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Scrittura

Quattro Pezzi Veneziani

Immagine articolo Fucine Mute

La Camera del Tormento

Fuori gli uomini gemono, intrappolati nella piazza,
sepolti con i piedi all’esterno. In questa stanza
lo strappado ha ascoltato i loro lamenti,
le assi inchiodate sono testimoni delle loro risposte.

È tutto molto semplice: un piedistallo e una corda,
un lungo stelo di agonia appeso alla trave del soffitto,
e l’uomo si accascia, si rompe, farfuglia, ad ogni ora,
                                                    [sia che preghi
di notte o all’uomo della luna.

Quello che volete, signori, vi prego
buttateci mio fratello lì, dietro la tenda,
prendete il mio amico Giovanni Giacomo che se
                                                   [lo merita
per i soldi che mi deve da quindici anni.

Immagine articolo Fucine Mute

Casanova nella sala degli Inquisitori

Gli tolgono via la benda che gli copre gli occhi:
                                                      [parrucche,
rituali di corte, marmo, legno lucidato.
Sotto i piedi le mattonelle bianche e nere
confondono i piedi e disturbano gli occhi.

Ti porteranno attraverso il ripostiglio
alla corda, le scatole rigide sotto il cappio.
Qualcuno ti conosce qui? Qualcuno parlerà?
Di cosa sei accusato?

Amore, credo. L’amore mi ha portato qui
a confessare tutto, a rispondere Si alla ballerina,
Si all’Armena, Si Edurne il cui nome significa neve
E Si strega scura della Calabria.

Ma non è quello che vogliono. Vogliono
i nomi dei miei complici, le mie ricette segrete,
che mi hanno insegnato a suonare così dolcemente
                                            [il mio strumento,
chi mi ha insegnato a sussurrare per far danzare
                                            [i clown?

Immagine articolo Fucine Mute

Sinistra

Frecce impacchettate, ossa nelle loro scatole.
Una testa di lupo con le corna. Maschere, silhoutte,
sempre la faccia dietro la faccia, un’altra maschera.
Pietre bianche nell’erba.
Nella pigna una piccola serpe.
In tutta la città-alveare di sussurri
santi pallidi con aureole metalliche, che si
                                                 [decompongono
nelle loro scatole, braccia sante, gambe sante.

Gira a sinistra, attraverso l’ombra,
il campo della Chiesa di Nostra Signora del
                                                 [Vicolo Cieco,
il giornalaio uno stanzino buio
per tutta la siesta, gli uccelli addormentati,
il libro chiuso, discorsi scolpiti nella pietra.
La città sogna se stessa sulle lente maree,
immagina acqua su cui si possa camminare.

Nel mio sogno incontrai una ragazza che disse
                                                 [Venezia:
significa il posto in cui venire, un sogno per coloro
                                  [che non sognano. Credevo
ci fosse un tempo in cui eravamo uno la stella
                                                 [dell’altro,
amanti fino al torace nell’acqua
che si facevano strada tra le alghe dell’estuario,
cullati nel dondolio del mare, secoli fa,
un’altra vita che non ho mai vissuto e da cui non mi
                                  [sono mai risvegliato.

Poi un lungo grido corse lungo i vicoli,
un cupo segnale tra le salizadas
degli urlatori, generazioni combattevano
sulle piazze, le loro grida cavalcavano il vento
tra le Fondamenta Nuove dalla Città Morta,
come foglie, sussurrando tutte le lacrime, i gemiti,
i lamenti e tutto quello per cui c’era da pregare
nelle ere miserabili: pregare per noi.

Intorno al Ghetto Nuovo,
ripetere la nostra memoria è la tua sola tomba.
Da qui furono presi tutti gli Ebrei di Venezia,
dalla fornace alla fornace.
Questo è un posto maledetto in un paesaggio
di torri pendenti che un giorno crollano,
dove gli uomini si innalzarono dal muto mare per
                                                   [parlare
eppure non dissero molto. Solo gli uccelli marini.

Solo la tromba di una nave desta il pomeriggio,
le frustate delle corde e del metallo mentre il mare
rosicchia il legname. Le barche sfuggono
ai loro ormeggi, scivolano sul luccichio dell’acqua.
Le gondole sono serpi d’acqua, funerei aculei ritorti
                                                     [Veneziani,
di notte l’ombra di un’ombra, chiave di una musica
                                                [di là da venire,
finimenti di fantasmi dei cavalli che sono.

E poi una campana suona la metà della quarta ora
del pomeriggio, il giorno ricomincia,
due uomini giocano a scacchi, una radio irrompe
                                             [improvvisamente
con la musica da ballo, attraverso una persiana aperta
una mano ed una brocca innaffiano i gerani,
da qualche parte un pianoforte si esercita in un pezzo,
dietro le quinte una donna sbadiglia, un uccello in
                                             [gabbia canta,
una voce inglese dice ma questi sono uccelli selvatici.

Immagine articolo Fucine Mute

Il barone si pente

La luce qui. A volte
è cupole e nuvole, a volte acqua,
i remi fendono l’acqua dell’oceano assopito.

Non ho dipinto. Dovunque guardi
è uno studio prospettico,
gli occhi si incantano all’inganno.

Tutti i barcaioli nel pomeriggio si dirigono all’orizzonte,
muovendosi come se danzassero,
le loro parole quasi come una canzone.

Che altro potrei aggiungere: ieri
al tramonto una donna fiera su un ponte
cantava a squarciagola non per soldi ma per amore.

Il vino costa poco. I camerieri
mi ostentano i loro sorrisi ed i loro lucidi deretani neri,
contando le posate durante la siesta.

I/

Ho mangiato tardi e sono tranquillo, a mezzanotte,
mentre faccio la spola tra i riflessi
che rinviano allo stesso sogno: la città

alla deriva sulle sue zattere, le alghe
nel mare luminoso ammorbano l’aria,
i pesci a pancia all’aria e la città affoga infine,
i pali bassi nell’acqua, si aggrappano l’uno all’altro
come rifugiati sulla sabbia, mescolandosi alle canne.

Tanto tempo fa. Ho conservato i diari.
Per il resto, un’intera estate sprecata a Venezia,
tracce di luce da lontano.

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