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Fumetto

Ancora fumetti di frontiera: Thomas Ott

Tra i tanti meriti che hanno avuto Jorge Vacca e le sue edizioni Topolin (di cui abbiamo recentemente parlato) uno tra i più importanti è sicuramente quello di aver prodotto l’edizione italiana delle storie di Thomas Ott. Le “opere maledette” che costituivano la maggior parte delle prime proposte di Vacca potevano comunque puntare sul richiamo che esercitano i nomi di autori già conosciuti ed amati in Italia come i Breccia e Vuillemin, e quindi lanciare un giovane autore sconosciuto pur se bravo è una prova di coraggio non solo artistico e civile ma anche imprenditoriale. Di Thomas Ott le edizioni Topolin hanno pubblicato un libro spillato, Benvenuti all’inferno (che raccoglie degli estratti dal volume francese Exit), e una “appendice” al primo fascicolo, Racconti dell’errore, che è però passata quasi inosservata.

Lo stile grafico di Ott, superato un primo impatto che può essere spiazzante, è un vero piacere per gli occhi e coniuga una grande ricercatezza estetica ad un’immediata leggibilità. Tra i soggetti preferiti prevalgono le figure umane grottesche, gli ambienti e gli edifici rigidi, ben squadrati nella forma. Ma ciò che colpisce di più del suo lavoro è la particolare tecnica impiegata per disegnare: le tavole sono delle pagine nere su cui campeggiano tratti bianchi a definire forme e volumi. Quest’effetto “bianco su nero” può essere ottenuto graffiando da un foglio lucido appositamente preparato l’inchiostro che lo ricopre oppure, ed è questo il caso di Ott, applicando della biacca (oppure uno smalto, della china o della tempera) su un foglio nero. L’estrema sottigliezza di alcuni tratti lascia intendere l’uso di qualche strumento particolare o di un’elevatissima confidenza con il pennino e sono ben visibili gli ulteriori passaggi di nero per sostenere o correggere alcune immagini. Un’altra caratteristica inconfondibile di Ott è la sua scelta di non impiegare nei fumetti alcun ballon.

Le sue storie sono interamente mute, eccezion fatta per i titoli (mancano anche le onomatopee) che in alcuni casi sono un’ironica presentazione delle situazioni trattate. L’espediente della sequenza senza dialoghi è vecchia quanto il fumetto (quella senza didascalie un po’ meno) ed ha avuto molti e prestigiosi “frequentatori”: dalla coppia spagnola Segura/Ortiz (una loro breve storia si intitola proprio Silenzio) a quella britannica Moore/Gibbons (Watchmen può venir portato ad esempio anche in questo), dal Blueberry più recente in cui il francese Giraud realizza delle scene di lotta mozzafiato alle Storie Mute degli argentini Trillo e Mandrafina. Gli esempi sono tanti e variegati ma la “sordina” (venga essa scelta per sottolineare la drammaticità di una situazione, per richiamare una comicità elementare o per dar maggior risalto ai virtuosismi del disegnatore) richiede sempre e comunque una grande abilità grafica per essere supportata degnamente. I disegni devono essere chiari e immediatamente comprensibili, i personaggi raffigurati devono essere il massimo dell’espressività ed anche l’organizzazione della tavola richiede una maggior cura. Ebbene, il giovane Thomas Ott soddisfa tutti questi requisiti e raggiunge livelli espressivi e comunicativi degni dei grandi maestri del fumetto.

Se da una parte è innegabile che la caratterizzazione dei volti è solo accennata e affidata a piccoli elementi, dall’altra risulta molto più importante che le facce pressoché anonime dei protagonisti esprimano il più efficacemente possibile le loro emozioni. La feroce e delirante rabbia dell’attivista del Ku Klux Klan in Ten è resa in maniera pirotecnica ed i disegni, da soli, riescono a far capire al lettore quello che probabilmente nessuna didascalia, per quanto lunga o artefatta, potrebbe rendere con tanta chiarezza e vigore. Inoltre decifrare ed assimilare immagini così ben costruite e curate è anche un esercizio molto coinvolgente e stimolante per il lettore. Sul versante opposto, la “recitazione” dei personaggi di Ott emerge anche in situazioni più pacate. Un vero virtuosismo d’espressività applicato a quest’ambito è la penultima vignetta del racconto The Job, in cui il protagonista sorride compiaciuto di fronte ad uno specchio. I pochissimi, praticamente impercettibili, tratteggi che aprono il suo volto ad un sorriso bastano a compendiare tutta la violenta vicenda di sangue che è da poco terminata e ad esprimere la soddisfazione per la sua conclusione e per il macabro salario corrisposto. E quel sorriso così naturale funge anche da efficace contrappunto al racconto surreale di cui è l’epilogo.

Passando agli argomenti preferiti da Ott ed allo stile con cui li tratta, è decisamente preponderante nella sua produzione una particolare forma di racconto che potremmo definire “parabola noir”. Con storie brevi ed incisive Thomas Ott realizza un nutrito campionario di figure e situazioni che esasperano, mettendoli alla berlina, vizi e manie quali la cupidigia, il razzismo o la superbia. Il tutto viene narrato graficamente con uno stile carico di contrasti ed ombre, come si addice al noir, immerso in un’atmosfera oppressiva che rimanda naturalmente ai concetti di peccato e punizione. Queste parabole hanno, come si conviene, una morale ed i protagonisti (senza scendere nello specifico per non rovinare la lettura a chi deve ancora intraprenderla) non riescono mai a raggiungere i loro scopi, finendo invece vittime delle proprie stesse ambizioni. Per poter farsi carico del compito di mostrare ai suoi simili l’impossibilità delle loro aspirazioni, Thomas Ott ricorre ad un sarcasmo spietato e ad un senso dello humour nerissimo senza i quali fronteggiare il rassegnato pessimismo di queste storie sarebbe assai arduo. Non è da tutti sbeffeggiare un aspirante suicida (in Goodbye! Su Benvenuti all’inferno) frustrandone i tentativi per poi concludere nella maniera più catastrofica e assurda la vicenda.
Certo, anche Max Bunker fece qualcosa di simile su Alan Ford col personaggio di De Suicidis, ma l’ambito era decisamente diverso…

Unica storia, fra quelle pubblicate dalle Edizioni Topolin, ad avere una maggiore consistenza (ben 29 tavole, praticamente metà Racconti dell’errore) è The Millionairs che, con la sua continua serie di morti ammazzati, aggiunge a quanto detto sopra praticamente solo la curiosità di vedere come ogni nuovo “concorrente” eliminerà il precedente.
Oltre a queste “parabole noir” Ott realizza anche delle storie di poche tavole o delle semplici vignette (o una serie di vignette ad illustrare un tema comune) che, a causa della breve durata, puntano tutto sull’impatto immediato o sull’effetto dirompente del finale. In alcuni di questi casi abbiamo del testo scritto, che viene preferito per la sua immediatezza all’esecuzione di tavole che introducano le situazioni. D’altronde, l’aggiunta di quelle quattro o cinque tavole indispensabili per chiarire cosa succederà renderebbe meno godibile il “twist ending” (unico fine di queste storie brevi), appesantendo e rallentando la narrazione. Anche qui Ott manifesta il suo gusto per l’orrido ed il grottesco, passando dallo splatter di Massacre Melodies (su Racconti dell’errore) al raffinato sadismo di 10 Ways to kill your husband (su Benvenuti all’inferno).

Ultimo genere cui si dedica Thomas Ott è l’illustrazione, a soggetto libero o ispirata ai classici della letteratura. A questa produzione viene giustamente dedicato uno spazio minore, utilizzando i vari disegni come intermezzo o per abbellire frontespizio, quarta di copertina ed altri “punti strategici”. La ricercata precisione con cui sono tratteggiate queste illustrazioni contrasta fortemente con i macabri soggetti rappresentati: una “tappezzeria” di volti che si fondono fra di loro, un Cristo sadomaso, lo scheletro di due gemelli siamesi uniti alle costole ed alle spalle, ecc…

Complessivamente, Benvenuti all’inferno offre un’ottima panoramica sulla produzione di Ott ed è ben calibrato tra il misticismo di una storia triste come G.O.D ed il sottile e penetrante umorismo di Clean up!. Racconti dell’errore si basa invece interamente sulle bellissime e suggestive storie The Millionairs e Washing day mentre il resto del volume è riempito con materiale di rapida lettura. Unico appunto che si può muovere all’edizione di Vacca è la scelta della carta patinata che,  proprio per la sua raffinatezza, rende i volumi difficili da leggere sotto le sbagliate condizioni di luce e facilmente rovinabili. è infatti quasi impossibile girare le pagine, che sono tutte nere, senza lasciare delle brutte ditate. Per fortuna l’assenza di dialoghi ci risparmia quel brutto lettering al computer che forse ha un po’ penalizzato le storie di Miguel Angel Martin.

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  1. […] da Fanucci col titolo Diavoli di Donne) che, accompagnata dalle quasi duecento illustrazioni di Thomas Ott, raggiunge un ulteriore livello di disperato sarcasmo visto che l’illustratore non si limita a […]

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