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Un bacio in maschera. La storia dei Kiss

Sembravano finiti. Inesorabilmente sorpassati. Sepolti dal ricordo del proprio make-up, o da quello ancora più malinconico dei “giorni smascherati”, quando la loro forza eversiva pareva svanita, come il Sansone della leggenda, annientato senza la sua chioma.

Icone scintillanti solo nella memoria di chi li ha amati (e stiamo numericamente parlando, comunque, di moltitudini) i Kiss hanno evidentemente provato un brivido di nostalgia più violento degli altri, quella sera del 1995 a New York, quando per la MTV americana si ricomposero nella formazione originale (Gene Simmons, Paul Stanley, Ace Frehley, Peter Criss).

Si trattava di un’operazione sofferta, estemporanea e lungamente agognata dai fan, che giungeva come colpo di scena dopo anni di incomprensioni e ingiurie a distanza: privi di trucco, inevitabilmente invecchiati ma tutti e quattro assieme, ripercorsero in chiave acustica (o unplugged che dir si voglia) molti dei loro cavalli di battaglia.

Nacque lì, in quella sede, dall’emozione loro e dello (scelto) pubblico presente, l’idea della “reunion”, che tanto pervicacemente avevano rifiutato per anni, quando ai transfughi Peter Criss e Ace Frehley si erano sostituiti onesti comprimari come il compianto Eric Carr, Vinnie Vincent, Mark Saint John, e i più “resistenti” Eric Singer ed Bruce Kulick.

Ricostruire la loro avventurosa storia, il cammino che li portò dalle fredde cantine di Brooklyn alle migliaia e migliaia di persone dei raduni al Los Angeles Forum, significa dare legittimazione al proverbio “volere é potere”.

Gene Simmons (all’anagrafe Eugene Klein, Israele 25 agosto 1949) e Paul Stanley (Stanley Eisen, New York 20 gennaio 1952) si conobbero militando nelle file di una sanguigna formazione rock, i Wicked Lester.

Li univa la provenienza, non certo abbiente, e il prepotente desiderio di “guardare al di là del proprio naso”, di emanciparsi attraverso la propria musica, che fino a poco prima avevano vissuto unicamente nella veste di “utenti”.

Tramite il classico sistema dell’annuncio sui quotidiani locali, Simmons e Stanley entrarono in contatto con un batterista taciturno d’origine italiana, Peter Criss (Peter Criscuola, New York 20 dicembre 1945), proveniente dalla formazione blues dei Barracuda, e con un autentico funambolo della chitarra, Ace Frehley (Paul Daniel Frehley, New York 27 aprile 1951) ambedue alla ricerca di un posto al sole nel complicato mondo del rock.

Scelsero un nome corto e facilmente memorizzabile, Kiss, e da allora in avanti si parlerà di loro come della “Band del Bacio”.

Scegliere il trucco come mero espediente scenico, non quindi come esemplificazione di un’ambiguità sessuale intimamente vissuta, non era atteggiamento facile da digerire, soprattutto a livello massmediologico.

Quasi tutta la critica, all’inizio, fu contro di loro, contro gli incredibili zatteroni di Gene Simmons, capace di sputare fuoco e sangue in scena, contro il loro rock aspro e sessista, di cui si è ostinatamente voluta ignorare la valenza ironica, sarcastica, irriverente ma con aperto senso del paradosso.

Realizzarono il primo disco nel 1973, e nacque in questo modo l’oltraggiosa corrente artistica del “Glam rock”, il rock travestito.

Scandalizzare, turbare, stuzzicare il pubblico nel proprio perbenismo e nelle proprie (in) sicurezze: gioco sul filo del rasoio che coinvolse tanti, da Ian Dury ad Alice Cooper, dalle New York Dolls a Iggy Pop.

All’epoca ci si accaniva a martirizzare questi personaggi: “Fareste uscire vostra figlia con qualcuno di questi figuri?” era un incipit frequente sui magazines musicali.

I Kiss, considerati dei perfetti buffoni, vendettero così tante copie dell’album d’esordio da pubblicare già verso la fine di quel fatidico 1973 il successore: “Hotter than hell”.

Più caldo dell’inferno divenne una filosofia di vita per il gruppo, che calcava palcoscenici incandescenti che rappresentavano l’incubo ad occhi aperti del servizio di sicurezza, costretto a contorsionismi d’ogni genere per preservare l’incolumità del pubblico.

Musicalmente il gruppo si emancipò presto dal rock aggressivo e schematico degli esordi, a favore di più poliedriche ricerche armoniche: un brano quale “Watchin’ you”nel suo inquietante incedere dark è solo un esempio tra i tanti.

Con solo due dischi (seppure di largo consenso popolare sul suolo statunitense) i Kiss si permisero nel 1975 un lusso che generalmente arriva molto più avanti nella carriera di un artista: la pubblicazione di un doppio album live.

“Alive” rimane a tutt’oggi un disco storico, epocale: disegna e designa gli Anni Settanta musicali Made in Usa a chi non c’era, come la bianca giacca di John Travolta nella “Febbre del sabato sera” o il pianoforte miracolato di Billy Joel di “Just the way you are” e “Honesty”.

Pensate un po’: i due entusiasti teen-agers raffigurati nella quarta di copertina di “Alive” sono stati cercati (e trovati) dai quattro componenti del gruppo, con i quali hanno potuto festeggiare il ventennale dall’uscita del doppio album.

L’America in quel periodo riconobbe come “eroi popolari” i quattro Kiss: il Vampiro, l’Extraterrestre, il Gatto e la Star iniziarono ad occupare le pareti di migliaia di stanze di teen-agers: segno inequivocabile di un apprezzamento ormai sfociato in culto.

Immagine articolo Fucine Mute

Pierrot partoriti dal Demonio, ma sempre con il sorriso sulle labbra, i Kiss marcarono definitivamente il loro territorio con il loro disco più composito e rappresentativo: “Destroyer”(1976) contiene almeno due punte di diamante: “Detroit rock city”, dedicata ad un fan morto in un incidente stradale mentre si stava recando ad un concerto del complesso, e il lento strappalacrime “Beth”, che si avvale della voce soffiata, di “miele bruciato”, di Peter Criss.

Ecco, in qualche modo la magìa del Circo Kiss raggiunge qui il suo culmine: il mastodontico tour mondiale del 1977 è all’insegna della grandeur: tutto è all’insegna del giant size, dal palcoscenico infinito alle mirabolanti trovate sceniche,di cui il pubblico è parte attiva, un Popolo Mascherato, ondeggiante, che crea spettacolo anche “sotto il palcoscenico”.Chiamateli pure pacchiani, ma la gente è dalla loro.

Quando, tra il 1977 e il 1978, escono lavori quali “Love Gun” e il secondo live “Alive II”, il livello di successo ha oramai raggiunto livelli parossistici: un furioso, incontrollabile merchandising vomita sul mercato internazionale ogni sorta di gadget: pupazzetti, magliette, bamboline, gomme americane: l’iperbole del superfluo trionfa, per accontentare il palato di un’utenza sempre più giovane (“Ad un certo momento mi accorsi di suonare per i dodicenni” rivela Gene Simmons)e sempre più lontana dal rock sanguigno, vitaminico, ruspante dei primi tempi.Musicalmente si nota un progressivo ispessimento delle strutture armoniche: i primi successi degli esordi, come “Black diamond”, “Cold gin”, “Firehouse”, “Nothin’ to lose”, efficaci ma schematici, lasciano il posto a canzoni più strutturate, come “Getaway” o “King of the night time world”.

Se la coppia Simmons-Stanley (vera struttura organizzativa e decisionistica del quartetto statunitense) si mantiene nei recinti di una fredda professionalità (nell’ottica della quale ogni iniziativa legata ai Kiss è concepita “per vendere”) lo stesso non può dirsi di Ace Frehley e Peter Criss.

Inebriati dai miliardi piovuti addosso “senza preavviso”, dal successo, dalle lusinghe facili del music business, i due perdono letteralmente il controllo della situazione: per Ace la Grande Tentazione è rappresentata dai superalcolici.

Giunge al punto di munirsi di un personale catering viaggiante adibito a mescita di whisky; inoltre gioca d’azzardo nelle bische clandestine e la sua lucidità durante le prove si fa di giorno in giorno più risibile.

Non è comunque sua la prima testa che cade all’interno dei Kiss.

L’album del 1979, “Dinasty”, che li lancia a livello mondiale e, massicciamente, in Europa, contiene il singolo “I was made for lovin’you”, delirio dance del complesso e totale asservimento a Sua Maestà la Classifica.

Chi li segue dagli esordi si chiama fuori, ma i Kiss hanno altro a cui pensare: distrutto dall’abuso di droghe pesanti, intrattabile e svogliato, il drummer Peter Criss diserta quasi tutte le sessions di “Dinasty”, che si svolgono in una delle sale di registrazione più rinomate della Grande Mela, la Electric Ladyland.

A tutti gli effetti, Criss suona unicamente nel brano “Dirty Livin’”, mentre il restante repertorio del vinile vedrà alle percussioni dei turnisti. Chi lo incontrò all’epoca parla di una persona affetta da tutti i sintomi della “sbornia da successo”: solo che lui ci va giù pesante, mettendo a repentaglio la propria stessa esistenza.

Nonostante compaia sulla copertina del seguente “Unmansked”(1980), che si farà ricordare solo per la dolcezza di “Shandi”, Peter Criss viene “gentilmente” invitato ad uscire dalla formazione del Bacio: un duro colpo per legioni di appassionati, che adoravano il personaggio del Gatto tanto da creare, sparsi un po’ ovunque per il suolo statunitense, degli organizzatissimi Cat Clubs.

Da questo momento in poi la strada per il gruppo di “Rock n’roll all nite” si fa irta e densa d’ostacoli: persi dentro la gigantesca conchiglia partorita dal music business e da loro stessi, i Kiss vedono rapidamente scemare il consenso popolare che tanto li aveva gratificati nelle stagioni passate.

Il tentativo di estendere il proprio predominio al cinema (con “Phantom of the park” 1980) fallisce miseramente il bersaglio, né sorte migliore conosce il progetto successivo, una sorta di concept-album pensato come un musical, dal titolo “Music from the Elder”(1981).

A sostituire il dimissionario Criss arriva un altro batterista di origine italiana: Eric Carr (all’anagrafe Caravello).

Si tratta di un giovane spontaneo e umile, scelto da Stanley e Simmons tra migliaia di candidati solo perché dopo la sua prova chiese ai Kiss il privilegio di una foto assieme.

Fino alla sua prematura scomparsa (avvenuta il 24 novembre 1991, per un tumore) Eric Carr ha rappresentato il principale riferimento… “umano” per gli adepti dei Kiss: sempre disponibile ad incontrarli, a stare in loro compagnia, a raccoglierne critiche e lodi.

Nacque addosso a lui il personaggio della Volpe, che ravvivò gli esausti ultimi giorni del make-up, quando il basso livello musicale costringeva il gruppo a fare leva in grande misura sulla spettacolarità dei loro travestimenti e del loro live act.

Proprio per ricostruirsi un’autonomia artistica, un’identità degna di questo nome, i Kiss decisero di tornare, nel 1982, al sound delle loro origini, quello più squisitamente hard rock, che calzava come un guanto.
“Creatures of the night”, l’ultimo disco con il make-up, disintegrava ogni concessione easy listening per riportare in primo piano le chitarre, l’energia sanguigna e propulsiva tipica di chi sa suonare davvero.

Di lì a poco, dando corpo ad una decisione già da tempo nell’aria, optarono per lo smascheramento: l’ultimo concerto dell’epoca “travestita”, nell’enorme catino ribollente di quindicimila persone dello Stadio Maracanà a Rio De Janeiro, rappresentò una vetta e nel contempo la distruzione della medesima.

La serenità era da tempo una nebulosa per i Kiss, e i continui dissidi con Ace Frehley, sempre più alcolizzato e incapace di partecipare alla vita compositiva del quartetto (ma lui fornì in seguito una versione diversa dei fatti, adducendo motivazioni personali, di contrasti interni, di soprusi sotterranei e alla luce del sole da parte di Gene Simmons e Paul Stanley nei suoi confronti) sfociarono nella seconda defezione vitale per la traballante economia della formazione.

Orfani del cinquanta per cento dei Kiss, Simmons e Stanley reclutarono il chitarrista Vinnie Vincent e,assieme all’ormai consolidato Eric Carr diedero vita al progetto discografico successivo, “Lick it up”(1983), l’album dello Smascheramento.

Simmons recentemente ha confessato quello che in molti all’epoca sospettavano: “Nonostante io facessi finta del contrario, avevo una paura fottuta di presentarmi sul palcoscenico senza trucco: temevo le reazioni del pubblico, dopo anni e anni di attività… mascherata”.

L’album, almeno nella sua parte centrale, è felice testimonianza di un ritorno alle sonorità di un tempo, quando dalle stazioni radio americane usciva l’urlo rabbioso di “God of Thunder”; “Rock bottom” o “Parasite”.

Purtroppo gli Anni Ottanta rappresenteranno per i Kiss il decennio della disfatta, quasi che il destino per ironica, crudele legge del contrappasso li avesse voluti punire per l’indigestione di successo dei folgoranti Seventies.

Vinnie Vincent, vittima tra l’altro di seri problemi di salute, non dura che l’arco di una stagione nelle file dei Kiss; ancora meno tempo si “trattiene” Mark Saint John, mentre le cose si mettono molto meglio nel 1985 con l’arrivo di Bruce Kulick,con cui il gruppo ritrova un’armonia che sembrava definitivamente retaggio del passato.

Il quartetto Simmons-Stanley-Carr-Kulick riguadagna un po’ del terreno perso grazie a prove discografiche particolarmente appetibili per il grande pubblico quali “Asylum” (1984), “Animalize” (1986), “Revenge” (1994), e grazie anche alla pubblicazione di un paio di VHS particolarmente azzeccati, in cui vengono affiancati vecchi filmati a quelli nuovi, interviste semiserie, belle ragazze più o meno spogliate: “Exposed” (1988) è il più divertente esperimento in questo senso.

In quello stesso 1988, Gene Simmons rilascia una lunghissima intervista al mensile specializzato “Kerrang”, durante la quale si confessa a cuore aperto, rivelando gioie e delusioni di un business ultramiliardario, quello targato “Kiss”, che più ha volte rischiato di fagocitare se stesso e i suoi manovratori.

Tra l’altro, Simmons rivela: “Il destino di un gruppo come i Kiss è strettamente legato al pubblico, al “nostro” pubblico: quando entro in una stanza di un Kiss-Fan, è come varcare la soglia di un tempio, c’è una sorta di religione nel loro modo di ascoltarci o nell’appenderci alla parete. Per loro non è uno scherzo, è qualcosa che da loro la forza di andare avanti, anche se io preferisco smitizzare, chiamare la nostra musica “Candy Rock”: è un candito per le orecchie, ha un buon sapore…”

La costante delusione per l’andamento della carriera dei Kiss, spinge Simmons, vampiro privato dei suoi canini e perciò in avanzato stato di depressione, ad interessarsi ad altre forme d’arte: per esempio il cinema, che lo vuole in un tipico ruolo da “cattivo” nel film “Runaway” (1984) di Michael Chricton, a fianco di Tom Selleck.

All’epoca Simmons difendeva recisamente la sua scelta: “Tutto ruota attorno ai Kiss, ma i Kiss non sono l’unica cosa: ci sono buoni libri, donne, bei film da vedere e da fare; io vivo quasi sempre in alberghi, così devo solo mangiare e non devo preoccuparmi di fare le pulizie: se non hai mogli, figli o cani di cui occuparti, puoi dedicarti a tante altre cose.

Io vorrei imparare una o due altre lingue, imparare a scrivere una sceneggiatura: perché non provare a fare più cose possibile, prima che ti mettano sottoterra?…”.

Una delle caratteristiche principali di Simmons è sempre stata la simpatia, la carica umana , e non a caso oltre ad essere un musicista , un produttore e un formidabile “money maker”, è conosciuto per le sue innegabili doti di intrattenitore.

Fu lui, nei primi Anni Settanta, ad aiutare i californiani Van Halen ad ottenere un primo, soddisfacente contratto discografico, e anche in seguito non si è mai tirato indietro di fronte a un gruppo emergente in cerca di sponsorizzazione.

Per lunghi anni legato alla cantante nera Diana Ross, è in fondo una delle personalità più disincantate e piacevolmente sarcastiche del mondo del rock, e siamo sicuri, pur senza saperlo, che il merito della tanto agognata reunion dei Kiss è in massima parte farina del suo sacco.

Nella seconda metà degli Anni Ottanta, la scena rock ed hard rock americana si arricchisce di nuovi artisti, degni epigoni di chi negli anni Sessanta e Settanta gettò le basi del genere: Metallica, Guns’Roses, Nirvana, i Van Halen orfani di David Lee Roth e ora con la “quintessenza del Californian-style, Sammy Hagar.

In qualche modo le formazioni storiche rimangono due: i Kiss e gli Aerosmith.

Per entrambe le band i conti con il passato (e con il proprio specchio) sono impietosi, solo la ricerca di un audience più giovane ed “incontaminata” può rappresentare una risorsa, un raggio di luce, un ponte gettato verso il futuro.

Nel 1991, come già si accennava, muore Eric Carr, l’ex Kiss dal cuore d’oro e dalle bacchette indemoniate, amatissimo dai fan di tutto il mondo per il tempo che riusciva sempre a dedicare loro; muore di cancro, nel sonno e in silenzio, lasciando tutti sgomenti.

Durante il funerale a Los Angeles ricompare a sorpresa Ace Frehley, ma non scambia una parola che sia una con Simmons e Stanley.

Si chiude, con la scomparsa di Carr, un capitolo importante della storia dei Kiss, orfani di un musicista che aveva pervicacemente rifiutato il confronto con il suo predecessore Criss, e conquistato i “dirigenti” Simmons e Stanley durante una memorabile seduta di prova in sala di registrazione, alla fine della quale aveva dimostrato sorprendente umiltà chiedendo un autografo ai loro beniamini.

Belli, robusti e potenti rimangono i dischi fatti dai Kiss con l’apporto di Eric Carr, di cui abbiamo gia parlato.

Sono giorni di confusione e di dolore quelli che seguono, e purtroppo anche il vastissimo popolo dei Kiss stenta a credere in un’impennata di qualità che possa riportare il gruppo alle strade lastricate d’oro dei tempi che furono.

Il nuovo ingresso sul seggiolino della batteria, Eric Singer, si ambienta subito nel gruppo, ed è personaggio dalla carica umana notevole: ma tutto il contorno non funziona, l’album “Revenge”(1994) si accartoccia su se stesso, appare evidente la difficoltà del gruppo a rapportarsi al presente. Insomma, il vuoto pneumatico.

Se in passato bastava la parola “reunion” a scatenare le ire di Simmons, nel 1995 le cose si assestano decisamente verso un’altra direzione: nostalgia, inevitabili mire economiche, voglia di riassaporare le atmosfere inebrianti dei gloriosi Anni Settanta, tutto porta i Kiss verso l’agognata spiaggia del “come eravamo”.

Si rimette in moto, dopo quel memorabile concerto per MTV, la mastodontica Macchina Kiss di cui ben conosciamo le regole e le suggestioni, seppur sulfuree e risibili.

Son tante le rughe sotto il pesante make-up, e qualche giornalista durante la doppia conferenza stampa americana si permette, irriverentemente, perfino di ridere in sala.

Eppure, quando li vedemmo in Italia, al Forum di Assago, nel dicembre ’97, fummo testimoni di un altro rito collettivo dalle proporzioni titaniche: migliaia di giovani(e non…) vestiti e truccati “alla Kiss”, felici di vivere una festa coloratissima, pacchiana e disordinata.

L’idea del circo, della sarabanda collettiva, è al centro del nuovo disco già dal titolo, “Psycho Circus” (1997), rock e vitaminico al punto giusto, e durante più di cento concerti, i Kiss ripercorrono il loro mondo passato e quello presente, chinando il capo davanti a quest’epoca di malinconie retroattive e corsa ai giorni spensierati.

Se la magia non durerà lo spazio di un contratto discografico, saprà dirci solo il tempo, ma resta intatto il fascino e il colore di un’avventura tipicamente americana, che è giunta fino a noi quasi intatta, mentre i nipotini del Grande Rock se la sognano, una carriera così al Bacio…

Commenti

2 commenti a “Un bacio in maschera. La storia dei Kiss”

  1. Getting the appropriate details before to go to China is vital. Manufacturing t-shirt in Asia is hard.

    Di link homepage | 7 Settembre 2014, 02:39

Trackbacks/Pingbacks

  1. […] quelli di Paul Stanley,  Gene Simmons, Tommy Thayer, Eric Carr, Vinnie Vincent ed Eric Singer. Una band formatasi negli anni 70 (è nata esattamente 40 anni fa, nel 1973) e figlia di quei tempi. Una famigliarità che è […]

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