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Cinema

Povero Cristo

“Coscientemente ho cercato la morte dopo una breve giovinezza, che pure a me pare eterna, essendo l’unica, l’insostituibile che io avessi avuto in sorte. Coscientemente ho rinunciato all’inenarrabile gioia di essere al mondo… ma ho pagato questa rinuncia con uno strazio tale che solo un vivo può comprenderlo”. Queste parole, di trent’anni fa, Pier Paolo Pasolini le scrisse, idealmente, a nome di suo fratello Guido, ucciso il 7 febbraio 1945 nel tragico eccidio di Porzùs, nel Friuli. Le ritrova per me Giuseppe Zigaina, il pittore di Cervignano intimo amico di Pasolini: l’altro giorno, frugando tra le pubblicazioni di quella “Academiuta” (a metà tra scuola dominicale e accademia folclorica) che Pasolini aveva fondato a Casarsa, gli sono capitate sott’occhio: una specie di testamento spirituale vergato, oltre la morte, dalla pietà fraterna. Poi è squillato il telefono con l’annuncio della morte dell’amico, e Zigaina è partito per Roma. Adesso si rigira in mano questa paginetta: “Credo”, dice assorto Zigaina, “che se potesse, dopo la morte, Pier Paolo riscriverebbe le stesse parole per sé”. E mi sottolinea una seconda frase: “Non c’è confronto possibile fra tutto ciò che è di codesta vita e il silenzio terribile della morte…”; e Pasolini è precipitato anche lui nel silenzio terribile della morte, e queste frasi suonano come una straziante, impossibile invocazione alla felicità da parte di uno che era troppo diverso dagli altri. “Ma è mai stato felice, quest’uomo?” chiedo allora a Zigaina e a Nico Naldini, il cugino e l’amico fedelissimo di Pasolini, dall’infanzia ad oggi. Mi rispondono tutti e due, senza esitare: “È stato anche molto felice. Ma poche volte”.

54 anni di vita, la maggior parte dei quali triturati dal rovello di sentirsi respinto e offeso fin nell’attimo in cui la gloria più sembrava arridergli; un’adolescenza spezzata da una tragedia familiare (la morte del fratello, lo strazio della madre, il rancore del padre); una giovinezza difficile; una maturità accidentata dalle polemiche e dai processi, lui che era un uomo così mite e riguardoso. E solo due o tre momenti di grande, totale, solare felicità.
Il primo di quei momenti è il tempo del Friuli, di Casarsa della Delizia, dove si era trasferito, da Bologna, al seguito del padre ufficiale di carriera e della madre maestra. La campagna e i giochi dei ragazzi lungo gli argini; la montagna e le pazze corse con gli sci; la poesia che nasce. È un mondo perfetto dove l’entusiasmo del ragazzo molto dotato si dilata quasi senza costrizioni, trasformando l’innocenza infantile e la scoperta della sessualità nel mito di una paidìa trionfante. Il 7 febbraio 1945 quel mondo s’incrina, ma non si spezza. La morte del fratello Guido è brutale, in un modo che quasi preconizza la morte di Pier Paolo. Membro di una formazione di partigiani “bianchi” del Friuli, Guido è ucciso nello sterminio del comando della “Osoppo” per opera di garibaldini, cioè comunisti, persuasi (a torto) che gli osovani avessero avuto intelligenza col nemico. La morte di Guido è uno strazio: ferito, fugge, cerca scampo in casa d’una donna, è scovato, trasportato altrove in fin di vita e sterminato. Da qui cominciano per il fratello sopravvissuto il calvario e l’apoteosi.

Per una misteriosa rivalsa, Pasolini si avvicina proprio ai comunisti, affascinato da un episodio di lotta di classe dell’immediato dopoguerra: le lotte bracciantili all’epoca del lodo De Gasperi. Al quasi ellenistico idillio originale si sovrappone e si fonde la felicità di sentirsi profeta e vate d’un pezzo di popolo, che si ritrova nella propria lingua e nel proprio orgoglio. Ma l’arcadia, anche sociale, non è possibile. Vigilia delle elezioni del 18 aprile ’48: un ragazzetto confessa al parroco d’aver avuto rapporti sessuali con Pasolini: il prete, violando il segreto del confessionale, corre a raccontarlo a quelli della Dc; i giornali cattolici sbandierano il fatto a prova della protervia comunista. Frettolosamente il Pci locale prende le distanze dallo scomodo poetino. Pasolini ha 28 anni. Fugge a Roma. Due anni di miseria, di umiliazione, di non lavoro o di lavori malpagati. Eppure è il suo secondo periodo di grande felicità. Giorno e notte percorre in lungo e in largo la Roma barocca, e il suo fasto, e la Roma popolare, e la sua triviale e insieme inesauribile fantasia. Una realtà sontuosa e stracciona, gloriosa e bieca; ma Pasolini è un re Mida che trasforma il mondo che tocca.
Il suo eros, la sua forza fisica, la sua gioia di vivere sembrano non avere limitazioni; l’umiliazione del ’48 pare dimenticata. Ma la gloria e i processi che gli arrivano a metà degli anni Cinquanta, con Ragazzi di vita, lo spingono in una “diversità” che più lo imprigiona e più gli sembra oscena, disumana. “Diverso” com’è per costrizione sociale, da questo momento lotterà disperatamente per non rinnegare se stesso. Ma come i suoi “Riccetti” non riescono a uscire dall’adolescenza se non con la morte, così per Pasolini le soluzioni ottimistiche di Una vita violenta (diventare un buon “compagno”) non risolvono nulla.

Il terzo e ultimo momento di felicità è quello della scoperta della sopravvivenza del sottoproletariato nel Terzo mondo, in Arabia, in Africa, e dell’eros panico che ancora vi fiorisce. Ma è una felicità di ritorno. Il ricordo della friulana felicità originaria gli dà l’illusione che l’estremo attimo fosse fatto durare. Ma, anche questo paradiso cambia rapidamente. È il tempo che ormai manca a Pasolini. A metà degli anni Cinquanta Pasolini visitava la realtà 24 ore su 24; nel ’60, come scrisse, vi dedicava l’intero pomeriggio e la notte; nei giorni che hanno preceduto la sua morte, non gli rimaneva, per andare in cerca della sua realtà differente da quella di tutti gli altri, se non qualche ora notturna. A Parigi, il giorno prima di morire, racconta Philippe Bouvard, guardava sempre l’orologio: veniva da Stoccolma, aveva fretta di tornare a Roma. A Roma, quel giorno fatale, ebbe troppi impegni. Quel paio d’ore, tra le 22, quando lasciò Ninetto Davoli e la famiglia, e l’una circa in cui morì, erano un tempo troppo breve per la felicità.

Da “l’Espresso” del 9 novembre 1975: la storia e la personalità di Pier Paolo Pasolini raccontata da Valerio Riva, Cristina Mariotti, Alberto Moravia, Umberto Eco, Giovanni Testori, e dal poeta stesso.

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