Fucine Mute webmagazine http://www.fucinemute.it Non social, non network e scrittura Tue, 11 Jul 2017 12:31:19 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.7.5 63632960 Copyright © Fucine Mute webmagazine 2016 wp@fucinemute.it (Fucine Mute webmagazine) wp@fucinemute.it (Fucine Mute webmagazine) 1440 http://www.fucinemute.it/wp-content/themes/fucinemute/images/social/feed.gif Fucine Mute webmagazine http://www.fucinemute.it 144 144 Non social, non network e scrittura Fucine Mute webmagazine Fucine Mute webmagazine wp@fucinemute.it no no Un’interruzione (atto di) http://www.fucinemute.it/2017/07/uninterruzione-atto-di/ http://www.fucinemute.it/2017/07/uninterruzione-atto-di/#comments Fri, 07 Jul 2017 11:48:48 +0000 http://www.fucinemute.it/?p=21049

InterruzioneIl tempo (presente, sennò quale) è un’interruzione: di spazio, di azione e di pensiero. Mi piacerebbe scrivere di questo, attuale stato di cose – provvisoriamente a sedere – durante il quale sto scrivendo, e mi interrompo, per uscire a ritirare i panni stesi, già quasi stecchiti, al sole. Il punto che dopo la parola sole porta il rigo accapo, interrompendo frase e rigo, altra interruzione. Interruzioni di parole, dunque, di suoni, qui fuori – fringuelli interrotti dal martelletto picchiettante da qualcuno, nell’altra stanza, nell’altra casa. Interruzione d’attenzione, di concentrazione: arriva una lettera, squilla il telefono, qualcosa scorre, come una macchina da scrivere, come un flusso d’acqua dal rubinetto, dalla saia, dal tubo di gomma, da una parte all’altra del giardino secco e assetato. Intensità d’interruzione variabili. Chiudo il documento, apro la porta-finestra. Mi alzo, prendo la cesta per i panni, mi reco fuori a fare quello di cui sopra dico, anzi scrivo, mi dirigo a ritirare i vestiti lì fuori, che saranno ancora più asciutti, se possibile, più secchi. Qualcuno apre la porta, fa rumori di vetro, apre il rubinetto, interrompe e ritorna ad aprire la porta, per la quale esce, e ritorna oltre e ritorno qui, dov’ero, dove sembrava d’esser stati interrotti, in tutti questi e quegli altri atti interrompibili con facilità e alta probabilità di riuscita – d’interruzione. L’una dentro l’altra, nell’altra. Più o meno come si fa coi passi, come fanno i passi, susseguendosi, arretrando, arrestandosi. Ad ogni interruzione corrisponde una ripartenza. Ad ogni ripartenza, una ritirata, o fermata, per un’altra rincorsa, una corsetta sul posto, un’interruzione nata, un’altra già stanca, una pronta a compiersi per qualunque altra scusa. Ecco, sempre una scusa per interrompersi, a interromperci. Anche una scusa viene interrotta. L’interruzione è un tempo partecipe e vigente, sempre – nell’atrio, antro, androne, andirivieni di uno spazio (perenne? Perennemente interrompibile?).
Lo stesso, per la lingua parlata, e quella scritta. La lingua continuata, procedente, preceduta, scelta prima e dopo l’ennesima interruzione. Si ammorbidiscono le palpebre, viene un po’ di sonno, sonno che interromperà certa attenzione, certe tensioni, stanchezze, noia e distrazioni da altre interruzioni. Un testo affastellato di parentesi, affaccendato di non-farsi, di scelte del tipo, adesso interrompo tutto e me ne sto, scomparso, al mio posto, sul posto, piede di partenza, destro, sinistro sopra il destro, seduto su un’anca, la sedia tiene tutto, me e il gatto, scomodi in apparenza, interrotto l’ipotetico sonnellino pomeridiano, ritorniamo a sedere, a lavarsi lui e cercare i rumori più piccoli, a scrivere io e a trovare i rumori più interrotti. Le sue, del gatto, distrazioni e interruzioni non hanno poi un granché di didascalico (ai miei occhi), le mie magari troppo. Il dramma, probabilmente, nella vita, in questa (mia) è di non esser riuscito ad imparare a cucire.

Interruzione

Questa è un’aria di infanzia,
tramonto con un occhio solo.
Della specie delle polaroid
*
Siamo qui viviamo per.
Questo tratto di strada. E nuvole
veloci passeggere uscendo di casa.
Fra occhi e stella.

Siamo vivi uguali, e che sento a pelle
questa mia sento    sento e stando
al massimo nel sonno posso
andare via, senza un vero addio, la
buonanotte tua
**
Già non sono io, no, non più qui.
Forse, in. O fuori da. In raccoglimento, nuvole, hanno
forbici (forcipi?) d’aria. Grande, l’amore che tiene le foglie al ramo
***
Vedo un gatto passare  e mi sembra un confine. Come col-mare
l’inverno.
*
Stivali di gomma viola o come dire. Delle varietà di ogni lingua, dei molteplici modi di dire e camminare.
Senza alcuna esclamazione, forse a tutto colore?
**
Sentire dove cresce il mio lato di giorno. “no, ‘i fragoli ‘nna ùra ancora”*.
*
Le cose sono come – come sono e l’aria.
Come vengono e trattengono. Noi sul marciapiede, le strade stesse.
Quasi, le auto. Coi loro motori, mobili e ingegnati, a quanto pare, da noi. Sentirsi
inventori, accettarsi, accertarsi, tali e quali. Inventori di respiri, di ripetizioni. Di
giorni ancora nuovi. Di metri buoni ai metri. Di misure, condizioni, nomi e nomi. Poi
scivoliamo un poco, macchiniamo poco poco un sogno e non è sempre il caso di dormire. Il mito
di dire, di raggiungere dal dire al raggiungere. Il grande mare. E pure sollievo, e pure suo mare
sue ombre allieve, noi onde casuali. Noi parole da allevamento, ce ne andremo (come vecchie cinquanta lire). Ma
c’è il sollievo di noi, di io tu.

Più il passo è leggero
più si sente sincero, se
se ne va

Se
se ne va

Giampaolo De Pietro

Interruzione

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Romanzo giallo o romanzo picaresco? http://www.fucinemute.it/2017/06/romanzo-giallo-o-romanzo-picaresco/ http://www.fucinemute.it/2017/06/romanzo-giallo-o-romanzo-picaresco/#comments Mon, 05 Jun 2017 12:20:11 +0000 http://www.fucinemute.it/?p=21008

Il presente saggio breve è tratto da Actas del I Congreso Ibero-asiático de Hispanistas Siglo de Oro e Hispanismo general (Delhi, 9-12 de noviembre, 2010), ed. Vibha Maurya y Mariela Insúa, Pamplona, Publicaciones digitales del GRISO/Servicio de Publicaciones de la Universidad de Navarra, 2011, pp. 659-670. L’autrice è la Dottoressa Vijaya Venkataraman. La traduzione è a cura di Annamaria Martinolli.

Eduardo MendozaIntroduzione:
Uno dei romanzi che segnò una svolta nella narrativa spagnola post-franchista fu La verità sul caso Savolta dello scrittore barcellonese Eduardo Mendoza. Pubblicato nel 1975, pochi mesi prima della morte di Francisco Franco, il romanzo incorpora, sotto forma di collage, una serie di elementi appartenenti a diversi generi letterari, come il romanzo giallo e il romanzo storico. Inoltre, lo scrittore ricorre intenzionalmente all’utilizzo dell’umorismo e dell’ironia per offrire una visione critica della società contemporanea. Tutti i romanzi successivi di Eduardo Mendoza si contraddistinguono per la medesima decostruzione di generi codificati attraverso la parodia che implica un distacco critico e ironico e che, allo stesso tempo, si rivolge a un lettore complice in grado di decodificare i codici intertestuali proposti.
Lo scopo che qui mi propongo è quello di analizzare l’opera di Eduardo Mendoza – nello specifico, i suoi romanzi gialli – e l’utilizzo della parodia che in essa viene fatto. Mi focalizzerò sulla trilogia mendociana formata dal Mistero della cripta stregata (1979), Il labirinto delle olive (1982) e Il tempio delle signore (2001).

Il genere giallo, quasi inesistente in Spagna durante il periodo della dittatura, vive una rinascita nell’epoca della transizione. Negli anni Ottanta, nutrendosi dei romanzi gialli di provenienza americana, questo genere letterario va a inserirsi in spazi e tempi concreti e risponde alla crisi del sistema sociale e ai profondi cambiamenti che la società spagnola stava sperimentando in quel periodo con un atteggiamento di critica e protesta. José F. Colmeiro spiega le ragioni di questa rinascita nel modo seguente:

La prolungata crisi economica, la disoccupazione, la tossicodipendenza e la criminalità, già in uno stato cronico, hanno stimolato, fungendo anche da sfondo, la creazione di una serie gialla autoctona, adeguata alle problematiche contemporanee del paese, che esplora i conflitti e le contraddizioni di un’epoca segnata dai cambiamenti e dalla confusione[1].

Tornando alla trilogia di Eduardo Mendoza, si nota che il personaggio principale è un detective atipico – un essere anonimo ed emarginato, appena uscito dal manicomio, senza famiglia, casa o risorse economiche – a cui la polizia chiede aiuto. In cambio, gli offrono la dimissione dal manicomio all’interno del quale, all’inizio del primo romanzo, ha trascorso cinque anni; mentre nell’ultimo romanzo, quando esce definitivamente, ha passato ben sedici anni all’interno della struttura. Quest’uomo furbo, con scarsa istruzione e limitate capacità intellettive, riesce a risolvere con successo i misteri narrati nei primi due romanzi ma viene ingannato dalla polizia che torna a rinchiuderlo in manicomio. Solo nel terzo volume della serie riesce a farsi dimettere definitivamente per poi iniziare a lavorare come parrucchiere. A questo punto, lo ritroviamo nuovamente coinvolto, suo malgrado, in una serie di misteriosi avvenimenti che si concludono con un omicidio; poiché egli stesso è sospettato di esserne l’autore, decide di risolvere il mistero per dimostrare la sua innocenza. A prima vista, risulta evidente la preminenza di elementi appartenenti sia ai romanzi gialli che ai grandi classici della letteratura spagnola – in particolare, il romanzo picaresco e quello cervantino. Infatti, sia a livello discorsivo che narrativo dominano gli elementi più facilmente riconoscibili di questi stili letterari. Attraverso l’analisi di questi ultimi, mi pongo l’obiettivo di dimostrare che la loro parodia, nei romanzi di Eduardo Mendoza, si manifesta a livello strutturale allo scopo di dare spazio a intenti satirici il cui bersaglio è la società spagnola post-franchista dell’epoca della cosiddetta transizione.
In questo contesto, applicherò alla trilogia mendociana la teoria della parodia elaborata da Linda Hutcheon[2] con l’obiettivo di dimostrare come, nei tre romanzi succitati, il parodistico sul piano letterario e il satirico sul piano sociale interagiscano allo scopo di “creare un parallelismo tra l’età contemporanea e il passato, conferendo grande forza alla critica politica del presente”[3]. In effetti, vedremo che l’ironia parodistica e satirica nelle opere di Eduardo Mendoza rafforza la critica della società spagnola a livello politico, morale e sociale dagli anni della transizione agli inizi del ventunesimo secolo.

La parodia, secondo Linda Hutcheon, è una forma di ripetizione con un distacco ironico e critico che, anziché evidenziare le somiglianze, mette in risalto le differenze[4]. La satira, invece, si focalizza sul morale e sul sociale e ha propositi di miglioramento. Questo non significa che la parodia non comporti implicazioni sociali e ideologiche. Come afferma la studiosa, la parodia può essere utilizzata per satireggiare la ricezione, o la creazione, di certe forme d’arte[5]. Inoltre, essa ricorre all’“intertestualità come modalità, attraverso un processo modellatore integrato e strutturato, per rivisitare, ripetere, invertire e transcontestualizzare opere d’arte di periodi precedenti. Sia la parodia che la satira si avvalgono dell’ironia come strategia retorica”[6]. La critica afferma anche che: “Il piacere dell’ironia contenuta nella parodia non deriva specificatamente dall’umorismo ma dal coinvolgimento del lettore nel rimpallo intertestuale tra la complicità e il distacco”[7]. L’ironia è fondamentale perché la parodia e la satira abbiano successo, ma non necessariamente allo stesso modo. Un altro degli aspetti che distingue parodia e satira riguarda la natura dei rispettivi bersagli – la parodia mira a un bersaglio interno, la satira a un bersaglio extramurale[8] – . In sostanza, Linda Hutcheon sostiene che la parodia opera a livello testuale, la satira a livello pragmatico e l’ironia a livello semantico.
Ora vedremo come si comportano questi elementi all’interno della trilogia di Eduardo Mendoza.

Eduardo Mendoza - libri

La parodia del romanzo giallo:
I tre romanzi dell’autore appartengono a tutti gli effetti al genere del romanzo giallo poiché contengono i classici elementi a esso associati: mistero, enigma, avventura, ricerca progressiva, da parte del detective, di una soluzione al caso. Allo stesso tempo, alla pari dei romanzi hard boiled di provenienza americana, contengono una critica dura in ambito morale e sociale. Tuttavia, come direbbe la studiosa Linda Hutcheon, la parodia consiste nel fatto che la ripetizione del modello è accompagnata da un distacco ironico e critico il cui scopo è evidenziare le differenze. Questo distacco si riflette sui tre romanzi nel modo seguente: innanzitutto, il detective protagonista non è né un fanatico né un superdotato, come nei gialli classici, né un uomo solitario e cinico che sceglie di restare ai margini della società, come nei neo-polar o nei gialli americani. Nella trilogia di Mendoza il detective è un antieroe mezzo matto che possiede allo stesso tempo le caratteristiche di Don Chisciotte e Sancho Panza.

Nel primo romanzo, Il mistero della cripta stregata, l’ispettore Flores lo tira fuori dal manicomio al solo scopo di farsi aiutare nella risoluzione di un caso. Scelgono lui perché la polizia ha bisogno di “una persona che conosca bene gli ambienti meno grati della nostra società, il cui nome si possa insudiciare senza pregiudizio per nessuno, capace di realizzare per noi il lavoro, e della quale, giunto il momento, possiamo sbarazzarci senza problemi”[9]. Anche se la prima reazione del personaggio è gioiosa, in seguito “non tardarono a sopravvenirmi ogni genere di timori, dato che non avevo amici, denaro, alloggio né altri indumenti che quelli che indossavo, una sudicissima e logora tenuta ospedaliera, mentre avevo una missione da compiere che presentivo irta di pericoli e fatiche”[10]. Il caso riguarda la sparizione di una quattordicenne da un collegio gestito dalle suore ed è collegato a un’altra sparizione avvenuta sei anni prima. Il padre della ragazza sembra essere il capo di un’organizzazione criminale che si occupa di attività illegali; entrando nel mondo dello spaccio di droga il protagonista riesce a risolvere il caso.

Il mistero della cripta stregata

Nel Labirinto delle olive, il detective/narratore viene rapito dal giardino del manicomio affinché sia nuovamente d’aiuto nella risoluzione di un caso: deve portare a Madrid il denaro che serve a pagare un riscatto. All’hotel di Madrid il denaro gli viene rubato e così, nel tentativo di recuperare la somma perduta, finisce coinvolto in una serie di guai.

Nel Tempio delle signore, il detective esce dal manicomio, riceve l’incarico di rubare alcuni documenti e si ritrova invischiato in un omicidio finendo tra i principali sospettati; questo lo indurrà a cercare di risolvere il mistero.

Come si può notare, questo detective paranoico non si pone come obiettivo la difesa o il ripristino dell’ordine sociale, né le sue azioni sono motivate da un codice etico o morale superiore. Come ammette egli stesso “farei appello all’amore della verità e della giustizia e ad altri valori assoluti se questi fossero la mia bussola, ma non so mentire quando si tratta di princìpi. Se ne fossi capace, non sarei una scoria come sono stato per tutta la vita”[11]. Allo stesso tempo, il detective, a causa della sua goffaggine e sfortuna, diventa sempre un sospettato – di omicidio o di furto – e finisce per essere ricercato sia dalla polizia che dai criminali. Inoltre, egli è poco portato a compiere i medesimi ragionamenti cervellotici che fa abitualmente un normale detective. In una sorta di autopresentazione è proprio lui a spiegare la sua condizione:

Non ha nulla da temere da me. Sono un ex delinquente, libero solo da ieri. La polizia mi cerca per chiudermi di nuovo in manicomio, perché credono che sia coinvolto nella morte di uomo o forse di due, secondo che quelli del mitra abbiano colpito o meno il giardiniere. Sono anche implicato in affari di droga: cocaina, anfetamine e acidi. E la mia povera sorella, che fa la puttana, è in prigione per colpa mia. Vede in quale drammatico frangente mi trovi. Ripeto che non ha nulla da temere: non sono un pazzo come pretendono, né sono un criminale. È vero che puzzo un po’ di sudore e di vino e di spazzatura, ma tutto questo ha una spiegazione molto semplice.[12]

Il mistero della cripta stregataIn secondo luogo, non è solo la struttura del genere giallo a essere sovvertita e parodiata, ma anche la logica deduttiva su cui si basa il romanzo giallo, alla quale, come afferma Colmeiro, si oppone: “la natura confusa e inesplicabile della realtà, profondamente illogica, assurda e caotica, costituita da una rete di assurde motivazioni e oscure relazioni causa-effetto”[13]. Infatti, il lettore che cercasse di leggere questi romanzi con le medesime aspettative di quando si affronta un classico romanzo giallo rischierebbe di provare una frustrazione costante, poiché non c’è alcuna logica che spieghi le deduzioni del protagonista; all’opposto, egli si fa burla della logica deduttiva che diventa oggetto di ironia e parodia. Come dichiara egli stesso nel Mistero della cripta stregata:

Facendo uno sforzo supremo, tentai di mettere in ordine le mie idee: la prima cosa da accertare era l’identità dei visitatori, senza il che sarebbe stato impossibile chiarire i motivi della loro comparsa, per cui dovevo guardarli in faccia, dato che per semplice deduzione non sarei mai riuscito a sapere di chi si trattava.[14]

L’uso dell’ironia con effetti comici è un espediente costante in questi romanzi. A volte, come nel caso appena esposto, serve per demistificare il ragionamento e la logica del detective superdotato. Altre, serve per sovvertire le soluzioni ideali a cui sembrano ricondurre tutti i fili della trama e che determinano il chiarimento degli enigmi. Ad esempio, i testi abbondano di strategie “intelligenti”, adottate con destrezza dai detective classici, che però, in questo contesto, portano a risultati inaspettati. Nel Tempio delle signore, quando il protagonista va a rubare i documenti, viene ideato un piano per cui è necessario sincronizzare gli orologi. Il risultato di una simile azione è questo:

“È mezzanotte e ventitré”, proseguì il tizio mascherato. “Ha a sua disposizione venticinque minuti per portare a termine il lavoretto. Impiegare più tempo sarebbe rischioso, per non dire un lusso. Ventitré più venticinque fa quarantotto. A quest’ora precisa, vale a dire a mezzanotte e quarantotto minuti in punto, l’aspetteremo qui, nello stesso posto. Sincronizziamo gli orologi”. Tale operazione ci portò via parecchio tempo perché bisognava adattare tutti gli orologi, compreso quello dell’automobile, ai capricci del mio, che un nero con la barba lunga mi aveva venduto per cinquanta pesetas su una banchina della metropolitana e che non possedeva la virtù della regolarità”.[15]

È ironico anche il continuo mancato soddisfacimento delle aspettative del lettore, non solo per quanto riguarda il possibile sviluppo degli avvenimenti, ma anche – ed è questo l’elemento spiazzante – nello sviluppo della narrazione.
Il finale dei romanzi ci rivela la soluzione del mistero; però gli elementi che restano in sospeso sono tanti. Il protagonista è ricercato dalla polizia per presunti crimini non commessi e torna in manicomio. Il capitano Flores, alla fine del Mistero della cripta stregata, si rivolge al protagonista con queste parole:

Sei appena uscito da un manicomio e ricercato per quanto andrò enumerando: occultamento di cadavere, resistenza alla forza pubblica, aggressione alla suddetta, possesso e spaccio di sostanze stupefacenti, furto, distruzione di proprietà altrui, sostituzione d’identità, abuso di minorenne e profanazione di tombe.[16]

Il detective gli risponde di aver fatto solo il suo dovere e, a quel punto, preferisce scegliere nuovamente la strada del manicomio piuttosto che ottenere una libertà che lo condurrebbe in carcere. Nel Labirinto delle olive, invece, il protagonista afferma quanto segue:

Giurai che se mai un giorno avessi riottenuto la libertà, per prima cosa avrei cercato di fare chiarezza su problemi irrisolti e lati oscuri come quelli che restano sempre nei misteri che risolvo. E tuttavia, per quanto sopra affermato, non potei non chiedermi come avrei fatto ad affrontare il futuro con fiducia e rettitudine se il passato era una matassa inframmezzata di crepe e ombre, tanto per usare una similitudine, e il presente un’incognita in cui sperare ben poco, come il corrucciato silenzio del capitano Flores mi lasciava intendere.[17]

Eduardo Mendoza

La parodia del romanzo picaresco:
Uno degli elementi di chiara appartenenza picaresca, che risulta subito evidente, è la narrazione in prima persona della propria storia da parte del protagonista emarginato, il quale non rispecchia solo la decadenza della società ma emette anche giudizi morali a essa riferiti. Mario Miguel Gonzáles definisce il modello picaresco a partire da un nucleo che potrebbe essere interpretato come un intertesto:

Tale intertesto è la pseudo-autobiografia di un antieroe considerato socialmente emarginato; la narrazione è la sintesi critica del processo di tentativo di ascensione sociale del protagonista mediante l’inganno e l’avventura; e attraverso di essa si profila una satira della società contemporanea del picaro.[18]

In primo luogo, ci troviamo di fronte alla narrazione in prima persona dei casi risolti da questo personaggio irregolare, socialmente inesistente, con istruzione carente e in stato di emarginazione. Di fatto, il suo unico desiderio di ascesa sociale si riflette nel desiderio di uscire dal manicomio. Il detective antieroico e picaro si presenta così:

Sono, in effetti, o fui, piuttosto, e non in forma alternata bensì cumulativamente, un pazzo, un pervertito, un delinquente e una persona di istruzione e cultura deficienti, poiché non ebbi altra scuola che la strada né altro maestro che le cattive compagnie di cui seppi circondarmi, ma non ebbi mai, né ho tuttora, alcuna sfumatura di stupidità […] il mio istinto di conservazione è troppo acuto, il mio attaccamento alla vita troppo saldo, la mia esperienza troppo amara in questi duelli.[19]

Come Lazarillo de Tormes, Guzmán de Alfarache o il Pablos di Francisco de Quevedo, il protagonista lascia la famiglia da piccolo cercando di guadagnarsi da vivere come può. Abbandonati dai genitori – il padre scompare con i pochi risparmi disponibili e la madre finisce in carcere – lui e la sorella sono costretti a imparare a cavarsela in tenerissima età.
Nel Labirinto delle olive egli spiega le ragioni che lo spingono ad accettare l’incarico affidatogli dalla polizia malgrado le condizioni da sequestro della proposta:

Credo di aver messo bene in chiaro che non desideravo affatto passare il resto dei miei giorni chiuso in un manicomio, né era da sperare, visti i miei precedenti, i beni materiali di cui disponevo e i rapporti sociali instaurati, che qualcuno, per qualsivoglia ragione, si preoccupasse di rimediare a un simile stato di cose. Di conseguenza, non ero disposto a gettare via l’occasione di farmi valere agli occhi di chi, ipoteticamente, aveva il potere di spostare le montagne.[20]

Nel terzo romanzo della serie, Il tempio delle signore, il protagonista parla della contraffazione della propria identità:

Del resto, se con la mia risposta non avevo detto la verità vera, non l’avevo neppure rinnegata, perché nel caos degli ultimi anni non avevo avuto il tempo di richiedere la carta d’identità né di regolarizzare la mia situazione anagrafica. Infatti, quando venni al mondo, mio padre o mia madre o chiunque mi ci avesse portato non si era preso la briga di registrarmi in comune, per cui l’unica conferma della mia esistenza era quella che davo io di volta in volta, con maggiore costanza che successo, mediante le mie azioni.[21]

Il tempio delle signoreNei ricordi infantili del narratore-protagonista la povertà è come un’ombra incancellabile che perseguita tutta la famiglia: il padre non riesce a trovare lavoro malgrado abbia cantato, per otto ore filate, l’inno del partito nazionalista Cara al Sol davanti alla porta dell’Intendenza alle Opere; la madre pulisce, ripara e rivende i profilattici che il protagonista e la cugina raccolgono con un retino per farfalle accanto al fiume. Curiosamente, il narratore fa un “commento” sulla necessità e il valore della povertà: “[…] Se tutti fossimo benestanti e non dovessimo sgobbare per guadagnarci da vivere, non ci sarebbero né calciatori né toreri né cantanti di couplet né puttane né ladruncoli e la vita sarebbe ben triste e questo pianeta sarebbe una valle di lacrime”[22].

Un altro aspetto che richiama l’attenzione è il linguaggio utilizzato dal protagonista. Il suo modo di esprimersi non rispecchia in alcun modo una carenza d’istruzione o una deficienza di cultura. All’opposto, alcuni critici come Colmeiro hanno evidenziato “l’esagerata stilizzazione del linguaggio”:

Il complesso e accurato discorso autobiografico dell’innominato protagonista risulta scioccante nel suo appartenere a un personaggio emarginato, senza istruzione, che compie ragionamenti logici anomali rispetto alle norme sociali, ma pienamente consapevole delle proprie aspirazioni (ritrovare la libertà perduta e salvarsi a ogni costo la pelle) e dei propri limiti, […] che si appropria dei codici linguistici estranei più adatti all’occasione e all’interlocutore. Nel tentativo di superare e compensare la sua condizione emarginata e illetterata, lo schizofrenico narratore-protagonista, pienamente consapevole dell’immenso potete del linguaggio, si appropria del linguaggio aulico classico per narrare il racconto autobiografico delle sue avventure, che vuole essere una spiegazione del suo “caso”, una dimostrazione del suo buonsenso di fronte alla società.[23]

Il detective antieroico, alla pari del picaro, si adatta alle circostanze senza cercare in alcun modo di cambiarle, non a causa del suo cinismo ma perché è consapevole che si tratta di un’impresa inutile e impossibile. L’unica sua pretesa è trovare per se stesso una collocazione nella società. Se il picaro si contrapponeva all’eroe cavalleresco demistificandolo, qui ci troviamo di fronte a un personaggio antieroico che si contrappone al detective intellettuale in grado di uscire vincitore dalle situazioni pericolose. Lo stesso autore ha dichiarato in un’intervista che il romanzo giallo spagnolo nacque solo dopo la scoperta del modello picaresco perché “nessuno prenderebbe mai sul serio un investigatore spagnolo”. Come egli stesso ha affermato: “Solo quando si scoprì la possibilità di un eroe autenticamente spagnolo e credibile, come un Lazarillo de Tormes o un Guzmán de Alfarache, il romanzo giallo spagnolo vide la luce con i suoi protagonisti che sono tutti autentici pezzenti o derelitti”[24].

La critica/satira della società contemporanea:
Come spiegato in precedenza, la satira serve per mirare a un bersaglio extramurale che, nel caso specifico, è la società spagnola in tutte le sue sfaccettature.
La trama del Mistero della cripta stregata si svolge nel 1977, in una Barcellona contestualizzata nel suo momento storico, e illustra la Spagna postfranchista con elementi sostanzialmente parodistici o burleschi. L’opera, tuttavia, non è solo un interessante ritratto di come si viveva in quell’epoca specifica a Barcellona, ma anche una visione ironica delle classi dell’alta società e di coloro che, appartenendo alla classe media, aspirano alla scalata sociale, o almeno mirano a dimostrare di essere ciò che non sono. Ragion per cui, il contesto storico del romanzo – che non ha, ovviamente, pretese di narrazione storica – colloca i personaggi in uno spazio-tempo molto ben definito e non solleva alcun tipo di dubbio in merito.

Allo stesso modo, nel Labirinto delle olive le disavventure investigative del protagonista lo portano a scoprire la corruzione che si cela all’interno di una multinazionale che opera nel settore delle olive. Tuttavia, si tratta di pura e semplice speculazione poiché la corruzione non è altro che una subornazione per una questione di terreni.
In tutti i romanzi della trilogia vengono rappresentate le zone più degradate di Barcellona: le descrizioni crude trasmettono un’idea di fervore, caos, tumulto e bruttura che rispecchiano l’agitazione e i tumulti dell’epoca della transizione.
Di fatto, Eduardo Mendoza commenta ogni singolo aspetto della società contemporanea: critica la politica, la corruzione e la mancanza di etica dei politici, ma non si limita a colpire Franco e il franchismo ma fa anche commenti ironici sui mali della democrazia; esprime un giudizio sui rapporti sociali e familiari, sulla disoccupazione o la prostituzione; sull’esclusione sociale che colpisce sia i disadattati che gli immigranti; sul consumismo che altera i rapporti umani; sulla speculazione sui terreni e altri problemi del mondo di oggi.

Il labirinto delle oliveConclusione:
Per quanto sopra esposto, si può sostenere che la trilogia di Eduardo Mendoza propone una parodia, a livello strutturale, sia del romanzo giallo che del romanzo picaresco. La fusione dei due stili, nell’ambito della quale gioca un ruolo dominante l’umorismo e l’ironia, dà origine a un genere ibrido in cui sono facilmente riconoscibili le convenzioni tipiche dei generi giallo e picaresco; tuttavia, queste convenzioni vengono spesso trasgredite e frammentate per creare un nuovo tipo di romanzo che attira la nostra attenzione sui limiti dei generi parodiati. L’ammirazione che l’autore nutre nei confronti dei romanzi cavallereschi o picareschi, e verso Miguel de Cervantes, si riflette attraverso il dialogo intertestuale con la tradizione. Si potrebbe concludere dicendo che Eduardo Mendoza utilizza il linguaggio dominante associandolo alle strategie ironiche (a cui fa riferimento Linda Hutcheon[25]) dell’esagerazione, dell’attenuazione o della letteralizzazione con cui la parodia assume un forte potenziale sovversivo.

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Non c’è più scampo e Carte in tavola http://www.fucinemute.it/2017/06/non-ce-piu-scampo-e-carte-in-tavola/ http://www.fucinemute.it/2017/06/non-ce-piu-scampo-e-carte-in-tavola/#respond Mon, 05 Jun 2017 12:19:26 +0000 http://www.fucinemute.it/?p=21032

18) Non c’è più scampo (Murder in Mesopotamia, 1936):

Non c'è più scampo (Murder in Mesopotamia)Protagonisti: Hercule Poirot, Amy Leatheran, Louise e Eric Leidner, Capitano Maitland, Dottor Giles Reilly.
Narratore: Amy Leatheran, in prima persona.
Metodo utilizzato per uccidere: Colpo sferrato dal tetto lanciando una pietra. Acqua sostituita con acido corrosivo.
Trama: In Iraq, l’infermiera Amy Leatheran viene assunta dall’archeologo Eric Leidner per occuparsi della moglie Louise. Poco tempo dopo, la moglie di Leidner viene trovata morta in seguito a un colpo alla testa. Il Capitano Maitland, coadiuvato dal Dottor Reilly, cerca di capire come può essere stato perpetrato l’omicidio e arriva alla conclusione che il responsabile dev’essere qualcuno all’interno della casa perché la finestra era chiusa, tuttavia, poiché Hercule Poirot, amico di Reilly, si trova in Iraq, quest’ultimo decide di chiedere il suo intervento. Si viene così a sapere che la signora Leidner aveva contratto un primo matrimonio con un uomo che era stato una spia tedesca e che tutti davano per morto dopo un incidente ferroviario. La certezza della sua morte, però, non è mai stata appurata. Partendo da questo, Poirot arriverà alla soluzione.
Curiosità: In un passo del libro, il Dottor Reilly definisce Louise Leidner Belle dame sans merci riferendosi a una celebre ballata di John Keats.
Alla fine del romanzo, Poirot lascia la Mesopotamia giusto in tempo per trovarsi implicato in Assassinio sull’Orient Express. Anche se Non c’è più scampo è successivo, infatti, gli eventi in esso narrati sono precedenti a quell’avventura.

A woman who doesn’t lie is a woman without imagination and without sympathy.

19) Carte in tavola (Cards on the Table, 1936):

Carte in tavola (Cards on the Table)Protagonisti: Hercule Poirot, Ariadne Oliver (personificazione di Agatha Christie), Sovrintendente Battle.
Narratore: Onnisciente in terza persona.
Metodo utilizzato per uccidere: Sciroppo di fichi sostituito con tintura. Iniezione di Esobarbital, come anestetico, combinato agli effetti di un barbiturico. Infezione da antrace attraverso un pennello da barba. Inoculazione di una malattia tropicale. Stiletto piantato nel cuore.
Trama: L’eccentrico Signor Shaitana, collezionista di “assassini che l’hanno fatta franca”, incontra Poirot durante un’esposizione di tabacchiere e lo invita a trascorrere una serata a casa sua in modo da fargli conoscere il suo campionario umano. Poirot accetta con riluttanza e così si ritrova, assieme ad Ariadne Oliver, al Colonnello Race e al Sovrintendente Battle a giocare a bridge con quattro presunti assassini: il Dottor Roberts, il Maggiore Despard, la Signorina Meredith e la Signora Lorrimer. Mentre tutti sono impegnati a giocare a carte, il Signor Shaitana viene ucciso in poltrona. La psicologia aiuterà Hercule Poirot a capire chi è riuscito a commettere un delitto sotto gli occhi di otto persone.

Life is a difficult business… It needs infinite courage and a lot of endurance. And in the end one wonders: Was it worth while?

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Delitto in cielo e La serie infernale http://www.fucinemute.it/2017/06/delitto-in-cielo-e-la-serie-infernale/ http://www.fucinemute.it/2017/06/delitto-in-cielo-e-la-serie-infernale/#respond Mon, 05 Jun 2017 12:18:27 +0000 http://www.fucinemute.it/?p=21024

16) Delitto in cielo (Death in the Clouds, noto anche con il titolo Death in the Air, 1935):

Delitto in cielo (Death in the Clouds)Protagonisti: Hercule Poirot, Ispettore Japp.
Narratore: Onnisciente in terza persona.
Metodo utilizzato per uccidere: Acido cianidrico in una bibita. Veleno di vipera delle piante, boomslang (Displiolidus Typus), in un piccolo dardo infilato nel collo senza uso di cerbottana.
Trama: A bordo dell’aereo di linea Prometheus, sul quale viaggia anche Hercule Poirot, madame Giselle, nota usuraia, viene ritrovata morta con un segno di puntura sul collo. Data la presenza di una vespa, tutti, in un primo momento, pensano che la signora sia morta per choc anafilattico. Tuttavia, il ritrovamento, da parte di Poirot, di quello che sembra essere un dardo avvelenato, apre nuove prospettive sul caso, anche se non è detto che vadano nella direzione giusta.
Curiosità: Nel capitolo tredici, viene descritto un episodio che Agatha Christie, nel suo ruolo di moglie, si trovò a vivere in prima persona: “Ecco, immaginate un po’. In un alberghetto della Siria c’era un inglese, e sua moglie si è ammalata. Lui doveva essere in una determinata località dell’Iraq per una data prestabilita. Eh bien, ci credereste? Ha piantato lì la moglie ed è partito in modo da poter “prendere servizio” come doveva, senza ritardi. Non solo, ma sia lui che la moglie hanno considerato tutto ciò assolutamente naturale; lo giudicavano un uomo generoso, pieno di nobili sentimenti. Invece il medico, che non era inglese, lo ha giudicato un barbaro. Una moglie, un essere umano… ecco la cosa che dovrebbe venire prima di tutto il resto”.

There are more important things than finding the murderer. And justice is a fine word, but it is sometimes difficult to say exactly what one means by it. In my opinion, the important thing is to clear the innocent.

17) La serie infernale (The ABC Murders, 1936):

La serie infernale (The ABC murders)Protagonisti: Hercule Poirot, Arthur Hastings, Ispettore Japp.
Narratore: Arthur Hastings, in prima persona, che si alterna con un narratore onnisciente in terza persona.
Metodo utilizzato per uccidere: Strangolamento con cintura. Accoltellamento in un cinema.
Trama: Hercule Poirot si trova a dover inseguire un serial killer che gli invia regolarmente delle lettere dattiloscritte firmate A.B.C. in cui annuncia data e luogo del prossimo delitto. Gli omicidi avvengono in ordine alfabetico di cognome e di luogo e, ogni volta, viene rinvenuta accanto alla vittima una copia della guida ferroviaria A.B.C. Nel tentativo di scoprire il colpevole, Poirot si imbatterà in un venditore di calze di seta, Alexander Bonaparte Cust, che, a causa dell’epilessia di cui soffre dopo una ferita alla testa subita in guerra, sembra possedere tutte le caratteristiche dell’assassino perfetto.
Curiosità: Nel capitolo tre, in uno scambio di battute tra i personaggi, Agatha Christie anticipa quello che diventerà Sipario: L’ultima avventura di Poirot: “Non mi meraviglierei affatto se, un bel giorno, doveste risolvere anche il mistero della vostra morte… addirittura!”, disse Japp, ridendo di cuore. “Che bella idea, vero? Ne potrebbe venir fuori un romanzo fantastico”. “In tal caso, toccherà ad Hastings risolvere il mistero”, ribatté Poirot, strizzandomi l’occhio.

It’s like all those quiet people, when they do lose their tempers they lose them with a vengeance.

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Jackson Pollock e la musica http://www.fucinemute.it/2017/05/jackson-pollock-e-la-musica/ http://www.fucinemute.it/2017/05/jackson-pollock-e-la-musica/#respond Tue, 02 May 2017 11:00:59 +0000 http://www.fucinemute.it/?p=20973

Jackson PollockÈ probabile che, osservando un quadro di Jackson Pollock, lo spettatore sia spinto a chiedersi che cosa conosce davvero dell’energia, del tempo e dello spazio. In una tela di Pollock, tutto sembra riguardare l’incessante metamorfosi delle cose, la possibilità che il movimento sia più importante della ragione che lo guida. La modernità, si è detto, stimola proprio questo genere di domande sui confini e sui limiti del nostro mondo. Se si prova ad accostare il celebre dripping pollockiano ad una forma musicale, per esempio, si può essere tentati di avvicinarlo al free jazz. Il confronto regge bene sia per l’evidente libertà esecutiva – si pensi a compositori come Ornette Coleman o John Coltrane– che per le sensazioni che provoca nell’ascoltatore. In entrambi i casi, si tratta di qualcosa di simile ad una forma d’improvvisazione controllata. Ma se si guarda alla cronologia storica, le sorprese non mancano: negli anni in cui Pollock diventava famoso, il free jazz era ancora lontano e in America dominava il jazz più tradizionale, nonostante l’influenza di Charlie Parker e di Thelonius Monk. Quanto alla musica classica, essa non era così influente come lo diventerà negli anni a venire, in particolar modo grazie al magistero di Leonard Bernstein. Era la fine degli anni Quaranta, un’epoca particolare e, per certi aspetti, in piena evoluzione sul piano estetico e politico. Un’annata, il 1946, ha in particolar modo segnato una tappa per entrambe le arti che qui stiamo trattando. Come ha scritto lo studioso e pianista Emanuele Arciuli, “il 1946 è anche l’anno in cui nascono i leggendari Ferienkurse di Darmstadt”, così importanti per gli sviluppi della nuova musica, mentre “Jackson Pollock dà alla luce il primo vero capolavoro dell’informale, quell’Eyes in the Heath cui seguiranno i primi esempi di dripping”[1].

John CageUna linea di convergenza più marcata tra l’avventura di Pollock e il mondo musicale ce la fornisce il poeta e critico d’arte Frank O’Hara quando scrive che “un tempo si pensava che i dipinti «all over» di Pollock rappresentassero un campo di forze estensibile all’infinito, in grado di sconfinare in ogni direzione. Questo è vero della facoltà visiva, ma il suo lavoro non è sulla facoltà visiva. È su quel che vediamo, su quel che riusciamo a vedere”[2]. L’osservazione di O’Hara può suggerire un accostamento alla musica di John Cage (1912-1992), compositore outsider molto interessato a ciò che riusciamo ad ascoltare, oltre le convenzioni che vincolano l’idea di “composizione musicale”. Il suo celebre brano 4’33” è, in fondo, il manifesto dell’ascolto possibile. Come certi dipinti di Pollock, anche 4’33” riguarda l’uso delle nostre facoltà. È come se questo brano ci invitasse ad ascoltare tutto il mondo circostante, rumori compresi, ponendo in questo modo una domanda sui limiti e sui confini percettivi in modo analogo all’arte visiva che Cage, d’altra parte, frequentava volentieri (Duchamp, Tobey, Rauschenberg). Non era certo isolato nel suo tentativo di cambiare il volto della musica: accanto a lui c’erano artisti come Merce Cunningham, Morton Feldman – leggenda vuole che si siano conosciuti a un concerto di musica di Anton Webern – , Earl Brown, Christian Wolff e altri.

Sappiamo che Pollock frequentava l’ambiente dei pittori, ma che tra la pittura e la musica in America esisteva da diversi anni un dialogo fitto e insistente, che sfocerà nelle partiture grafiche di alcuni compositori (Cage, Feldman, Brown). A proposito di un compositore come Earl Brown, per esempio, Emanuele Arciuli scrive: “Anche Brown, come Feldman, fu ispirato dalle arti visive, in particolare dai mobiles di Calder, che gli suggerirono una formula compositiva aperta, nella quale cioé le scelte dell’interprete valgono a disporre liberamente nello spazio acustico gli oggetti-suono predisposti dall’autore”. Quest’idea sfocerà nel radicale December 1952, il cui “grafismo puro” sfida ogni convenzione sia per l’interprete che per l’ascoltatore. A proposito di Number 29, una delle opere più importanti del periodo astratto di Pollock, O’Hara osserva: “Più di ogni altra opera di Pollock, indica un’estetica nuova e ancora imponderabile. Indica il mondo che sta cercando un giovane sperimentalista come Allan Kaprow, che ha scritto di Pollock in un modo diverso dal mio; ed è il mondo in cui le ultime opere di Robert Rauschenberg possono trovare la loro consolazione emotiva. Altri dipinti di Pollock contengono il tempo, la nostra epoca e preziosi elementi di epoche passate, ma il Number 29 è un’opera del futuro, un’opera in attesa”[3].

Pollock - un fotogramma

Prima di Pollock e di ciò che la critica d’arte chiama astrattismo, la pittura tendeva ad accettare lo spazio come una necessità. Anche se la prospettiva non era più un dogma tra i pittori, l’idea di un soggetto, più o meno figurativo, collocato nel suo spazio (uno spazio soggettivo, riconoscibile come tale) rimaneva, spesso, l’unica soluzione. Nel caso della musica, un certo schematismo è fornito dall’armonia e dal ruolo che l’interprete deve avere nei confronti della partitura. Tutto ciò si riflette nella sala da concerto come dispositivo d’ascolto. Non è un caso se Cage rimase affascinato, durante un viaggio in Germania, da un “concerto per fonografo” ideato da Paul Hindemith e da Ernst Toch. La forma del concerto era destinata a cambiare, secondo Cage, perché l’attenzione per i suoni non sarebbe stata più quella del mondo classico che ci si ostinava a celebrare, ormai, per pura convenzione. “Agli occhi di Cage”, ha scritto Alex Ross, “la tradizione classica era un logoro kitsch maturo per la decostruzione così come era stata compiuta dal suo eroe intellettuale, l’artista concettuale Marcel Duchamp. Un giradischi che strideva estratti casuali da Beethoven o Sostakovic divenne l’equivalente sonoro del dipingere un paio di baffi sulla Gioconda o di esporre un orinale come una scultura”[4].

Forse la pittura poteva fare a meno di atti polemici e di provocazioni, dato che il suo gesto iconoclasta era più evidente? Questo è quanto, almeno, sembra pensare il critico d’arte Harold Rosenberg che coniò il fortunato termine di “action painting”. Le accensioni di colore di De Kooning o gli impasti violenti di Franz Kline parlavano agli occhi con un’eloquenza che non sembrava ammettere repliche. Cage è stato, forse, il musicista che è riuscito meglio di altri a riprodurre uno shock analogo in campo musicale, anche se Alex Ross osserva che la sua arte non aveva la violenza di certe sonate di Pierre Boulez. Bisogna anche aggiungere, comunque, che la violenza avanguardista del giovane Boulez si è presto diluita nel ritorno ad armonie più gradevoli (Debussy) e che il percorso creativo di Cage rimane più prolifico e generoso, quanto a repertorio, di quello del compositore francese.

Morton FeldmanPer comprendere meglio il contesto della creazione musicale americana, durante gli anni in cui Pollock dipingeva alcune delle opere più emblematiche del XX secolo, può essere utile leggere certe osservazioni di Morton Feldman contenute nella raccolta di saggi Pensieri verticali[5]. Qui troviamo conferma di quanto sapevamo a proposito dell’importanza del suono e di quanto “questo elemento elusivo avrebbe sconvolto l’equilibrio instabile della «composizione ideale»”, come scrive il compositore. “Tra il 1950 e il 1951, quattro compositori – John Cage, Earle Brown, Christian Wolff e io- diventarono amici e presero a frequentarsi assiduamente; e accadde qualcosa”. Ciò che accadde fu l’apertura della musica al suono, alla sua comprensione al di là delle regole imposte dalla tradizione. Presto sarebbe nata la musica elettronica e il sogno di Edgar Varèse di un “suono organizzato” avrebbe preso forma. “Fino a quel momento”, scrive Feldman, “i vari elementi della musica (ritmo, altezza, dinamica, etc.) erano riconoscibili soltanto nella loro reciproca relazione formale. Abbandonando i controlli, si scopre che quegli elementi perdono la loro iniziale intrinseca identità. Ma è solo in virtù di tale identità che essi possono essere unificati nell’ambito della composizione. Ne consegue che una musica indeterminata può solo portare alla catastrofe. Ebbene, noi lasciammo che la catastrofe avesse luogo. Dietro di essa c’era il suono, il quale unificava tutto. Solo attraverso la «de-fissazione» degli elementi tradizionalmente usati per costruire un pezzo musicale i suoni potevano esistere in quanto tali: non in quanto simboli, o come memoria, che era comunque memoria di un’altra musica”.

All’inizio di questo articolo, si accennava al free jazz. Almeno dal punto di vista storico, associare l’Action painting al movimento free appare arbitrario. Parlare di prefigurazione sembra azzardato, dato che ogni arte possiede i suoi tempi e le sue intenzioni (Kandinskij parlerebbe di necessità interiore). Nulla impedisce, comunque, di accostare due mondi diversi, se si è consapevoli delle differenze. Mettiamo da parte la cronologia storica, dunque, e chiediamoci quale playlist potremmo accostare ai dipinti di Pollock. Non ci sono dubbi che vi è del jazz tra le sue linee di colore: Parker, Coltrane, Cecil Taylor, Ornette Coleman. Non escluderei, inoltre, certe composizioni per pianoforte di Earl Brown che possiedono il vantaggio di suggerire lo spazio tra le linee (visive, sonore) meglio, forse, che in un brano jazz. Difficile, d’altra parte, non pensare anche a Feldman e alla sua concezione visiva della partitura musicale così vicina ad un’altra idea dello spazio, in piena consonanza d’intenti con Pollock e, più in generale, con i pittori astratti americani. A questo proposito, suonano convincenti le osservazioni di Emanuele Arciuli a proposito della musica di Feldman: “È come se questa musica cancellasse ogni traccia del proprio passato. Nella musica intesa non più come struttura ma come processo- e in questo possiamo considerare Feldman un minimalista- l’ascolto dev’essere compenetrazione nell’oggetto sonoro, per cui l’ascoltatore perde coscienza del brano come di un tutto articolato in parti, e diviene egli stesso parte del percorso; chiunque abbia familiarità con la musica di Feldman converrà che non vi è altra maniera di ascoltarla”. Si può dire qualcosa di diverso a proposito di una tela di Pollock? Il disorientamento è identico, forse soltanto l’effetto emotivo appare diverso. Ma questa apertura dei confini che accomuna pittori e musicisti, nei primi anni Cinquanta, non era soltanto euforia e liberazione. Secondo Frank O’Hara, grande frequentatore di gallerie d’arte e musei oltre che poeta, c’era anche inquietudine e angoscia. Non stentiamo a credergli, ancora oggi.

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L’altro volto della speranza http://www.fucinemute.it/2017/04/laltro-volto-della-speranza/ http://www.fucinemute.it/2017/04/laltro-volto-della-speranza/#respond Sat, 15 Apr 2017 07:34:04 +0000 http://www.fucinemute.it/?p=20956

L'altro volto della speranza - locandinaSe non bastasse Sakari Kuosmanen, sul proscenio, ad attestare la paternità dell’opera, ecco Kati Outinen, diaconessa di un culto cinematografico più che trentennale, prestarsi a un cammeo nella parte di una negoziante prossima al ritiro e alla partenza per il Messico. Sì, L’altro volto della speranza, Orso d’argento alla regia, l’inverno scorso, a Berlino, è indubbiamente una pellicola di Aki Kaurismäki, e non solo per l’epifania degli attori-feticcio, ma per il puntuale riproporsi di una serie di caratteristiche. Quali? Certi campi fissi, alla Ozu; l’assenza di musica extradiegetica e l’indie-rock suonato sulla scena; lo squallore dei sobborghi urbani, così dissimili dalla terra dei mille laghi verdeggiante nell’immaginario collettivo; i colori squillanti di costumi e arredi che paiono fuoriusciti da un Domestic interior di David Hockney; i visi smunti e plebei di un’umanità che avrebbe potuto dipingere Grant Wood; lo humour a un piede dall’assurdo; i dialoghi brachilogici assediati da silenzi pregni di significato e difformi come due distinte esecuzioni di 4’33” di John Cage. La pasta, insomma, di un cinema burbero e mai burbanzoso, spartano ma senza cinismo. Ciò che non sempre è un bene…

Khaled fugge dalla Siria in fiamme e approda a Helsinki a bordo di una nave carbonifera. Quando la sua richiesta d’asilo politico viene respinta, si sottrae alle autorità e si nasconde. Wikström, agente di commercio nel settore dell’abbigliamento, pianta la moglie appoggiando sul tavolo, in uno dei brani migliori, fede nuziale e chiavi di casa. Vinta una forte somma di denaro a poker, decide, come l’eroina di Nuvole in viaggio, di rilevare un ristorante, accollandosi anche il personale già in servizio, assai pittoresco. È tra i cassonetti del locale che Wikström sorprende Khaled, lì “accasatosi”. Anche se il primo impatto è un po’ traumatico, i due diverranno amici. Ma Khaled non ha i documenti e, per di più, è perseguitato da una perniciosa e sgangherata banda di xenofobi…

L'altro volto della speranza - un fotogramma

La figura dello straniero, emblema di uno spaesamento più generale che individuale, non è una novità nella filmografia del maestro finlandese. Già in Vita da bohème il regista faceva di Rodolfo un pittore balcanico, per giunta privo di permesso di soggiorno, a Parigi. E, prima del bimbo africano di Miracolo a Le Havre, c’erano state anche le incomunicanti ragazze sovietiche di Tatjana. Certo, il personaggio di Khaled si carica delle atrocità e dei lutti di un’attualità disperata: il giovane è solo uno dei molti che, dal Medio Oriente, si riversano, ai giorni nostri, sull’Europa, ponendole il problema spinoso dell’accoglienza e dell’integrazione. Toivon tuolla puolen è, perciò, anche un film politico. Ciò che non gli giova. Non perché sia biasimevole, di per sé, girare film politici, ma perché le sceneggiature inverosimili e sbullonate di Kaurismäki non rendono il servizio più adeguato a temi che meriterebbero una maggiore “precisione”. La commedia funziona sul piano etico, come vicenda dell’incontro di due solitudini in una società ostile. E Kaurismäki, da par suo, riesce anche a indovinare qualche gag (le aringhe servite in scatoletta, i dipendenti in fila a chiedere un anticipo a Wikström). L’ampia esposizione dell’iter affrontato dal profugo per (non) ottenere asilo ci suggerisce, tuttavia, che a Kaurismäki non interessa solo presentarci due casi di alienazione metropolitana, ma, da capo, riflettere su uno dei più preoccupanti crucci dell’Europa odierna. Ebbene, una riflessione simile è difficile a condursi al seguito di una trama tanto improbabile, puntellata da personaggi bidimensionali e costituita da azioni a cui non corrisponde mai una reazione coerente (è possibile che, dopo averci fatto a pugni, Wikström offra da mangiare a Khaled e dia accoglienza a colui che, in fondo, è un ricercato? È credibile che una pattuglia di razzisti disorganizzati perseguiti con tanta pervicacia un singolo immigrato, quando ne avrebbe dozzine contro cui scagliarsi, e lo stani prima della polizia? E, a proposito, la polizia si è mai accorta della fuga di Khaled?). Stavolta, poi, Kaurismäki sembra non accontentarsi dell’essenzialità dei suoi soggetti più tipici e tende a saturare l’ora e mezza a disposizione di subplot non sempre necessari, anzi spesso inutili, che lui stesso appare in difficoltà a gestire, dalla serata-sushi all’episodio, alla De Amicis, della sorella di Khaled.

L'altro volto della speranza - un fotogramma

Il sacrificio intellettuale che Kaurismäki domanda allo spettatore che non sia un suo fan sfegatato è di non poco conto. Come irritante, nell’Altro volto della speranza, risulta la solidarietà manifestata a clandestini e relativi fiancheggiatori (qui presentati come ospiti generosi). Almeno, di questo all’autore bisogna dare atto, il finale aperto, malinconico e in deficit d’ottimismo, rimpiazza l’happy ending dichiaratamente illogico di certi precedenti. E dispensa un granulo di poesia.

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Il linguaggio di Boris Vian http://www.fucinemute.it/2017/03/il-linguaggio-di-boris-vian/ http://www.fucinemute.it/2017/03/il-linguaggio-di-boris-vian/#respond Sat, 25 Mar 2017 10:31:20 +0000 http://www.fucinemute.it/?p=20940

Il presente saggio è tratto dal volume La Nouvelle Revue Critique, No. 175, aprile 1966. L’autrice è Marie-Christine Loriot. La traduzione è a cura di Annamaria Martinolli. Il copyright appartiene alla Nouvelle Revue Critique.

Boris VianUn mondo dove tutto e nulla è finto, dove le anguille risalgono il lavandino per andare ad assaporare il dentifricio, dove i topi sono gli amici e i confidenti dell’uomo, dove gli oggetti, che vivono di vita propria, prendono l’iniziativa, come il campanello che si stacca dal muro per avvertire Colin dell’arrivo di Chick; un gioco non solo di parole ma anche d’idee: tutto quanto scritto da Boris Vian suscita immediatamente un fascino innegabile.

Poi, la seduzione lascia quasi subito spazio a una sorta d’inquietudine, se non addirittura d’angoscia: al racconto, e alla sua veste immaginaria e allo stesso tempo autentica, si sostituisce un mondo reale con la sua logica interna, un mondo deprimente, affascinante nella sua stranezza e ideato unicamente dal linguaggio.

Quest’ultimo, in effetti, è all’origine dell’opera stessa, dell’universo, dei personaggi che in esso si evolvono, degli incidenti e dei semplici episodi. Ecco perché porsi l’obiettivo di analizzare meticolosamente, in poche righe, il linguaggio di Boris Vian sarebbe presuntuoso. L’unica possibilità è quindi evocarne i principali meccanismi e tracciarne una descrizione a grandi linee.

I procedimenti utilizzati dall’autore sono molteplici.

Innanzitutto, Boris Vian fa ampio ricorso al neologismo. I processi di formazione, il valore e il significato stesso di queste parole nuove sono diversi: alcune di esse sono inventate di sana pianta e non si riferiscono ad alcuna realtà linguistica preesistente. Questo vale, ad esempio, per il biglemoi e il doublezon, la cui formazione non rispetta alcuna regola razionale ma obbedisce alla sola fantasia dell’autore. Molto spesso, la radice stessa della parola non ricopre alcun significato reale e non ha nemmeno un equivalente linguistico.

In altri casi, le parole sono una sorta di semi-neologismi, ottenuti attraverso la combinazione di due elementi linguistici diversi. Alcuni di essi sono costituiti da un semantema comunemente attestato e da un suffisso di ampio utilizzo grammaticale. Per citare solo alcuni esempi, il suffisso –drome va ad aggiungersi al tema député e al tema baiser per dare vita a députodrome e baisodrome. In altri casi, come quello di libérationnement e pianocktail, il semi-neologismo nasce dalla combinazione della sillaba finale del primo costituente con l’iniziale del secondo; la parola nuova nasce quindi dalla fusione di due parole di uso comune abitualmente utilizzate singolarmente. Da questa alleanza linguistica bizzarra scaturisce l’effetto sorpresa desiderato, sorpresa che riguarda non solo il linguaggio ma anche, e attraverso di esso, la realtà presentata.

Boris VianDal punto di vista semantico i neologismi, indipendentemente da come si formano, assumono valori diversi: alcuni designano una realtà esistente tra gli oggetti o i personaggi del mondo circostante (il doublezon, ad esempio, è solo una moneta, che non comporta né privilegi né inconvenienti superiori a quelli di un franco, un dollaro o un marco. In questo caso, si tratta di un semplice gioco apparentemente gratuito, di un divertimento dell’autore); altri, invece, di primo acchito, costituiscono non solo un’innovazione linguistica ma sono una novità anche per il mondo reale: il biglemoi è un ballo che solo i protagonisti de La schiuma dei giorni hanno avuto modo di danzare. In questo caso specifico, vale la pena sottolineare come la formazione della parola, e quindi anche della nuova realtà, comporti una progettazione sorprendentemente precisa: questa nuova tecnica di ballo, fino ad oggi sconosciuta, è oggetto di una descrizione minuziosa che ricorda, in ogni suo passaggio, le spiegazioni fornite da un professore emerito.

Già da questo si nota fino a che punto Boris Vian, a partire dal linguaggio, ricostruisca un mondo fantastico, in una certa misura immaginario, dove però tutto è logicamente collegato senza che il ragionamento abbia mai a risentirne.

Esiste anche un terzo tipo di neologismi, nati dalla combinazione di due parole, che mettono in contatto due realtà diverse: il libérationnement, ad esempio, crea tra i due elementi un nuovo rapporto che suggerisce una nuova visione delle cose. In questo caso, l’autore non dà vita a un universo nuovo ma fa passare quello vecchio attraverso il prisma del suo linguaggio e gli conferisce un valore spesso critico ma sempre ironico. Nell’esempio qui riportato, la libération e il rationnement sono due fenomeni contemporanei, relativamente indipendenti, che quantomeno assai di rado si trovano ad essere legati così stretti. Solo questa modalità di presentare i due elementi come una parola unica, in cui essi fanno confluire avvenimenti originariamente paralleli, dà vita a un nuovo punto di vista e crea, tra di essi, un rapporto temporale, causale e storico che spesso suggerisce la critica e l’ironia evocati in precedenza.

La quarta categoria di neologismi non ha, invece, alcun valore preciso o determinato, ma evoca una virtualità che il lettore o lo spettatore deve completare con la sua arguzia, la sua sensibilità e la sua specifica personalità. L’esempio tipico è rappresentato dallo Schmürtz de I costruttori d’Imperi. Si è molto dibattuto sul significato e sul valore dello Schmürtz. Anche se la parola è di suono germanico, in tedesco non esiste assolutamente e costituisce un neologismo totale. Si è pensato fosse il simbolo della malattia che minava lo stesso Boris Vian, o la rappresentazione della decadenza sociale, o, in senso più ampio, della condizione umana, o ancora l’allusione allo stato di guerra. Come asserito da Raymond Queneau, tutte le interpretazioni sono possibili poiché Boris Vian non cercava di definire, con questa parola, una realtà ben precisa. Il ruolo del neologismo appare qui in tutta la sua chiarezza. Nessuna parola della lingua comune avrebbe potuto generare questa ambiguità, fonte dell’atmosfera dell’intera pièce e dell’angoscia che progressivamente si sprigiona a mano a mano che la famiglia si inerpica per i piani della dimora e sprofonda nel decadimento, nella miseria, nel terrore, nella disperazione.

Boris VianAnche in questo caso la parola, il linguaggio, sono i soli e unici creatori dell’opera e, probabilmente, a un livello più alto rispetto agli altri esempi citati in precedenza. È il linguaggio stesso a essere il motore del dramma. È grazie a lui che tutto accade, senza di lui tutto è finto. Sarebbe sbagliato ritenere che solo la o le realtà che lo compongono hanno un valore drammatico. Sono proprio l’indeterminatezza che lo avvolge e la mancanza di definizione linguistica a generare il fenomeno teatrale. In questo contesto, siamo molto lontani dallo scherzo e dal divertimento gratuito che, secondo molti critici, stanno alla base dell’opera di Boris Vian.

Tuttavia, è attraverso il gioco verbale che l’autore, a volte, s’ingegna a deformare le parole, e lo fa anche per ironizzare sulle realtà presentate: le chuiche al posto di le suisse, le bedon anziché le bedeau, la sacristoche invece di la sacristie, sono degli esempi lampanti di questo tipo di procedimento, visti e considerati anche i frequenti attacchi che l’autore rivolge alla chiesa. Questo modo di farsi beffe del linguaggio si traspone immediatamente nella vita reale, acquisendo tutto il suo valore simbolico.

Anche il fenomeno della desiglazione rientra in questo ambito umoristico. Esso si manifesta attraverso una critica all’incresciosa abitudine della nostra società diventata incapace di citare in extenso il nome di un’associazione, di un organismo o di un partito. Boris Vian parla quindi di téessef, invece di TSF, opponendo alla convenzione ortografica la trascrizione fonetica. Questo metodo è stato utilizzato da molti autori moderni, in particolare da Queneau.

Il sovvertimento delle rigide regole linguistiche che ci vengono imposte dalla società, e che non corrispondono in alcun modo alle nostre aspirazioni, attraverso la creazione di parole interamente o parzialmente nuove che danno vita anche a una nuova realtà e che non si limitano al puro e semplice neologismo, caratterizza ogni livello del linguaggio di Vian.

Gli stessi processi formali, gli stessi valori, gli stessi obiettivi si ritrovano nei gruppi di parole e, andando oltre, anche nelle frasi e nei paragrafi. Si tratta, sostanzialmente, di un’associazione di parole, di un’associazione di preposizioni e di “un’associazione di frasi”.

Boris Vian

Nel passaggio dal puro e semplice gioco di parole ai collegamenti in grado di creare una nuova rete di rapporti si apre una vasta gamma di possibilità non solo linguistiche ma anche semantiche. Si riportano qui di seguito alcuni esempi che illustrano tale affermazione. In La schiuma dei giorni al portiere capita di dondolarsi “su una sedia a dondolo meccanica il cui motore scoppietta a ritmo di polka”; capita che “una voce cavernosa si faccia sentire in tutti gli altoparlanti tranne uno, dissidente, che invece continua a trasmettere musica”; capita che, quando Colin corre a raggiungere Chloé malata “l’angolo acuto dell’orizzonte, stretto tra le case, si precipiti verso di lui”. Si potrebbero citare molti altri esempi di questo tipo, non solo nelle forme letterarie dell’opera di Boris Vian ma anche nelle canzoni da lui composte. Vedesi ad esempio La complainte du progrès (les arts ménagers) in cui si parla di “sgabello del ghiaccio” e “sparapatate” che evocano l’accumulo degli attrezzi da cucina e l’insieme confuso che può risultarne nella mente umana.

Negli esempi citati nei paragrafi precedenti, i procedimenti linguistici sono i medesimi. Boris Vian collega a una parola inclusa in un insieme significante specifico un altro insieme semantico dove compare quella stessa parola, e che costituisce il collegamento tra i due elementi, che riveste, in ognuno dei casi, un significato leggermente diverso. Riprendendo così, con una sfumatura lessicale distinta, la parola introdotta nel suo significato normale all’inizio della frase o del paragrafo, Vian fa prendere un’altra piega alle realtà conosciute o nuove da lui evocate ma non al linguaggio che continua a mantenere la sua logica implacabile. Da qui nasce un mondo strano, surreale, a volte fiabesco, che è poi quello in cui si muovono gli esseri di Vian.

Il fatto che Isis offra “dei pasticcini da tè su un vassoio” non è niente di sorprendente, ma che si tratti di un “vassoio ercinico” lo è molto di più. “La nuvoletta non li aveva seguiti” è una semplice nota a margine, ma che “aveva preso la scorciatoia e li aspettava già all’altra estremità” è indubbiamente un evento originale.

In questo contesto, è opportuno citare un fattore costante nell’opera dell’autore, abitualmente designato con il termine, alquanto inesatto, di antropomorfismo. Questo fenomeno corrisponde a una tendenza fondamentale del linguaggio di Vian di cui non si è ancora parlato; molto spesso, e di esempi di questo tipo se ne contano a centinaia, si genera una discrepanza tra il soggetto e l’azione evocata; vi è un continuo passaggio da un regno all’altro: minerale, vegetale, animale, umano. Tanto per citare alcuni esempi, nei suoi testi si incontrano: tappeti che si puliscono strofinandoli con il sale, vetri rotti che ricrescono e campanelli che si staccano dal muro per avvertire i personaggi dell’arrivo di un amico. La parola chiama la parola stessa indipendentemente dalla realtà chiamata in causa.

Boris Vian

La frase sulla nuvola citata in precedenza, se applicata a un essere umano, non genererebbe lo stesso effetto sorpresa poiché prendere una scorciatoia è qualcosa di normalissimo. Ciò che non lo è affatto è la coscienza determinata della nuvola a non volersi lasciar andare in balìa del vento. Questa priorità del linguaggio sul pensiero trasmette spesso agli oggetti delle virtù umane.

Boris Vian, in effetti, rifiuta di farsi imprigionare nella fissità del linguaggio. Nella sua intera opera, non esiste un solo passaggio in cui un’espressione riservata a un essere animato non sia applicata anche a quello inanimato, come non esiste uno stile linguistico corrispondente a un preciso modo di pensare. In un certo senso, l’autore processa il linguaggio battezzando una lingua nuova dove la parola è regina e prima creatrice. Ecco perché il mondo stesso nasce o rinasce a partire da essa.

La discrepanza si fa ancora più evidente quando Boris Vian passa dal senso proprio al senso figurato o viceversa: Chick cerca faticosamente di annodarsi la cravatta, “gli occhi gli caddero sulla sua opera e la cravatta si richiuse brutalmente, schiacciandogli l’indice…”. L’espressione “gli occhi gli caddero…” è la tipica frase fatta il cui senso ha finito per sfuggirci tante sono le volte che l’abbiamo detta. Vian restituisce all’espressione tutta la sua forza, tutta la sua vitalità, tutta la sua potenza immaginifica, e lo fa interpretando letteralmente il verbo nel suo significato concreto e liberandolo da qualsiasi allusione astratta, come avviene nel linguaggio corrente. Tutta la poesia della frase è insita nel significato del verbo “cadere”.

E proprio di poesia si tratta; di quella stessa poesia che Baudelaire definiva “magia suggestiva, stregoneria evocatrice”. In Boris Vian esiste una certa magia della parola che costituisce l’essenza stessa di quel linguaggio che noi chiamiamo poetico.

In linea generale, Boris Vian rifiuta a priori qualsiasi forma stilistica, qualsiasi figura retorica preesistente, qualsiasi espressione cosiddetta letteraria. Egli utilizza il linguaggio non come mezzo espressivo ma come una realtà che precede il pensiero e l’essere. La successione delle parole e delle frasi precede la logica del mondo, a volte in contraddizione con quella del linguaggio. Quest’ultimo viene interpretato nel suo significato letterale. Ecco perché Vian utilizza assai di rado il senso figurato delle parole: gli occhi di Chick cadono il più materialmente possibile sulla cravatta di Colin; allo stesso modo, l’autore ricorre molto poco ai termini di paragone, alle metafore o alle immagini: la lingua, attraverso ogni singola parola, crea la realtà sensibile senza il benché minimo giro di parole. L’oggetto è sempre presentato come unico alla pari della parola, che è unica. Se l’autore compie un paragone, nel senso abituale del termine, raramente ciò avviene in modo esplicito e determinato. Solo il lettore, dopo attenta riflessione, può relazionare la frase a uno stile grammaticale conosciuto e valido mentre la lingua dell’autore assimila l’oggetto all’immagine e rinchiude entrambi in una stessa forma linguistica che è, al tempo stesso, oggetto e immagine. In un secondo momento, la mente umana, fedele alle forme di pensiero tradizionali, tenta di spiegare in modo razionale ciò che le sembra un’anomalia e include un rapporto logico che, in origine, non ha alcuna ragione d’essere. Un esempio di questo tipo lo si trova in La schiuma dei giorni: “I vetri di ceramica gialla sembravano appannati e velati da una nebbiolina, e i raggi, anziché rimbalzare in goccioline metalliche, si sfracellavano al suolo per poi spargersi in piccole e pigre pozzanghere. Le pareti, pomellate di sole, non brillavano più uniformemente come in precedenza”.

Forse che questa è la prima impressione che si prova di fronte a uno spettacolo? In lingua corrente, la frase comporterebbe l’uso di un qualsiasi “come se”, utile a introdurre un paragone o una metafora, ma qui non si ha niente di tutto questo. In effetti, non si tratta di tradurre, con le parole più precise possibili, una sensazione, ma piuttosto di ricrearla a partire dal linguaggio. Il problema non è trovare le parole che più si avvicinano alla realtà, ma costruire un’altra verità con parole che sono la diretta derivazione delle precedenti, che fanno parte del tutto, che sono anche le parole della malattia di Chloé e della tristezza di Colin; così come il restringimento della casa e l’invecchiamento di Nicolas sono indissociabili dal peggioramento della malattia. L’insieme si integra in una sola e unica realtà il cui linguaggio ne costituisce l’unità, la fonte, la giustificazione.

Boris Vian

Alcuni obietteranno che l’opera di Boris Vian contiene anche una critica violenta della società e delle sue tare, e che l’autore si diverte a sviluppare un’acida ironia dove le parole fungono semplicemente da strumenti. Anche in questo caso, tuttavia, gli attacchi e i sarcasmi sono innanzitutto il prodotto del linguaggio. Abbiamo già visto in precedenza come Vian si ingegna a deformare le parole: le chuiche, le bedon ecc… facendosi beffe del linguaggio. La sua critica al rigido linguaggio clericale e, attraverso di esso, alla chiesa stessa, si esercita tramite la figura dell’abate Petitjean, protagonista di L’autunno a Pechino, a cui mette in bocca un linguaggio parimenti rigido e vuoto di significato che richiama quello, convenzionale e stupido, dei giochi infantili. A volte, il personaggio ricorre anche all’uso di proverbi e detti popolari che, per loro natura, non vogliono dire niente. In questo caso specifico la satira è rappresentata dalla sostituzione di queste forme linguistiche agli usuali paternoster.

In La schiuma dei giorni si ha un esempio simile quando Vian critica la figura del domestico attraverso la persona di Nicolas, il cuoco di Colin; l’effetto, in questa occasione, non è generato da un solo tipo di linguaggio ma dalla dualità dell’espressione: Nicolas, vestito da domestico, si rivolge a Colin alla terza persona; tuttavia, quando si cambia d’abito, gli dà del tu. La discrepanza linguistica che ne risulta è di per se stessa portatrice di satira. Certo questo procedimento non è una novità introdotta da Vian ma lo si trova molto spesso in letteratura; in Molière, ad esempio, ma più in generale anche in autori che hanno tratto ispirazione dalla critica sociale o simili.

Di frequente, la critica sociale risulta molto meno ovvia rispetto ai casi citati in precedenza. A volte, risiede in un’unica parola, come l’espressione “inabitanti persuasibili”, tratta dalla lingua inglese, che tuttavia comporta, nella sua trascrizione francese, un prefisso privativo in grado di conferirle un valore completamente diverso: la negatività e la passività delle parole utilizzate esprimono lo stato d’animo dei cittadini americani, vittime della propaganda massiccia, completamente incapaci di avere una visione personale e libera delle cose e impermeabili a qualsiasi critica obiettiva; vedesi anche Jean-Sol Partre (che storpia Jean-Paul Sartre) che al Saint-Germain-des-Près decade dal proprio rango grazie alla sola inversione delle lettere del suo nome e cognome.

Boris Vian - Le formiche

La satira può anche essere insita nella presentazione linguistica, nella forma stessa. In Le formiche, ad esempio, la critica dell’esercito e della guerra è tanto più aspra quanto più il locutore è ingenuo. Egli non esprime alcun giudizio sulla situazione in generale o in particolare. Tutto l’attacco nasce direttamente dalla falsa obiettività documentale della narrazione.

Tuttavia, in questo contesto, affermare che il linguaggio crea la realtà sarebbe sbagliato. Ogni forma di satira, e con essa ogni denuncia, suppone, in effetti, un vizio preliminarmente esistente. Ma anche qui il linguaggio gioca un ruolo determinante. Senza di esso, la critica non esisterebbe. È come una lente da cui le cose escono riviste e corrette, messe in ridicolo. Ricreatore della realtà, esso è il creatore di un simbolismo che si sovrappone alla società, e a volte addirittura la sostituisce. Anche in questo caso, il linguaggio costruisce un insieme coerente che si sostituisce al mondo. L’esempio più ovvio è forse quello di Lo strappacuore, condanna radicale di un’intera società e delle sue abitudini, ma condanna anche di tutto un mondo. Un’opera caratterizzata da una rete talmente fitta di critiche correlate tra loro che lo stile satirico resta in penombra. L’attacco, benché sistematico, non cade mai nell’invettiva o nella dimostrazione ponderata. Manifestandosi sotto forma di affabulazione, l’attacco non è mai astratto né teorico, ma si integra quasi sempre alla poesia che non manca mai di essere presente nelle opere di Vian. Che si tratti del dolce dondolio di Le formiche, o dello spirito epico che anima il curato di Lo strappacuore, o dell’estrema violenza che divampa al funerale di Chloé, il linguaggio e il ritmo delle frasi nella critica sono portatori di innegabile poesia.

Distruttore e costruttore, ricreatore e creatore della realtà, il linguaggio non è mai, neanche durante le critiche più violente, un semplice strumento espressivo. Spesso padrone, sempre fondamentale, il linguaggio è la fonte stessa dell’opera e ne è anche la giustificazione. Ogni essere e ogni pensiero deve a lui la sua esistenza.

Questa priorità del linguaggio è una delle componenti della poesia di Vian. È una sinfonia di parole da cui nascono l’idea, l’opera e l’arte. La vera poesia è proprio quella che rifiuta la lingua comune e le frasi fatte, che nega lo stile e la retorica per conferirgli il potere di raccontare, in modo nuovo, un mondo interiore che si ribella alla società in cui viviamo, un mondo che si sta cercando e che il linguaggio esplora esplorando se stesso, come dichiarato anche da Freddy de Vree nel suo saggio dedicato a Boris Vian. Del resto, quest’ultimo si inserisce in tutta una tradizione letteraria dove “il verbo è Dio”.

Il poema, nello specifico l’opera di Vian, non è mai traduzione, ma inscindibile creazione della forma e del fondo. Anziché limitarsi al ruolo puramente meccanico di espressione dell’idea, il linguaggio è l’unico mezzo che permette di dare vita a una realtà soggettiva; l’universo si realizza in questa formula nuova che gli conferisce un’essenza, una struttura, un significato e un valore.

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Vita da commessa http://www.fucinemute.it/2017/03/vita-da-commessa/ http://www.fucinemute.it/2017/03/vita-da-commessa/#respond Mon, 06 Mar 2017 09:26:50 +0000 http://www.fucinemute.it/?p=20921

“Devo cambiare queste scarpe, sono difettose”. “Nessun problema, le cambiamo. Qual è il difetto?”. “Quando piove, se cammino sui tombini scivolo!”.

Vita da commessa - una tavolaNel corso degli ultimi anni una delle categorie lavorative di cui, nel bene o nel male, si è maggiormente parlato è quella dei commessi.
Uomini e donne il cui orario di lavoro, purtroppo, è diventato talmente flessibile da impedirgli quasi di condurre una vita fuori dal negozio e da costringerli a cancellare dalla loro esistenza il giorno di riposo settimanale.
Persone la cui attività di servizio alla clientela viene spesso scambiata, proprio dai clienti, per un’attività di servitù.

Laura Tanfani, che opera da anni nel settore abbigliamento, ha deciso di cogliere il lato comico delle situazioni che si ritrova a dover affrontare quotidianamente e di rispondere alla maleducazione di alcuni clienti con positività e ironia. Il suo libro, Vita da commessa appena uscito per i tipi di BeccoGiallo, è il risultato di questo suo tentativo di sdrammatizzare dei comportamenti che, alla lunga, rischiano di diventare insostenibili.

Nato inizialmente come blog, come già accaduto per altri libri diventati poi bestseller come Il mondo deve sapere di Michela Murgia, il volume si distingue dalle tante raccolte di episodi di vita vera che affollano da anni gli scaffali delle librerie per la sua struttura ibrida. Ai brevi paragrafi, o elenchi, narranti atteggiamenti caratteristici che logorano i nervi ed esauriscono la pazienza di chi svolge questo lavoro, infatti, si alternano surreali conversazioni con l’assistente digitale Siri – che a volte dimostrano come la realtà superi di molto la fantasia – , brevi tavole a fumetti che descrivono visivamente l’episodio citato in precedenza e pagine interattive che consentono al lettore di scarabocchiare i figurini delle clienti tipiche, rispondere a semplici domande scacciapensieri o inventarsi di sana pianta in quattro mosse serie tv inconsuete. Non si tratta quindi di un saggio, romanzo o racconto né, tantomeno, di un fumetto vero e proprio, ma piuttosto di un divertissement da cui emerge tutta la passione e la giocosità dell’autrice che, con semplicità e ironica rassegnazione, catapulta il lettore ignaro nel suo mondo o il lettore consapevole in un ambiente che ben conosce già di suo.

Vita da commessa - una tavolaLe scenette rappresentate nelle tavole a fumetti non si focalizzano solo sulla clientela ma riguardano anche i periodi più intensi, e meno gratificanti, che ogni commesso, nell’arco della sua vita, si è trovato prima o poi ad affrontare: i saldi e la settimana di Natale. Il lettore assiste così a un crescendo di richieste che sfiorano l’assurdo e nelle quali, invece, non ci metterà molto a riconoscersi – a chi non è mai capitato di entrare in un negozio e dire candidamente alla commessa: “Desidero un vestito della mia taglia” senza specificare nulla e sperando che la suddetta commessa riesca a leggere nel pensiero? – . Il volume permette così di prendere anche coscienza di quei comportamenti che, magari involontariamente, ognuno di noi ha assunto nei confronti dei lavoratori del settore e contribuisce a correggerli.

I disegni, a cura della stessa autrice e colorati digitalmente da Sara Antonellini, hanno un tratto semplice e funzionale che suscita simpatia e favorisce l’immedesimazione negli episodi narrati infondendo leggerezza e rendendo l’opera un ottimo rimedio contro il nervosismo quotidiano.

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Jackie http://www.fucinemute.it/2017/02/jackie/ http://www.fucinemute.it/2017/02/jackie/#respond Tue, 28 Feb 2017 10:04:22 +0000 http://www.fucinemute.it/?p=20898

Jackie - locandinaAncora fasciata dall’abito del lutto, Jackie tenta nervosamente di sfilarsi la fede dall’anulare, ma il matrimonio che l’ha consegnata alla gloria è ormai parte ineliminabile di lei. L’immagine riflessa nello specchio la scruta: chi è la vera Jackie, la figura corporea o l’impalpabile idolo? Probabilmente, non è casuale che la macchina da presa esili off screen la donna in carne e ossa per dedicare il campo al solo simulacro: e se quest’ultimo fosse l’unica realtà esistente?

Il mese scorso, debuttava al Gobetti di Torino Edith, il play di Chiara Cardea ed Elena Serra sulle due Bouvier, zia e cugina della signora Kennedy, che bandirono se stesse dal mondo e dalla mondanità per recludersi nella marcescente dimora di Grey Gardens, in riva all’Atlantico. Ora, giunge nelle sale cinematografiche italiane la pellicola che, inondando d’emozione il Lido di Venezia, è valsa a Noah Oppenheim un non così meritato premio per la sceneggiatura e che impressiona l’isolamento della stessa Jacqueline, compiute le esequie del consorte, nella sontuosa magione del Massachusetts dove fu ricevuto il giornalista di Life Theodore White (mai chiamato per nome nel film), per l’intervista che contribuì, a suo modo, all’edificazione del mito di JFK. Girato per lo più in Francia, Jackie, l’opera che avrebbe dovuto essere diretta da Darren Aronofsky e interpretata da Rachel Weisz, è divenuto il primo lungometraggio anglofono di Pablo Larraín che, rotto all’esplorazione del turpe passato cileno, si parli dell’era Pinochet o dei tempi di Videla, qui si cala invece in quel novembre del 1963 che rimane uno dei paragrafi più contorti della storia recente. Non con Reisz, ma con Natalie Portman che, inguantata nei costumi della magistrale Madeline Fontaine, rende una prova di stucchevole mimetismo.

Jackie - un fotogramma

Se, in Post mortem, nel cadavere di Salvador Allende condotto all’obitorio dove lavora il protagonista, s’incorporano le illusioni spirate di un Cile diverso, con il John Fitzgerald abbattuto a Dallas dai colpi sparati da Lee Oswald declina il sogno di un Paese migliore, più moderno, più giusto (?), insomma le molte speranze che Kennedy aveva alimentato. Una sigaretta dopo l’altra, Jacqueline racconta e, a suon di flashback, un frammento alla volta, il quadro si compone. Insieme a un sogno nazionale, si è infranta anche la fiaba personale della First Lady: la realtà bruta e disarmante è irrotta là dove la finzione era forma e materia dell’esistenza, madre di miraggi a cui era ed è bello credere, compresa la Fata Morgana di una felicità coniugale non così limpida. Bouvier, che aveva messo in scena addirittura la Casa Bianca in un programma fatto per incollare i telespettatori statunitensi al piccolo schermo, si è resa subito conto che il feticcio di Camelot che lei aveva concorso a creare, con in mente più il musical di Lerner & Loewe adorato da Kennedy che l’antica saga europea, non dovrà essere intaccato. Perché, come John Ford e L’uomo che uccise Liberty Valance insegnano (“If the legend becomes fact, print the legend!”), quando la cruda realtà rischia di sopraffare la sua mistificazione, quest’ultima va preservata: White è avvisato, bisogna stampare la leggenda. Jackie esige per “Jack” funerali degni di Abraham Lincoln, perché anche la mondovisione vuole la sua parte, e, quando i giornali cominciano a mettere in circolazione voci malevole, occorre porre rimedio con una strategia comunicativa mirata. Se Neruda stabiliva che, in fondo, per assurgere alla giusta dignità pubblica (e ontologica), ciascuno necessita di un nemico, e i poeti se lo creano meglio di altri, Jackie replica che elemento trascendentale di un’esistenza, soprattutto se speciale, è la sua rappresentazione culturale. O, meglio, mediatica. E il potere dei media di manipolare le coscienze promanando realtà più vere del vero è un tema frequente in Larraín (Tony Manero, No – I giorni dell’arcobaleno).

Jackie - un fotogramma

Si plaude, in Jackie, all’intelligente abilità con cui il direttore della fotografia Stéphane Fontaine sa intonare le sue scelte al mood del momento narrato: un respiro da mélo di William Wyler per il presente, con una profondità di campo che visita i fastosi interni della tenuta senza trascurare i volti e la loro pregnanza; macchina a mano, panoramiche e inquadrature slabbrate nei segmenti che esprimono la concitazione successiva alla tragedia; addirittura un ovattato bianco e nero nelle sequenze televisive. Purtroppo, a penalizzare un film registicamente molto accorto (Larraín non è un pivellino, e si sa), è un copione che, se da un lato ha il merito di non abbandonarsi mai all’agiografia (Jacqueline ne esce come una donna boriosa e piuttosto antipatica), dall’altro suona troppo teso a spiegare se stesso, le chiavi di lettura adottate, la mission poetica. E, trascinato da una verbosità eccessivamente letteraria, incappa qua e là nella (cattiva) retorica. Altrove, Larraín ha dimostrato la capacità di lanciare messaggi altrettanto significativi con meno e migliori parole. Piuttosto banali, poi, e trite, le domande che Jackie affida al sacerdote, impersonato, ovviamente bene, da John Hurt, sulla bontà dell’Onnipotente: si può definire giusto un Dio che le ha sottratto due figli e un compagno giovane e vincente e che, a monte, permette simili travagli? L’impressione è che, sul silenzio di Dio, il cinema si sia già pronunciato in maniera insuperabile attraverso Ingmar Bergman. Anche la recente impresa scorsesiana, dopo tutto…

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Un sacerdote in meno, un fumettista in più http://www.fucinemute.it/2017/02/un-sacerdote-in-meno-un-fumettista-in-piu/ http://www.fucinemute.it/2017/02/un-sacerdote-in-meno-un-fumettista-in-piu/#respond Tue, 28 Feb 2017 09:57:54 +0000 http://www.fucinemute.it/?p=20762

Una tavola di Frank ChoFrank Cho è uno dei disegnatori più talentuosi che ha prodotto la scena del fumetto statunitense negli ultimi vent’anni. Esordisce con alcune strisce diffuse nel circuito dei college, che si evolveranno fino a diventare Liberty Meadows, una delle ultime grandi strip americane. Il suo umorismo ruspante e scatenato è accompagnato da un disegno rigoroso ed espressivo in cui fanno capolino delle splendide pin up. Sono probabilmente le sue “donnine” a meritargli le attenzioni delle major del fumetto supereroistico, per cui realizzerà ad esempio Shanna the She-Devil e Mighty Avengers. La meticolosità con cui lavora e la conseguente lentezza rendono chiaro che forse non è il disegnatore più adatto per lavorare su una serie regolare e negli ultimi anni, oltre ad alcuni episodi di Totally Awesome Hulk, ha disegnato principalmente copertine – andando incontro a polemiche con lo sceneggiatore Greg Rucka per quelle realizzate per Wonder Woman.

Il suo stile provocante ha infatti inevitabilmente attratto le critiche della bigotta America anche se curiosamente Cho è avversato anche dalla parte più oltranzista dei seguaci del politically correct, che ritengono che non possa raffigurare le donne in quella maniera, peraltro molto meno volgare ed esplicita di quanto facciano tanti altri suoi colleghi (che oltretutto a confronto sanno a stento tenere in mano una matita).

Come ha detto nel corso dell’incontro con la stampa al Press Café, dove è avvenuta questa conversazione, Cho è d’altra parte orgoglioso di essere riuscito a mettere d’accordo le due fazioni americane dei conservatori e dei radical chic che si sono coalizzati contro le sue donnine.

A seguito delle polemiche che hanno coinvolto entrambi a causa delle variant cover di alcuni comic book, Milo Manara gli regalerà a Lucca uno splendido acquerello con cui satireggerà sull’accaduto.

A Lucca è stato ospite di SaldaPress che, a fronte dell’acquisto di un “pack” con alcuni suoi volumi e una stampa, forniva un “doodle”: la traduzione letterale (scarabocchio) non rende giustizia alla loro qualità. Oltre al materiale SaldaPress vendeva anche uno splendido volume extralarge edito da  Flesk in cui spiega il suo metodo di lavoro e delizia i fan con tavole anatomiche, illustrazioni e un breve fumetto.

Luca Lorenzon (LL): Dopo anni di lavoro per Marvel e DC Comics Lei è tornato al fumetto indipendente con progetti creator-owned e sta realizzando la nuova serie Skybourne. Può presentarcela?

Frank Cho (FC): Non vorrei rivelare troppo della trama… Posso dire che è la storia dei tre figli di Lazzaro, il quale li concepì dopo essere stato risorto da Gesù: sono dei fratelli immortali che vanno alla ricerca di artefatti e reliquie che sono caratteristici del dogma cattolico, per proteggerli e preservarli da chi vuole impossessarsene per i suoi scopi.
Uno dei fratelli, Thomas, è ormai stufo della sua vita di immortale e per porvi fine dovrà trovare la mitica spada Excalibur, l’unica arma con cui si può uccidere uno Skybourne. Questo perché nel passato di Thomas c’è un dramma che riguarda la perdita della sua ultima compagna.

Skybourne - Frank ChoLL: Non ci sono quindi le sue tipiche figure femminili…

FC: Certo che ci sono: c’è Grace, la sorella di Thomas!

LL: Come sarà strutturata questa serie? È prevista come ongoing oppure pensava di farne una mini- o maxiserie?

FC: La mia idea è quella di fare come fa Mignola con il suo Hellboy, cioè produrre varie miniserie indipendenti e leggibili a sé con gli stessi personaggi.
Al momento è uscito il primo numero e sto disegnando il secondo, proprio qui a Lucca in albergo la sera: per questo non mi vedete in giro per la città!

LL: L’argomento sembra interessante e originale, non mi pare affatto il soggetto del solito comic book di supereroi. Che stile avrà?

FC: Non preoccuparti, non sarà uno di quei fumetti in cui i personaggi parlano per pagine e pagine: ci sarà molta azione, io lo vedo come un incrocio tra Indiana Jones e Highlander.

Claudio Zuddas (CZ): Quindi si parla di suicidio… oltre che degli artefatti per preservare il dogma cattolico… ci dev’essere anche una certa attenzione all’aspetto religioso, giusto?

FC: No, no… il mondo della Chiesa Cattolica è solo lo sfondo, mi ha fornito le idee e le suggestioni per creare le mia storia ma Skybourne è fondamentalmente entertainment e l’aspetto religioso fornisce solo il background, rimane sullo sfondo.
A questo proposito potrebbe essere interessante ricordare che mia madre voleva che io mi facessi prete! Mi diceva che ero benvoluto dalla gente, che sapevo parlare in pubblico… arrivò persino a portarmi fino al seminario (all’epoca già disegnavo le mie donnine) ma io le dissi che non lo volevo fare: «Non sono omosessuale!»
La cosa andò avanti per un bel po’ e un giorno arrivammo anche a litigare rumorosamente. Al che arrivò mio padre che ci chiese cosa stesse succedendo e mia madre gli spiegò i piani che aveva per me. Papà diede ragione a me («Perché deve farsi prete? È un ragazzo sano…») e per fortuna ho potuto fare normalmente il college [Frank Cho è laureato infermiere professionista, nda].
Poi mio padre per un mese dormì sul divano…

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