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Omnia

Tre ipotesi per il Postmoderno

Come tutti, ho apprezzato enormemente quanto detto e scritto da Giuseppe Petronio riguardo il Postmoderno e ne ho ricevuto una serie di stimoli: era bellissima quella sua problematica di interrogazioni (l’intervento è pubblicato su Fucine Mute n.4, ndr). Oltretutto il professor Petronio è venuto meno a uno dei caratteri che Lyotard ha legato al Postmoderno: la fine delle grandi narrazioni, dato che invece Petronio ha tentato proprio la grande narrazione. Io colgo il suggerimento e lo seguo su questa strada, e intanto riformulo il titolo della mia conversazione, “Tre ipotesi sul Postmoderno”. Per carità, nulla cambia, non è che di colpo ho deciso di mutare il pacchetto delle osservazioni, riflessioni, esperienze che voglio qui svolgere. Ma, raccogliendo gli stimoli presenti nella ampia introduzione del Professor Petronio, riformulerei il titolo a questo modo: “Due sommosse e una rivoluzione”. Effettivamente due delle tre ipotesi di cui vi vado a parlare sono delle sommosse — per riprendere la battuta di Luigi XVI in dialogo con un suo cortigiano più attento, più intelligente di lui — che implicano una continuità e quindi nulla di drammatico, nessuna rottura, niente di epocale. Esse però, proprio per questo, rinviano a termini precedenti e alla fine noi troviamo la rivoluzione. C’è stata una rivoluzione che è poi quella a cui si è riferito anche Petronio, però io a quella rivoluzione do un significato completamente diverso. per far ciò, devo ricorrere a una grande narrazione, cosa di cui mi scuso con la cara memoria di Lyotard che, purtroppo, qualche mese fa ci ha lasciato.

Parlando delle mie tre ipotesi posso anche fare ricorso a una metafora, a una similitudine presa dal mondo della fisica. Se buttiamo un sasso in uno specchio d’acqua, si compiono degli anelli di rifrazione, c’è un primo anello limitato come circonferenza, però molto netto, molto preciso, poi seguono altri anelli che via via diventano più larghi, ma anche un po’ confusi. Fuori di similitudine e, l’anello preciso ma anche molto limitato è quello che si forma in una data ben precisa: nel 1977 uno storico dell’architettura inglese, Charles Jencks, scrive “The Language of Postmodern architecture”. Se volete un significato preciso, riportabile a fatti, elencabili, dimostrabili eccetera, l’ambito dell’architettura questa possibilità ce la dà, dato che esso allora si trovava in condizioni particolari che non troviamo in altri ambiti dell’arte, della letteratura, della cultura in genere.

Non possiamo dimenticare che l’architettura aveva conosciuto un Movimento Moderno, proprio etichettato così, consistente in una serie di ipotesi e di modelli a cui si erano richiamati i grandi architetti degli anni Venti: da Gropius a Le Corbusier, a Mies Van der Rohe; tutti assieme avevano steso una specie di codice riconoscibilissimo, fondato su un’architettura iperrazionale, iperfunzionale che proponeva alcuni moduli: il parallelepipedo, il grattacielo, l’unità abitativa. Tutto nel nome dell’economia, della funzionalità. Parole d’ordine: l’angolo retto, il cubo, il parallelepipedo, il vetro-cemento, l’abolizione dell’ornamento, la cancellazione completa del passato e della memoria. Era il trionfo di una morfologia che potremmo definire con una abusatissima paroletta inglese, lo “hard”. C’è stata insomma una modernità, o addirittura un Movimento Moderno, dai connotati estremamente precisi, delimitati e quindi era logico che, ad un certo momento, si reagisse a tutto questo rilanciando invece la validità del passato, una sorta di tenerezza verso le memorie, però con uno spirito critico-ironico, questo bisogna sempre ricordare.

Come si fa a definire un architetto postmoderno? È abbastanza semplice. In questo caso è colui che reintroduce l’arco, per esempio, reintroduce i colori, e allora abbiamo quei verde pisello, quei rosa ciclamino, quei giallo limone che connotano gli edifici risalenti a un tale gusto. C’è una tavolozza del postmoderno in architettura, c’è un recupero di elementi storici, c’è insomma la citazione del passato, che fornisce il nocciolo di questo anello preciso, caratterizzato la cui parola d’ordine sembra proprio suonare così: “Citiamo il passato”. Questo senza dubbio è uno dei tratti caratteristici del Postmoderno. Il passato invece, che dover essere distrutto, demonizzato, diventa un serbatoio di elementi, di stilemi che può essere utile recuperare perché viviamo, vivevamo già allora, in una società del benessere, in una società che voleva rilassarsi e quindi non vivere nel culto dell’economia, della funzionalità come era quella di mezzo secolo prima, delle avanguardie pure e dure dei primi del Novecento; era arrivata l’ora di concedersi una distensione e quindi di scoprire che il passato aveva un suo fascino, nel momento in cui il passato ritornava grazie a tutte le immagini rese possibili dall’industria culturale: le dispense illustrate, i videodischi, i cd-rom. Pensate quale enorme serbatoio del passato può essere un videodisco o i cd-rom, che in quel momento non c’erano ancora ma che ben presto sarebbero arrivati. I videodischi però c’erano già, con la loro capacità di contenere entro un limitatissimo diametro tutte le immagini del Louvre. Conviene però precisare che si tratta di immagini pallide, come smaterializzate, con un carattere leggero, soft, il che poi corrisponde ai tratti del Postmoderno in architettura, che sono tratti anch’essi leggeri, persino svenevoli. Tant’è vero che qualcuno ha protestato, ha detto che è un’arte troppo facile, troppo accondiscendente, troppo seducente, immemore delle durezze eroiche delle prime avanguardie storiche.

Questo è un cerchio, un anello di rifrazione molto chiaro, molto preciso, con un’evidente possibilità di trapasso ad altri ambiti, perché anche l’arte stava già muovendosi in tale direzione. E del resto, quando un libro ha successo, vuol dire che coglie le cose che erano già nell’aria. Per esempio anch’io come critico d’arte, assieme ad altri, lavoravo già da tempo in questa prospettiva della citazione, sostenendo che l’artista, negli anni ’70, recuperava le forme del passato, però in una chiave di leggerezza, a sfida con la leggerezza, che questi recuperi del passato ottengono attraverso il trattamento video elettronico e così via. Però, vedete, questa era solo una sommossa, per dirla nei termini di Petronio, non certo una svolta epocale, perché non era la prima volta che questa prospettiva della citazione emergeva lungo il percorso delle avanguardie. Converrà ricordare, che già attorno agli anni Trenta proprio qui in Italia, avevamo avuto una architettura straordinaria di specie citazionista sotto la sponsorizzazione del Fascismo, come d’altronde allora era inevitabile.

D’altra parte il Fascismo sponsorizzava sia quelli che tentavano di ricondursi al Movimento moderno, vedi Terragni per esempio, sia quelli che, magari con omaggio alla romanità così cara al Fascismo, ma anche cogliendo delle possibilità che anch’esse erano nell’aria, riproponevano l’arco, come per esempio Piacentini. Trieste ha dei monumenti bellissimi di questo gusto citazionista che si era già affacciato negli anni Trenta, per il quale uno studioso di architettura di Milano, Fulvio Irace, ha coniato, con piena ragione, l’etichetta del Pre-Postmoderno. Basti pensare al Muzio, grandissimo architetto, morto non tanti anni fa, che ha progettato per esempio il Palazzo dell’Arte a Milano, sede della Triennale, in cui ha inserito benissimo l’arco, in un contesto che però rimaneva funzionale, non oberato sotto gli aspetti frivoli-decorativi, ma improntato a una sobria essenzialità. Quindi, già i nostri anni Trenta riuscivano molto bene in una operazione di combinazione tra alcuni elementi recuperati dal passato, però in un tono che, grossomodo, poteva ancora essere detto di avanguardia in senso molto lato.

Nei primi passi della mia carriera di storico dell’arte, ho partecipato assieme ad altri al revival dell’Art Nouveau, o Liberty che dir si voglia; ecco quindi che alla fine dell’Ottocento avevamo avuto una fase di questo genere, dove l’ornamento, altro che essere vietato, proscritto, cercava di diventare funzionale a sua volta, tant’è vero che la famosa frase di Loos va intesa come un tentativo di esorcizzare l’avanguardia di ieri, cioè Liberty, Art Nouveau, ecc. Il che poi era passato in eredità a Marinetti quando in uno dei suoi manifesti dichiarò la proscrizione della linea “à tourniquet”, considerata futile, o addirittura vomitosa. Marinetti infatti si sintonizzava sulle avanguardie dure che andavano verso l’angolo retto, cercando quindi di eliminare gli andamenti curvi, le sinuosità, la linea a ciclamino, che aveva dato invece tanti capolavori, da Gaudì a Horta. Facendo ancora un passo indietro, come dimenticare che c’era stato il revivalismo? Il termine di revival nasce nell’Inghilterra di fine Settecento — primi dell’Ottocento con il Neogotico; ma anche il Neoclassicismo in fondo era già un revival. Perché sommosse? Perché ognuna di esse rimanda a un passo indietro, cioè non è epocale assolutamente, in questo ha ragione Petronio: Jencks non scopre nulla di nuovo, ma solo il verificarsi di un ulteriore rimbalzo. In proposito si può anche ricordare quel gioco che si fa da ragazzi quando si scaglia un ciottolo piatto su una superficie d’acqua e ci si diverte a vederne i rimbalzi, i “ricochets”, come dicono i francesi.

bar-09.jpg (3826 byte)Dal revivalismo tra fine del Settecento e inizio Ottocento a Charles Jencks, e cioè al Postmoderno patentato, quanti rimbalzi abbiamo visto, anche con la caratteristica principale dei rimbalzi, che all’inizio fanno dei bei balzi in alto e poi diventano sempre più fiacchi, diciamolo pure, più estenuati, infatti l’ultimo rimbalzo è quello del Postmoderno ufficiale di oggi che si è imposto soprattutto nei supermarket. Se c’è una tipologia edilizia in cui il Postmoderno si è affermata, è quella dei supermarket, che hanno tutti ormai timpani, arcate, colonnine. Quindi è vero che il “ricochet” magari estende il suo raggio d’azione, ma si ripresenta sempre con un’altezza minore. Bene, con ciò abbiamo esaurito il primo episodio della sommossa. Secondo episodio. Bisogna fare un passo indietro, perché non è vero che è stato Jencks il primo a lanciare sulla piazza semantica il termine di Postmoderno, bensì cinque anni prima, nel 1971, il già nominato da Schulz Buschhaus stamattina, Ihab Hassan, il quale aveva pubblicato l’ormai famoso ” The Dismemberment of Orpheus. Towards a Postmodern literature”.

Il secondo anello è certamente più largo perché abbraccia la letteratura, un continente tutto sommato più vasto, più popolare rispetto a quello utilissimo, utilitario al massimo, ma specifico, molto settoriale dell’architettura. Come andavano le cose in quel saggio e nella relativa proposta di Postmoderno? Io ho sentito stamattina con molto interesse e anche con molti punti di consenso la relazione di Buschhaus, perché è vero, se noi andiamo a vedere quelle colonnine che mettono a confronto una sfilata di categorie, sulla sinistra quelle che dovrebbero appartenere al Moderno, sulla destra quelle del Postmoderno, c’è da mettersi le mani nei capelli per la grande confusione. Ihab Hassan aveva le idee molto confuse, però tutto sommato io lo difenderei un po’ di più. Certo aveva ragione stamattina Buschhaus quando diceva che quelle erano categorie che appartenevano alla narrativa tradizionale, con ben poco a che fare con la storia delle avanguardie; invece Ihab Hassan voleva tenere i termini Moderno e Postmoderno dentro una storia delle avanguardie, per cui allora potrebbe essere utile, come proponeva il relatore di stamattina, farne una questione di avanguardia e postavanguardia, proprio per evitare il rischio che il confronto avvenga tra un’avanguardia degli anni Sessanta-Settanta e la totalità della letteratura dai tempi di Omero in poi. Però, detto questo, riconosciuto che Ihab Hassan si è mosso in modo molto caotico, ed ha continuato a farlo anche nelle pubblicazioni successive, qualche cosa di valido lo ha pur detto.

Ritengo che Ihab Hassan abbia detto in sostanza, alcuni anni dopo, quello che dicevamo noi, protagonisti della cosiddetta Neoavanguardia italiana, di cui mi vanto di essere stato un esponente: quella che aveva come punto di riferimento la rivista “Il Verri” e che ha dato luogo al Gruppo 63. Penso proprio che noi, allora, abbiamo già fatto la teoria del Postmoderno nell’accezione poi delineata da Hassan. In questi giorni riesco a ripubblicare un mio vecchio libro del ’67 intitolato “L’azione e l’estasi”. Sappiamo tutti che scrivere un libro è cosa abbastanza facile, ma assai più difficile tenerlo invita, perché pende su di noi la “spada di Damocle” del macero se non riusciamo a farlo vendere e l’editore ti manda la letterina in cui ti dice: “Caro autore, siamo spiacenti, ma l’esito delle vendite non è quello che noi e lei speravamo, quindi, o compra le copie rimanenti, o altrimenti le maceriamo”.
Questo, per “L’azione e l’estasi” era già successo, era già scomparso dal catalogo da tempi immemorabili; era stato edito da Feltrinelli, che non ho convinto a ripubblicarlo, ma adesso riesco a ripubblicarlo con una piccola casa editrice molto volonterosa. Naturalmente, come si fa in questi casi, ho steso una nuova Introduzione, trent’anni dopo, in cui mi sono permesso di dire che in quelle pagine, forse, era già abbozzata una teoria del Postmoderno, pur accompagnando l’osservazione con un opportuno punto interrogativo.

Quali sarebbero le caratteristiche di questa avanguardia seconda, o Neoavanguardia, o Postavanguardia, o Postmoderno, rispetto alle grandi avanguardie di Joyce, Proust, Kafka, Svevo, Pirandello, D’Annunzio? Quali le differenze? In qualche modo Ihab Hassan le aveva colte quando diceva che c’è un appiattimento della soggettività. Giuliani, nell’ambito della poesia, aveva sostenuta che la produzione dei Novissimi aveva praticato la riduzione dell’Io, il che non voleva dire che l’Io venisse cancellato, ma che venisse ridotto, perché noi sentivamo che l’oggetto era cresciuto, che l’ambiente, magari già quello massmediologico prodotto dall’industria, era divenuto fortissimo. Questo non voleva dire che l’uomo fosse cancellato, ma certo doveva sapersi fare piccolo piccolo, nuotare, serpeggiare in quella marea montante degli oggetto, e quindi dicevamo che doveva ridursi, ma per resistere. Infatti, paradossalmente, nella misura stessa in cui si riduceva, riusciva anche a estendere i suoi poteri. Io allora ho proposto un termine che, lo ammetto, suonava molto male: ho parlato di una normalizzazione, ma nel senso positivo, perché l’uomo comune, ormai avviato a un destino di massa, faceva sua quella libertà che invece in un Joyce, in un Proust era fiammeggiante. Potremmo dire che da un protagonismo di alcuni eletti che si scontrava con le masse opache, filistee, grigie, benpensanti, si passava a un esercizio di percezioni e di conoscenze che permanevano pur sempre innovative ,ma su una base larga, partecipata, condivisa, e perfino interclassista. Io penso che questi siano attributi validi per caratterizzare una ondata “seconda”. Questa almeno era l’ipotesi che io legavo all’estasi, intendendo per estasi un’epifania normalizzata: quella stessa epifania che era già stata sperimentata addirittura da D’Annunzio, che dunque se non altro per questo merito va lasciato nel fronte delle avanguardie. O più in genere, l’epifania viene scoperta nel clima del Decadentismo, ovvero, secondo i miei computi architettonici, sarebbe stata la seconda ondata, seguita poi dalla terza di Joyce e compagni, e quindi ancora dalla quarta della Neoavanguardia, e infine da una quinta di cui parlava Pischedda.

Per quello che riguarda invece l’altro filone della citazione, io chiudevo quel mio libro di trent’anni fa dedicando un lungo saggio a Raymond Roussel, che ne rappresentava l’esempio più pieno. Chi, nella storia del Novecento, magnificamente ha riscritto delle storie che sembrano addirittura insulse, ricorrendo a un verso da “Corrierino dei Piccoli”, alle rime baciate; chi ha fatto delle operazione che a prima vista sembrano appunto insulse, ipertradizionali, ma che invece sono tutte minate, perché c’è dentro una logica combinatoria, un’intelligenza artificiale straordinaria? Questo è stato Raymond Roussel, che ha agito negli anni Venti, si è ucciso in una camera d’albergo all’Hotel delle Palme di Palermo dove, tra l’altro, noi andavamo a stare nei nostri raduni del gruppo 63 (si andava, in devoto pellegrinaggio, a vedere la camera dove Roussel si era sparato). Quindi, anche per questo verso si è costretti a retrocedere. Ma allora, di indietreggiamento in indietreggiamento, come dimenticare che, se l’architettura ha avuto il revivalismo, anche la narrativa ha conosciuto la stagione del romanzo gotico inglese, o il caso straordinario, per quanto isolato, di un Sade. Questa prospettiva di una letteratura apparentemente facile, basata sulle tinte forti, sul giallo, sul poliziesco, sul nero, è nei cromosomi, è del DNA di un’avanguardia partita almeno due secoli fa.

Adesso vengo finalmente alla rivoluzione, rientrando anche nei termini, nelle interrogazioni che ci si poneva tutti noi stamane, e Petronio in particolar modo. Se ci pensate, è un po’ comico che ci si riunisca per definire il Postmoderno, come se il Moderno sia qualcosa di ampiamente assodato, mentre al contrario è una nozione che non va affatto da sé. “Tot capita, tot sententiae”. Ognuno di noi qui presente ha del Moderno un’idea diversa dagli altri, e allora se è così per il Moderno, a maggior ragione lo sarà anche per il Postmoderno. Come ci si può orientare a proposito del Moderno? Ovviamente ha ragione il Professor Petronio quando dice che Moderno è tutto ciò che succede che avviene oggi, ma non recinge, non definisce nulla, ci vuole qualcosa di più calzante, di più stringente; allora, perché non ricorrere alla saggezza dei manuali che ci dicono che l’età moderna va dal Quattrocento alla fine del Settecento, cioè dalla scoperta dell’America alla Rivoluzione Francese? Dopodiché comincerebbe l’età contemporanea. Quindi tutta questa storia di “ricochets” successivi riguarderebbe la contemporaneità, piuttosto che la modernità. Dichiaro subito che a me va bene così. Noi tutti lavoriamo nell’ambiente accademico ed è una cosa davvero curiosa, se ci pensate, che ogni giorno noi andiamo ad insegnare in aule dove fuori c’è scritto (idealmente, s’intende) “Storia dell’arte moderna”, o “Storia dell’arte contemporanea”, o “Storia della letteratura contemporanea”; il corso di storia ha addirittura un indirizzo moderno che è diverso da un indirizzo contemporaneo. Ma poi quando parliamo tra di noi, questa differenza non esiste e chiamiamo “moderno” quello che ufficialmente, accademicamente viene definito contemporaneo.

Ora, lo diceva Petronio stamattina, le parole sono intercambiabili: cancelliamo moderno, cancelliamo contemporaneo, come volete, ma l’importante è che ci chiariamo le idee, e che si sia ben consapevoli del fatto che la cultura occidentale ha conosciuto due cicli totalmente diversi. Ha conosciuto un ciclo, chiamiamolo moderno, secondo i manuali, altrimenti facciamo un concorso a premi per trovare un altro titolo, che va appunto dalla metà del Quattrocento fino alla fine del Settecento, cioè alla Rivoluzione Francese; dopodiché comincia un ciclo totalmente nuovo. Siccome il termine di contemporaneo è alquanto vacuo, e facilmente confondibile — tra Moderno e Contemporaneo appunto i confini sono incerti — allora chiamiamolo Postmoderno. Ecco la mia modesta promessa, ma epocale, diciamo pure da grande narrazione, non certo da piccola narrazione — anche se nessuno mi ha mai seguito su questa strada — comunque, la mia proposta, provocatoria, è che si chiami tutto il ciclo che va dalla fine del Settecento ad oggi col termine di Postmoderno. Proprio per porre fine a questa storia di sommosse continue, risaliamo a una matrice forte, rintracciabile in quel momento di fine Settecento in cui comincia “tutto quello che conta per noi”. Quella è stata la rottura, la rivoluzione epocale. Lì si è consumata una rivoluzione estrema, che dopo vive di riciclaggi, di “ricochets” fino ad oggi; oggi, quindi, noi saremmo non all’alba del Postmoderno, ma piuttosto in una delle ultime stagioni di un Postmoderno che rimbalza, che ogni volta vola più basso — quindi è vero quel tratto di opacizzazione, di massificazione additato da tanti studiosi — ma che però via via si estende e acquista una diffusione maggiore.

Bene, dopo aver detto tutto questo, vi metterete le mani nei capelli perché penserete: “Ma che assurda questione terminologica!”. No, un momento, qui si affaccia un criterio di fondazione forte che, per me, non può che venire dal materialismo storico, culturale; quindi mi va benissimo che stamattina Petronio abbia ricordato i debiti che abbiamo tutti con Marx. Ve lo dice uno che è stato non-marxista: sapete bene che nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta gli intellettuali italiani italiana erano tutti, pur con varie sfumature, marxisti, e i miei stessi compagni del Gruppo 63 ogni tanto mi processavano considerandomi un reazionario, un borghese. Io ho avuto, ai tempi di Quindici, un processo, con relativa condanna a non poter pubblicare i miei articoli, a meno che non si limitassero all’arte o alla letteratura; ma non dovevo andare “ultra crepidam”. Per Marx dobbiamo ripetere quello che Croce disse del Cristianesimo, perché non possiamo non dirci Cristiani, e allo stesso modo si deve pur dichiarare perché non possiamo non dirci Kantiani, ci sono alcune soglie da cui non si torna indietro: non si torna indietro da Kant e non si torna indietro da Marx, ma solo in quanto grande fondatore del materialismo storico-culturale, non dialettico — non che io abbia nulla contro la dialettica — cioè, in breve qual è stato il limite storico, inevitabile del pensiero marxiano, senza incorrere nel quale Marx sarebbe stato un dio, un profeta, e non uomo, come, ahimé, qualcuno in quegli anni lo vedeva. Egli ha ben compreso il ruolo schiacciante, decisivo della tecnologia dominante nel suo tempo. è stato il grande interprete dell’industrialismo e dei guai, innumerevoli, che questo provocava nella società occidentale. Qualcuno ritiene che il sistema industriale, ai suoi inizi, sia stato e peggiore dello schiavismo: era meglio, era più accettabile in termini di prezzo umano lo schiavismo del mondo antico piuttosto che l’industrialismo quale Marx ha sperimentato; quell’industrialismo e quel connesso capitalismo selvaggio che Marx ha visto con i suoi occhi e al quale ha cercato di rimediare in modo organico. Quello che forse non aveva previsto — non era mica un profeta — era che la tecnologia della macchina non sarebbe stata eterna.

Ecco il punto: cos’è la modernità? La Rivoluzione Francese non apre tempi nuovi, non è epocale, chiude un ciclo. Voi sapete che i matematici parlano del limite interno a una serie e del limite esterno: in termini matematici la Rivoluzione Francese è interna alla serie moderna, quella aperta da tipografie e prospettive che creano l’individuo; quindi l’individuo borghese, proprietario delle sue macchine con le quali esercita un potere economico, riesce finalmente a darsi un pari potere politico grazie alla Rivoluzione Francese, che quindi è il punto più avanzato della borghesia. Cosa succede negli stessi anni? Cosa succede di più importante, di più epocale della Rivoluzione Francese? C’è l’avvento dell’elettromagnetismo, cioè Galvani e Volta, tanto per fare dei nomi che ci sono familiari. Il mio concittadino Luigi Galvani scopre che le rane sono dei condensatori di energia elettrica; Volta, grande scienziato e tecnologo, produce addirittura il primo generatore di corrente elettrica. La corrente elettrica e le sue forme omologhe, perché come la macchina di Gutenberg sta all’Alberti, così le intuizioni, o anche le macchine, gli apparati elettromagnetici di Volta e di Galvani, stanno per esempio a Goethe. Com’è che salta fuori un Goethe a scrive “I dolori del giovane Werther”, subito intuito nella sua importanza ed echeggiato dalle foscoliane “Ultime lettere di Jacopo Ortis”? Nell’una e nell’altra opera troviamo il prototipo del Postmoderno, a livello letterario, perché in entrambi i casi risulta respinta completamente una narrazione in terza persona. L’Io scopre di essere corrente: “stream of consciousness” dirà poi la grande tradizione anglosassone, da William James a Joyce; però, se noi non mettiamo la corrente elettrica come punto di riferimento, non capiamo perché ad un Io diviso, ad un Io chiuso — res cogitans che non riusciva ad intervenire su una res extensa — si sostituisce invece l’idea del flusso. Che in seguito, da qui, ci siano dei rimbalzi successivi, ciò dà luogo, come già si diceva, alle sommosse, ma dentro un unico, grandissimo progetto veramente epocale.

Cosa complica le cose? Io potrei procedere per omologie e mostrarvi come questa idea della corrente elettrica spieghi il flusso di coscienza di Goethe e dell’Ortis di Foscolo,e nella stessa chiave potremmo andarci a leggere William Blake, oppure Leopardi. Qual è stata la novità dell’anno leopardiano appena concluso? Non si sono fatte dotte letture dei canti, ma si è insistito soprattutto sulle prose. Leopardi è stato riconosciuto come grande pensatore. Egli infatti è nello stesso tempo il nostro Goethe, il nostro Schiller, il nostro Schopenhauer. Anche in arte si potrebbero trovare tanti addentellati, tante omologie. Comunque, il fatto divertente è che questo Proto-Postmoderno, se mi permettete di definirlo così, o questa primissima avanguardia, procede su due fronti: da un lato c’è l’idea della coscienza come flusso, anzi dell’inconscio — il povero Werther non controlla quello che vuole, c’è qualcuno in lui che vuole in profondità, al di là delle imposizioni sociali. Ancor più significative “Le affinità elettive” dove un povero marito vorrebbe tanto non tradire la moglie, eppure scopre che ha una pulsione irresistibile, erotica, verso la figliastra: l’ultima persona con cui vorrebbe fare certe cose, ma al cuore non si comanda. In quel momento avviene la grande scoperta che in noi c’è un inconscio, c’è un eros, c’è una corrente di cui non siamo padroni, non la controlliamo. Da una parte, quindi troviamo Goethe, Blake, Leopardi, e dall’altra Sade, e prima ancora, tutto il romanzo gotico che gioca abilmente sugli stereotipi in modo smaccato, senza crederci.

Quindi citazione e corrente di coscienza: questi sono i sue pilastri delle Protoavanguardie, che poi rimbalzano fino ad oggi. A questo punto voi direte: “Questa è una teoria di assoluzione plenaria”. No, non è affatto così. La storia è contraddittoria: le serie non procedono mai informa lineare e continua, la storia “facit saltus”, come sapete. Il fatto è che poco dopo, la modernità si riprende potentemente, perché — e per questo aspetto chi insiste sulla grande importanza della Rivoluzione Francese ha ragione — la borghesia, che aveva già il potere economico, e ora ha raggiunto anche il potere politico-legislativo, non se ne sta certo con le mani in mano, ma è pronta a sfruttare le nuove prospettive aperte dall’arrivo delle macchine. Dobbiamo pur ammettere, infatti, che la protomacchina su cui McLuhan ha costruito l’età moderna, cioè la tipografia, era rimasta isolata. In quel momento, fine Settecento, primi dell’Ottocento, arrivano le macchine che servono per produrre (i telai meccanotessili) e per la locomozione (la locomotiva). Questi sono i due strumenti su cui la borghesia riparte all’attacco, e l’Ottocento sarà il suo secolo: ci sarà quella Rivoluzione Industriale pesante, hard, macchinica, di cui Marx, mettendosi le mani nei capelli, ha visto tutti i disastri impliciti. Naturalmente la tecnologia ha sempre i suoi referenti omologhi: ecco quindi che parte il grande capitolo del Realismo / Naturalismo / Verismo / Impressionismo.

Noi possiamo considerarci fortunati per il fatto di aver avuto, tra la fine del Settecento e i primissimi dell’Ottocento, uno dei maggiori interpreti del moderno, col Manzoni, che infatti è da considerare come il grande fondatore del romanzo moderno, e cioè realista. è un peccato che la letteratura straniera finga di non accorgersene, ma “I Promessi Sposi” costituisce il grande prototipo del romanzo realista, che apre la strada a Balzac: c’è l’asse Manzoni — Balzac — Zola — Verga — Capuana. Questo è l’asse moderno a cui in arte corrispondono Géricault, Delacroix, Courbet fino agli Impressionisti; questo è il mondo della rappresentazione naturalista, dell’arte speculare, fotografica, di fronte a cui i poveri precorrimenti di avanguardie postmoderne si fermano. I timidi vagiti di Blake, Goethe, Foscolo, Leopardi vengono brutalmente interrotti perché allora i tempi sono tali da far vincere le magnifiche sorti progressive, e bisogna aspettare il secondo rimbalzo, cioè il Decandentismo — giustamente Buschhaus stamattina ha parlato del Decadentismo, che sarebbe l’ondata seconda del Postmoderno — così ben rappresentato nel nostro Paese da D’Annunzio e da Pascoli, eccellenti interpreti di quel momento che noi abbiamo il dovere di rivalutare. Ci sarà poi un terzo rimbalzo con Futuristi e Dadaisti. Poi un quarto con Robbe-Grillet e compagni, o in genere con la Neoavanguardia e, probabilmente, l’attuale quinto rimbalzo.

Ho avuto molto piacere quando Pischedda ha parlato dei giovani di oggi, io invece non metterei assolutamente in campo il nome di Sciascia, perché è persona rispettabilissima, però a livello tecnico scriveva dei romanzi tradizionalissimi, allegoricamente pieni di un potenziale etico-illuministico, che però nulla hanno a che fare con questa vicenda postmoderna. Per carità, io non dico che ci debba essere solo la serie postmoderna o delle avanguardie, in parallelo anche la modernità potrà svolgere i suoi temi, così come, se noi ci guardiamo attorno, le macchine sono ancora tra di noi, quando noi mettiamo il naso fuori, siamo assediati dalle automobili, dai treni, dagli aerei. Il mondo della macchina e il mondo moderno sono ancora con noi, però il mondo elettronico sta guadagnando terreno. Nessuno di voi, credo, punterebbe molto sull’avvenire delle macchine, mentre ci riempiamo, forse in eccesso, la bocca di accenni a Internet, all’elettronica in genere, e questo è un trend dimostrabile. Però, il moderno è ancora con noi, anche se mi sembra sempre più debole, soprattutto nel senso prospettico: ha i decenni, forse i secoli, contati; l’elettronica sembra promettere di più, però non lo sappiamo con certezza.

Permettetemi di chiudere con un’osservazione, che magari non c’entra molto, ma è sempre una nuova battuta di un dialogo rispettosissimo e ammirato con Petronio, che vorrei rincuorare, da socialdemocratico impenitente quale sono sempre stato: non è vero che il capitalismo ha vinto — mi sembra che la tesi finale dell’Introduzione di Petronio sia pessimista, perché lui dice: “Signori, qui c’è stata una sola rivoluzione epocale e l’ha fatta la borghesia e da allora non siamo usciti”. No, non è vero, il capitalismo è stato sconfitto prima del socialismo reale, lo dice uno che non è assolutamente sospettabile di alcuna connivenza con le prospettive di socialismo reale e simili. Il capitalismo è fallito nel 1929. Da allora, se non intervenisse il Welfare, gli stati pseudocapitalisti non reggerebbero una sola settimana. Se noi stabilissimo che i padroni di azienda possono licenziare a piacimento, che non c’è più l’assistenza sanitaria semi gratuita, che non c’è la cassa integrazione, verrebbe giù il mondo. Il secolo si chiude, almeno per noi occidentali, con una una ben temperata mescolanza tra capitalismo e socialismo, i due hanno raggiunto una sintesi, o quanto meno una possibilità di coesistenza abbastanza pacifica.

Torniamo un attimo indietro, a riflettere su un aspetto che in effetti conferma l’utilità euristica di questo aggancio delle grandi avanguardie con l’elettromagnetismo. Com’è che tutti gli autori di avanguardia, da Goethe in su, si sono presto dissociati dalla Rivoluzione Francese, l’hanno presto condannata, dopo essersene interessati? Proprio perché hanno compreso ben presto che essa sanciva il trionfo dell’individualismo borghese. Non troverete un solo autore d’avanguardia che sia stato funzionale, organico all’ideologia individual-borghese, parlamentare, rappresentativa: tutti, in un modo o nell’altro, sono stati favorevoli a un afflato comunitario. Perché? Perché l’energia elettrica è comunitaria, il campo elettromagnetico è tale che non si può ragionare per entità divise. L’individuo non è una creazione ontologica, l’uomo non è tale per volere divino: l’uomo, cioè l’individuo borghese, è stato creato da Gutenberg, dalla sua invenzione e da ciò che le si è accompagnato.

Lo stile di vita insito nella grande rivoluzione epocale elettromagnetica, è uno stile comunitario, quindi, da quel momento, tutti i grandi autori dell’avanguardia sono stati favorevoli a un ideale sociale, per non dire socialista, anche quando hanno commesso errori. Questo spiega, per esempio, la ragione per cui i Celine, i Malaparte, i Pound, sono stati con il Fascismo, in quanto appunto per essi si trattava pur sempre di una forma di socialismo pronto a ergersi contro i sistemi che essi avrebbero definito demo-plutocratici, cioè fondati sull’ideologia tipicamente moderna dell’individuo, e dei suoi diritti sanciti dalla Rivoluzione francese, da cui tanta parte dell’umanità, come è ben noto, veniva esclusa.

Il presente articolo è la trascrizione di un intervento tenuto per il convegno: Postmoderno?, tenuto a Trieste il 28 e 29 dicembre 1998 e organizzato dall’Istituto Gramsci F.-V.G. e da La Cappella Underground.

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