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Cinema

Con civile coscienza di fronte allo “scandalo”

“Su tutto è sempre prevalsa l’idea, disperata ma rassegnata, che la propria vita si fosse rimpicciolita: ma che comunque fosse aumentato il piacere di vivere in ragione della materiale diminuzione del futuro”. Sono le parole con le quali Pier Paolo Pasolini chiuse il risvolto del suo libro di poesie Trasumanar e organizzar. Il suo volo dunque è stato interrotto: la sua ansia si è placata soltanto quando la bocca gli si è riempita di terra mentre i suoi occhi si smarrivano davanti a quell’ultimo paesaggio dolorosamente suo. La sua morte non si stacca dalla sua vita com’è per i profeti. E noi dobbiamo accettarne sino in fondo lo scandalo più che con pietà con civile coscienza, perché non venga rimossa e poi affidata alla leggenda più che alla storia.
Pasolini è un grande poeta, è un grande maestro per tutta la nostra cultura. Egli ha accettato di vivere senza requie, con la caparbietà di insegnare sempre, tanto da mostrare senza riserve le sue stesse contraddizioni per indicarne la connessione con quelle ben diversamente aggrovigliate e colpevoli della società e della cultura del nostro Paese.
Nel dolore cocente dobbiamo tenerci stretti al senso completo del suo insegnamento, alla forza delle alle opere, con la lettura e con il confronto storico, senza indulgenza e anche senza gli accomodamenti delle mediazioni del sistema, anche letterario. Le sue contraddizioni e le sue incertezze si dissolveranno insieme col suo timido sorriso infantile e ci resterà una pagina civile e poetica da farci sentire degni della nostra storia più alta anche in questo doloroso tempo.

L’immagine più bella di Pasolini è quella dell’umile Italia, del popolo innocente e percosso, affamato di storia. In questa immagine, vera tanto culturalmente che storicamente, possono essere ritrovate le virtù delle lotte civili più valide di questi ultimi anni. Pasolini ha messo un segno importante tra Paese e istituzioni, tra culture e cultura, tra natura e storia, tra storia e dolore con una ricerca poetica che ha riqualificato in senso civile la nostra letteratura. La sua poesia è popolare perché anche quando la sua voce si leva sola sembra sempre alzarsi da un coro, che appare vivente dietro pronto a riprenderla.
Il lavoro di scrittore e di regista di Pasolini allarga ancora la posizione innocente quasi naturale di un popolo che trepidi nell’attesa, che al margine vigila e anche sconta la repressione barbarica e brutale.
Lo stesso cattolicesimo di Pasolini ha queste implicazioni popolari: conservato da lui come patrimonio prezioso da riscoprire e liberare grado a grado nella consapevolezza delle sue insufficienze anche se nel rimpianto della sua incantata bellezza. Pasolini si è ostinato con uno spirito di provocazione del tutto infantile a trattenere questa immagine materna di grande natura popolare anche con-tro le certezze ormai possibili della ragione, ma soprattutto mirando contro la corruzione insensata che in nome del razionale è stata diffusa dal potere istituito. Una tecnocrazia oligarchica di quelle che proprio oggi vengono auspicate, che non mette in discussione alcun potere non è certo migliore del prolungamento seppure indulgente di uno stato di lunga maturazione culturale prima dell’intervento politico.

Non sono nate la fame di storia del popolo e la sua odierna capacità di egemonizzare la nostra cultura anche dall’aver assunto coscienza di tante di quelle virtù ancestrali o delle umili tradizioni che adesso sembrano inutili? Pasolini denunciava l’ansia che la rivoluzione potesse davvero avvenire come conquista, come un grande risultato critico ottenuto dal basso e non solo come il semplice impossessarsi del potere da parte delle classi oppresse. Ma nessuno di noi, specialmente oggi, può aggiungere qualcosa a Pasolini: la sua completezza e la sua coerenza stanno nello strazio stesso del suo corpo.
Questo tragico sperpero di una vita è così largo che scopre anche tutte le colpe della nostra società e anche quelle celate in ciascuno di noi, anche perché le cose (quelle misere viste alla Tv: il paesaggio, le facce, gli accenti) possono mostrare “… il dolore che è nella schiena della bestia che fugge”.
Proprio la generazione “sfortunata” giovane oggi è quella che perde di più con la scomparsa di Pasolini.

Paolo Volponi

È passato da poco mezzogiorno quando Ninetto Davoli arriva in via Eufrate all’Eur e infila il portone del palazzo dove abita la famiglia di Pasolini. L’attore ritorna dall’idroscalo di Ostia dove, poche ore prima, è stato ritrovato il cadavere del regista. È stato lui l’ultimo degli amici che l’hanno visto sabato sera, ed è toccato a lui, stamane, riconoscere nel povero viso sfigurato i lineamenti di Pasolini —
Davoli ha ancora gli occhi rossi, si stringe nell’impermeabile, cerca di raccontare quanto è successo:
“Stamattina presto — dice — mi ha telefonato la cugina di Pier Paolo, Graziella, che vive con lui e con la madre. Era preoccupata. Mi ha detto che i carabinieri avevano trovato l’automobile rubata a Paolo, ed erano venuti a casa sua alle due di mattina. Ma che di Paolo ancora non si sapeva nulla.
Mi sono precipitato qui, e poi sono andato subito dai carabinieri. Ho chiesto informazioni, notizie, ma nessuno mi ha saputo dire niente. Poi ho sentito che avevano trovato un cadavere a Ostia. Dicevano che non poteva essere quello di Pasolini. Neanche io ci volevo credere, ma ho convinto i carabinieri ad accompagnarmi sul posto. Volevo vedere, accertarmi…”.
Davoli è circondato dai giornalisti che arrivano uno dietro l’altro. Continua il suo racconto: “Ad Ostia mi sono prima fatto portare all’automobile, quella rubata. Quando ho visto che dentro c’erano gli occhiali, ho capito che era successo qualcosa a Paolo; non si separava mai dai suoi occhiali. Poi, quando siamo arrivati all’idroscalo l’ho riconosciuto”.
Qualcuno gli chiede particolari sul riconoscimento, ma Davoli non vuole parlarne. “Che vi devo dire? È una cosa atroce. Non riesco a capire come si possa passare avanti e indietro, con un’auto, sul corpo di un uomo”.
L’attore racconta che spesso Pasolini riceveva telefonate anonime di minaccia, e che periodicamente era costretto a cambiare il numero di telefono. Veniva anche insultato, aggredito per strada, e che lui aveva dovuto difenderlo più di una volta. “Ma quella che ha ucciso Paolo è una violenza diversa, assurda. E pensare che proprio ieri — continua Davoli — siamo andati a cena insieme, a San Lorenzo. Eravamo soltanto lui, io, mia moglie e i miei figli. Abbiamo parlato un po’ di tutto; del lavoro, di una sceneggiatura che gli avevo dato e anche delle polemiche che avevano suscitato i suoi ultimi articoli. Paolo era normale, ma sembrava triste, amareggiato, ripeteva quello che ha detto e scritto negli ultimi tempi. Arrivando alla trattoria, mi ha detto di aver camminato a testa bassa, per non guardare la gente, quasi ne avesse paura. Siamo stati insieme un’oretta, poi se n’è andato, ha detto che aveva da fare, che andava a leggere la mia sceneggiatura. Mi avrebbe dovuto telefonare questa mattina”.
Il racconto di Ninetto Davoli si ferma qui. L’attore si dirige in fretta verso l’ingresso di via Eufrate 9, al quale il portiere fa avvicinare solo gli amici stretti. Qualcuno gli chiede un giudizio, un’impressione su Pasolini: “Non ci sono parole — risponde Davoli — per me non era solo un regista, era un amico, l’uomo più buono che abbia conosciuto”.

L’Unità 3, novembre 1975

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