi residenti ogni santa seconda settimana di febbraio da che si ricorda, i quali inseriscono il pilota automatico appena atterrati a Tegel o Schönefeld e si muovono nel fiume sempre identico dei loro immanenti ricordi: si mettono in fila nei posti giusti, conoscono i cinema poltrona per poltrona, sanno dove si va a bere e tirar tardi e dove a gustare i pasti migliori ai prezzi più convenienti.</p>
<p><a href="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/berlino-0-04.jpg"><img class="img-align-right colorbox-10925" title="La locandina della 62. edizione della Berlinale" src="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/berlino-0-04-185x240.jpg" alt="La locandina della 62. edizione della Berlinale" width="185" height="240" /></a>Il nuovo arrivato ha un impatto che può andare dal traumatico allo scioccante. Pensa che ritirare un badge significhi uno spiegone sull’universo mondo del festival e dei diritti e doveri della stampa in loco. Niente di più lontano dalla realtà. Forse già provati da due giorni di dettagliate spiegazioni e dall’ora tarda secondo gli schemi teutonici, gli addetti alle consegne accrediti sono, alle sette di sera, ora in cui la malcapitata reporter giunge finalmente a Potsdamer Platz dopo aver rintracciato il proprio alloggio e viaggiato per un’altra ora nelle viscere della città, stanchi e spenti, come minimo disattenti e poco inclini alla chiacchiera. Qualcuno non parla nemmeno inglese e si affretta a scaricare la questuante a colleghi già impegnati su altri fronti. Insomma, si scopre subito che il pass non è garanzia di accesso in sala al di fuori delle proiezioni dedicate alla stampa, selezionate e quindi non includenti tutti i film in scaletta. Del resto, sarebbe impossibile, a pensarci bene, data l’enorme quantità di screenings – i film in programma sono 400 e le repliche non contabili. Perciò si capisce a spizzichi e con notizie dilazionate nell’arco di due giorni interi, che s’ha da studiare per programmarsi la giornata, studiare sul serio, incastrando al meglio ciò che si può, si deve e si vuole vedere, raschiando i tempi già mangiati via in partenza dagli spostamenti necessari fra una location e l’altra, una quindicina sparse per tutte le latitudini in un’area che è certo centrale, ma che si estende in termini di fermate di U o S-bahn inaffrontabile per garantire l’accesso a film contigui, a conferenze stampa, a eventi vari. Il troppo di tutto che può immobilizzare in una sindrome di Stendhal fatale, dato che i minuti continuano a scorrere, soprattutto mentre si pensa a come muoversi, a come gestire il tutto. Vagare guardandosi intorno per cogliere l’attimo di ogni cosa, com’è d’uopo fare per vivere degnamente l’atmosfera di qualsiasi luogo, può significare sbagliare un incrocio o perdere una coincidenza, e il film per il cui biglietto hai dovuto sgomitare il giorno prima. Sì, perché è allora che per i biglietti si combatte, possibilmente nelle prime ore della mattinata, oppure bisogna rassegnarsi a prendere quello che rimane. Non serve dirlo, ci si adegua a quest’ultima opzione, per puro spirito di contraddizione o soltanto per ribellarsi al meccanismo imposto. A volte conviene persino infrangere alcune delle regole basilari del buon giornalista cinematografico, ovvero andare in conferenza stampa senza aver prima visto il film, condannandosi a non fare domande ma racimolando più notizie possibili e cogliendo le <em>vibes</em> dai protagonisti in vivo, piuttosto che mancare questa occasione perché non si è riusciti ad avere un biglietto proprio per quello screening o ad arrivare in tempo alla proiezione stampa.</p>
<p>Cose che ci siamo persi e non riusciremo probabilmente a recuperare: il film da regista di Angelina Jolie, <em>In the Land of Blood and Honey</em>, programmato nei primi due giorni e senza altre repliche, che ha causato già molte polemiche in terra balcanica per come è stato trattato il tema della guerra in Bosnia e delle divisioni etniche da un punto di vista necessariamente estraneo; il primo film in competizione, <em>Les adieux à la reine</em> di Benoit Jacquot, ennesimo biopic su Maria Antonietta, pare non epocale, il film in concorso dei fratelli Taviani,<em> Cesare deve morire</em>, il quasi-documentario sulla realizzazione di un Giulio Cesare molto particolare fra le mura di Rebibbia; il film in gara <em>Barbara</em>, di Christian Petzold, con una fenomenale Nina Hoss, dato come possibile candidato all’orso d’oro.</p>
<p><a href="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/berlino-0-03.jpg"><img class="img-align-left colorbox-10925" title="Berlinale Palast - Foto di Beatrice Biggio" src="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/berlino-0-03-185x246.jpg" alt="Berlinale Palast - Foto di Beatrice Biggio" width="185" height="246" /></a>Il primo weekend del festival è funestato da mille piccoli contrattempi, oltre a soffrire dell’impreparazione del soldato alla tenzone: per capire è necessario sbagliare e questo soldatino di errori ne commette parecchi, compreso quello di rimuovere il fatto che in Germania le prese elettriche non sono esattamente uguali a quelle italiane. Cercare un adattatore durante il fine settimana o presumere che l’organizzazione ne sia adeguatamente dotata nella certezza dell’arrivo di svariate migliaia di giornalisti stranieri (4000, si dice, quest’anno) si rivelerà pura utopia. Con l’ovvia conseguenza della ritardatissima partenza di un reportage che si prometteva sarebbe stato quotidiano. Il colosso delle vendite dell’elettronica Saturn, in Alexander Platz, ci salva dalla completa disfatta consentendo l’acquisto di un comodo adattatore universale, che non lascerà più il suo posto in valigia, e la conseguente ricarica della povera batteria del portatile, ormai completamente succhiata dalla programmazione dell’agenda quotidiana. Paradossalmente la connessione wi-fi non è disponibile gratuitamente all’Hotel Hyatt, dove ha sede il Centro Stampa. Lì, bisogna pagarla. Si può avere gratuitamente solo al Berlinale Palast, in un’area assolutamente inadatta al lavoro, vuoi per il freddo glaciale che vi regna, vuoi per i tavoli, pochi e troppo bassi e le poltroncine, poche e troppo basse anche loro. La sala stampa attrezzata con i computer sarebbe anche frequentabile, se non fosse che le tastiere sono ovviamente quelle tedesche e, seppure sia possibile convertirle, per chi non ricorda esattamente la posizione di ogni singolo simbolo a memoria, l’impresa di scrivere un pezzo inserendo lettere accentate dal menù dei simboli ad ogni pie’ sospinto è cosa impensabile. Non avendo potuto fare la coda per i biglietti odierni, ci accingiamo perciò a vedere l’unica proiezione stampa ancora accessibile a quest’ora tarda, <em>I, Anna</em>, di Barnaby Southcombe, nella sezione Berlinale Special. Il film è in concorso fra le opere prime, ed annovera nel cast un mostro sacro come Charlotte Rampling, di cui il regista è figlio, un Gabriel Byrne in stato di grazia e nientepopodimeno che un cameo di Honor Blackman, la mitica <em>Pussy Galore</em>. Il film mostra una Londra grigia e quasi asettica, lontana dall’immagine stereotipata della capitale del turismo che tutti conosciamo, con i suoi autobus rossi e taxi neri e parchi verdi, una città di architetture squadrate e asettiche, claustrofobiche in ogni caso, che si tratti delle <em>council house</em> in zona Barbican o del mini appartamento stile Chelsea in cui vive la protagonista. Londra fa da spalla ai personaggi in questo noir con risvolti psicologici, con una parte, tagliata addosso alla Rampling, di eroina maledetta che fa innamorare il tutore della legge Byrne, devastato da un divorzio in corso. La tragedia incombe, ma il film non decolla nonostante l’abbondanza di talento e una discreta regia. La Rampling è bravissima, ma forse si spende troppo in questo progetto così familiare. Lei al solito così contenuta ci è sembrata troppo caricata nella follia del dolore che la costringe a gesti disperati. Il film è stato cucito addosso alla protagonista e a Gabriel Byrne, dichiara il regista che ha sceneggiato un romanzo di Elsa Lewin ambientato invece a New York. La Rampling è comunque splendida, con quelle gambe che, anche nel film, sono di continuo inseguite dalla telecamera o dagli occhi del protagonista. L’unica scena in cui vediamo Honor Blackman istruire la gelida Rampling alle tecniche sessuali più consone alle donne di una certa età, è memorabile. Il tempo di un ultimo tentativo di avviare il pc quasi scarico per mandare notizie in redazione da uno Starbucks pieno come un uovo e con una connessione (gratis, questo sì) pessima, e si ritorna sui propri passi verso casa, dodici o quindici fermate più in là, e poi a piedi, nella neve, lungo una Spree ghiacciata in superficie.</p>
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		<title>Nightglory la nuova onda dei Kirlian Camera</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Feb 2012 11:35:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ferruccio Filippi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[Kirlian Camera]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Sono entrato in contatto, giornalisticamente parlando, con Angelo Bergamini, mente e fondatore di Kirlian Camera, nel 1999, anno dell’uscita di Unidentified Light. A quel tempo i Kirlian erano già un monumento dell’underground, avendo già scritto con gli album sin li pubblicati, pagine importanti per non dire fondamentali della new wave, del neofolk e dell’electro dark. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="float:right; margin:0 0 10px 15px; width:240px;">
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		</p><p><a href="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/kir-03.jpg"><img class="img-align-left colorbox-10946" title="Kirlian Camera" src="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/kir-03-185x277.jpg" alt="Kirlian Camera" width="185" height="277" /></a>Sono entrato in contatto, giornalisticamente parlando, con Angelo Bergamini, mente e fondatore di Kirlian Camera, nel 1999, anno dell’uscita di <em>Unidentified Light</em>. A quel tempo i Kirlian erano già un monumento dell’underground, avendo già scritto con gli album sin li pubblicati, pagine importanti per non dire fondamentali della new wave, del neofolk e dell’electro dark. Ma queste sono solo etichette, la musica di Angelo e dei suoi validi compagni di viaggio, che si sono succeduti nel tempo, è musica personale ed originale, espressione di demoni interiori che ogni tanto tornano a fare breccia nell’animo poetico del Bergamini. Inutile star qui a raccontare la loro storia, per quella basta andare su qualche sito internet, né tantomeno tornare sulle assurde accuse di presunte simpatie parafasciste piovute sul gruppo che, basta leggere i testi, è sempre stato rigorosamente apolitico. Mi preme solo sottolineare la capacità autorigenerativa dei Kirlian Camera, come dimostrano gli ottimi risultati del sodalizio con Elena Alice Fossi, sua compagna in questi ultimi album, e cantante dotata di personalità e presenza scenica debordante.</p>
<p>Ogni album dei Kirlian Camera va analizzato pezzo per pezzo e <em>Nightglory</em> non sfugge a questa regola, perché in ogni brano c’è sempre una scintilla di originalità e uno spunto di interesse. L’album inizia con le note di piano di <em>I’m Not Sorry</em>, delicata e malinconica nel suo incedere iniziale, probabilmente autobiografica nel testo. La ritmica synth pop infiamma la seconda parte del pezzo, gli arrangiamenti ariosi fanno da sfondo ad una melodia che si apre per poi tonare malinconica e suadente. Il pezzo si chiude sulle stesse note di piano che lo avevano iniziato. <em>I’m Not Sorry</em> è un ottima introduzione per la title track, che è già una potenziale hit. In <em>Nightglory</em> le atmosfere si fanno più inquiete, con il ronzare minaccioso dei synth che sostiene una ritmica fattasi più pesante rispetto al precedente brano. Il mood industrial del pezzo però sa aprirsi ad un bellissimo refrain che resta subito in mente, malinconico e coinvolgente come solo i Kirlian sanno comporre. A metà brano un fischio di sintetizzatore rende il tutto ancora più dinamico e rinforza il ritornello di chiusura. In questo pezzo c’è tutta la storia dei Kirlian Camera: ritmo, industrial, melodia, potenza vocale&#8230; un tripudio che ci porta diretti alla prima cover dell’album, ovvero <em>Hymn</em> degli Ultravox, gruppo che sembra essere particolarmente caro ad Angelo Bergamini, visto anche la sua precedente cover della famosissima <em>Vienna</em> nel suo <em>Todesengel – The Fall Of Life</em>. <em>Hymn</em> è un pezzo uscito nell’album <em>Quartet</em> del 1982, quando ormai negli Ultravox si era consumata da tempo la dipartita (solo in senso artistico per fortuna) di John Foxx, il leader della prima fase del gruppo. Tuttavia la cover sembra essere quasi un omaggio a Foxx, vista la vena di spiritualità e sperimentazione che Angelo infonde nel pezzo. Il mood è quindi quasi da canto sacro in alcuni passaggi. I paesaggi evocati sono oscuri, il pezzo è assai rallentato rispetto all’originale e la voce potente di Elena alimenta i momenti di spettrale sperimentazione che fanno capolino qua e là nel brano. Anche in <em>Hymn</em> sono presenti molte delle caratteristiche peculiari dei Kirlian Camera, ed esso risulta drammatico, eccessivo, barocco anche sopra le righe per certi versi, ma fortemente emozionale, e prepotentemente evocativo.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/kir-04.jpg"><img class="aligncenter colorbox-10946" title="Kirlian Camera" src="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/kir-04-320x219.jpg" alt="Kirlian Camera" width="320" height="219" /></a></p>
<p>Dopo questa tempesta emotiva, Angelo ed Elena sembrano voler prendersi una pausa, con la delicata chitarra acustica con cui parte <em>Save Me Lord (From Killing Them All)</em>, terribile invocazione intrisa di riferimenti biblici e religiosi. Musicalmente il territorio è quello del folk apocalittico, che riprende quindi alcune cose del passato. Quello che però resta è la bella linea melodica, aperta e malinconica. Con il brano successivo i KC indovinano uno dei titoli più azzeccati ed evocativi degli ultimi tempi che merita di essere riportato per intero nella sua lunghezza: <em>Winged Child Sitting On A Bench Watching Obscure Clouds Getting Closer While People Seek For Shelter</em>. La figura del bambino alato che osserva un&#8217;umanità spaventata e allo sbando, ricorda gli affreschi rinascimentali, con gli angeli, spesso rappresentati in figura di bambini alati, che osservano curiosi le vicissitudini umane così come secoli prima venivano rappresentate le divinità dell’antica Grecia. Figura molto evocativa quindi, ben resa dalla melodia coinvolgente del brano, essenziale e semplice, con un retrogusto minimale che ci conduce al pezzo più sperimentale del disco ovvero quel <em>I Killed Judas</em> che contiene ancora richiami biblici nel titolo. In esso troviamo solo tastiere e voce, ma queste bastano per creare la magia di un suono elegiaco, interrotto da passaggi sperimentali sospesi fra rumorismo e dark ambient. <em>Immortal</em> invece si innesta nel classico filone electro dark, con ritmica martellante e un crescendo melodico accattivante. Il finale disperato, altamente drammatico e sopra le righe, rende il brano comunque originale. <br />Un altro pezzo molto particolare è <em>I Gave You Wings – I Gave You Death</em>, che riprende le atmosfere più vecchie del gruppo ma con una melodia malinconica ma non cupa, piuttosto suadente e aperta. Un brano di difficile esecuzione, soprattutto dal punto di vista vocale. Elena in questo caso si cimenta in vocalizzi ‘Gerrardiani’ e scale vocali di sapore quasi mediorientale dando prova della sua ormai raggiunta maturità vocale. La chiusura del disco è affidata alla seconda cover ovvero <em>Gethseman</em> dal musical <em>Jesus Christ Superstar</em>. Scelta che potrebbe sembrare azzardata e difficile, anche perché nel confrontarsi con questo genere di proposta c’è il rischio di cadere nella banalità. Tuttavia in questo caso la scelta non è stata casuale: <em>Gethseman</em> infatti rende palesi le tematiche religiose che si affacciano qua e là nell’album, ma la versione che ne danno i Kirlian Camera esalta il punto di vista umano della vicenda del Cristo. È un Cristo colto mentre cammina tentennante sul bordo della vita, consapevole che all’alba verrà tradito e martirizzato. Elena, con la sua superba e intensa interpretazione, mette in scena le umane paure di un personaggio che ha comunque segnato la storia dell’umanità. La cover mira all’essenza del momento non alla forma, esalta il pathos della vicenda senza perdersi nei meandri dell’autocelebrazione.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/kir-02.jpg"><img class="aligncenter colorbox-10946" title="Copertina di Nightglory" src="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/kir-02-320x320.jpg" alt="Copertina di Nightglory" width="320" height="320" /></a></p>
<p>Alla fine del programma che cosa rimane di <em>Nightglory</em>? Sicuramete rimane il fatto che si tratta di un gran disco, probabilmente il più immediato dei Kirlian Camera, forse il best seller per quanto riguarderà il successo commerciale. Ma questo non sarà certamente un successo costruito a tavolino, ma frutto di anni di passione e sperimentazione, di voglia di confrontarsi con il pubblico suonando live in mezzo mondo. <em>Nightglory</em> rappresenta il picco di maturazione del sodalizio Fossi – Bergamini, apice formale di un gruppo che ha ormai sforato i 30 anni di carriera. Angelo Bergamini ha ormai lasciato la parte vocale nella sapiente ugola di Elena, concentrandosi sui suoi sintetizzatori per comporre melodie mirabili e immediate, ma mai scontate. Pezzo come la title track o <em>Save Me Lord</em> girano nel lettore cd per molto tempo perché si resta sempre con la voglia di risentirle. La voce di Elena Fossi è ormai diventata un trademark del gruppo. Potente come nella tradizione del gruppo che ha sempre avuto voci femminili diverse dagli standard del genere, estesa dai toni basi a quelli più alti, intensa nell’interpretazione, e naturalmente sensuale. È un disco in cui i ritornano i temi lirici del gruppo, forse con una maggiore vena intimista rispetto alle cose del passato. I frequenti riferimenti religiosi, che si accostano non certo casualmente al look militar-totalitario, rendono l’opera più complessa e profonda di quanto si possa pensare. <em>Nightglory</em> è un altro mattone prestato alla costruzione di un ponte musicale lungo trenta anni. E la storia non finisce qui…</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/kir-05.jpg"><img class="aligncenter colorbox-10946" title="Kirlian Camera" src="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/kir-05-320x213.jpg" alt="Kirlian Camera" width="320" height="213" /></a></p>
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		<title>Quando una stella si spegne</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Feb 2012 06:59:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Ranaldi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[Whitney Houston]]></category>

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		<description><![CDATA[Non si può morire invano. Non si può lasciare la propria vita perché l&#8217;inadeguatezza verso essa viene messa sotto pressione. Un tempo, lontano forse, gli uomini saggi consideravano gli artisti, le persone sensibili, da rispettare, da tutelare, da salvaguardare, perché in essi c&#8217;era il bene prezioso della creatività, della ricerca spirituale. Purtroppo non è più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="float:right; margin:0 0 10px 15px; width:240px;">
		<img class="colorbox-10981"  src="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/img-somma-hou.jpg" width="240" />
		</p><p><a href="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/houston-01.jpg"><img class="img-align-left colorbox-10981" title="Whitney Houston" src="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/houston-01-185x235.jpg" alt="Whitney Houston" width="185" height="235" /></a>Non si può morire invano. Non si può lasciare la propria vita perché l&#8217;inadeguatezza verso essa viene messa sotto pressione. Un tempo, lontano forse, gli uomini saggi consideravano gli artisti, le persone sensibili, da rispettare, da tutelare, da salvaguardare, perché in essi c&#8217;era il bene prezioso della creatività, della ricerca spirituale. Purtroppo non è più un caso che persone dotate di forte sensibilità, di una grande anima espressiva vengano messe sulla strada della irrealtà perché spesso sono schiacciate dal peso delle responsabilità, frutto delle irresponsabilità di un sistema che spolpa fino all&#8217;ultima oncia di anima. Oggi piangiamo <a title="Whitney Houston" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Whitney_Houston" target="_blank">Whitney Houston</a>, qualche mese fa lo facevano per <a title="Amy Winehouse" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Amy_Winehouse" target="_blank">Amy Winehouse</a>. Ma piangere non serve, perché la perdita di persone è sempre segno di una società che vive sull&#8217;immateriale e non tutela chi fa arte, anzi la mette a nudo ricambiando il tutto con il successo e con i soldi.</p>
<p>Il sistema americano dell&#8217;industria discografica è sempre più cannibalesco; purtroppo se da un lato ha inventato la musica pop e ha quindi aperto la strada a tutto un mondo importante, dall&#8217;altro il forte pressing degli ultimi anni, l&#8217;uso e il riuso di artisti particolarmente sensibili, la diffusione e lo spaccio di sostanze chimicamente mortali, ha reso l&#8217;arte del canto come un corpo privo dell&#8217;anima, dove ciò che conta è l&#8217;immagine, la presenza, la <em>bella</em> presenza. Quindi i capricci delle star, le crisi d&#8217;identità, tutto ciò che fa glamour, serve solo a spolpare l&#8217;anima degli artisti e spesso il risultato finale coincide con la morte della stella, che però non si spegne perché continua a brillare per i fan che si ostinano a tenere in vita chi non è più sulla terra. È un problema sociale; morire di droga, morire in una vasca da bagno, morire in una stanza d&#8217;albergo è il segno di una forte solitudine interiore.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/houston-011.jpg"><img class="alignnone size-large wp-image-11050 colorbox-10981" title="Whitney Houston" src="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/houston-011-320x213.jpg" alt="Whitney Houston" width="320" height="213" /></a></p>
<p>Non esiste una rete sociale, non c&#8217;è un progetto di rafforzamento e cura per queste persone che sono lasciate ad un dolore infinito che spesso coincide con la perdita del successo o con la perdita della propria identità. Molto probabilmente voci preziose come quelle della Houston o della Winehouse avrebbero dovuto rimanere in quell&#8217;ambito della qualità di nicchia. La gabbia del pop mediatico è peggiore di un&#8217;arena dove solo chi ha la forza bruta riesce a sopravvivere. Nessuno però ha il coraggio di denunciare la solitudine di un artista, di comprendere che l&#8217;arte non è un prodotto da banco, ma qualche cosa di divino, dove forse c&#8217;è quella famosa scheggia di infinito che non capita a tutti. C&#8217;è chi diceva che i geni non nascono sempre e spesso non ci rendiamo conto di averli incontrati o avuti al fianco. Molte volte si è sordi e poco sensibili per capire la grande sofferenza in cui può trovarsi una voce che canta, un&#8217;anima che si esprime. Quello che conta è lo share delle apparizioni televisive, i dischi d&#8217;oro o di platino, il Grammy da vincere!<br />Purtroppo tutto ciò non appartiene alla vita reale ma a un mondo fatto spesso di fandonie che devono rispondere a quel plusvalore utile ad aumentare il capitale delle case discografiche. La tristezza, dopo che una persona bella muore, è sentire i sermoni di Vincenzo Mollica o della signora Celentano, o leggere le banalità della Pausini o di Mariah Carey.</p>
<p>L&#8217;unico tributo per una stella che si spegne è il silenzio. Con l&#8217;estrema speranza che questo pessimo sistema commerciale venga denunciato e demotivato, perché non si può speculare sull&#8217;arte a costo della morte: questo è il vero delitto.</p>
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		<title>Perdersi per evolversi: la via invisibile</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Feb 2012 19:43:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Nacci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Percorsi]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Michieli]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Viator in fabula]]></category>

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		<description><![CDATA[Luigi Nacci (LN): Franco Michieli: geografo, esploratore, alpinista, camminatore, giornalista, regista. Chi sei? Franco Michieli (FM): Direi un po&#8217; tutte queste cose assieme, più altre considerato che mi dedico anche alla famiglia, senza che nessuna sia così determinante da diventare una vera definizione, o peggio un&#8217;etichetta. Presentarmi ad esempio come geografo è certamente utile per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="float:right; margin:0 0 10px 15px; width:240px;">
		<img class="colorbox-10905"  src="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/img-somma-nac.jpg" width="240" />
		</p><p><strong>Luigi Nacci (LN): </strong>Franco Michieli: geografo, esploratore, alpinista, camminatore, giornalista, regista. Chi sei?</p>
<p><strong>Franco Michieli (FM): </strong>Direi un po&#8217; tutte queste cose assieme, più altre considerato che mi dedico anche alla famiglia, senza che nessuna sia così determinante da diventare una vera definizione, o peggio un&#8217;etichetta. Presentarmi ad esempio come geografo è certamente utile per far capire la dimensione culturale attraverso cui posso vedere il mondo, ma è meglio non cristallizzarla. Lasciare nell&#8217;indefinito ciò che si è e far parlare piuttosto degli atteggiamenti, degli approcci verso la realtà, aiuta a trasmettere i contenuti autentici anziché i soli “involucri” delle attività che si svolgono.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/nacci-02.jpg"><img class="aligncenter colorbox-10905" title="Franco Michieli ritratto da Howie Nordstrom" src="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/nacci-02-320x249.jpg" alt="Franco Michieli ritratto da Howie Nordstrom" width="320" height="249" /></a></p>
<p>Noi esseri umani tendiamo a infatuarci dei contenitori e delle loro colorate etichette, senza capire che quello che sta dentro è tutt&#8217;altro, e che si potrebbe viverlo anche in ambiti molto differenti fra loro. Per esempio, molti sembrano appassionarsi più a degli oggetti – come gli sci, o una bicicletta, o certe piccozze tecniche, o un certo tipo di sentieri – che non al fatto di essere semplicemente in movimento nella natura con un certo spirito, senza preoccuparsi di quale “specialità” si sta praticando. Il grande stimolo che si riceve esplorando un territorio senza mappa insegna anche a non mappare troppo se stessi: meglio ammettere che non si sa bene che cosa si è, e che perciò vale la pena di continuare a sperimentarsi per vedere cosa si diventa.</p>
<p><strong>LN: </strong>A soli 19 anni hai fatto la traversata delle Alpi, da Ventimiglia a Trieste, 2.000 km in 81 giorni, senza tenda. È stato il tuo primo lungo cammino? Che cosa ti ha spinto a partire? Come sei cambiato in quel viaggio?</p>
<p><strong>FM:</strong> Da ragazzo avevo già provato qualche “alta via” e a 18 anni la traversata della Corsica, ma certamente le Alpi sono state il primo cammino di lunga durata. La prospettiva di permanere quasi tre mesi in montagna è stato il primo stimolo che mi ha spinto a scegliere questa esperienza: desideravo soprattutto scoprire cosa sarebbe successo vivendo ininterrottamente da viandante delle montagne, restando nella natura giorno e notte spostandomi sempre verso nuovi orizzonti, senza poter intravedere né il punto di partenza né quello di arrivo, se non al primo e all&#8217;ultimo momento. Aspiravo a ritrovarmi in mezzo a una sorta di “infinito di montagne”, disteso a perdita d&#8217;occhio sia dietro che davanti a me, in modo che fosse naturale pensare semplicemente al presente, all&#8217;essere là, senza essere tentato da un traguardo, da un “desiderio di concludere”, come capita inevitabilmente se si scala una singola cima o si fa una gita in giornata e vengono in mente le cose da fare al rientro. Ero alla fine della quinta liceo, subito dopo la maturità, e mi appassionavano molte domande sul senso della natura e su come potrebbe essere il nostro rapporto con lei. Lo studio di Giacomo Leopardi, per esempio, mi aveva molto coinvolto, e il fatto di vivere a Milano mi spingeva a partire per indagare quei temi in situazioni ben più selvagge.</p>
<p><a href="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/nacci-08.jpg"><img class="aligncenter colorbox-10905" title="Franco Michieli, Altopiano" src="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/nacci-08-320x209.jpg" alt="Franco Michieli, Altopiano" width="320" height="209" /></a></p>
<p>Lo scopo non era riuscire a fare la traversata delle Alpi, ma viverci dentro adattandomi, trovandomi bene su tutti i terreni, dalle valli ai boschi alle grandi cime ghiacciate. Uno degli obiettivi più importanti per me era provare a farlo bivaccando, dormendo all&#8217;aperto col solo saccopiuma, trovando se necessario dei ripari naturali. Quelle notti sotto stelle e nuvole mi hanno dato tantissimo; gran parte della serenità che le montagne mi hanno trasmesso viene dalla scoperta di quanta accoglienza la notte alpina senza ripari ci sappia dare. Inoltre, aver sperimentato come la via sconosciuta possa prendere forma davanti ai nostri passi nella nebbia o nell&#8217;oscurità ha cambiato le mie prospettive. Dopo la traversata ho perso parecchio individualismo, ho spostato molta attenzione dall&#8217;io a ciò che c&#8217;è fuori, intorno, con più voglia di osservare e di ascoltare. Ho considerato un errore sempre più grave l&#8217;antropocentrismo, una fissazione che solo l&#8217;ignoranza di ciò che è altro da noi può giustificare.</p>
<p><strong>LN: </strong>Poi non ti sei più fermato: Pirenei, Lapponia, Nepal, Groenlandia, Islanda, Perù e molti altri luoghi, soprattutto nelle regioni nordiche. Come scegli le tue destinazioni? Cosa ti affascina del (Grande) Nord? Fra tutte le tue spedizioni, puoi raccontare quelle che ti hanno segnato di più, nel bene e nel male?</p>
<p><strong>FM: </strong>Da esperienze come la traversata delle Alpi è molto più difficile tornare che partire. La dimensione che si vive in cammino per le montagne è talmente positiva che è ben difficile rassegnarsi al pensiero di non riviverla. Perciò, compatibilmente con le possibilità pratiche dei vari periodi, ho cercato di ripartire per attraversare una catena montuosa, o un&#8217;isola o un arcipelago più o meno una volta all&#8217;anno. Questa aspirazione si è realizzata più facilmente man mano che riuscivo ad avviare il lavoro di geografo-giornalista di montagna e conferenziere: nessuno mi ha pagato per fare i miei viaggi, ma da essi ho tratto molto materiale per il mio lavoro successivo. Sicuramente le destinazioni nordiche, Norvegia, Islanda, Groenlandia, Scozia, isole nordatlantiche, sono quelle che continuano ad attrarmi di più. La prima volta che mi sono avvicinato alla costa norvegese, a 21 anni, mi è sembrato subito di arrivare a casa. La vastità degli spazi naturali, la libertà di percorrerli, la possibilità di non incontrare nessuno per settimane, i costi molto bassi rispetto alle spedizioni per mete più blasonate, e comunque un&#8217;atmosfera complessiva che basta da sola a infondere serenità, mi hanno spinto a compiere una trentina di viaggi e traversate in quei luoghi.</p>
<p><a href="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/nacci-05.jpg"><img class="aligncenter colorbox-10905" title="Franco Michieli, Fiordo" src="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/nacci-05-320x209.jpg" alt="Franco Michieli, Fiordo" width="320" height="209" /></a></p>
<p>La seconda area che ho frequentato molto, ma solo dal 2002, sono le Ande, dove vado quasi ogni anno. Anche là gli spazi da esplorare sono immensi e racchiudono meraviglie inimmaginabili; c&#8217;è però una grande povertà della popolazione e la mia attività si è svolta sempre in un ambito di volontariato per i giovani andini. Tutte le traversate a piedi arricchiscono e a nessuna di quelle vissute vorrei rinunciare. Alcune sono state decisive: le Alpi per i motivi che ho detto; la traversata integrale della Norvegia a 23 anni, che essendo durata 150 giorni mi ha dato una familiarità con la vita in natura tale da mettermi per sempre in una relazione coi territori molto più intima di quanto sia possibile alla maggior parte degli umani moderni; la traversata dell&#8217;Islanda da est a ovest a 29 anni, l&#8217;esperienza più dura, in cui la fame e la fatica mi hanno mostrato la condizione umana sulla terra meglio di qualunque documentazione o riflessione a tavolino: da allora penso che chi non prova almeno una volta a faticare duramente soffrendo la fame per almeno settimane di seguito, non può capire nulla di cosa accade al mondo. Poi sicuramente c&#8217;è la traversata della Lapponia da est a ovest a 36 anni, la prima in cui con un amico ho provato a tenere una rotta senza mappe né strumenti per l&#8217;orientamento: si è riaperto l&#8217;orizzonte del mondo, tutto si è rinnovato, perché abbiamo scoperto che siamo ancora capaci di interpretare la terra con occhi e visioni nuove. Infine direi la traversata integrale della Cordillera Blanca in Perù, a 41 anni, che è la prima che non mi è riuscita del tutto: per un disturbo di salute ho dovuto interromperla e poi riprenderla, mentre i miei giovani amici peruviani andavano avanti; alla fine sono stati loro a riuscire a completarla, in 23 giorni di grande avventura alpinistica, mentre io, il “gringo” che di solito in quelle terre raccoglie i successi, ho fallito. È stato un grande successo, la soddisfazione di vedere che un sogno ha potuto realizzarsi per chi di solito resta tagliato fuori, anzi per ragazzi a cui il ruolo di campesinos avrebbe di norma impedito anche solo di immaginare un&#8217;ascensione in alta montagna.</p>
<p><strong>LN:</strong> Una filosofia di <em>spaesamento</em>: niente mappe, né strumenti elettronici come il GPS, nemmeno il telefono o l’orologio. Come ci si fa ad orientare? Che cosa significa, per te, “perdersi”?</p>
<p><strong>FM: </strong>Perdersi, o deviare rispetto a un percorso sperimentato, è la tecnica utilizzata dalla natura per evolversi. Tutte le specie viventi sono frutto di iniziali “errori”, di mutazioni in buona parte fatali, ma che di tanto in tanto permettono a un vivente di adattarsi meglio a situazioni prima proibitive. Anche in campo culturale molte novità e scoperte avvengono perché deviando da una tradizione ci si imbatte per caso in qualcosa di nuovo che si rivela interessante. Le scoperte scientifiche e soprattutto le loro applicazioni avvengono per lo più così: anche la potenziale scoperta che i neutrini possano viaggiare più veloci della luce è un dato riscontrato mentre si cercava altro. Cristoforo Colombo ha scoperto l&#8217;America mentre cercava l&#8217;Asia.</p>
<p><a href="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/nacci-03.jpg"><img class="aligncenter colorbox-10905" title="Franco Michieli, Guado" src="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/nacci-03-320x209.jpg" alt="Franco Michieli, Guado" width="320" height="209" /></a></p>
<p>Uno dei più gravi difetti del nostro tempo è che si pretende di fare ricerca ed esplorazione stabilendo prima di iniziare che cosa si deve trovare o che meta raggiungere: ovvio che si abbia l&#8217;impressione di aver perduto gli orizzonti e che si continui a dire che non c&#8217;è più niente di nuovo (salvo qualche congegno tecnologico che toglie anche le ultime curiosità rimaste). Accettare un mondo in cui ci si può perdere e si può finire su una strada imprevista e sconosciuta è semplicemente l&#8217;unico modo per rinnovarsi. Qui non si tratta di tentare mutazioni genetiche casuali della specie, che sarebbero ovviamente molto pericolose, ma semplicemente di perdersi rispetto alle abitudini e alle indicazioni preconfezionate. Andare in natura è il modo più universale e a portata di mano per distogliersi saltuariamente da troppe false sicurezze e vie prestabilite e mettere alla prova di persona il comportamento del mondo. Orientarsi con la natura non è particolarmente difficile semplicemente perché i nostri antenati si sono evoluti sviluppando questa capacità, con la quale hanno esplorato e poi abitato quasi tutte le latitudini selvagge del pianeta. Noi dobbiamo ricostruire la parte culturale della comprensione dei territori, che unita alle molte facoltà antiche nascoste dentro di noi ci permette di interpretare in modo efficace i paesaggi in cui ci muoviamo. Si tratta di imparare a riconoscere i molti riferimenti presenti in natura che ci danno indicazioni sui punti cardinali, sulle forme del territorio che possiamo aspettarci, sugli ostacoli che potrebbero presentarsi. Possiamo leggere il movimento apparente del sole e della luna, riconoscere certe stelle di notte, capire dal reticolo fluviale di un certo scenario qual è la struttura di una regione e quindi posizionarla nello spazio, osservare montagne da tenere come riferimenti o valli che possono seguire linee di una geometria riconoscibile. Non c&#8217;è limite ai riferimenti utilizzabili, ma l&#8217;importante è imparare a incrociare tra loro le informazioni che ciascuno di essi ci dà: per esempio tra l&#8217;apparire momentaneo del sole all&#8217;alba, quindi circa a est, e la direzione del vento, che potrà poi guidarci per qualche ora se il sole e il paesaggio spariranno nella nebbia. A volte ogni riferimento scompare: per qualche ora o giorno si avanza a istinto, sulla fiducia, e magari poi si scopre di essere finiti chissà dove. Proprio per questo si scopre qualcosa di inaspettato. Basta restare tranquilli, ricordando che entro un certo tempo la terra torna a mostrarsi e a rivelare qualcosa che permette di riorientarsi. Spesso, addirittura, ti mostra a pochi passi la meta che credevi di aver perduto.</p>
<p><strong><a href="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/nacci-01.jpg"><img class="img-align-left colorbox-10905" title=" La via invisibile, Franco Michieli" src="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/nacci-01-185x261.jpg" alt=" La via invisibile, Franco Michieli" width="185" height="261" /></a>LN:</strong><em> Senza mappa nel labirinto</em> è, appunto, il sottotitolo di uno dei tuoi film, <em>La via invisibile</em>, incentrato su una tua spedizione nell’estremo nord della Norvegia. Da regista, come operi per far emergere il senso di smarrimento che provi tu per primo? Perché hai scelto di raccontare attraverso le immagini-movimento e non, ad esempio, nella forma-libro?</p>
<p><strong>FM:</strong><em> La via invisibile</em> racconta una delle traversate che ho compiuto in ambiente nordico senza usare cartine, orologio o altri strumenti per l&#8217;orientamento e le telecomunicazioni. Ero con un amico, e in due abbiamo fatto al tempo stesso da <em>troupe</em> e da protagonisti. In realtà per tutta la vita ho sempre scritto articoli e racconti sulle mie traversate, ma riuscire a fare un film, mostrando con immagini in movimento la dimensione di essere davvero isolati nella natura, è sempre stato un sogno, che la semplificazione relativa offerta dalle telecamere video ha permesso di realizzare.</p>
<p>Ho cercato di insistere su due aspetti, la selvaticità degli scenari che attraversavamo, la ricchezza di forme e di potenziali ostacoli naturali che ci imponevano continue ricerche, deviazioni, domande; e l&#8217;intimità con la natura che contemporaneamente potevamo vivere, in particolare apprezzando anche l&#8217;immersione nei guadi dei torrenti, nella neve profonda, nel vento carico di piogge o di fiocchi di neve. Il non sapere, in molti momenti, dove potevamo trovarci, veniva quindi continuamente bilanciato da un legame con la natura che presenta come positivo anche ciò che nel mondo civile si ritiene negativo: appunto entrare in acque gelide, essere nella nebbia, muoversi per valli e crinali a perdita d&#8217;occhio senza sapere dove si è. Una voce femminile che impersona la Natura interviene più volte a chiarire il valore di questa intimità, e a suggerire come sia questa dimensione a creare le condizioni per la riuscita dell&#8217;avventura. Ciò ha permesso anche di evitare qualsiasi commento da parte di un speaker che spiegasse la vicenda: nel film non compariamo che noi e la natura. Anche lo spettatore deve vivere l&#8217;incertezza e la mancanza di spiegazioni che caratterizzano l&#8217;esperienza, proprio per coglierne i contenuti e lo spirito, e non il contenitore, quale sarebbe il racconto di un trek ben riprodotto su una carta e il cui percorso sembrerebbe il fine stesso del cammino.</p>
<p>Solo se la via resta <em>invisibile</em> ci si accorge che il vero viaggio non è il tragitto: questo, anzi, è sconosciuto anche a noi e scompare dietro ai nostri passi. Il desiderio di scrivere anche dei libri letterari su questi argomenti in verità lo porto con me da sempre; credo che per me sia più facile che fare film, ma le circostanze non mi hanno ancora permesso di realizzare questo progetto. Il mio proposito è di dedicarmi molto presto alla scrittura di libri.</p>
<p><a href="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/nacci-04.jpg"><img class="aligncenter colorbox-10905" title="Franco Michieli, Ghiacciaio Lyngen" src="http://www.fucinemute.it/wp-content/uploads/2012/02/nacci-04-320x213.jpg" alt="Franco Michieli, Ghiacciaio Lyngen" width="320" height="213" /></a></p>
<p><strong>LN:</strong> Primi accennavi ai tuoi frequenti viaggi sudamericani. A quale progetto stai lavorando?</p>
<p><strong>FM: </strong>Dal 2002 ho compiuto dieci viaggi sulle Ande (otto in Perù, uno in Bolivia e uno in Argentina) sempre in compagnia di giovani ex campesinos, prima allievi e ora guide alpine che operano sulle loro straordinarie montagne. Ho aderito a un grande progetto a cui si dedica il movimento di volontariato Operazione Mato Grosso: non è un&#8217;associazione, ma un insieme di persone che nei modi e nei campi più svariati regala tempo, lavoro e capacità alle popolazioni povere dell&#8217;America Latina. Il grosso delle iniziative riguarda scuole d&#8217;artigianato o arte e cooperative, orfanotrofi, ospedali, aziende agricole e così via, tutto per aiutare i campesinos a non abbandonare le loro montagne grazie all&#8217;apprendimento di una cultura, di un buon lavoro e alla creazione di un mercato per i loro prodotti. Tra questi progetti c&#8217;è anche l&#8217;andinismo, a cui mi sono dedicato io: la formazione di guide alpine UIAGM tra ragazzi nullatenenti delle cordilleras che non avevano alcuna prospettiva, ma che hanno dimostrato interesse per la montagna. Grazie a volontari permanenti in Perù e ad aiuti dall&#8217;Italia decine di ragazzi hanno potuto frequentare per anni l&#8217;Escuela de alta Montana Don Bosco en los Andes, diventando guide UIAGM, guide di trekking, cuochi di spedizione, portatori, gestori di rifugi, operatori turistici. Alcuni esperti volontari italiani, fra cui io, hanno contribuito organizzando varie esperienze di formazione; nel mio caso ho intrapreso con i giovani molte traversate esplorative su varie cordilleras, alcune delle quali sono servite anche a ideare nuovi trekking su cui le guide poi lavorano. Abbiamo inoltre organizzato il viaggio in Italia di alcuni di loro per promuovere le loro attività (il loro sito è <a href="http://www.donbosco6000.net/">www.donbosco6000.net</a> ), un lavoro che continua ogni anno con molte iniziative, fra cui la compilazione di una guida delle montagne peruviane che sto ultimando. L&#8217;amicizia e le esperienze vissute con questi giovani sono fra le cose più belle che io ricordi.</p>
<p><strong>LN:</strong> Vorrei chiudere con te come ho fatto con <a title="Cresciuti, sereni, rappacificati: l’arte del camminare" href="http://www.fucinemute.it/2012/01/cresciuti-sereni-rappacificati-l%e2%80%99arte-del-camminare/">Luca Gianotti</a>, facendoti una domanda che ti proietta nel futuro: quale vorresti fosse la tua ultima spedizione? E cosa farai, come immagini sarà la tua vita, quando i piedi non ti sorreggeranno più nel cammino?</p>
<p><strong>FM: </strong>Quale possa essere il territorio di un ultimo percorso a piedi non saprei dirlo: sarebbe come avere una mappa già pronta! Però penso che potrebbe essere in un luogo nordico e selvaggio, dove mi sentirei a casa, e che lo attraverserei “a vista”, senza strumenti: nulla può dare più speranza e ottimismo di un orizzonte oltre cui c&#8217;è qualcosa ancora da scoprire. Se non dovessi più essere in grado di camminare vorrei comunque dedicarmi a scrivere per approfondire temi del rapporto uomo–natura, con tempo sufficiente per ripescare dalla memoria le sfumature più autentiche di quanto captato nei territori selvaggi. Probabilmente non potrei comunque pensare di aver compiuto l&#8217;ultima traversata: continuerei ad aspettare di ripartire. E l&#8217;ipotesi che in un altro mondo l&#8217;intera natura possa rinascere senza più la stupidità e la morte, con un tempo illimitato a disposizione per esplorarla, senza il disturbo dei motori o lo squillo dei cellulari, credo mi accompagnerebbe fino alla fine.</p>
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