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Omnia

Apo, Fucine Mute, mediumessaggi

Giorni di delusione, questi.
Alla prima prova di forza l’Europa si dissolve, come neve al sole. Oçalan, leader politico e militare del PKK, certamente non unico leader curdo, ma di fatto uno tra i più importanti ed agguerriti, è stato strumentalizzato, tradito e poi regalato ai propri avversari mortali in un gioco perverso di politica sommersa e servizi segreti mondiali in mutuo soccorso e accordo. Oçalan è stato consegnato, cioé, ad un paese – la Turchia – che tra mille problemi (tra i quali il rischio di un fondamentalismo politico-religioso non è certo da sottovalutare) cerca ancora la propria democrazia; che sul nemico giurato del PKK vuole esercitare, prima di tutto, la vendetta attraverso l’umiliazione (esemplari sono state le scioccanti foto di “Apo” legato e bendato sotto le due bandiere turche) e il patibolo che in prossimità delle elezioni in Turchia parebbe il naturale punto d’approdo dell’intera questione.

In solidarietà al popolo curdo, abbandonato dalla politica e dalla pietà, FUCINE MUTE mette a sommario la propria delusione e l’irresistibile scetticismo verso l’Europa dell’euro tanto assente politicamente, quanto astuta e fragile, disunita ed indifferente. Indifferente non solo ai valori comunitari più basilari, ma addirittura all’applicazione corretta di norme sancite dal diritto internazionale; indifferente, inoltre, all’inosservanza sistematica dei diritti umani, sui quali, di contro, l’Europa è sempre pronta a esibire una pur discutibile, diretta progenitura. Ripenso, così, ad un film che ho amato molto, Yol (Svizzera/Francia, 1982) di Yilmaz Güney e Serif Gören. Penso a quel Kurdistan, al Kurdistan di cinque detenuti in viaggio verso le proprie case e le proprie famiglie; penso a quella terra madre, da baciarsi in ginocchio una volta raggiunta, terra “with a blanket of clouds over yonder peaks”, con le montagne innevate, bianche del lutto, della tragedia. Penso anche alle mille Turchie, al macrocosmo dove tutte le violenze e tutte le bellezze sembrano esser state gettate con noncuranza; all’ossessionante, onnipresente controllo militar-poliziesco, e all’oppressiva sudditanza, ai fanatismi religiosi, sessuofobi e vendicativi. Penso alla terribile concezione dell’onore che per quella gente disperata è mille volte più importante della vita; e sento – di nuovo, tramite le immagini delle folle che protestano e che urlano nelle telecamere televisive per il loro leader, per darsi improvvisamente fuoco – il dolore immenso degli sguardi che erano già di quel film, persi come le urla nella neve indifferente, nella bellezza pura dei cieli incontaminati e delle distese di fiori gialli.

Derrick De Kerckhove, erede intellettuale di McLuhan, docente dell’Università di Toronto dove dirige il McLuhan Program in Culture and Technology, ha detto che “la verità è trans-espressione; la verità, anche la verità scientifica, è soltanto un diffuso consenso”. Il problema della “verità”, del “corpo dell’evidenza”, è il problema – per riflesso – dei filtri all’informazione da applicare nell’editoria su Internet. Il controllo per una corretta informazione, dice De Kerckhove, dovrà essere sulle fonti stesse di informazione, sul loro grado di attendibilità, e dovrà continuare ad esserci sempre. E pur tuttavia, grazie alla rete, sarà d’ora in poi sempre possibile farsi un giornale su misura (e FUCINE MUTE, a costo zero, ne è un esempio). Ma ciò che è fondamentale è che anche di quel giornale potremo disporre e dire, riprendendo il titolo del lavoro di McLuhan del 1967, che “Il medium è il messaggio”, che fa parte, cioé, dell’incommensurabile “memoria collettiva” della rete.
George P. Landow, nel suo Hypertext. The convergence of contemporary critical theory and technology, del 1992 (in Italia, Ipertesto. Il futuro della scrittura, edito da Baskerville l’anno dopo) concentra la propria analisi sul processo di elaborazione del testo nelle modalità previste dall’indiscutibile trionfo del mezzo elettronico dominante, il computer. La sua analisi parte da J. Derrida (De la grammatologie) e Th. Nelson (Literary machines), da R. Barthes (S/Z o Le degré zéro de l’écriture) e M. Foucault (L’archéologie du savoir). Da subito cerca la definizione di ipertesto nell’accezione di scrittura multisequenziale, nella identificazione di un nuovo tipo di fruizione dell’opera, quella che spetta al “lettore attivo” (attivo talmente da potersi confondere con l’autore, almeno nel tracciare il suo percorso di lettura costruendo il proprio testo), nelle convergenze identificative di intertestualità, polifonia e decentralizzazione.

Più testi, più coscienze – qui alla base c’è Bachtin, evidentemente – più punti di vista (di autori/lettori), in una sorta di sistema “infinitamente ricentrabile il cui punto di focalizzazione transitorio dipende dal lettore”: l’ipertesto si caratterizzerebbe, dunque, per apertura, decentralizzazione (non è possibile descrivere una geografia, un luogo, una dimensione o localizzazione spaziale dell’ipertesto, del web, della rete), per plurivocità. FUCINE MUTE, dopo aver presentato se stessa nel taglio editoriale, nella forma grafica, con gli autori e i personaggi accolti ed esibiti con fierezza, i servizi offerti ai lettori, i colori non sempre casuali – luogo d’incontro del nostro cervello e l’Universo, diceva Cezanne, o dell’universo col cabaret, come nel Cabaret del diavolo dell’ultimo numero – parte col godardiano numero deux. Che è il terzo, complessivamente, conprensivo infatti di un numero zero che – come alla roulette – conta, perché c’è. Un numero due, questo, che propone il suo editoriale con ambizioni politiche, che azzarda per davvero lo sforzo verso la definizione di linee di programma. Necessità avvertita, quella del tono didascalico ed introduttivo, a fronte di uno spaesamento avvertito da noi stessi, facenti parte di un gruppo redazionale all’arma bianca; necessità di ordine, categorie, linguaggi sui quali basarci, magari ben specifici del medium, laddove, probabilmente, non c’è alcun bisogno di tutto ciò, non c’è affatto bisogno di nessun progetto, di nessuna regola.

Ansia. Ansia di un progetto culturale. Ansia di strumenti culturali.
Julia Kristeva, a proposito del sublime in relazione al problema dello spazio di percezione (e quindi di simulazione), scrive: “L’oggetto sublime si dissolve nei rapimenti di una memoria senza fondo. È questa memoria che […] trasferisce quell’oggetto nel fulgido punto dell’abbagliamento in cui io mi smarrisco”. Memoria. Smarrimento. Ed infatti abbiamo detto: apertura, decentralizzazione, deterritorializzazione, plurivocità. Nomadismo e rumore.
Spazio di “ierofania, dell’irruzione del Sacro che provoca il distacco di un territorio dal milieu cosmico e lo rende qualitativamente differente” (Eliade), il cyberspazio offre dimensioni inedite fino ad oggi. Ego-dimensioni (o forse meglio: self-dimensioni), tempi intensivi fatti di tante istantaneità (Virilio), assenza di vincoli e di orologi divini, con-presenza di tutti i tempi, di tutti i linguaggi, caos liberatorio, bidimensionalità che diviene, una volta per tutte – tridimensionalità, e azione onnipotente su di essa (un esempio per tutti: si pensi alle possibilità di interazione tra spazi lontani garantiti dal cyberspazio in campo medico e chirurgico, che so, quella di operare un paziente che è a Tokyo agendo a Boston): queste, e non altre, sono le caratteristiche dello spazio virtuale, e della rete. FUCINE MUTE non si sottrae a tutto ciò e fallirebbe se lo facesse. Certo, rimane quell’ansia. Ansia dettata dall’enigma, quello stesso che M. Merleau-Ponty coglieva ne “l’esteriorità delle cose percepita nel loro reciproco avvolgersi, e la loro mutua dipendenza nella loro autonomia”. Parlava di “profondità” e non intendendola come “terza dimensione” la definiva piuttosto come “l’esperienza della reversibilità delle dimensioni, di una località globale in cui tutto è contemporaneamente, e da cui vengono astratte altezza, larghezza, distanza” che per Cezanne sarebbe sempre stata “deflagrazione dell’Essere”. Tutto ciò è mcluhaniano, internet, globale; tutto ciò riguarda – ovviamente – anche le FUCINE.

Bisogna però capire quanto la linearità sia falsificante, rozza, soprattutto quando in campo storiografico questa celi l’illusione e la necessità di una totalità, pur nel convenzionale e comune smaccato ricorso alla categoria narratologica, al racconto. Tutti raccontano e tutti la raccontano. Bisogna sforzarsi, battersi per capire che, soprattutto in rete, l’omologazione è falsificante, antidemocratica, antitetica alla rete stessa perché vorrebbe implicitamente porre dei limiti ad un medium che nasce per non averne (per resistere al conflitto nucleare): è quindi controproducente. Il tradimento delle caratteristiche principali del medium che utilizziamo determinerebbe la rassomiglianza, l’analogia, il tentativo d’accostarsi a ciò che esiste già – con risultati più o meno nobili – sulla carta stampata.
FUCINE MUTE propone invece lo scarto netto, sceglie l’eterogeneità, accoglie tutti gli scritti che siano almeno dignitosi (e forse anche quelli non dignitosi). Registra tutto, conserva, mette a disposizione dei servizi. Dà voce a tutti, limitandosi, naturalmente, ad indagare i campi da cui l’acrostico (oppure no: teatro, ad esempio, potrebbe essere anche televisione, telematica, tecnologia ecc.). Per dirla con Deleuze, satura – elimina – mette tutto. “Siamo come l’erba […] poiché abbiamo soppresso in noi tutto quel che c’impediva di scivolare tra le cose, di crescere nel mezzo delle cose”.

Eppure l’ansia. L’ansia di discussione, di valutazione, talvolta di stralcio e stroncatura.
Processi e mezzi di crescita culturale, questi, che sono validissimi, ma in qualche maniera incongruenti alla realtà stessa della rete, soprattutto quando impongano controllo, ingenua arroganza, una propria, esclusiva visione. Il net-surfer non ha tempo da perdere, non legge tutto, bensì cerca risposte concrete, costruisce il proprio tunnel tra mille possibili, lavora con parole-chiave. Fucine Mute non è Babele. Al contrario, è il sogno della biblioteca di Alessandria, omnicomprensiva, dove c’è tutto e tutto è a disposizione immediata d’un click sul mouse. Il sogno, dunque, colpisce con la forza del raggio di luce improvviso, tra le nuvole che oscurano tutto, col sole che repentinamente occhieggia e che ci abbaglia, quasi accecante: tutti scrivono, tutti hanno riconoscimento, tutti lasciano traccia, e gli archivi di FUCINE MUTE accolgono, donano spazio. Riservano proprietà intellettuale agli scritti, e di contro, chiedono diritto al riconoscimento, almeno come voce e servizio nuovo, quello che per l’appunto, in nome della linea editoriale nuova (che non c’è, avrebbero detto i CCCP di Giovanni Lindo Ferretti), è inedito, non pone sbarramenti, non impone linee culturali, non censura. Centinaia di scrittori, centinaia di giornalisti, centinaia di coscienze. Noi non siamo. Ma disponiamo, mettiamo in ordine, diamo visibilità. Bibliotecari, magazzinieri, petites hordes foureriane, quelle addette ai lavori sudici, ma onorate; nulla più. Non dettiamo contrapposizioni, ma contiguità: accanto al Ghezzi blob-nazionale delle eveline, delle notti su FUORI ORARIO, il signor nessuno. Con eguale dignità, con eguale accoglienza ed immediata, prima, disponibilità. A favore del lettore e dell’autore, anzi: del lettore/autore.

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