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Cinema

René Cleitman

Dietro lo schermo: la produzione

Sara De Mezzo (SDM): Signor Cleitman, da cosa nasce la scelta di diventare produttore? È una vocazione o dietro a questo mestiere si celano altre motivazioni, magari puramente economiche?

cleitman-3.jpg (7683 byte)René Cleitman (RC): Si comincia sempre avendo delle idee, proponendo dei progetti, a volte per caso, con degli incontri, magari tra amici. Per quanto riguarda il discorso della vocazione, non so… io non ho avuto una vocazione a questa professione, né tantomeno sono arrivato da subito alla produzione. Per un certo periodo non mi ha interessato minimamente filmare qualcosa o firmare una sceneggiatura. Oggi penso di essere un produttore all’antica, anche se questo è in ordine di tempo solamente il mio terzo mestiere; è meglio se dico che sono un vecchio signore piuttosto che un giovane produttore. Comunque, oggi sono contento del mio mestiere che trovo tutt’altro che frustrante; non ho nessun tipo di pentimento a riguardo.

SDM: Come fa a iniziare a lavorare su un film se non c’è un pre-finanziamento o comunque se a riguardo non le sembra ancora chiara la situazione economica? E soprattutto, pur avendo l’idea, o il progetto — dato che il finanziamento si ottiene attraverso una prassi complessa e molto lunga — con che soldi si comincia?

RC: Parlando di lungometraggi, io giro un film ogni due anni circa; se ho problemi in Francia cerco finanziamenti all’estero e, quando li trovo, rientro e comincio il lavoro seriamente. In questo lavoro esistono certamente dei rischi perché molte volte il finanziamento non basta per la realizzazione di tutto il film e perché qualcosa può sempre andar storto. All’inizio c’è sempre una parte minima di rischio: ma si cerca di fare il possibile per far funzionare le cose al meglio. Comunque, il rischio non rappresenta mai un buon motivo per non iniziare. Io penso che un giovane produttore abbia uno scopo principale: quello di diventare un vecchio produttore. Deve, quindi, fare le sue esperienze, e le deve fare con misura, e tanta attenzione. In questo mestiere s’impone ogni volta il fatto d’avere prudenza — che certamente non è mai troppa. In Francia si spingono spesso dei produttori a correre dei rischi senza che conoscano nulla della loro professione: a questo proposito si cita troppo spesso l’esempio tipico e realisticamente poco efficace del tycoon americano, per farli star buoni e tranquillizzarli fingendo di non imporre loro niente (perché negli USA nulla va mai a scapito del produttore… salvo in qualche rarissimo caso). Tutti i film che si iniziano a girare laggiù sono, già in partenza, ben finanziati dal distributore, proprio perché il produttore non assume rischi se non in solido con qualcuno, e quando poi si decide di fare un film c’è, fin dall’inizio, uno “studio” che sicuramente ha i fondi per farlo. In una simile situazione l’assunzione di rischio è al massimo del 10% e il più delle volte il problema non si pone neppure in questa misura. In Francia ci sono sempre moltissimi interlocutori interessati cosicchè compito di un produttore è sempre quello di cercare fondi per i film. Noi (produttori europei) abbiamo una quantità di lavoro enorme, mentre in America i miei colleghi possono concentrarsi sui film — sul lato artistico, la preparazione tecnica, i costi degli effetti speciali, ecc. — mentre noi abbiamo compiti di rappresentanza, dobbiamo fare delle scelte di poltica economica precise e rischiose, analizzare tonnellate di carte, compilare moduli e moduli; in realtà, finiamo per non fare mai il lavoro del produttore (almeno così come lo intendiamo in riferimento alla figura professionale corrispondente negli States). La prassi amministrativa americana, ad esempio, è più semplificata rispetto a quella francese, tant’è che ci sono degli avvocati che si occupano specificatamente di questo — soprattutto a Hollywood e New York — e i produttori sono più coperti dal punto di vista legale e amministrativo. Già questo ci differenzia dai produttori americani in maniera sostanziale.

SDM: Come sceglie i film da produrre? In partenza ha già in mente una storia o piuttosto si lascia convincere dal tema che le viene proposto? È questo tema che prevale nella scelta?

RC: È una cosa molto personale, soggettiva; storia, trama e modo di sviluppare sono per me sullo stesso piano. Lo scopo ultimo è la riuscita del film e lo scambio di idee che deve funzionare attraverso il dialogo. Se questo viene a mancare, il film non sarà un buon film.

Poi bisognerà stabilire un buon rapporto anche con lo spettatore. Ciò che conta in un autore è la fiducia, l’entusiasmo, il piacere con cui si pensa di sviluppare una tematica; è importante che ci sia una persona che coordini queste variabili, il regista, affinché le cose, poi, vadano davvero bene. Con il regista e lo sceneggiatore concordo il tema, ed è con loro che decido le sorti del film. Mi sono anche trovato nella condizione in cui dovevo lavorare con un regista scelto da altri, imposto dall’alto, che io ancora non conoscevo e questa, devo ammetterlo, non è una cosa facile da gestire perché in questi casi il regista ha già le sue idee pronte, preconfezionate, spesso totalmente lontane da quanto sia materialmente possibile fare con un certo budget. L’elemento principale di un film rimane la storia e quel che conta alla fine è come viene realizzata. A volte con il regista si discute e si riflette proprio sul modo di strutturare la storia: ma tutto dipende, in ultima analisi, dalla storia e dalla persona che va a realizzarla, a farne cinema.

I rischi del produttore, le difficoltà… Tra i rischi, certamente, c’è una voglia, una tensione pericolosa ad essere innovativi, magari esplorando generi che ci sembrano nuovi (e non lo sono), come il fantascientifico; o nella rivisitazione di vecchi classici in chiave moderna. Quando si chiede a qualcuno che è innamorato con quali criteri abbia scelto la sua donna, nel rispondere questi si sente regolarmente in imbarazzo. La questione per la scelta di un film è la stessa, solo che ci si trova più spesso a scegliere un film che una donna; bisogna, quindi, avere sempre una risposta pronta e decisa, ma la difficoltà è la stessa. Di volta in volta la risposta e le motivazioni a questa sono diverse, come diversi sono anche gli elementi che ti suggeriscono la scelta di un film; si tratta comunque di seduzione, che è spesso pericolosa.

SDM: Qual è il ruolo del produttore prima che inizi a girare il film? Una volta iniziata la lavorazione, la figura del produttore assume un ruolo passivo? In America il produttore impone molte regole, a volte viene descritto come un vero e proprio tiranno; lei come si definirebbe? Durante il lavoro va a seguire direttamente ciò che succede o resta ad occuparsi della parte amministrativa — finanziaria?

Immagine articolo Fucine MuteRC: In America i produttori hanno un ruolo passivo durante la fase in cui si gira il film, mentre qua, in Francia, tutti sono più ansiosi, spesso assolutamente partecipi e presenti ed io, facendo parte di questi ultimi, sono sempre presente sul set. Mai per controllare gli attori, magari per dire loro cosa fare, ma per guardare cosa succede sulla scena ed intervenire quando c’è un problema. Ho costantemente bisogno d’essere informato su ciò che accade, dato che i problemi prima o poi arrivano. Non potrei concepire il mio mestiere in modo diverso. Il produttore è un coordinatore ma è il regista che si occupa di girare ed è padrone della situazione perché ha continuamente il polso dal punto di vista artistico. Il produttore è una sorta d’imprenditore, di coordinatore nella fase di produzione del film e questa responsabilità non la si può avere se non si è costantemente informati sulla lavorazione: perché il produttore è colui che sa tutto del film e da questo punto di vista è un personaggio realmente unico tra tutti quelli che bazzicano i set. Del film sa tutto, ne conosce ogni minimo particolare: quali sono o saranno le ambientazioni e le scenografie, ciò che succede dietro le quinte, e ciò che accade sulla scena in ogni momento.

Preparazione, finanziamento e uscita del film sono i momenti più delicati. L’importante è avere presente il filo logico che si sviluppa durante la fase di lavorazione del film. Il produttore ha la responsabilità sulla scena e fuori da questa. Quando si finisce di girare, la responsabilità è sempre e solo del produttore, sia dal punto di vista finanziario che da quello artistico. Per il produttore, quindi, non si tratta d’impartire ordini ma di avere un ruolo di supervisore con responsabilità costanti. Il produttore deve essere sempre molto critico nei propri confronti. Passa molto tempo con gli attori e gli altri (dalla segreteria di produzione, al tecnico, al macchinista…) , dando consigli, suggerimenti, dialogando. Il fatto di essere lì fa parte del mio lavoro, il che rappresenta sempre un’avventura umana fragile quanto entusiasmante.

SDM: La produzione europea è di diverso sistema rispetto a quella americana che permette ai produttori di imporre molte, forse troppe regole; lei, cosa pensa al riguardo?

RC: “Io ho avuto entrambe le esperienze da lei descritte e posso dirle che la responsabilità finale del montaggio in America è argomento di negoziazione; può essere il produttore, il direttore di montaggio, il regista, l’autore del soggetto o anche il distributore a decidere la sorte di un film, a mettere l’ultima parola sul montaggio. In Francia questo non avviene perché una legge dice chi deve accordarsi sul montaggio finale del film. Dice, inoltre, che la persona che si occupa delle musiche e della colonna sonora e il responsabile del montaggio fanno parte della co-produzione all’interno della quale ogni responsabilità è ben suddivisa. Al giorno d’oggi siamo abituati a vedere questa situazione come un contrasto fra le diverse parti, cioé fra sistema americano e francese. In realtà la situazione non è così distinta, non c’è un contrasto netto. In Francia c’è la legge e non si hanno evoluzioni, mentre negli USA si gioca al rialzo; cioé dipende dalle relazioni di una squadra, dalla personalità, dal peso dell’importanza di ognuno. Qua c’è stato di recente un caso in cui il regista ha lasciato al produttore il montaggio finale del film; tuttavia dico che ci deve essere sempre un accordo tra le parti e dialogo in accordo con gli autori. La legge non garantisce, se non c’è il dialogo, il fatto che non si vada incontro ad inconvenienti, a rischi. Comunque, in Francia, c’è un buon rapporto fra autori e produttori: non si è mai arrivati davanti a un giudice per questo. Della differenza con il sistema americano se ne parla tanto ma non è poi tanto grande.”

SDM: Negli USA cosa differenziava un produttore indipendente da uno che non lo era?

RC: “Credo che alla figura di produttore indipendente vada data una descrizione molto precisa. Nel nostro mestiere ci sono dei gruppi di distribuzione che sono più integrati: delle persone che hanno più mestieri, più ruoli. Tutti quelli che non fanno parte di questi gruppi integrati sono indipendenti. Comunque, non c’è superiorità fra chi è indipendente e chi non lo è: ciò che è realmente importante è avere chiari i propri ruoli e le proprie funzioni di produttore.”

SDM: Come pensa di potersi proteggere dall’invasione della produzione americana?

RC: “Questo è il grande tema politico della produzione. Cerchiamo di opporci in tutti i modi da chi cerca di ridurre il nostro ruolo e, soprattutto, vogliamo salvaguardare la nostra tradizione.”

SDM: Facendo riferimento alle serie televisive, supportate dalla pubblicità, vorrei conoscere la sua opinione sull’avvenire dei produttori indipendenti, dato che al giorno d’oggi la televisione assume un ruolo sempre più importante, anche per quanto riguarda il finanziamento di un film.

RC: “Non conosco bene la situazione dei film per la TV non avendone mai fatti. Quello dei film per il piccolo schermo è un posto di comando mentre quello dei produttori tout court riguarda senza dubbio di più la speculazione, perché nel produrre un film si è davanti ad un rischio assoluto. Comunque non c’è nessuno che ti commissiona di fare un film ma è anche vero che da qualche anno nei lungometraggi per il cinema la televisione interviene in modo sempre più importante e questo pone un problema evidente per il cinema. Quando ho iniziato questo mestiere, nell’82, c’era molto pubblico nelle sale; poi c’è stato un calo sensibile di presenze nelle sale, ma in quest’ultimo periodo c’è un nuovo aumento e penso che a breve torneremo a quei livelli di affluenza cosicché la maggior parte dei finanziamenti proverrà dalle sale stesse creando ricchezza per i produttori cinematografici. Visto che adesso c’è un recupero dell’affluenza alle sale — grazie anche alle nuove tecnologie — ci si sta avvicinando ad una situazione di riequilibrio generale rispetto a prima. Interloquire direttamente con i direttori dei canali televisivi, sempre alle prese coi loro problemi di pallinsesto, non è più necessario.

SDM: Prima, parlava della questione dello sceneggiatore che, immagino, lavori anche con Lei; mi chiedevo quale ruolo abbia, soprattutto rispetto a Lei, e in che rapporti operi con il regista. Lei, comunque, è una persona aperta a nuove iniziative, a nuove idee: è sempre pronto a modificare una storia?

RC: “La produzione e la realizzazione di un film è un lavoro che noi facciamo costantemente in gruppo. Il produttore rischia il proprio denaro perché durante lo sviluppo del film non c’è sostegno e quindi, per questa fase il produttore è assolutamente solo. Questo spiega le difficoltà dei giovani produttori a sistematizzare tale parte che è fondamentale per il film e, nel contempo, rende difficile scoprire nuovi validi registi, formarli per offrir loro una possibilità. Si tratta però di una delle parti più interessanti del lavoro: i copioni, tante volte hanno il loro sviluppo a lavoro avanzato, non è tutto prestabilito e quindi non c’è fretta di chiudere una sceneggiatura perché per sviluppare una storia, a volte, si parte anche solamente da una pagina, o da niente. Possono venirsi a creare delle situazionii stimolanti che cambiano, che danno improvvisamente una svolta al film. È raro che sotto agli occhi ti arrivi una storia già tutta precisa e perfetta. Nei primi due, tre anni di attività ho perso molti soldi in questo lavoro. Quando si hanno tanti progetti in testa e si cerca di pagare tutte le persone che lavorano con te, diventa problematico questo lavoro, perché non ci sono finanziamenti che ti aiutino. Ma è essenziale per fare esperienza. Avere una storia e svilupparla implica molte ricerche, viaggi, anche costosi e spesso imprevisti: spese che all’inizio non erano preventivate e che si aggiungono ad una situazione finanziaria già difficile.”

SDM: Il futuro del cinema francese?

RC: “Io sono molto fiducioso sul fatto che si svilupperà e collaborerà con altre produzioni andando ben al di là di quello che si fa oggi; secondo me, ci sarà molto denaro a disposizione del cinema acquisendo nuove parti di mercato fino a raggiungere il 50% in più della attuale produzione del mercato cinematografico francese.”

Immagine articolo Fucine Mute

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