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Omnia

Stranamore

Compianto per la morte del cinema

Scrivo l’editoriale, dunque. È compito mio.
Affrontammo, dal 13 al 17 dicembre 1997, il tema de “Il metodo e la follia. Orizzonti della psiche nel cinema di Stanley Kubrick”: il convegno, organizzato dall’Università degli Studi di Trieste, in collaborazione con la S.S.L.M.I.T. (Scuola superiore di lingue moderne per interpreti e traduttori) e La Cappella Underground, faceva parte del complesso di manifestazioni dedicate in tutta Italia al cinema del regista americano. Fu quella l’occasione del primo smarrimento, quasi un presagio di sventura, imbarazzante quanto preoccupante: i film ristampati per l’occasione (a Trieste arrivarono tutti, meno Killer’s Kiss: si veda, a questo proposito, www.cappella.com/kubrick) si persero tra una spedizione e l’altra, nel trasferimento verso la Sicilia. Le preziose pizze di pellicola erano sparite, erano state recapitate per sbaglio chissà dove, o rubate.

Meglio rubate che perse.
Il disperso Antonio Russo, voce di Radio Radicale da Pristina, è scappato con i profughi. Radio B92, la mitica radio degli studenti e dell’opposizione a Milosevic, è chiusa; il suo direttore rimosso. Al suo posto, adesso, c’è un fantoccio.

L’idea del furto ci piacque, la volemmo, ci sembrò la più naturale, la meno offensiva per il lavoro del genio; una di quelle idee, insomma, che contribuiscono a fare il mito dell’artista e il successo dei telegiornali. Rubate, perché desiderate, tanto da dover essere lì con te, oh insoddisfatto cinefilo! Perché “arte”, così come Guernica, o un Jackson Pollock.
Il secondo piccolo smarrimento è venuto qualche giorno fa, perché l’artista ha dovuto porsi, come gli altri, di fronte alla morte. Non è cosa tale da sconvolgerci, intendiamoci: ci pare che l’opera di Kubrick sia incancellabile, “eterna”, e con essa il suo fattore. Ne conseguirebbe che Kubrick è – avverto tutta la banalità dell’affermazione – vivo.
Con la morte dell’artista, tuttavia si delinea sempre la fine della voce d’un superiore intendere e sentire, dell’universale moderno espresso in cinema. La morte, col suo corollario di sofferenza, non fa mai sconti. Come in Orizzonti di Gloria, Full Metal Jacket, Barry Lyndon. Nessuno sconto, neanche al cinema e alla sua storia di fantasmi moderni.
E comunque, non a Milosevic, né a Clinton, né a me.

Si parlò di Kubrick, e del suo cinema, dunque. Di luoghi comuni, aneddotica varia, notizie spicciole. Si diedero interpretazioni (psicologistiche, psicoanalitiche, psichiatriche, cinematografiche, filmologiche, filosofiche). Parlarono (di metodo e di follia, non solo kubrickiani) Longo, Crepet, Gonzo Saba, Bernardi, Gerbino, Dell’Acqua, Codelli (con un singolare intervento “muto”), Farassino, il sottoscritto. Si (ri)videro i capolavori – tutti meno, come ho già detto, Il bacio dell’assassino, i primi corti e naturalmente Fear and Desire – e questa fu la cosa più bella, in occasione della proiezione dei quali fu ressa, pienone, entusiasmo, giovanile e non.

Follia al confine con l’Albania. Dall’inizio degli orrori, 650.000 profughi kosovari in esodo disperato. Fame, sete, malattie.
Se l’invisibile “Stealth” è stato abbattuto, allora noi pubblichiamo la foto dell’invisibile B2, che sembra un tribale, un graffito del Missouri, un boomerang. Un boomerang, appunto. (Ma si può pubblicare quell’immagine?).

L’aspetto del cinema kubrickiano (nel contempo, il più facile e più complesso) da discutere a Trieste fu la mattìa (perché poco si parlò di aspetti metodici). Toccava, per l’appunto, alla città dei matti, di Basaglia, di Marco Cavallo; alla città del disagio più radicato, alla località dove soffia quel vento detto Bora, che rende pazzi; dove il clima è, per certi versi, altrettanto avverso che quello tra le montagne dell’Overlook Hotel, nel film terrorifico di Kubrick che esibisce le morti violente, l’ascia, i fantasmi delle gemelline, le visioni di sangue (meglio: vere e proprie tsunami di sangue), il labirinto e le sue vedute-oltre (l’over-look, la brillantanza, la filastrocca che consente il terrificante contatto medianico: “All work and no play makes Jack a dull boy“): Shining. Tutto questo nella città di Saba, di Edoardo Weiss e della psicoanalisi italiana; nella città che fu luogo di ispirazione e creazione per Rilke e Joyce.

Profughi. Slobo bobo. Wag the dog di Levinson. Arkan il macellaio, e i cetnici.

La follia, come spesso accade nel confrontarsi col genio, fu più semplicemente quella di parlare della sua opera (di Kubrick). La si affrontò, a dir il vero, con qualche sprazzo d’intelligenza critica, e qualche ingessatura accademica, con libertà e non so quale entusiasmo (da parte di certi, poco). Le letture di quel metodo e di quella follia – è mio parere – non scalfirono il nucleo pulsante del pensiero e dell’opera del regista americano. Per questo fu bello l’intervento dell’amico Lorenzo Codelli (di Positif), che si limitò all’illustrazione di alcuni quadri della moglie del regista, Christiane Kubrick. Un contributo umile, e d’effetto (motivo per il quale, con diritto e dovere di citazione, riproponiamo alcune di quelle immagini-quadro all’interno del quadro-immagine dei film del marito, e viceversa). Per questo numero, dunque, sfondo nero, come l’umore.

Neanche al cinema la morte fa mai sconti, e così mi pare di non esagerare nel piangere proprio la fine della storia, prima ancora che dell’uomo che attraverso di essa vive definitivamente. Kubrick aveva già sottratto se stesso alla vita. Si era rinchiuso da tempo nella villa ai margini di Londra. Ha centellinato, lavorato di cesello, controllato, fatto e rifatto, esasperando attori e produttori, distributori, critici e ammiratori in perenne attesa. L’ultimo film non è venuto, non è stato completato. Internet ci dice che sarà sugli schermi americani in giugno o luglio. Forse verrà, ma non sarà nella logica delle sue cose, che voleva perfette, complete, definitive.

Kubrick ha fatto film, anche se tratti sempre da opere letterarie: Nabokov, Clarke, Schnitzler, Burgess, Thackeray King, ecc. .
Di suo rimane definitivamente e solamente l’opera, mai l’autopresentazione o l’autointerpretazione; quasi mai l’intervista (salvo a Ciment, di Positif), se non strappata da qualcuno coi nervi saldi e il cuore forte, col coraggio e l’intelligenza della preparazione e della sensibilità. Come dovrebbe essere in politica, senza che sia.

Scrivo di Kubrick: dal mio punto di vista, quindi, nulla di nuovo, salvo che continuano i bombardamenti a Belgrado. Chirurgici. Eppure guerra. Frankie (Goes to Hollywood) says: no more.
Morte – ancora una volta, sempre – dell’innocenza.
Noia. Della politica europea, russa, balcanica, americana; del nazionalismo putrido (“là dove è un serbo è Serbia”), della vodka che muove l’orso bevitore; del suonatore di sax per stagiste: comunque e soprattutto dell’Europazzia.
Ingerenza umanitaria (Langer)? Ricordandosi del metodo e della follia etnica del Ruanda, dove non s’intervenne e ci furono centinaia di migliaia di morti, torna alla mente Stranamore e la bomba davvero “intelligente”. Quella di celluloide, e solo quella.

Questo voleva essere, però, il compianto della morte di un cinema prima che dell’uomo. Le due cose coincidono: doppiamente, nel caso di Kubrick, perché l’opera – come accade solamente per i giganti – ha avuto il sopravvento sull’uomo, e l’autore è stato sempre “agito” dal suo stesso, personalissimo essere autore. Kubrick è stato il cinema (europeo trasfuso nel cinema americano) e il suo cinema è stato sempre “puro cinema” – mai traduzione cinematografica di opere letterarie – pur nella sua infinita profondità intertestuale. Per il suo cinema-cinema ripenso così a: il volo oltre il tempo e lo spazio (psichedelico e distorto) dell’astronauta Bowman in 2001: Odissea nello spazio; alle scene di gioco e alcova rischiarate al lume di candela in Barry Lyndon; ovviamente al volo sull’atomica di T. J. “King” Kong, in Il Dottor Stranamore, ovvero… Kosovo, Kosovo; oppure ai drughi stupratori con Beethoven, all’ultraviolenza così insignificante, oggi, e alla scena della fucilazione voluta dal generale Macready alla presenza del prete e di Kirk Douglas, in Paths of Glory.

Il Papa vuole andare a Belgrado.

La morte di Kubrick ha segnato anche la fine del cinema della modernità. Nell’epoca sospetta dei postmodernismi, l’immagine detonante propria di questo linguaggio ha segnato la cesura mai istituzionalizzata col cinema narrativo, dei generi e degli stili – perché d’immagine laica si tratta, lontana dalla tivù, da Hollywood e dalla pura affabulazione; perché portatrice dell’etica e del senso autoriale d’uno stile che è sempre stato interpretativo delle cose, ab origine raffinatissimo calco d’un mondo troppo rozzo. Immagini-significato, quelle di Kubrick: sono le ultime del mondo moderno prima dell’avvento della postmodernità televisiva di guerra dove, in assenza di immagini catodiche, non si può fare analisi dei fatti, ma solo propaganda, lotta politica, spettacolo di left-over, di recupero e montaggio d’immagini di magazzino, nella necessità di mostrare comunque qualcosa. Senza televisione non c’è Realtà (e senza dati reali, senza collegamenti, senza servizi Fede è costretto – comunque – a recitare l’urgenza delle sue edizioni speciali); le realtà (quella NATO, quella yugoslava) le fa la televisione.
Comunque: nessun premio Oscar importante per Kubrick (certo sono stato contento per Benigni che giustamente ha intitolato il proprio dolcissimo film – con lieve, ironica amarezza – La vita è bella, ma rimane il fatto che le statuette le danno sempre alla cazzo).

Un mio collaboratore, a proposito della morte di Kubrick, mi dice: “Mah! È la fine di un’epoca”.
A proposito della guerra, non ci sono, ovviamente, pensieri precisi (ovvero, solo paure, rumore bianco, richiami a Nostradamus, scenari apocalittici di fine millennio) salvo che bisognerebbe probabilmente evitarla, e se la si inizia, bisognerebbe almeno “vincerla”: lo dicono Angioni, forse Von Clausewitz, probabilmente Milosevic, e certamente il Dr. Stranamore.
Intanto Pristina non c’è più: ma si vince davvero, una guerra? Fase X, fase 3; navi russe sempre in Mediterraneo.

Da TG, morte della pace, e orizzonti lontanissimi di gloria. Decapitazioni, orrore e saccheggio nei villaggi di etnia albanese; fosse comuni, scudi umani alla Zastava e sui ponti di Belgrado.

Stanley Kubrick is dead.

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