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Omnia

Spazio 111999

Leggendo “Island” di Huxley, testo che proviene dalle esperienze dell’autore con la mescalina, mi folgora una frase per certi versi quasi insignificante, ma davvero potente per altri: “Furono aperte scuole di inglese e si fece venire da Calcutta un gruppo di tipografi del Bengala con le loro macchine e i loro caratteri da stampa Caslon e Bodoni” (A. Mondadori, 1995, Milano, p.187). L’immagine certamente evoca umanità senza voce (Calcutta), colori arancioni, verdi lussureggianti, pelliccia pregiata e pericolosa (ecco il mio Bengala, piuttosto ovvio, con le tigri), neri (caratteri) su bianchi (stampa), colori e riflessi metallici (le macchine).
La frase introduce e celebra l’invenzione della nuova lingua che assieme all’inglese servirà a tradurre, sull’isola, i primi due testi, una selezione da “Le Mille e una notte” e la traduzione del Sutra diamante. Conferma che comunque, anche su quell’isola, non si sarebbe potuto prescindere dall’utilizzo della lingua inglese, della quale si sottolinea l’odierna, comunicazionale necessità dovuta alla sua diffusione nel mondo. Colori, lingua inglese, caratteri Bodoni e strumenti per la stampa, luoghi immaginari, isole e Bengala: parrebbe già l’arcipelago Web, con le sue periferie immediatamente raggiungibili perché linkate, i suoi anglofoni mondi lontani eppure disponibili…

Non per fare come si scrive un articolo da “Blackwood” ma la citazione bizzarra da “Island” sembra introdurre la situazione che si è presentata da subito, quando ci siamo posti il problema di dare voce efficace alle tante competenze sommerse, agli interessi e alle capacità che attorno a noi sembravano da troppo tempo arrancare nella più disperata navigazione in bonaccia, nell’incapacità d’approdo ad un qualsiasi lido.
Sull’isola di Huxley, dunque, nell’utopia, i “tipografi del Bengala” approntano i loro macchinari: così, dall’ovunque e nessun luogo Web (su servers ITA-USA-UK, .eliteservers. , .newtech. , .tripod. , .geocities. e .xoom.) un gruppuscolo di agguerriti paria dell’ambiente culturale cinematografico triestino, gravitante attorno al Centro di ricerche cinematografiche ed audiovisive La Cappella Underground, decide di fondare le FUCINE MUTE® , e-zine multicolore eppure oscura – appunto, underground – che è soprattutto lo strumento, il dispositivo più efficace del quale siamo riusciti a munirci per dare voce all’istanza di visibilità e comunicazione, il modo per dire: “la penso così”, l’altoforno nei crogiuoli nel quale si fondono il fumetto, il cinema, la musica, il teatro/la televisione e le arti visive in genere (ma anche la letteratura, la storia, la politica, il costume e quant’altro).
Non Progetto Manuzio, o Gutemberg , eppure un progetto politicamente ambizioso ancor prima che culturalmente arrogante; nemmeno una rivista, seppure ambiziosa come e più di quei progetti, sviluppata comunque in due direzioni: quella determinata dalle indicazioni a sommario – degli interventi di personaggi più o meno “eminenti”, dei pezzi selezionati in redazione e meritevoli d’immediata luce – e quella che invece dà spazio anche agli altri, quella degli archivi sempre attingibili, che attraverso i suoi motori di ricerca ma anche le chat areas tematiche, il forum di discussione o il newsgroup residente (in un “corpo” davvero multifunzionale quanto proteiforme) costituisce una bacheca e una banca dati aperta a chiunque ci faccia pervenire i suoi scritti digitati, che davvero auspichiamo siano numerosissimi; quella che, in definitiva, vuole rivolgersi anche a chi non scrive ma che, per contro, delle informazioni più disparate abbisogna, per studio, per lavoro, per diletto.

Mensile: la scadenza è già scommessa, quasi irresponsabile, che trova simbolo nella data un po’ inquietante del numero 0, della prima apparizione.
111999 non è solamente un numero particolarmente suggestivo, ma la data del primo gennaio che arriva (1.1.1999), entro la quale definire i primi contenuti su www.fucine-mute.com, nella quale esordire nell’avventura che ha avuto il sostegno dell’amico Alberto Farassino, che di questa rivista ha voluto essere direttore responsabile. Nella speranza viva, nostra – come, credo, anche sua – che proprio il popolo universitario sia il primo a rispondere, a darsi voce anche al di fuori di quell’ambiente accademico che sa tanto di separazione dal mondo, e che continua a promettere per non garantire più nulla.

Senza poter ambire alla redazione dell’Examiner di Hearst (perché siamo solamente Fucine Mute® , di Enrico Baravoglia, editore, geniale creativo e hard-programmatore di html), senza fare promessa alcuna a nessuno, Fucine Mute® s’impone, tuttavia, lo sforzo d’un tentativo: quello di coniugare alla naturale e caotica disposizione alla libertà, virtualità, l’immediatezza tipica della Rete, la software-disciplina della struttura profonda ed efficace, intelligente ed articolata, leggera ed agile, pensata per comunicare. L’occasione è di doppia valenza: per noi, e per voi. Approfittiamone, se ne siamo capaci (e lo siamo).

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