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Cinema

Pasolini, il caso è chiuso

Un film e una polemica giudiziaria (la centomillesima dell’anno) cercano di riaprire, vent’anni dopo, il “caso Pasolini”. Si vuole sapere se la morte cruenta del poeta sia stata l’opera solitaria di un giovane prostituto di borgata, il famoso Pina la Rana, come le autorità hanno sancito, oppure se dietro l’omicidio ci siano state anche altre persone, e altre intenzioni. Molti tra gli amici di Pasolini, basandosi sulle solite sconcertanti omissioni nell’inchiesta, sospettano addirittura il movente politico: una vendetta fascista contro l’omosessuale, contro il comunista, contro lo scandaloso artefice di una delle più complesse denunce del degrado antropologico della società detta del benessere.
La volontà di far riaprire le indagini (l’Italia ci ha dolorosamente abituato agli occultamenti della verità) è del tutto comprensibile. Ma il rischio è quello di mettere l’accento su di una rivendicazione quasi notarile del significato di una morte che già di per sé, in qualunque circostanza sia avvenuta, ha avuto una lacerante, terribile e a suo modo luminosissima potenza simbolica. Che Pasolini sia stato ucciso dalla furia bestiale di uno dei suoi amori notturni oppure da una “spedizione punitiva” è certo assai rilevante dal punto di vista giudiziario. Ma da troppo tempo il punto di vista giudiziario sembra essere diventato il solo, palpitante luogo dove si distribuiscono le ragioni e i torti, dove si cerca di dare un senso e un nome alle vicende della comunità nazionale.

Bene, la morte “sul campo” di Pasolini, fin dai primi minuti dopo il ritrovamento del suo corpo macellato prima dagli assassini poi dalle rotative, apparve subito a tutti — tranne che hai poveri di spirito, che ghignarono sul “meritato” destino del frocio ucciso da un frocio — un evento da tragedia greca, cioè un accadimento rappresentativo del destino comune di un paese e di una società intera. Colui che giaceva informe sull’egualmente informe litorale romano, massacrato a bastonate come un cane, era quello stesso Pasolini che raccontava la fine del popolo come fine dell’Umano, e la sua sostituzione irrevocabile con una neo-classe mostruosa, immemore, feroce, la piccola borghesia consumatrice.
Era l’uomo che aveva descritto, con una passione intellettuale semplicemente sconvolgente, il passaggio dalla lotta di classe (lotta di valori contro valori, di culture contro culutre) alla ferocia diffusa e insensata di ognuno contro tutti. Salò, il suo ultimo film, aveva portato fino all’intollerabile, fino al patologico, fino all’insostenibile la sua percezione dell’odio e del terrore come soli residui ingredienti del dominio e veri rapporti tra gli uomini: una specie di fascismo metaforico, eternato, grottesco quanto demoniaco, smembratore e torturatore di corpi quanto (e in quanto) negatore di anime.

Questo, di Pasolini, era chiaro a tutti, a chi gli era grato di svolgere questo tormentato, esagerato, offensivo ruolo tragico o lo irrideva. Altrettanto chiaro, quando morì in quella maniera, fu il significato letteralmente testimoniale di quel martirio: tanto che il beffardo “se l’è andata a cercare” che qualche squallido italiano osò pronunciare, poteva in fondo essere fatto proprio anche da chi lo aveva capito e amato. Sì, se l’era andata a cercare, ostinandosi a individuare amore e piacere nello squallore decerebrato di una ormai inesistente plebe romana, inseguendo nei suoi itinerari sessuali la mitologia letteraria dei suoi Ragazzi di vita, proprio lui che ne aveva descritto, soprattutto sul “Corriere della Sera”, la scomparsa. Si disse che era morto per mano di uno dei suoi personaggi. Certo lo squallore e la cruenza della sua fine, se si considera la sua vita, apparvero di una coerenza quasi didascalica, ripeto: un martirio. Seppi la notizia dal telegiornale delle 13 e 30, una domenica di novembre, mentre ero a pranzo da amici. Molti di noi piangevano, tutti rimanemmo sconvolti come raramente mi ricordo mi sia capitato di cogliere, considerando quanto munita fosse già allora la crosta di indifferenza con la quale ci difendevamo dal mondo.
Per quanto mi riguarda (per quanto sento) la morte di Pier Paolo Pasolini è uno degli avvenimenti più significativi e commoventi dei questo secolo.

E giusto o sbagliato fosse il suo populismo, corretta o esagerata la sua percesione del moderno come catastrofe antropologica, credo che nessun intellettuale o artista italiano contemporaneo abbia così fortemente affrontato l’epoca fino a farsene divorare, fino a distruggersi. Per queste ragioni, e per la nostalgia struggente che ho per la sua scrittura acuminata e accesa e perfino per il suo viso e la sua voce, mi chiedo se il vero e grande scandalo sia la sciatta negligenza con la quale si è indagato sulla sua fine, e non piuttosto il fatto che non esista una piazza o una strada o una scuola d’Italia dedicata al suo poeta, vissuto per le sue strade, anzi nel punto indeterminato, annichilente nel quale tutte le strade, perfino quelle di periferia, si interrompono.
Recentemente l’ho rivisto in una vecchia intervista, mentre ripeteva di “non riuscire a scrivere una riga sulla piccola borghesia italiana, né a frequentarla. Per me esistono solo il popolo e gli intellettuali”. La piccola borghesia italiana è diventata, tout court, l’Italia intera, esattamente come Pasolini andava dicendo che sarebbe avvenuto. Anche per lei, molto spiegabilmente, è impossibile frequentare Pasolini.

Da “Cuore — settimanale di resistenza umana”, n. 239 del 9/9/95

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