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Omnia

Sun is shining

Mi si perdoni lo sfogo, e i blob-toni vagamente demenziali, ma non più di tanto, comunque. Andrò, lo dico subito, di pal in frasca. Ma è quello che mi suggerisce il tempo e l’umore oggi, visto che è davvero una bella giornata, questa. Sono improvvisamente, straordinariamente felice. Sono innamorato della vita, dell’amore, delle cose e delle persone belle. Ballo. Canto. Cerco gli amici, che sono amici veri, nonostante tutto. Li saluto, li ringrazio, perché il cuore mi batte forte e solido nel petto. Marley gira divino, immortale, nello splendido remix di Funkstar De Luxe. Le onde del mare triestino, il sole, poi il vento a raffiche, la bora, tra i capelli. D’un tratto m’immagino la più improbabile Jamaica invernale (quasi come il film di qualche anno fa, di cui non ricordo il titolo – fa niente -, quello sull’equipaggio jamaicano di bob a quattro). Comunque, Jah Love, positive vibrations. A Trieste.

Fa freddo, poi caldo. Di questo passo, a Natale andremo sul lungomare barcolano.

Dimentico tutto, oggi, anche l’ultimo amaro boccone Ferrari che mi strozza con regolarità, sempre, da quando si vinse con Jody Sheckter (e per chi come il sottoscritto espone la bandiera col cavallino ad ogni vittoria di Maranello, è francamente troppo poco). Troppo è anche il tempo passato senza vittoria perché non si debba pensare all’invidia degli Dei, dei potenti del circo automobilistico, anche se mi rendo conto che questa è dietrologia che sembra riproporre la proverbiale situazione della volpe che non arriva all’uva, e l’uva, allora, è troppo acerba. Comunque erano altri tempi, quelli, e altri uomini. C’era, a Maranello (dove son stato in pellegrinaggio) l’uomo della passione accecante, sempre con gli occhiali scuri, come quelli dei personaggi dei film di Roger Corman – perché come quei personaggi era capace di vedere oltre, di sognare -. C’era il Drake, non l’uomo di Montezemolo, Luca.

Soprattutto, altri uomini che facevano i piloti: che poi sono quelli che hanno la passione, che fanno quella cosa strana e imprevedibile che chiamiamo storia, nello sport come nella vita. Che erano, nello specifico automobilistico, quelli che litigavano per storie di donne, i canadesi che andavano in giro con una Formula 1 con l’alettone anteriore sollevato, piegato a coprire ogni visuale, senza vederci un fico secco; i francesi che facevano a sportellate a trecento all’ora o gli italiani che morivano decollando tra gli Angelis, in prova, o i francesi d’origine italiana che si disintegravano su un motoscafo, o gli austriaci che prendevano fuoco al Nurburgring; o anche i brasiliani che facevano alleggerire il piantone dello sterzo per essere più veloci, per vincere e che poi andavano a schiantarsi, tragicamente, a Monza. Uomini, non certo computer tedeschi vagamente ipocriti, pur a novanta miliardi a stagione; di quelli che sbagliavano e vincevano – e che pure tragicamente morivano – perché uomini d’eccesso, non di difetto, con il cuore, come direbbe Jerry McGuire.

Altro che party-Mercedes.

Oggi, però, tutto mi sembra amore, libertà, gentilezza, gioventù, impegno. Dunque spalanco facilmente le porte del cuore, e dico cosa penso. Certo, Luna rossa è un bel nome, oltre che una barca magica, veloce, molto veloce. Vincerà. Certo è Prada, e senza pudore, vergogna alcuna. Prada, perché son passati i tempi del “nazionale” privo di sponsor. Oggi m’accorgo d’essere veicolo pubblicitario anch’io (ho etichette esterne su ogni capo di biancheria, e la sciarpa che recita la marca, bella in evidenza, in bianco su lana grigia). Ma come se il tempo non fosse passato – perché non passa più, non come un tempo, appunto, ed eventualmente solo in termini cronometrici, nella prestazione dello scafo e dell’equipaggio; o più normalmente, nei modi consoni e tipici, biologici, privatamente, indifferentemente nella sofferenza, nella gioia o nella tristezza d’ognuno, e soprattutto nell’indifferenza degli altri – faccio un salto indietro agli anni nei quali parlavano i nostri padri, e parlando lottavano, coi loro sbagli, le loro illusioni ma pur sempre con i grandi sogni, con l’ansia del rinnovamento di strutture sociali, politiche, economiche, etiche e di costume, religiose, militari, ecc.

Nella “civiltà” mcluhaniane, quella dell’orecchio prima (quella dei racconti orali, del mito profondo, della simultaneità e dell’armonia dei sensi), e dell’occhio poi (con la scrittura, poi la stampa, con l’avvento della razionalità e dell’introspezione, dell’astrazione, dell’ordine lineare e delle griglie, delle città organizzate, delle nazioni), l’essere umano è mutato. Si è trasformato, e con lui i rapporti sociali ed interpersonali, il mondo, il Tempo e lo Spazio. È cambiata, cioè, la sua percezione dello spazio e del tempo. Con l’avvento dei media elettronici il cambiamento è stato radicale e definitivo, improvvisamente accelerato per un verso, per un altro rallentato nuovamente, quasi fermo, nella fine della storia prevista da Pasolini, che era – lo sappiamo da tempo – depositario di grandi verità. Leggendo Joshua Meyrowitz, invece, è possibile ri-scoprire la ricchezza della gamma di trasformazioni sociali e comportamentali (anche individuali) dovute all’avvento di televisione e computer. McLuhan parlava di prolungamenti del nostro sistema nervoso, intuendo, dicendo e non dicendo, come era solito fare (perché forse non riusciva a leggere ancora con chiarezza un fenomeno per lui tutto in fieri, e per questo motivo Allen lo faceva apparire in Io e Annie a dire personalmente ad un tizio pseudointellettuale in coda al cinema che dei suoi scritti non ha capito niente).

A mio modo di vedere, checché ne dica il carissimo amico e maestro Giuseppe Petronio – esempio inossidabile e fulgido della felicità d’essere e pensare, battersi, viaggiare, scrivere, fierissimo nell’esser saldamente ancorato alla non più solidissima visione marxista della Storia, nello specifico nostro intesa come Era della Borghesia – stanno cambiando le persone, e con l’individuo cambiano le masse, perlomeno quelle occidentali; con esse, a ruota, si trasformeranno anche quelle d’un terzo mondo che oggi galoppa follemente e disastrosamente verso una mostruosa “globalizzazione” televisiva e consumistica che mangia l’anima, che è dettata da noi occidentali, dai potenti, che essenzialmente vuole omologare e omogeneizzare, pur in un falso rispetto delle diversità. Insomma, ha ragione Petronio, qui, a dire che siamo ancora nell’era della Borghesia, che è poi quella delle libertà e delle “diversità meno uguali di altre” accolte, assimilate e digerite, fatte proprie da un sistema economico e politico ipocrita e squalo, e irrispettoso nei confronti soprattutto dei paesi “postcoloniali”.

Il fatto è che comunque le persone stanno cambiando, e con loro la società. Sta cambiando, intendiamoci, il pensiero dei giovani: come accadeva in magnifici fuochi d’artificio trent’anni fa, quand’anche il sistema americano ebbe un sussulto, si trasformò, o cercò di farlo; accadde quando Nixon fu costretto a dimettersi, o quando il Vietnam si fermò. È successo con la caduta (meglio dire: il crollo, politico ed economico) del Muro di Berlino, dieci anni fa. Accadeva – diversamente da oggi – che gli studenti inaugurassero la nuova stagione della trasformazione – che poi magari non c’era, non del tutto almeno -, della contestazione, del rifiuto d’un apparato sentito come stritolante, disumanizzante e illiberale. Erano anni – parlo soprattutto del ’68 – di piazze, di scontri, di irrigimentazione ideologica e politica, ma anche di grandi battaglie e conquiste civili.

Riporta Lorenzo Fuccaro su “Il Corriere” l’intervista a Ferdinando Adornato – a proposito dell’ultima proposta con slogan lanciato dal direttore di “Liberal” – il quale, in conclusione, dice sbarazzino: “Facciamo un ’68 contro il ’68”.

Comodo, penso io… un ’68 diminuito, privato di sé, in contraddizione con se stesso, che ne dite, magari un ’54 travestito da ’68; anzi no! facciamo pure un ’48. Ecco! Proprio così: facciamo un quarantotto , avrà pensato Adornato… Ma a me quella d’Adornato pare battuta tipica del giornalismo televisivo, figlia di quello, anche se su “Liberal”, che è carta stampata. Anche se la proposta, lo slogan, e il resto riguarda il problema “scuola libera”, e il problema scottante della parità tra scuole pubbliche e private. Poi, francamente, mi pare poco importante (ma sembra esiziale ad Adornato) che si registri sulla questione pure “il consenso di Camillo Ruini”, assai contento della proposta di “Liberal”. Ruini, per Adornato, sta evidentemente come l’ipse dixit , di cui, tuttavia, non sentivamo affatto il bisogno (e che, francamente, di questi tempi – tempi di giubileo – pare assai scontato).

La televisione, certo, ha dei meriti indiscutibili; ha alfabetizzato e resi ignorantissimi, comprato e venduto tutto, talvolta pure l’anima (direi soprattutto negli anni ’80); ci ha trascinato nelle sue scelte politiche, ci ha informato così come ha preferito, potuto, dovuto. Ha invaso le nostre case, surdrogandoci di spot, messaggi, miliardi di Maurizi Costanzo con le sue repliche, di Carràmbe, di Frizzi, di Pippi Baudo; di discussioni tra amanti ritrovati, di figli che tornano, d’amici che si odiano; ha esibito freaks da baraccone, informazione telegiornalistica, labbra culi seni silicone, soup opera brasiliane americane italiane, lotto, calcio, estrazioni super, toto, lotteria. Superenalotto. Lotta, altro che lotto! La stampa, colpevolmente, è andata a ruota. Si è adeguata. Ne sono convinto. Basta vedere Panorama, o Espresso.

Questa specie di occhio-bocca, avido pappadaci – mangia e mai taci – che accompagna il nostro quotidiano, che come l’acqua sporca non lascia tracce se non residui, risonanze, immaginette e loghi atti alla coazione a comprare; quest’ idra, che paghiamo pure, che divora coscienze, smussa, altera sentimenti, immaginari, che ci restituisce fantasie proibite di serenità, equilibrio, idillio familiare, agiatezza, piacere, sesso, tempo libero; questa scatola di filtri fotografici, di spottini e coreografie da poco, di sorrisi ricchi, bianchi e fintissimi, ebbene – e lancio la profezia e l’anatema più innaturale – smetterà di contare. Piano piano. Perché è sempre più vuota d’umanità, di verità. Perché arrivano altre forme di comunicazione. Guardatevi Forgotten Silver, cari lettori di Fucine, di quel Peter Jackson che oltre ad essere un barbuto, leggermente obeso e trasandato neozelandese è geniaccio dello splatter, e fa anche politica, col cinema, come d’altro canto fanno gli autori tutti dello splatter.

Come Welles, Jackson ci insegna in Forgotten Silver che non deve bastare più il “lo dice la televisione”, “lo dice la radio”, lo dice Jackson. La storia non può essere disposizione di docuimmagini in (piano)sequenza, o collage della ricostruzione d’archivio – quindi apparentemente realtà reale, non fiction, fatta di documenti “storici” -. La storia, che certo è racconto, non può più essere falsità che diventa verità semplicemente perché ben detta, ben articolata, organizzata, apparecchiata. La storia non può essere né imprecisione, né faciloneria modaiola, né politichese, né bizantineria. E speriamo siano i giovani ad avere la forza per farlo, a fare ciò che mi aspetto, a sancire la giusta punizione, a vendicarsi del così detto “delitto perfetto” televisivo, quello consumato mentre non ci accorgiamo di nulla, ogni giorno, ai nostri danni. Saranno loro a sbarazzarsi col loro personale rifiuto sdegnato del grande, falso Abele catodico (ultimamente, come già dicevo, anche indecorosamente, ipocritamente cattolico: avete visto “Porta a porta”, coll’immarcescibile Bruno Vespa, sull’emergenza-droga dettata dalla storia triste di Yannick, sull’ecstasy di cui sembrano accorgersi tutti solo oggi, e con un pool d’esperti d’occasione da far veramente paura: Don Gelmini, Livia Turco, Barbara Palombelli, Max Pezzali ex 883… Gesù!).

Subire la televisione è spreco. Rinuncia. Talvolta scelta autolesionistica, talvolta passività. Il catodico è l’universo della falsità. Leggo oggi, ad esempio, della tv tedesca che ha trasmesso le immagini choc della marchiatura a fuoco d’una giovane minus habens teutonica, la quale per il gusto dell’esibizione d’una bella cicatrice – ah! Crash! Cronenberg! Orlan! – ha sperimentato anche il giusto collasso in diretta, di fronte alle telecamere, tra la ciccia e la pelle che gli esplodevano baciate dal ferro arroventato a 1200 gradi, col sangue che scorreva dall’ustione e dalla carne sfrigolante (cosa che poi avrebbe orripilato chi ha potuto e voluto assistere televisivamente alla pratica). Si diceva, un tempo, che il trionfo del body artist starebbe proprio nell’estrema sottrazione dell’oggetto e del luogo della performance (quel corpo che spesso è martirizzato in maniera davvero violenta) all’esercizio dell’onnivora vocazione consumistica della nostra società – e tale sottrazione si tentò anche con la pop art, con la serialità, con la merda d’artista, ecc. -. Vocazione e esercizio capaci di rendere obsolete in un batter d’occhio immagini, cose, pensieri e parole, dopo averle sfruttate commercialmente e svuotate dei loro precipui significati.

Ne parlavo con Francesca Alfano Miglietti (FAM), teorica e storica delle “Identità mutanti” (davvero bello e pionieristico il suo libro, pubblicato qualche anno fa da Costa & Nolan sul fenomeno delle problematiche contaminazioni artistiche degli ultimi anni, in particolare quelle sul corpo). Qualche giorno dopo, entrambi smentiti del tutto, potevo vedere sulle reti berlusconiane le immagini degli ultimi spettacoli di Franko B, uno dei più crudeli nel fare della propria pelle e del proprio sangue il materiale della sua arte. Con ciò a dire, dunque: non aspettatevi che la televisione non vada proprio in quella direzione, nella direzione della sofferenza, dell’estremo, o cose di questo genere. Se oggi vi mostra il marchio a fuoco, domani esibirà la testa mozzata, le budella come tiracche e quant’altro, lo snuff. Anzi, già lo fa (perché i “Guinea Pig” piacciono ed interessano sempre di più…).

Detto questo, pronunciato il giusto anatema, siate. Indifferentemente cosa, se incazzati, felici, delusi, tristi. Siate. Innamorati, sconfitti, falliti, indipendentemente dalla televisione. È l’augurio migliore, l’incitamento più forte che possa fare.

Le città imparano dai nemici, non dagli amici,
a costruire mura possenti e a procurarsi navi da guerra.
Questa lezione è la salvezza dei figli, della casa,
del patrimonio.

(Aristofane, Gli uccelli )

Avverto la voglia dei giovani d’essere ciò che non ci si aspetta, variante, scheggia impazzita. Non per stupire, forse per stupirsi. Forse per definirsi al di fuori di steccati che ci vogliono ben inquadrati e soddisfatti, sereni, innocui. Serenase, Tavor, Prozac, sono parole che agli adolescenti dicono più di qualcosa, perché son cantate in varie maniere dai loro idoli musicali (C.S.I., Prozac, Subsonica), talvolta, appunto, il nome stesso delle band dei loro idoli musicali. Un motivo ci sarà.

Ecstasy, ad esempio. A parte che mi ricorda l’incredibile Bo Derek in Bolero Extasy, è droga sintetica che ben brucia il cervello, ed ha un effetto simile ma ben più potente di quella Bo Derek. “Non assumete la droga perché se no andate a finire nel fosso”, cantavano sputtanatori, qualche anno fa, Elio e le storie tese. Il mio caporedattore mi racconta, allo stesso proposito, l’incredibile episodio di quando scrisse, in un tema alle scuole medie, l’immortale sentenza: “La droga piace ai giovani perché la droga è buona” guadagnandosi, va detto a onor del vero e per sollevare da ogni responsabilità il professore d’allora, il pilatesco giudizio: “Discutibile, ma complessivamente buono”. Beata saggezza! (del giovane scrittore, non del docente). La droga è buona: per certi versi è anche così, per parecchie persone certamente. Il fatto è che, senza voler fare del mio caporedattore un novello Leary e delle droghe un pasticcino, certamente la televisione inamidata e falsamente aperta dei vari Vespa, Cucuzza, Fazio, Limiti, Cutugno&Dalla Chiesa&Gilletti ocomediavolosichiama non insegna niente sulle droghe, né dice niente su altre cose. Non può. Non ci riesce. Non informa, non spiega, non diverte, davvero non può. Se il medium è il messaggio, allora il cattivo messaggio è conseguenza spesso del cattivo medium. D’un medium inadatto, per lo più buono a trattare gli stracci, non le perle. In buona sostanza, la televisione mente, elude il problema, invita Gigliola Cinquetti quando parlano due gatti dalle sette vite come Cossiga e Walesa. Ci rincoglionisce di calcio, calcioni, calciatori, liti tra presidenti, mille spot (le star della pedata contro gli alieni, contro i diavoli dell’inferno, per i telefonini, per il recupero anni…), di mercato e trattative; di mogli, mamme, figlie, amanti, amichette, tifose rincitrullite, magari suore e laziali. Anche Bene e Ghezzi hanno scritto di calcio (o anche di calcio, del Brasile, di Romario); ormai si gioca sempre il mercoledì, e il martedì, e il giovedì, il sabato, la domenica, talvolta anche il venerdì (gli anticipi). La coppa, il campionato, la supercoppa, la coppetta, l’anticipo di coppa, il posticipo di coppa, la discussione e il punto sul campionato, di A, B, C. Il processo. La moviola. A notte fonda passano le carrellate più incomprensibili di gol, di partite e omaggia coppie del gol del passato (Galderisi con Gullit? Nordhal con Asprilla?). Ligabue canta la vita da mediano? Fazio lo fa incontrare con Oriali. Insomma, il vuoto spinto, il nulla. Tv e pallonate (e ho giocato a calcio tanto tempo, ma l’ho già detto, erano altri tempi, altro gioco, e altri uomini).

I giovani rinunciano, odiano, amano, si sbattono. Fanno professione d’impegno, o di disimpegno. Cercano, almeno, a loro modo, di diventare uomini; certamente imparano dal loro nemico e sentono, sempre più spesso, che la televisione è il loro nemico. È cambiata – questo è certo – la fruizione dell’elettrodomestico: si cerca MTV e si ascolta Bob e Funkstar De Luxe, ad esempio. Musica, danza, libertà. Ci si scanna con Playstation. Oppure si dialoga, si legge, si impara su Internet TV, dove gli interessi, il canone, la par condicio, Ruini e la pubblicità sono ancora lontani. A momenti anche Bill Gates sembra lontano ma è pia illusione, che le borse smentiscono con forza. Lo schermo (bidimensionale, a distanza costante dagli occhi) segna l’entrata nell’età aptica (ottico-manuale, mouse e selezione iconica, lettura e gesto). Se ne rendano conto i nostri accademici più abbottonati, il fantasma dell’alleniano Marshall McLuhan che è tornato a imperversare, i nostri politici. Anche l’amico Petronio che, d’altro canto, so essere sul punto di aprire un dibattito su computer e ipertesto nelle scuole (il fatto è che non sono molti come lui. Anzi, assai pochi, perché lui, a dispetto della statura, è un gigante e a novant’anni si prepara a confrontarsi con le nuove tecnologie).

Sarebbe tempo, perché SUN is shining, NETSCAPE is shining, e nonostante la condanna, MICROSOFT is shining too. Buona lettura navigazione, ascolto, chattata, ricerca, ecc.

Su Fucine Mute, che a differenza della tele, restituisce voce a chi non ce l’ha (anche a causa dell’influenza che impazza e che ci costringe ad un ritardo nell’uscita, perché ha decimato la redazione).

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