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Cinema

Pionieri dell’animazione nordica

Una trentina di cortometraggi in programma, per una durata complessiva di circa due ore: il prezioso assaggio che la rassegna di Sacile ci offre non è che una selezione di una produzione vasta e generalmente ben conservata.

In teoria doveva esserci anche un cortometraggio pornografico degli anni ’20 (Liten årsak, stor virknong, ovvero “Piccolo assalto, grossa reazione”), di cui rimangono ignoti autori e produzione; del film non c’era traccia in sede di proiezione, e speriamo si tratti di un contrattempo di natura tecnica non legato ai pochi istanti di pellicola bruciata che si sono visti ad un certo punto dell’applauditissima rassegna.

Non ci stupisce venire a conoscenza che Winsor McCay (sulla cui attività cinematografica i lettori di Fucine Mute avranno presto ulteriori delucidazioni non prive di contributi filmati) e James Stuart Blackton furono la fonte di ispirazione privilegiata. D’altronde, fu Blackton a perfezionare la ripresa fotogramma per fotogramma, detta anche “movimento americano”, che rese possibili gli esperimenti dei giovani disegnatori del Nord Europa. Come anche la storia del cinema ci insegna — e il discorso già accennato per l’animazione tedesca non può che ripetersi in questo senso — gli Stati Uniti privilegiano la semplicità del piano narrativo mentre in generale l’Europa si concentra su elucubrazioni intellettuali che, se ci offrono molto a livello teorico, non hanno la possibilità di imporsi sul mercato. 
È il caso del cartone animato astratto, così come di alcune esperienze più specificatamente legate al fumetto statunitense che vede disegnatori europei protagonisti con alterna fortuna, spesso costretti a rimpatriare per ottenere il successo in ambiti artistici più “alti”. 
Ripresa a passo uno di disegni posti in sequenza con attrezzature praticamente artigianali: questa è la tecnica, e lo stile, così come nelle produzioni successive, si avvicina visivamente a quello delle vignette e delle caricature su quotidiani e periodici.
I filmati, ovviamente muti, sono ad ogni modo accompagnati dalla colonna sonora al pianoforte, e occasionalmente accompagnati da didascalia; anche in questo caso, ad ulteriore conferma della tendenza già verificatasi in Germania e negli Stati Uniti, accanto al cortometraggio di intrattenimento viene affiancato il commercial, per lo più commissionato da ditte di tabacchi, industrie di liquori, prodotti per la casa.

Ma procediamo con ordine. Gli anni d’oro dell’animazione nordica sono quelli compresi tra il 1915 e il 1922; e nonostante la cartella esplicativa della rassegna ci parli di autori che raramente sono usciti dai confini nazionali e sconosciuti ai più, ci permettiamo di segnalare la presenza in rete, sicuramente non massiccia ma ad ogni modo significativa (al di là degli occasionali ostacoli linguistici), degli autori più validi del periodo.

È Fanden i nøtten (Il diavolo nella noce, 1917) di Ola Cornelius l’unico cartone animato norvegese, da quanto sappiamo, ad ottenere riscontri in Svezia e in Danimarca. La proiezione mostrata alle Giornate è un estratto di pochi minuti da un filmato più lungo, la cui sceneggiatura è basata su un’antica leggenda secondo la quale il diavolo si sarebbe impossessato di una noce, rendendola indistruttibile. 
Quello che ci viene mostrato è il nucleo centrale e si vede: non si spiegherebbe altrimenti l’improvviso taglio sull’immagine pubblicitaria di una marca di “margarina che non sa di margarina”.
Notiamo immediatamente la maturità del segno di Cornelius nella pulita caratterizzazione dei personaggi, e resta ammirevole la verve comica che dalle poche gags proposte emerge in misura notevole (ad esempio il fabbro che prova, senza successo, a rompere il guscio con tre martelli di grandezza crescente).   
Ricordiamo le produzioni di Sverre Halvorsen (Roald Amundsen paa Sydpolen — “Roald Amundsen al Polo Sud” — del 1913 e Det nye Aar? — “L’anno nuovo?” — del 1920, polemico nei confronti del conservatorismo dell’epoca e speranzoso per il futuro).

Per il resto, la rassegna di cartoni norvegesi ci propone altri filmati di carattere promozionale, su cui torneremo più tardi.

In Danimarca, il disegnatore più famoso (e a cui in effetti sono dedicate le maggiori risorse di rete, oltre che un museo), è senza dubbio Storm P. (1882-1949), al secolo Robert Storm Petersen; oltre a disegnare personaggi di successo come i tre omini dal cappello a cilindro protagonisti di Storm P. tegner de Smaa Mænd (“Storm P. disegna i tre piccoli uomini”), di Gaasetyven (“Il ladro d’oche”) e Jernmixturen (“Il tonico d’acciaio”, sebbene in questo caso la traduzione italiana del titolo non renda). Tutti i film sono prodotti tra il 1920 e il 1921. I tre omini, perfettamente identici, si trovano di volta in volta alle prese con situazioni dall’intreccio tutt’altro che banale (la gallina che fornisce uova d’acciaio, un ladro a inseguire), specie nella seconda produzione citata, dove è lo stesso disegnatore ad interagire con lo sfondo.
Storm P. in versione animata, in altri termini, si procura la cena disegnando una cucina, e infine imprigiona il ladro intrappolandolo in un letto di fronte al quale traccerà poi le sbarre. Le intuizioni di Roger Rabbit, quindi, non erano assolute novità: anzi, si può dire che con le recenti vicende del ben più noto coniglio in bretelle si recuperi una delle principali istanze proprie del disegno animato, ovvero la creatività senza i freni della riproduzione realistica. Dove si possono superare le barriere del reale, e dove si può, a livello più profondo, instaurare un discorso in definitiva autoreferenziale, non si perde l’occasione di giocare con l’immagine in un modo che può apparire ingenuo  — in quanto talvolta eccessivo — ai nostri occhi, ma che si rivela tutt’altro che banale. L’interazione che rivela lo statuto linguistico e tecnico dei cartoon è la testimonianza di una ricerca espressiva molto colta, che in parte abbiamo perso a favore di altre prerogative, ma che talvolta si è riproposta nel fumetto, ad esempio nella lotta di un personaggio con i margini del quadro (e gli esempi potrebbero essere innumerevoli, citiamo per comodità il Theo di Ralph Steadman riportato da Gubern), o, per rimanere ad un affettuoso ricordo di casa nostra, nell’animazione de “La linea” di Osvaldo Cavandoli, prima per la Lagostina poi creatura gestita in piena autonomia. Situazione in parte analoga si ripresenta in Le Theatre de Hula Hula, sempre danese ma di autore ignoto.

Questo discorso ci porta lontani dal resto della produzione danese (di Storm P. una pubblicità per il periodico “Hjemmet” del 1924; di Richard Johansen un interessantissimo Flyvning uden motor — “Volare senza motore” — del 1925), ma ci conduce direttamente ad esaminare un altro pioniere dell’animazione, stavolta svedese, ovvero Victor Bergdahl. 
Il nome di Bergdahl è più che altro legato al personaggio del Capitano Grogg, protagonista di numerose avventure che otterranno riconoscimenti notevoli soprattutto in Germania. Scarso il riconoscimento, come di dice Gunnar Strøm, nei paesi di lingua inglese, il che decreterà il tardivo riconoscimento dell’autore nel novero dei disegnatori più significativi in questi anni di esordio.

Le Giornate ci propongono due film con il Capitano Grogg attore principale; il primo, Kapten Groggs underbara resa (Il meraviglioso viaggio del Capitano Grogg, 1916), ci narra un viaggio per mare ricco di spunti comici dove comprendiamo subito come il maggior conforto del marinaio sia costituito, più che dagli abissi e dai suoi segreti, dall’enorme quantità di bottiglie stivate alla partenza, come già del resto intuiamo dall’inequivocabile origine del nome del protagonista. Strano modo di trarre forza dagli alcolici, questo, se pensiamo agli effetti negativi provocati dal bere in Trolldrycken (“La bevanda magica”, 1915), surreale produzione d’esordio del Nostro. 
Ottima le gag dello squalo tranciato dal pesce spada mentre cerca di divorare una sirena non troppo avvenente; divertente anche il finale con il Capitano che si libera in qualche modo dal ventre di un leone.

La tecnica privilegiata da Bergdahl è la sovrapposizione di cartoncini su scenografie pre-disegnate. In questo film, apparentemente, non ne ravvisiamo un uso frequente, specie nella prima parte (il viaggio in mare) che, non sappiamo se per scelta stilistica o per l’adozione di tecniche differenti in diversi momenti della lavorazione, è caratterizzata da un tratto a matita evidente anche nelle sfumature (e i fotogrammi sembrano disegnati singolarmente senza l’implementazione di più strati), contrariamente ai netti contrasti a china — una maggiore maturità del segno, verrebbe da dire — nelle sequenze sulla terraferma.
La sovrapposizione di disegni in trasparenza su pellicola, in definitiva ciò che originariamente legava il discorso su Bergdahl a Storm P., è ciò che origina nuovamente l’interazione personaggio-sfondo in När Kapten Grogg skulle porträtteras (“Quando il Capitano Grogg stava per farsi dipingere il ritratto”, 1917), in cui è lo stesso Bergdahl — filmato come il resto del suo studio, poiché il solo Grogg e il suo ritratto sono disegnati — a litigare con il protagonista, in un sorprendente gioco di trucchi ottici (le sparizioni del disegnatore quando il Capitano tenta di afferrarlo) e di rincorse dietro il tavoli degni dei migliori film comici delle origini. Alla fine Grogg viene riposto nella tela, a sua volta arrotolata e legata con lo spago.
Altra produzione dell’autore svedese è Komisk entré av Pelle Jöns i Circus Fjollinski (“Il numero comico di Pelle Jöns al Circo Fjollinski”, 1916), bella animazione fatta di contorsioni, deformazioni e, in ultima istanza, esperimenti con le prerogative del disegno animato che legano questo intelligente corto di puro intrattenimento più al filmato del 1915 che ai successivi.
Storm P. che disegna i tre omini, così come questa operazione di Bergdahl, trovano riscontro anche nel già citato Roald Amundsen di Johansen: l’atto creativo del disegno mostrato in fieri è prerogativa comune dei tre filmati, e ricorda da vicino i primi esperimenti di Blackton in Enchanted Drawing del 1900 o in Humorous Phases of Funny Faces del 1906, che qui riproponiamo nella versione on line disponibile grazie alla Library of Congress degli Stati Uniti.

Altra produzione svedese è Lille Kalles dröm om sin snögubbe (“Kalle sogna il suo pupazzo di neve”, 1916), ovvero il sogno di un bambino — agli estimatori di Winsor McKay questo non suonerà nuovo — in cui un uomo di neve si anima, entrando dalla finestra e girovagando per la cameretta. Ciò che diverte e che rende il cartone animato interessante è la reazione di Kalle addormentato ai movimenti del pupazzo nel sogno: ovvero, il pupazzo ride e il bimbo fa altrettanto, l’uno cammina e l’altro si rigira nel letto, il primo si scioglie al calore della stufa e il secondo bagna il letto… Sicuramente Lille Kalle costituisce una delle proposte qualitativamente più elevate dell’intera rassegna.

L’animazione per la pubblicità

Come già accennato, la pubblicità costituisce una delle principali fonti di reddito per i disegnatori, a maggior ragione se pensiamo alla relativamente scarsa distribuzione che, a parte i maggiori casi citati, cui i prodotti di puro intrattenimento sono costretti. E non è un caso, quindi, che in ambito commerciale si possano scorgere, protagonisti delle storie narrate, alcuni personaggi ben noti nell’ambito dei comics internazionali.
È il caso di Arcibaldo e Petronilla di George McManus, dalla serie “Bringing up father”, prima espressione della formula industriale che fa capo ai sindacati americani — qui parliamo della King Features Syndicate e primo fumetto nordamericano ad ottenere un successo mondiale). I protagonisty di Fiinbeck har rømt (“Arcibaldo è scappato”, 1927; in originale il nome dei personaggi sono Jiggs e Maggie). Realizzato da Ottar Gladtvet, la storia narra di Petronilla che si riprende il marito, dedito alle scappatelle con gli amici invece che alla vita coniugale, comprandogli il tabacco della J.L. Tiedemann, ditta che commissionerà al Gladtvet altri filmati analoghi per i quali rimandiamo al programma del festival di cui si fornisce il link.
Altri filmati per la J.L. Tiedemann avranno per protagonista l’orsetto Teddy, simbolo di una linea di sigarette, realizzati con didascalie in rima e con tecniche inizialmente rudimentali; in pratica, il nostro eroe si troverà ad affrontare situazioni pericolose che risolverà letteralmente con l’aiuto del fumo, nel senso che le nuvolette provenienti dalla sua sigaretta si trasformeranno di volta in volta nell’oggetto a lui necessario per togliersi dai pasticci.

In Norvegia si promuoveranno in maniera analoga la Rex (Rex Strykejern  — “Il ferro da stiro Rex” —, 1924) e altre compagnie, tra cui una ditta di saponi che incaricherà un autore a tutt’oggi ignoto di realizzare En verdensreise, eller da Knold og Tott vaskede negrene hvite med 13 sæpen (“Un viaggio nel mondo, o Quando i Katzenjammer Kids lavarono i negri con il sapone 13”). Attrazione principale i bambini creati nel 1897 dalle matite di Rudolph Dirks, sempre per la K.F.S., già basati sui “Max & Moritz” di Wilhelm Busch. 
I ragazzini in questo caso non hanno riscosso applausi presso il pubblico sacilense, per l’imbarazzante tono che la vicenda assume allorquando viene realizzato il proposito del titolo. In realtà, più che razzismo manifesto si tratta di colonialismo un po’ ingenuo (si sbiancano tutti coloro che hanno a che fare con il suddetto prodotto), senz’altro più innocente di certe attuali pubblicità di caffè che circolavano pochi mesi orsono sulle nostre reti.
Purtroppo non ci siamo affrancati totalmente da certe prerogative culturali; perdoniamo quindi l’ignoranza che si ripropone analoga in altre pubblicità, stavolta svedesi, di Arvid Olson e altri per la Stomatol, di cui si promuove, tra gli altri prodotti, un dentifricio.

Conclusioni

L’appuntamento con le Giornate di quest’anno ha costituito un’interessantissima occasione per approfondire ulteriormente un aspetto della cinematografia mondiale che, come argomentavamo nello scorso numero, sta via via fornendo nuovi spunti all’analisi storica, forse anche in virtù della sempre maggiore considerazione che il fumetto in primo luogo, e il rapporto cinema-fumetto in seconda battuta, sta ottenendo in questi anni.
Riproporremo in seguito un’analisi tecnica, ove possibile comparata, di questi filmati degli esordi; ad ogni modo proseguiremo, nei prossimi mesi, la nostra rassegna cronologica, nella speranza che l’attuale tendenza ravvisabile nei recenti studi di interesse storico, così come la crescente disponibilità sul mercato di nuove riedizioni di alcuni filmati, prosegua come sembra promettere.  
Certamente, nella maggior parte dei casi, specie se ci soffermeremo in ambito europeo, si tratterà di movimenti episodici o comunque limitati ad un breve periodo: la guerra, in un periodo successivo da quello in questo caso preso in esame, oltre alla rinuncia ad una creazione di una vera e propria industria del cartone animato sul modello americano, ha contribuito a creare un ulteriore spartiacque oltre il quale certi sistemi produttivi si sono visti modificati, se non del tutto impossibilitati ad operare. Ma questo non toglie interesse ad un genere che sicuramente meriterebbe ben altro spazio e ben altra risonanza.

Proseguiamo il nostro viaggio nel territorio, relativamente inesplorato, del cinema d’animazione europea. Dopo il trickfilm tedesco analizzato il mese scorso, procediamo ulteriormente a ritroso per ritrovarci agli esordi del cinema d’animazione europeo, più precisamente nordico.
Le Giornate del Cinema Muto di Sacile (Pordenone) hanno proposto la prima retrospettiva mai realizzata sul cinema di animazione svedese, norvegese e danese tra gli anni ’10 e gli anni ’20.
La rassegna è stata curata da Gunnar Strøm, già autore del saggio “Caricature, cartoons e pubblicità: i pionieri del cinema d’animazione nordico”, in John Fullerton e Jan Olsson (a cura di),  Nordic Explorations: Film before 1930, ed. John Libbey. 


Alcuni riferimenti bibliografici sul cinema d’animazione in generale:


G. Rondolino, Storia del cinema d’animazione, Einaudi.  


R. Ormanni, Cartoon non vuol dire cartone. 122 anni di cinema d’animazione, TempoLungo.


B. Thomas, Disney Art of animation from Mickey Mouse to Beauty and the Beast, Hyperion. (Hyperion propone numerosi volumi su Walt Disney).


F. Giromini, “L’innaffiatore innaffiato, ovvero Gli scherzi dei due fratellini terribili“, in M.Canosa e E.Fornaroli (a cura di), Desideri in forma di nuvole – cinema e fumetto, Campanotto Editore.


Risorse in rete sul cinema di animazione nordico:


Chronology of animation (1910-1919 e 1920-1929)


Storm P Gallery


Storm P: The comic museum in Denmark – ART GALLERY


Risorse generali:


Animated Films Media Resources Center UCB


Internet Movie Data Base

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