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Fumetto

Michele Ginevra

Lucca comics

Contraddizioni del fumetto in Italia

Fabio Bonetti (FB): Che opinione hai delle attuali formule delle fiere del fumetto? In particolare, 
cosa ritieni vada salvato di Lucca (a sinistra un manifesto realizzato da Luca Enoch) e cosa invece andrebbe cambiato o innovato,  e con quale tipo di gestione ed eventuale promozione dell’evento? Il Centro  Fumetto, vista l’esperienza delle passate edizioni, ha una posizione ufficiale  in merito?

Michele Ginevra (MG): Prima di tutto, un breve riepilogo storico. Le prime manifestazioni fumettistiche consistevano soprattutto in raduni per appassionati, la cui attenzione si  concentrava sui fumetti della propria giovinezza. Ma già negli anni ’60  era nato il Salone di Lucca (a Bordighera all’inizio) che poneva il fumetto  in una posizione di studio e valorizzazione. Se provate a consultare i cataloghi lucchesi degli anni ’70 potrete verificare che allora la partecipazione era limitata solo agli editori (e venivano Mondadori, Garzanti e anche editori francesi) e che il numero di giornalisti accreditati era veramente consistente.
Gli anni ’80 hanno visto un crescente successo della formula “editori+antiquari+iniziative culturali”. Grazie al maturare di questo contesto, hanno potuto affermarsi molti autori come Micheluzzi, Giardino, Manara e tanti altri.
Poi, verso la fine degli anni ’80, si è verificata una coincidenza particolare: la crisi strutturale di Lucca Comics e l’irruzione nel mercato italiano dei fumetti nordamericani. Il primo elemento ha condotto Lucca verso un riassetto più commerciale (due edizioni all’anno). Il secondo ha portato con sé la cultura del gadget e dell’intrattenimento puro, quasi completamente svincolato da ogni aspetto narrativo.

Poco dopo sono arrivati i manga. Che hanno conosciuto un successo notevolissimo in quanto presentano contenuti apprezzati dai più giovani e ormai assenti dalla letteratura per ragazzi a fumetti. Anzi! Era ed è assente una vera letteratura per ragazzi a fumetti, perché tra i ’70 e gli ’80 un’area di persone inabili mentalmente ha sancito la fine del fumetto per ragazzi a causa dell’avvento della televisione…
Uno spazio lasciato quasi completamente scoperto e giustamente occupato dai manga.
Viste le premesse, lo scenario attuale appare più che naturale. Oggi abbiamo tre tipi di manifestazioni: 1) le grandi fiere commerciali, come Expocartoon, 
Lucca Comics, Cartoomics; 2) le piccole e medie fiere commerciali, come le varie Quarck, Torino Comics, Padova Fumetto, Reggio Emilia; 3) le manifestazioni 
culturali, dove gli eventi culturali sono nettamente predominanti e il mercato è marginale se non assente, come Fumetti di Frontiera, Acquaviva nei Fumetti, Nuvole a Cremona, Napoli Comicon, Happeningi Underground e tante altre.
Come Centro Fumetto riteniamo che tutte le manifestazioni hanno la loro legittimità. Senza dubbio, rappresenta un suicidio di immani proporzioni il continuo trascurare gli aspetti della fruizione culturale. Sono soprattutto le fiere più grosse a presentare mostre ed eventi poco valorizzati. Per esempio, Lucca ha di positivo la tradizione, la capacità di richiamo e la bellezza della città. Tra gli elementi negativi, la mancanza di progettualità e la scarsa professionalità dell’apparato organizzativo, a parte qualche eccezione. Lucca ha vissuto l’ennesimo momento di crisi. L’impressione è che la nuova gestione affidata a Genovese stia intervenendo per migliorare la professionalità. Attendiamo di conoscere anche i progetti, sperando che abbiano il respiro adeguato.
Come Centro Fumetto, ci permettiamo di invitare Lucca a costruire una manifestazione dove tutto il fumetto sia valorizzato. Lucca ha il nome e quindi ha la possibilità di imporre. Invece, negli anni ’90, Lucca si è lasciata imporre la propria 
linea dal mercato. Un esempio illuminante. Marvel Italia non paga lo stand a Lucca. In cambio, offre le proprie pagine pubblicitarie e calamita a Lucca moltissime persone.
L’accordo è commercialmente ineccepibile, ma le conseguenze sono gravi:

a) ciò che riguarda Marvel ha la precedenza su tutto, in termini di attenzione e di spazi;

b) ciò che assomiglia alla “logica Marvel-Pan” ha spazi analoghi (vedi Star Shop, Pegasus e simili, tutti presenti nell’area editori del Palazzetto);

c) il pubblico non viene più a Lucca per vedere autori o fumetti originali, ma per vedere gli editori e tutto l’apparato promozionale annesso e connesso (vedi presenza Bonelli);

d) tutti gli “altri” ricevono spazi e attenzioni “a scalare”.

Come vedete, Lucca non ha più una linea culturale da anni. Nonostante i tentativi di alcuni dei Direttori Culturali come Luca Boschi, sono stati gli editori e i distributori a disegnare il volto di Lucca. Certamente, ognuno ha fatto il proprio mestiere, però ci ha rimesso il fumetto nel suo complesso. Quello che invece serve è una promozione del fumetto come linguaggio, non come intrattenimento e basta. Se non si capirà questo, ci si limiterà a lucrare sull’effimero. Alla lunga il settore crollerà su se stesso.

FB: L’impressione è che manchi sempre qualcosa perché una fiera venga organizzata con assoluta professionalità, come se non venisse valorizzata appieno l’esperienza degli addetti ai lavori o non si credesse del tutto alla portata dell’evento. 
O quantomeno non si riesce ad organizzare un’adeguata distribuzione delle competenze. La vicenda — Boschi, ad esempio, per quanto ben più complessa, può rientrare in questo discorso?

MG: Boschi ha sicuramente commesso alcuni errori. Il principale è stato quello di venire a patti con chi poi l’ha preso brillantemente in giro. Ma non è un torto di Boschi. Anzi, lui ne esce bene. Il problema è un altro: quali ragioni stanno dietro l’organizzazione di una manifestazione? Se date una risposta a questa domanda, riuscite immediatamente a capire perché i ruoli organizzativi sono coperti da alcune
persone piuttosto che da altre. Noi che ci occupiamo di fumetti diciamo che non c’è abbastanza professionalità, perché, appunto, concentriamo l’attenzione sui fumetti. Ma se pensiamo agli introiti che Lucca ha incamerato in tutti questi anni… be’, qui la professionalità non è mancata di certo. È qui il nodo cruciale. Chi ci guadagna e a quale titolo. Ecco perché la mancata edizione di marzo ha suscitato così tante polemiche. Per noi del mondo del fumetto è stato giusto e ragionevole non farla. Per le categorie commerciali lucchesi è stato un atto grave e irresponsabile.
Lucca potrà risollevarsi quando arriverà qualcuno capace di combinare in modo intelligente tutti gli interessi. È qui che deve esserci la professionalità. 
Perché Lucca deve essere veramente di tutti: sia dei lucchesi, sia degli appassionati di fumetti.

FB: In generale manca in Italia una “educazione all’immagine”, fin dalle scuole, e probabilmente il fumetto, già di per sé scarsamente considerato, 
ne soffre ulteriormente. L’attività del Centro “A. Pazienza” cerca di colmare questa lacuna, ma in generale il mondo del fumetto mi sembra un po’ involuto e forse non si muove abbastanza in questo senso; penso ad esempio al tentativo, non recepito, di Alter Vox di far interagire il fumetto con altre forme espressive, tentativo che, se sostenuto con maggiore incisività, avrebbe potuto lanciare uno sguardo al futuro delle contaminazioni artistiche e restituire al pubblico un’immagine in parte rinnovata del fumetto. Possono essere queste ulteriori cause di uno scarso interesse verso il fumetto come forma espressiva in generale, e verso gli eventi culturali alle fiere?

MG: La tua domanda contiene un’analisi che mi trova perfettamente d’accordo. 
Aggiungo che in Italia, poche persone scelgono di manifestare la propria creatività attraverso il fumetto. Preferiscono la pittura, la computer grafica, il design ecc. Tutte attività di maggior prestigio e che permettono anche di guadagnare e vivere meglio. Invece, in Francia, sono tanti i giovani che scelgono il fumetto, realizzando opere di grande valore. Non dico che la Francia sia un modello da seguire. Però, 
l’Italia avrebbe molti vantaggi da un’innovazione della propria mentalità.

FB: C’è fiducia da parte degli investitori potenziali in un evento come Lucca comics, o siamo ancora indietro rispetto ad altri tipi di manifestazioni culturali? Prima ancora di “crisi delle vendite”, il fumetto non soffre di una “crisi di immagine” che scoraggia gli eventuali sponsor? Sei d’accordo con chi propone la gestione dell’aspetto promozionale ad esperiti della comunicazione e del marketing?

MG: Molto bene. Questa domanda è perfetta per rispondere a chi dice che le manifestazioni attuali devono cercare il grosso pubblico e non devono essere per pochi eletti, patiti del fumetto “artistico”. 
Queste persone devono letteralmente ficcarsi nel cervello il seguente concetto: sino a quando il fumetto non sarà considerato qualcosa di prestigioso i grossi sponsor ve li potete scordare. Nella situazione attuale non so neanche se potrebbe bastare l’apporto di esperti di marketing. Il problema è più profondo. Occorre un approccio globale.

Immagine articolo Fucine MuteFB: A tal proposito, quali nuove figure, se ritieni doverosa un’innovazione in questo senso, dovrebbero essere affiancate a quelle degli organizzatori  tradizionali?

MG: Penso ad uno staff che comprenda: un direttore generale, un responsabile organizzativo, un consulente culturale (o un gruppo di consulenti culturali), un esperto di marketing, un’agenzia pubblicitaria, un ufficio stampa, un’agenzia che si occupi dell’ospitalità. A questa struttura si possono poi aggiungere eventuali altri collaboratori per iniziative specifiche. Ma oltre alle figure devono anche esserci procedure diverse. Per esempio, procedure di verifica dei risultati conseguiti. 
Insomma, ci sarebbe molto da fare…

FB: Ricollegandoci alla terza domanda, e fermo restando che uno studio della comunicazione visiva dovrebbe essere parte integrante, e a pieno diritto, 
dei programmi scolastici, il mondo accademico si è attivato da tempo sulle tematiche riguardanti il fumetto. Dal tuo punto di vista, siamo a buon punto o ancora indietro rispetto ad altri Paesi? È possibile o quantomeno auspicabile un apporto più deciso da parte degli studiosi anche per l’ambito fieristico, accanto alle esigenze più strettamente commerciali della fiera stessa, così come una maggiore formazione o competenza critica di chi interviene ai dibattiti?

MG: L’Università sottovaluta ancora molto i fumetti. Però sono aumentate esponenzialmente le tesi di laurea su argomenti connessi al fumetto. Il problema è che poi NESSUNA ORGANIZZAZIONE FIERISTICA utilizza queste persone e dà loro occasioni per andare avanti a occuparsi di fumetti. Anche perché i laureati non riescono ad avere rapporti con le fiere e viceversa, salvo le solite eccezioni. Le fiere preferiscono appaltare le proprie iniziative culturali a chi dà garanzie sulla reperibilità delle tavole originali. Come poi queste siano assemblate ed esposte è aspetto ritenuto marginale. Peccato. Comunque, noi cerchiamo di coinvolgere queste competenze, innanzitutto chiamando questi ragazzi a collaborare con Schizzo “Idee”. Ma in futuro cercheremo di attivare anche progetti più impegnativi.

FB: Forse — correggimi se sbaglio — Expocartoon è rivolto ad un pubblico più vasto, non solo di appassionati ed esperti. È questa una possibile strada da seguire anche in altre fiere per conferire maggiore visibilità al fumetto o, per come stanno le cose, iniziative analoghe porterebbero il grande pubblico verso la fetta ristretta dei prodotti più noti?

MG: Expocartoon non è più una fiera del fumetto, ma un luna park dell’intrattenimento, giunto ad un livello tale da risultare troppo onerosa per gli editori medio piccoli. Pensate! Una fiera del fumetto con 70.000 ingressi che riesce a non essere conveniente per chi di mestiere edita fumetti!!! E non mi riferisco ad editori “strambi”, ma ad etichette come Kappa Edizioni, Punto Zero, Magic Press, Mare Nero, Macchia Nera, Black Velvet, Rasputin!Libri, Bande Dessinée, Phoenix… Non so se vi rendete conto! E l’occasionale contemporaneità della Fiera del Libro per Ragazzi di Bologna non è certo una scusante. Anzi, il contrario.
Non ce l’ho con Expocartoon. Se chi la organizza ci guadagna, buon per lui. 
Ma non definiamola una manifestazione sul fumetto…

FB: La domanda del secolo: perché non si vende e, a monte, si legge di meno? 
Ovvero, perché fumetterie e fiere devono ripiegare su manga e giochi di ruolo? Si legge meno e lo sappiamo, ma questo non può essere sempre addotto a scusante: come vanno distribuite le responsabilità di questa situazione a tuo parere?

MG: Sono dieci anni che il mercato del libro per ragazzi è in espansione. Quindi, innanzitutto, non è vero che si legge di meno. Probabilmente, si è allargata la forbice tra chi legge e chi non legge. Sicuramente si leggono meno fumetti. 
Una parte dei ragazzi non toccano più i giornalini. E i nuovi lettori adulti sono comunque troppo pochi per compensare le perdite accusate tra i lettori più giovani.
La risposta è sempre la solita: solo se pensiamo al fumetto come un linguaggio siamo in grado di proporlo ad ogni tipo di pubblico. Diversamente, andiamo avanti a farci del male…

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