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Cinema

Klaus Kinsky: guardando il diavolo negli occhi

Lagunitas (San Francisco) primavera 1991. Klaus Kinski, diavolo ribelle del cinema internazionale, ha scelto questa villa circondata dal verde come “buen retiro”, ed ha deciso di viverci completamente solo.

Qui viene rinvenuto cadavere, riverso sul pavimento di cucina, da una cameriera filippina assunta ad ore: la fine, dimessa e silenziosa, di un uomo che ha sempre scelto di urlare, di esporsi, di fare rumore, icona prepotente del jet set.

Quando nei primi anni Ottanta uscì la sua invereconda autobiografia, provocatoriamente intitolata “I need love”, in cui l’attore insinuava una relazione incestuosa con la figlia Nastassja, l’effetto-vespaio fu allucinante e quasi tutta la stampa internazionale si accanì contro il protagonista di “Aguirre furore di dio”.

Certo, non si era fatto mai voler bene, in vita, il biondo Klaus… Nato a Zoppol (Polonia) da genitori russo-tedeschi, Kinski aveva fin da giovane seguito la sua irrefrenabile vocazione al nomadismo: irrequieto, anarchico, ribelle ed insofferente, praticò mille mestieri per mantenersi, e poco più che venticinquenne si stabilì in Germania.

Prima che il cinema, fu il teatro ad attirarlo; incapace di applicarsi con metodo ad una determinata disciplina, ma sorretto da un talento selvaggio, d’acciaio, Kinski stupì il pubblico teutonico con una surreale versione della “Voce umana” di Jean Cocteau, recitato in abiti muliebri: uno spettacolo, a detta di chi c’era, indimenticabile.

Eppure, sollecitato sull’argomento in una delle poche interviste concesse, Kinski fu categorico: “Abbandonai il palcoscenico perché il teatro ti fa crepare, recitare sera dopo sera mi dissanguava, e io non avevo intenzione di morire per il teatro…”
Nel frattempo si era avvicinato al cinema, interpretando alcuni minuscoli ruoli (tra l’altro è riconoscibile, nei panni di una guardia miliziana, anche nel superclassico “Dottor Zivago” di David Lean, 1956), ma la mancanza di buoni ingaggi lo indusse a ritornare a Monaco di Baviera.

Proprio a Monaco, agli inizi degli Anni Sessanta, una grossa compagnia cinematografica stava lavorando ad un ciclo di “gialli” tratti dalle opere dello scrittore Edgar Wallace: intrecci polizieschi intinti di trovate macabre, generalmente diretti dal mestierante Alfred Vohrer.

Klaus Kinski, con le sue fattezze sinistre, ambigue, ebbe subito tutti i ruoli di ricattatore, criminale, maniaco sessuale.

In effetti, ricostruire la filmografia di Kinski significa addentrarsi nell’inferno del cinema di genere mondiale: passò moltissima acqua sotto i ponti, insomma, prima dell’arrivo “autorale” di Werner Herzog.

A proposito di quei primi anni teutonici, ma in generale di tutta la sua attività in produzioni di serie B (in Spagna, Italia, Belgio, Brasile) Kinski ha più volte ribadito, con il classico mefistofelico sorriso che gli era congeniale: “Ho recitato quasi sempre in pellicole terrificanti, fregandomene dei contenuti artistici, badando solo a quanto mi pagavano…”

Arrivò in Italia, nel 1966, chiamato da Sergio Leone, che lo volle in “Per un pugno di dollari”: e fu l’inizio di un sodalizio fruttuoso con il genere “spaghetti western”. Indimenticabile in “Black killer” (1971) di Demofilo Fidani, nei panni di un assassino psicopatico, fu presente in almeno altre dieci pellicole di questo prolificissimo sottofilone.

Pasquale Squitieri, che lo ebbe protagonista nel 1971 del suo “La vendetta è un piatto che si serve freddo”, western sociale non esente da qualità, fornisce una significativa testimonianza su Kinsky: “Era un personaggio allucinante, ricordo la roulotte ove si barricava una volta finite le scene che gli competevano: completamente avviluppata da drappi neri e candele anch’esse nere… gli altri attori temevano di avvicinarsi a lui…”

In quel periodo iniziano le cronache dei suoi attacchi d’ira, delle liti furibonde sul set, che rappresenteranno fino alla fine il tratto distintivo del suo conturbante personaggio. Altrove, fu esemplarmente gentile, perfino squisito: come quando accettò un compenso molto basso per permettere al regista Fernando Di Leo di terminare il suo horror d’ambiente clinico “La bestia uccide a sangue freddo”(1971), dove recitava nel ruolo di un misterioso primario. Era ormai “italiano d’adozione”, visto che aveva preso casa a Roma, dimenticando il periodo tedesco e dedicandosi a una moltitudine di ruoli “sopra le righe”: di folle, di esaltato, di irregolare. Ricordo un suggestivo film di fantascienza nostrano, “Le orme”(Luigi Bazzoni, 1975) dove Florinda Bolkan è una traduttrice ossessionata da incubi che le “trasmettono” immagini dello Sbarco sulla Luna.
Kinsky, nei panni di un comandante dello spazio dai tratti robotici, è straordinariamente funzionale. Intanto, nel 1974, si apriva per l’attore polacco la porta principale del cinema “colto”, togato, di serie A.

Klaus Kinsky venne scelto, infatti, come protagonista di “Aguirre, furore di Dio”(1974),demoniaco colonizzatore avvezzo ai bagni di sangue.
Il film, dalle forti reminiscenze epiche e simboliche, segnò l’incontro di due personalità completamente antitetiche, quello tra il regista Werner Herzog, intellettuale e posato, e l’attore imparentato con Satana, smodato ed eccessivo in ogni sua azione. Il soffertissimo sodalizio durerà a lungo, partorendo alcune pellicole ormai entrate di diritto nella storia del cinema. Riprendendo un classico intoccabile come il “Nosferatu” di Murnau, Werner Herzog compose un balletto goticomacabro di proporzioni titaniche, con alcune sequenze di fantasmagorico potere evocativo, come l’inizio con l’allucinante parata di cadaveri mummificati delle Valli del Messico, o la Peste sulle navi infestate senza pietà. Kinsky, in redingote nera e con il cranio completamente rasato, crea il suo personaggio più drammatico, esprimendo più che l’orrore la dannazione di chi è condannato alla vita eterna: più che Dracula, più che i vampiri, il suo personaggio rivela una spaventosa (questa sì) voragine esistenziale.

Africa,1986: chi fa parte della troupe del film “Cobra Verde”, diretto da Herzog e interpretato da Klaus Kinsky, implora i santi per un velocissimo ritorno a casa. Sotto un sole rovente, accecati dal calore e dalle intemperanze di Kinsky, solo chi è provvisto di un incommensurabile amore per il cinema può resistere, e di se stessi.

Immagine articolo Fucine MuteKinsky ne ha già combinate parecchie delle sue, facendo fuggire a gambe levate un bravissimo direttore della fotografia, e pretendendo uno yogurt alla fragola ogni mattina, o urlando invasato per un bottone mal attaccato. Herzog testimonia: “Lavorare con lui significa operare similarmente a quei pazienti documentaristi che fanno la posta, per ore, alle belve nella Savana: bisogna nascondersi tra i cespugli, e aspettare che vadano alla fonte, a bere, per poterli riprendere…”

Solo quando, dicono le cronache, un eminente politico spiegò a Kinsky l’importanza culturale e sociale che la buona e fattiva realizzazione di quel film avrebbe rappresentato per il popolo africano, Kinsky depose le armi, e dal giorno seguente non proferì più alcuna parola contro nessuno… Herzog aveva scelto l’interprete polacco altre due volte, nel 1978 per “Woyzeck”, gioco di bravura drammatica tra Kinsky e la teatrale Eva Mattes, e nel 1982 per “Fitzcarraldo”, sogno visionario di un pazzo melomane che vuole portare la musica di Enrico Caruso nella giungla.

Furono esperienze importanti per il cinema europeo, che attraverso questa coppia artistica eccentricamente assortita recuperò suggestioni culturali che parevano sopite. Eppure, durante la preparazione del suo primo e unico film come regista, “Paganini Kinsky”, l’attore fu incredibilmente spietato con il suo mèntore”: “Non condivido nulla con Herzog, neppure l’idea del cinema; ha cercato di ammazzarmi sul set più di una volta, ma non c’è mai riuscito…”
Nonostante questi aspetti poco edificanti, che fecero la gioia delle cronache rosanere, rimane senz’altro vivo il robusto lavoro artistico di una così eterogenea coppia, incapace di organizzare una convivenza civile ma impareggiabile sotto il profilo professionale.

Immagine articolo Fucine MuteRecentemente, per la cronaca, Herzog ha gettato un po’ di acqua sul fuoco con la realizzazione di un documentario, “Il mio migliore nemico”, in cui viene illustrato questo controverso legame, le reciproche isterie e i momenti di comune esaltazione cinematografica.
A me personalmente continua a piacere e sorprendere il Kinsky scarmigliato e tormentato de “Nella stretta morsa del ragno”(1971) di Antonio Margheriti, dove l’attore impersona Edgar Allan Poe in un mirabile esempio di horror gotico all’italiana, remake di un classico in bianco e nero dello stesso regista, “Danza macabra”: quindici minuti di ruolo, preziosi e indimenticabili.
Nel 1981 lo volle Billy Wilder per il suo “Buddy, Buddy”, a fianco di Walter Matthau: si trattava di caratterizzare un medico tedesco pasticcione e sessuomane, e l’attore se la cavò egregiamente anche in un ruolo comico. Poi tante e tante altre esperienze, in bilico tra ciarpame inguardabile e cinema d’autore: le stesse coordinate divergenti di sempre, le stesse notti eccessive e ribelli pronte ad essere relazionate sui tabloid la mattina dopo.

Pure, negli ultimi anni così dolorosi e confusi, ebbe modo di dimostrare ancora la sua unicità dirigendo il già citato “Paganini Kinsky.”
“Paganini mi assomiglia” disse ad una giornalista italiana, “mi riconosco nel suo spirito anarcoide, senza sovrastrutture. Il film l’ho girato in preda ad una specie di febbre, di delirio, con la camera a mano su e giù per l’Italia; quando mi prendeva la smania dovevo girare, assolutamente, è stata a tutti gli effetti un’esperienza metafisica, anche se gli infami scribacchini suoi colleghi hanno trovato il modo di sfottermi, di svillaneggiarmi anche su questo”.

Visse peggio del solito i rapporti con il jet- set nell’ultimo periodo, quello contrassegnato dalla relazione con l’allora adolescente Deborah Caprioglio, che lui detestava veder fotografata sui magazine rosa in compagnia di altre persone. “Ad un giornalista che mi definiva uomo dai mille volti risposi: sciocco, perché mi credi così limitato?”. Fu questa una delle sue ultime uscite prima della scomparsa.

Dopo la morte, si parlò ancora di lui, tristemente, per la presa di posizione degli abitanti di Zoppol, il paese natale, che insorsero contro l’idea di intitolare una strada al loro illustre concittadino: considerandolo un “depravato”, ribadirono ancora una volta i sentimenti contrastanti che questo artista atipico e scomodo era in grado di suscitare. 
Eppure, come recitava la sua autobiografia, lui aveva “soltanto bisogno d’amore….”.

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