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Cinema

Un borghese di provincia alla scoperta del mondo e del suo futuro. La storia di Jules Verne (I)

Oggi i ragazzi non leggono più Verne. Anzi, è probabile che per parecchi si tratti quasi di uno sconosciuto.

D’altronde, i giovani che avevano letto Verne si vanno riducendo alle dimensioni di una esigua minoranza, e potrebbero al massimo raggrupparsi in una delle tante associazioni di reduci da 
qualcosa.

Eppure Jules Verne è stato un grande nome ed una geniale personalità, ma di cosa? Della letteratura giovanile? Dell’anticipazione di clamorosi eventi fantascientifici, dai viaggi sottomarini a quelli interplanetari o nelle viscere della terra? O ancora nel campo pur sempre valido di affascinanti racconti d’avventure “di cielo, di terra e di mare” come si diceva una volta?

E i suoi scritti innumerevoli sarebbero poi stati in grado di affrontare validamente il più grande cacciatore di soggetti che vi sia al mondo, ossia il cinematografo?

È quanto cercheremo di mettere in chiaro con un doveroso ossequio al Grande Vecchio che, con la sua meticolosa semplicità e la sua inesauribile fantasia, era riuscito a farci credere, tanti anni fa, in un suo mondo speciale, percorso nel tempo record di soli “ottanta giorni”, o in un viaggio aereo, in pallone, di “cinque settimane”, e ancora in quel fantomatico sommergibile onnipresente guidato da un “Capitano Nemo”, o magari in una città semovente, e che altro ancora? E che dire, poi, delle grandi avventure umane di ogni genere, con personaggi che ricorderemo sempre, da Mathias Sandorf a Michele Strogoff al Capitano Grant con i suoi storici figli?

Attraverso le preziose incisioni dei suoi bravissimi illustratori, è come assistere ad un teatro mobile a base di scienziati barbuti, di navi a vela o a vapore, di macchine volanti, di audacie senza limiti e di avventure senza fine. Sempre introdotti nel suo stile, fra il didascalico e il sognante. E profondamente umano.

Jules Verne ha dato qualcosa ai nostri anni giovanili, e a mio parere, anche in seguito. Gliene saremo sempre grati.

Gli inizi: visita all’editore famoso

È un mattino d’autunno del 1862. Pierre-Jules Hetzel, uno degli editori più in vista di Parigi, ha già diffuso opere di Balzac, George Sand, De Musset, Victor Hugo e altri autori. Scrittore pure lui, si è scelto uno pseudonimo, J.P. Stahl, che in tedesco vuol dire “acciaio”, e Hetzel per l’appunto è alsaziano. Le sue opere hanno successo e sono molto raffinate. Ha cinquant’anni.

Nel suo studio di Rue Jacob 18, proprio dove tanti “esistenzialisti” chiassosi di St.-Germain-des-Prés si sarebbero fatti notare un secolo dopo, si presenta un giovane scrittore di bell’aspetto con un manoscritto in tasca. L’incontro è cordiale: Hetzel è alla ricerca di opere inedite che possano soprattutto piacere a un pubblico giovane.

Lo convoca per due settimane dopo, e al rivederlo lo accoglie dicendogli: “Voi avete praticamente tutti i segni tipici di un grande scrittore. Sembra una favola ed è invece realtà. Gli suggerisce soltanto qualche variazione di stile, lo convoca una seconda volta a manoscritto riveduto, e dopo qualche altra settimana il romanzo passa alla pubblicazione.

Il titolo è “Cinq Semaines en ballon”, cinque settimane in pallone. L’autore, Jules Verne, ha poco più di trent’anni, e questo suo romanzo sarà il primo d’una serie di opere che produrrà senza soste per parecchi decenni, sotto un contratto molto solido e vantaggioso, ma anche impegnativo, sempre con il suo editore “d’acciaio”.

In quell’autunno del 1862 uno scrittore quasi sconosciuto stava avviandosi a diventare “Jules Verne”.

Prima degli inizi: quell’isola sulla Loira

Verne, nei suoi tanti romanzi, introdurrà parecchie volte “il motivo dell’isola”: approdo di fantastici navigatori, oppure rifugio di naufraghi eroici, un po’ Robinson e un po’ avventurieri.

Un’isola speciale esiste veramente nella città francese di Nantes, che agli inizi dell’800 era un porto molto attivo sull’estuario della Loira, non troppo vicina al mare,ma approdo di intensi traffici navali. Il fiume, proprio nel cuore dell’abitato, viene spartito in due da un’isola che, col tempo, era divenuta una zona residenziale per i ricchi mercanti e armatori della città. Si chiama tuttora “L’Ile Feydeau” dal nome dei suoi primi proprietari.

Non è certamente la famosa “Isola Misteriosa” del romanzo, ma è importante per un preciso evento: in una di quelle sue case borghesi nacque, l’8 febbraio del 1828, Jules Gabriel Verne, il futuro scrittore.

Questo cognome sembra derivare dal francese antico, per il quale “vergne” o “verne” voleva dire “olmo”, l’albero che rinverdisce per primo, e che l’etimologia popolare voleva come simbolo del rinnovamento.

L’Ile Feydeau, piccola città nella città, permetteva a Jules bambino di affacciarsi dal suo balcone sui battelli in movimento, in mezzo al vociare dei mercanti, delle pescivendole e degli scaricatori: un mondo vivace e variopinto che lo affascinava. Intanto era nato il fratello Paul, al quale sarebbero seguite ben tre sorelle.

I due ragazzi crescono in pieno accordo, e il quadro d’uno zio pittore ce li mostra belli e ben vestiti, il più piccolo col cerchio, in un parco della loro beata residenza. Jules era, a scuola, un qualsiasi alunno perbene, dotato di un’eccellente memoria e di una precisa tendenza a classificare ogni cosa.

Il padre Pierre, esimio avvocato, era entrato nella magistratura, e sognava di avere almeno un figlio che lo seguisse su questa via. Avrebbe avuto una doppia delusione: Paul, il minore, si sarebbe subito comportato da degno figlio di Nantes facendo una bella carriera marinara e diventando capitano di lungo corso, e Jules…

Sempre estasiato dalla vita del porto, anche Jules sognava il mare, quello vero, che gli mandava le navi fin quasi sotto il suo balcone, ma che non aveva ancora potuto vedere completamente. Aveva dodici anni quando lui e Paul fecero finalmente una gita in battello fino a Saint-Nazaire, sulla Manica e vollero assaggiare l’acqua salata che -delusione- non era salata affatto, a causa della marea e del fiume vicino.

Più o meno a quell’epoca risale il famoso episodio della sua “fuga” su una nave in partenza per le Indie, un fatto che piacque a molti biografi come presagio alle grandi avventure di cui avrebbe poi scritto. Niente fuga, in realtà, ma solo un furtivo arrampicamento sulla nave, cui fece seguito un immediato ricupero da parte dei famigliari prima della partenza. L’idea suggestiva del “giovane mozzo scappato da casa” finiva nel nulla.

E non era neppure un ragazzo ribelle. Divenne allievo del “Petit Séminaire”, una delle migliori scuole di Nantes, gestita dai religiosi, depositari di una buona e sana educazione per i pargoli delle famiglie borghesi. Il padre, uomo di legge, contava molto su questo figlio vivace ma studioso per farne il continuatore della sua professione.

Ma ben presto si capì che Jules pensava ad altro.

Sogni di gioventù nella grande Parigi

Aveva superato anche il liceo, senza problemi, al Collège Royal di Nantes, altra scuola di prestigio, e fu mandato a Parigi, studente alla Facoltà di Giurisprudenza, poco convinto dai progetti paterni a suo riguardo. Intanto il fratello Paul era già un bravo allievo ufficiale a bordo di una nave della Marina nazionale.

Giunto alla capitale quando ormai si erano spenti i moti rivoluzionari del 1848, si rese subito conto che Parigi poteva offrire ben altre possibilità oltre allo studio dei Codici. Ebbe l’occasione di assistere ad una conferenza di Victor Hugo, uno dei suoi idoli, e ne fu profondamente colpito: la vita culturale della grande città lo attraeva in modo irresistibile, con la possibilità di conoscere i grandi della letteratura e soprattutto del teatro, che stava diventando la sua aspirazione, e che si fece più concreta attraverso una salda amicizia con Alexandre Dumas figlio. Il giovane dal grande nome aveva già raggiunto la celebrità con la sua “Signora delle camelie” che trionfava sui palcoscenici, e lo mise in contatto con il mondo dei suoi sogni. Né gli fu difficile arrivare al leggendario Dumas padre che lo prese in simpatia rivelandogli i suoi segreti di cucina: il creatore del povero Montecristo affamato in carcere, era anche un appassionato gastronomo che dava alle proprie ricette i sapori della cucina creola, ereditate dai suoi avi delle Antille.

È evidente che tutto ciò faceva allontanare ancor più Jules dai progetti paterni, ai quali non voleva ribellarsi, soffrendone molto. E portava avanti gli studi alla meno peggio. Ma la sorte gli fu amica: aveva cominciato a scrivere qualcosa per il teatro, e ne ebbe degli incoraggiamenti. Ne venne fuori una commedia del genere che fin d’allora si definiva “boulevardier”, leggero e ironico, con un titolo curioso: “Les pailles rompues”, che voleva dire praticamente “l’apertura delle ostilità”, una tragicomica vicenda coniugale in versi molto piacevoli.

Verne non nascose che l’ispiratore era stato l’amico Dumas junior, e la commedia piacque molto, inserita in uno spettacolo musicale insieme ad altre cose “leggere”.

Dopo alcuni mesi si ebbe una “première” teatrale a Nantes, davanti a un pubblico curioso di conoscere questo nuovo autore concittadino, e l’esito fu felicissimo. Il giornale locale scrisse testualmente: “La spiritosa fantasia del Signor Verne è stata un vero successo”.

Tuttavia Jules era convinto che questi suoi primi saggi teatrali, di città o di provincia, non potevano curare. A Parigi intanto un suo amico musicista, Aristide Hignard, figlio di un armatore di Nantes, lo fece collaborare alla composizione di alcune operette, fra le quali un atto unico, “le colin-maillard” (la mosca cieca), che ebbe molte repliche, sempre al Théatre Lyrique”. Riuscì anche a farsi assumere come segretario dello stesso teatro, che pur non essendo uno dei maggiori della capitale, era molto frequentato.

In quel periodo si era anche portato in casa un pianoforte di seconda mano, e suonava volentieri. Le musiche sottomarine del capitano Nemo al piano del “Nautilus” erano ancora lontane…

In quei giorni il padre fece un ultimo tentativo di persuasione: propose a Jules, che era riuscito anche a laurearsi senza troppo entusiasmo, di rilevare l’attività dello studio di Nantes. Ma questa offerta gli giunse proprio quando, deciso a lasciare il teatro, aveva cominciato a scrivere. In una lettera accorata spiegò al padre che preferiva essere uno scrittore con qualche speranza invece di un notaio senza la minima passione. E il bravo Pierre Verne fu molto comprensivo. Si rassegnò. Non vi sarebbe stato nessun Verne uomo di legge.

Ma un altro motivo si opponeva ad un suo eventuale ritorno a Nantes, e aveva un fondamento sentimentale: la sua cugina Caroline, di cui era molto innamorato, stava per sposarsi con un altro.

Per un po’ di tempo mantiene ancora il suo impiego di segretario teatrale. Ma nel 1852 diventa anche redattore d’una rivista mensile. “Le Musée des Familles”, i cui contenuti sono per lo più articoli di cultura popolare alternati con dei racconti di ambiente esotico e avventuroso. I suoi due saggi, “Le prime navi della Marina Messicana” e “Un dramma dell’aria” sono piuttosto modesti ma fantasiosi, e l’anno dopo esce un racconto in due puntate, “Martin Paz” ambientato in Perù. Contiene informazioni sui costumi, il clima e l’ambiente di quel lontano paese che, naturalmente, lui non ha mai visto: ma tutte le nozioni gli vengono suggerite dalla sua assidua frequentazione della Biblioteca Nazionale (luogo di inesauribili risorse, aveva scritto a suo padre). Al resto, provvede la sua accesa fantasia, poiché si devono alternare cultura e romanzo: ed ecco nascere “l’indio” Martin Paz, il primo dei suoi tanti personaggi un po’ eroici e un po’ idealisti, che avrebbero affascinato tanti lettori.

“Le Musée des Familles” si sta trasformando in una bella rivista illustrata che la buona società legge con molto interesse in tutta la Francia. E la collaborazione, di Jules Verne è molto richiesta. Ecco dunque, nel 1854, un suo racconto, “Maitre Zacharius”, storia di un orologiaio svizzero che soccombe ad una stregoneria organizzata dai suoi stessi orologi. La trama sembra ispirata ai racconti “gotici” del tedesco Hoffmann, che Jules conosceva certamente, pur essendo un genere piuttosto estraneo alla sua mentalità. Segue subito, nel 1855, “Un inverno tra i ghiacci”, che è un preludio ai suoi grandi romanzi “artici” degli anni futuri. Si può dire con sicurezza che si tratta del primo “Verne di Verne”, una storia di avventure nell’estremo nord della Groenlandia, con generosi sacrifici, spiriti scientifici, imprese arrischiate… c’è già quasi tutto, e non manca la bella ragazza, promessa al giovane capitano della nave polare che, in suo omaggio si chiama “La jeune hardie”, ovvero la giovane ardita.

Jules ha ventisei anni e una posizione sociale ancora incerta. Continua a lavorare al “Théatre Lyrique”, scrivendo qualcosa che possa anche procurargli un po’ di soldi. Ma le prospettive letterarie sembrano già promettere qualcosa di meglio.

Molti suoi amici si sono sposati, e fra questi una buona parte degli allegri compari del gruppo “Gli undici senza moglie”, di cui lui era un membro autorevole. E intanto le belle ereditiere di Nantes, in sua assenza, si avviano una dietro l’altra verso l’altare nuziale.

Avvenimenti importanti, con nozze in Piccardia

Nella primavera del 1856 si sposa un altro suo amico, che è anche un lontano parente. La moglie è di Amiens, nel nord della Francia, in quella Piccardia che tanti anni dopo avrebbe ispirato una famosa canzone, “Roses de Picardie”. Ma qui non si tratta di rose, bensì di cose più interessanti: Jules, invitato alle nozze, osserva che Amiens è collegata con Parigi da una veloce ferrovia, e che la società locale è molto ricca, con ottime prospettive di affari. Ma soprattutto esiste una sorella della sposa, di nome Honorine, giovane vedova molto piacente, con due figliolette. Colpo di fulmine oppure situazione invitante? Si direbbe entrambe le cose, tanto più che la famiglia di Honorine, i Deviane, gli sta dimostrando molta simpatia, in particolare un fratello, agente di cambio in carriera, che ha bisogno di un rappresentante a Parigi.

E le decisioni precipitano. Una prospettiva matrimoniale non dispiace affatto al padre di Jules, che naturalmente si è già ben informato sui possibili consuoceri, e, in breve, nel gennaio 1857 ci sono le nozze a Parigi. Le due bambine, per ora, sono affidate ai nonni di Amiens. Papà Verne, da Nantes, rivela un improbabile estro poetico dedicando alla bella nuora un’ode floreale naturalmente a base di rose. Tutto va per il meglio.

Ma sarà mai possibile che Jules Verne possa conciliare le sue aspirazioni con i bollettini della Borsa di Parigi? Eppure, per qualche anno si dedica scrupolosamente al compito che ha accettato di buon grado.

Nelle sue lettere si può vedere l’impegno: dà consigli a parenti ed amici su possibili investimenti, frequenta puntualmente la Borsa, collabora assiduamente con il cognato di Amiens. La vita famigliare è serena, e Honorine si rivela una compagna affettuosa, dotata di un grande spirito pratico.

Ha lasciato il suo modesto impiego di segretario teatrale, anche se in un cassetto della sua scrivania c’è ancora qualche copione. In un altro cassetto, quello delle “cose serie”, ci sono i suoi articoli per il “Musée des Familles” e anche l’abbozzo d’uno studio su Edgar Allan Poe, lo scrittore americano morto nel 1849, per il quale ha una grande ammirazione.

Ha l’abitudine di alzarsi ogni giorno alle cinque del mattino e di scrivere per alcune ore: il cassetto delle cose importanti ospiterà fra poco il manoscritto del suo primo romanzo da consegnare all’editore Hetzel.

Tra il ’59 e il ’60 la Francia di Napoleone III, accortamente alleata del Piemonte, esce vincente dalla spedizione in Italia contro gli austriaci, e sembrano aprirsi tempi sereni. Per Jules c’è una bella occasione di vacanza: l’amico musicista Hignard ha un fratello in una compagnia di navigazione (evidentemente è un momento propizio per i bravi fratelli) che offre due biglietti per un viaggio via mare in Inghilterra e Scozia. Jules e l’amico partono entusiasti, il viaggio dura due settimane, e a Londra vedono il “Great Eastern”, la più grande nave del mondo prossima al varo. Per Jules è il suo primo viaggio per mare, ma non basta: poco dopo c’è una seconda offerta, ancora più attraente. Questa volta si tratta di un “cargo” che viaggia per un mese attraverso gli scali della Scandinavia. Verne si prende una seconda vacanza, e realizza veramente un suo grande sogno: amerà sempre il mare, soprattutto quello delle terre nordiche, presente in tanti suoi romanzi, e pensiamo ancore al suo “Inverno tra i ghiacci” di qualche anno prima, tutto di fantasia.

Tornato a Parigi, è subito al lavoro, e c’è anche lo spazio per qualche ultima commedia brillante che viene rappresentata: il cassetto delle “cose leggere” aveva delle riserve… Ma è il lavoro in Borsa che lo impegna al massimo e che deve rendere, per un importante motivo: nell’agosto 1861 nasce Michel, il suo primo e unico figlio. Honorine sta bene, grandi esultanze, naturalmente, nelle famiglie di Amiens e di Nantes. È probabile che nonno Verne spedisca da Nantes qualche altra poesia rituale.

Jules ha ormai molti amici a Parigi, e sarà opportuno ricordare qualcuno tra loro che, per via diretta o indiretta, eserciterà una sicura influenza sulle sue opere. Abbiamo già accennato ai due Dumas, padre e figlio, che non solo gli furono amici, ma si interessarono sempre al buon esito dei suoi impegni teatrali. Un’altra figura interessante è quella dell’esploratore Jules Arago, che, pur cieco, aveva scritto un “voyage au tour du monde” e altre cose di incredibile precisione. Il suo stile e la sua amicizia furono molto utili al giovane Verne.

Una citazione particolare merita Félix Tournachon, che sotto lo pseudonimo di “Nadar” fu un grande pioniere della fotografia e anche uno spericolato viaggiatore aereo: il suo ruolo nella vita e nelle opere di Jules si renderà molto evidente fin dalla pubblicazione del primo romanzo. Né possiamo dimenticare Aristide Hignard, suo fedele consulente musicale al tempo delle operette e utilissimo compagno dei suoi primi viaggi marittimi, per di più gratuiti.

Hetzel l’editore, e il grande volo. In pallone.

Torniamo a quel giorno d’autunno del 1862 in cui Verne varca la soglia di Rue Jacob 18 dove c’è lo studio di Hetzel ovvero Stahl. In fondo, non è del tutto un autore sconosciuto, quanto meno per i lettori dei periodici mensili “per famiglie” e agli spettatori di commedie teatrali leggere. Ma al signor Hetzel non interessa questo: lui vuole del materiale per una grande collana di libri d’avventure e viaggi, che ha in animo d’iniziare al più presto, e gli articoli di Verne lo hanno interessato. Ma ancora più interesse avrà dopo la lettura del manoscritto di quel primo romanzo dal titolo “Un viaggio nell’aria”.

I viaggi in pallone avevano già impegnato altri scrittori. Per esempio, c’era stato un articolo dell’americano Edgar Allan Poe tradotto da Baudelaire, “Le canard en ballon”, ossia “La frottola del pallone” (oggi si direbbe in linguaggio giornalistico “la bufala”) dove si raccontava di alcuni temerari inglesi e di una loro impresa aerea completamente inventata, fra l’Europa e le coste americane della Carolina.

Questi voli erano un argomento di grande attualità, anche nelle cronache autentiche, e abbiamo già detto del fotografo volante Nadar, ispiratore di Verne, e di altre imprese del genere.

Hetzel aveva proposto qualche modifica al testo appena ricevuto, e il titolo era diventato più suggestivo: “Cinq Semaines en ballon” col sottotitolo “Viaggio di scoperte in Africa”. E abbiamo anche visto che l’uscita del lavoro nelle librerie era stata quasi immediata. In breve, il romanzo è la cronaca avventurosa di un viaggio sopra l’Africa compiuto da tre inglesi, questa volta autentici dal punto di vista letterario, sopra un aerostato che può salire e scendere grazie a un ingegnoso meccanismo. I tre personaggi sono: l’inventore Samuel Fergusson, calmo e competente, il suo amico scozzese Dick Kennedy, un po’ scettico e curioso, e il fedele servitore tuttofare di nome Joe, il primo di altri analoghi, in molti romanzi futuri. Il pubblico è sorpreso dallo stile dell’autore, con quell’inizio da cronaca giornalistica: “C’era una grande affluenza, il quattordici gennaio del 1862, alla seduta della Reale Società Geografica di Londra, al numero 3 di Waterloo Square…”. E si entra subito nel vivo della vicenda: la partenza, alla mercé dei venti e degli imprevisti, il lungo viaggio aereo spesso interrotto per mille motivi e subito ripreso con ostinato coraggio dai tre audaci. Quelle cinque settimane scorrono via veloci davanti al lettore preso dalla tecnica del racconto, con un taglio che si può ben definire “moderno”: dialoghi vivaci, descrizioni accurate, informazioni geografiche precise. In poche settimane Fergusson, Kennedy e Joe diventano gli eroi di tutti i lettori. E non solo, come pensava Hetzel, dei ragazzi ai quali il romanzo sembrava destinato. È una rivelazione.

Viene firmato il contratto, che impegna Verne per ben vent’anni, e a condizioni molto vantaggiose, purché si possa mantenere un ritmo di produzione di non meno di due romanzi all’anno. In più, vi sarà anche la collaborazione fissa alla nuova rivista giovanile edita da Hetzel, “Magasin d’Education et de Récreation”.

Sembra incredibile l’adesione rapidissima dell’editore al primo romanzo di un quasi-sconosciuto. Ma i fatti dimostrarono che non si sbagliava, e che i due uomini erano fatti per intendersi. Si rassomigliavano anche un po’: Verne, il più giovane, aveva lui pure adottato una regolare barba.

In una bella mostra di quasi un secolo dopo, a Parigi nel 1966, con il titolo “Hetzel, da Balzac a Jules Verne”, tutta dedicata al grande editore, veniva messa in risalto la forte e prolungata attrattiva che il nome dello scrittore di Nantes aveva esercitato sul pubblico. Tutti avrebbero poi conosciuto e apprezzato gli splendidi volumi dei “Voyages Imaginaires” con la copertina in tela rossa-oro, che recavano in ogni casa, con il loro fascino decorativo, le voci dell’avventura, dell’imprevisto e delle più sorprendenti scoperte scientifiche, illustrate con le immagini dei migliori incisori di quel tempo. Poi sarebbero arrivate anche le edizioni popolari, le tascabili e le riedizioni. Senza sosta, comprese le traduzioni in tutto il mondo.

E c’era pure, s’intende, il “Magasin d’Education et de Récreation” con la relativa “Bibliothèque”. Sempre con quel fatidico indirizzo al quale aveva bussato Verne la prima volta: 18, Rue Jacob, Paris.

Si può praticamente affermare che Jules Verne era nato alla letteratura e alla fama in quell’autunno del 1862. Hetzel gli aveva preparato il terreno con una splendida intuizione: il suo Verne avrebbe scritto quella certa quantità di libri per quel certo numero di anni, avrebbe collaborato regolarmente ai suoi periodici, e così via…

Da quell’anno in avanti, e per il resto della sua vita, lo scrittore di Hetzel produsse più di sessanta romanzi, una ventina di racconti lunghi, e un numero imprecisato di articoli su periodici. Di questa enorme mole di lavoro, la massima parte era compresa nelle precise clausole del famoso contratto.

Seguendo uno schema per quanto possibile semplice, passeremo in rassegna il lavoro di Verne inserendolo nei principali eventi della sua vita. Non sarà una biografia romanzata: se mai, una biografia “con romanzi”.

Storia breve del secondo romanzo

Fin qui, abbiamo seguito Verne nella sua giovinezza, nelle sue vicende famigliari, nelle sue predilezioni teatrali a Parigi, nel suo lavoro d’agente di Borsa. Al momento della sua grande svolta come scrittore ha trentaquattro anni, un figlio ancora piccolo, una brava moglie già esperta della vita. È anche riuscito, da solo o in collaborazione, a far rappresentare una quindicina di “piéce”, per lo più leggere. È di buon carattere e ha molti amici, in una Parigi piena di iniziative culturali: la tragedia bellica del 1870 è ancora abbastanza lontana. È un uomo del suo tempo, molto interessato alle scoperte scientifiche sulle quali si tiene aggiornato leggendo moltissimo.

Scrive Piero G. Della Riva, il suo più acuto studioso italiano e organizzatore di una splendida mostra a lui dedicata in quest’anno 2000 (ce ne occuperemo necessariamente): “Tra le false credenze relative a Verne, come il viaggio lunare, il sottomarino e così via, c’è anche quella che vede l’azione dei suoi romanzi collocata nel futuro, facendone una specie di padre della fantascienza. In realtà le cose che lui scrive sono sempre ambientate nel suo “oggi”. E se i suoi racconti anticipano certe realizzazioni del futuro, egli non le proietta nell’avvenire, ma le vede come realizzazioni tecnico-scientifiche della sua stessa epoca”. Opinione che ci sembra molto interessante e che condividiamo del tutto.

C’è tuttavia un’eccezione, singola ma immediata, e sta proprio nel suo secondo romanzo. Il titolo è già tutto un programma: “Parigi nel ventesimo secolo”. Nel 1863, mentre il fantastico pallone di Samuel Fergusson vola trionfante le sue “cinque settimane” nel mondo e le riedizioni si susseguono, Verne ha pronto un altro manoscritto. È un romanzo “di anticipazione”, che narra la storia di Michel, giovane idealista d’un secolo dopo, nella metropoli trasformata in una bolgia dal progresso: la ferrovia sotterranea, la luce elettrica, i boulevard assordati dal rumore di macchine d’ogni specie, la folla agitata… E la gente è crudele e spietata, tutte le cose belle come la letteratura, la poesia, le arti, sono confinate in un grande archivio-carcere pressoché ignorato o deriso. Michel crede ancora in quelle cose, come un sopravvissuto fuori tempo. Ha una breve storia d’amore, ma finirà per arrendersi e soccombere assiderato, nella neve gelida del grande cimitero “Père Lachaise” dove sono le tombe abbandonate dei suoi grandi poeti e scrittori. L’anno in cui si consuma la tragedia è il 1960…

Hetzel respinse sdegnosamente il manoscritto, un concentrato di pessimismo avveniristico. “Lei non è maturo per questo libro, lo rifaccia fra vent’anni!” E Verne tornò di colpo quello che doveva essere, il cantore delle Grandi Avventure e del Grande Progresso. Ma oggi la sua dimensione umana si delinea in un modo particolarmente caro a noi lettori anche per questa sua prima esperienza fallita.

“Parigi nel ventesimo secolo” rimase ignorato finché Verne era vivo, e anche dopo. Nel 1994 la grande casa francese Hachette lo ha voluto pubblicare con molto clamore, ed è stato un vero successo. Oggi è già reperibile anche nelle edizioni economiche.

Perciò, il secondo romanzo di Verne è del… 1994.

Nelle viscere della Terra. E poi, verso la Luna.

Quasi a riparazione del tentativo precedente, nel 1884 esce “Viaggio al centro della Terra”: un classico, un vero capolavoro di accesa fantasia. La speleologia aveva sempre appassionato Verne, con i misteri del mondo sotterraneo, i fiumi e i laghi mai visti da occhi umani, la fauna sconosciuta… E la storia parte alla maniera che è ormai come una sigla: “Il 24 maggio 1863, una domenica…”. Notare l’anno, che è quasi sempre contemporaneo a quello vero, di uscita del libro.

Uno studioso di Amburgo, il prof. Lidenbrock, porta a casa un vecchio documento in forma criptica (Verne amava molto l’enigmistica) che riesce a decifrare con l’aiuto di suo nipote Axel. È come una specie di invito a calarsi fino al centro della terra, seguendo alla lettera le indicazioni dell’ignoto redattore.

Il romanzo è scritto in prima persona dal giovane, che lascia ad Amburgo i suoi bei ricordi e una dolce cugina, partendo con lo zio e con Hans, una guida silenziosa e fedele. La spedizione procede fra rischi e sorprese incredibili fin dal punto iniziale, che è un vulcano spento della lontana Islanda, e scendendo poi fino ad un mare sotterraneo popolato di mostri preistorici che attaccano la zattera dei temerari in un clima caldo, immerso in un chiarore irreale, con le rive coperte da una vegetazione mostruosa e mai vista prima. In questo mondo primordiale e affascinante che sembra ospitare un’altra epoca terrestre, vengono come risucchiati da un altro vulcano in attività intermittente, lanciati verso l’alto alla bocca del cratere, e letteralmente eruttati fuori. Ma dove? Il paesaggio è quello di un altro mare, azzurro e sereno: è l’isola di Stromboli nel Mediterraneo, come apprendono a fatica da un ragazzino (molto folcloristico) che li sta osservando stupefatto. Questa volta Verne non ha descritto un volo in pallone fra le nuvole, ma un viaggio nella più sfrenata fantasia, quasi una fiaba, con le cognizioni scientifiche dell’immancabile uomo di cultura, per di più tedesco, come guida ed equilibratore.

Epilogo: il bravo nipote si è ben meritato la mano della fanciulla, il professore è felice della sua grande avventura. E vissero a lungo…

Non è solo la vicenda inverosimile come una favola ad affascinarci, ma è lo stile ormai raffinato di Verne e delle sue pagine un po’ serie, un po’ colte, e un po’ (tanto!) complici e amiche.

Il terzo grande viaggio che ci offre Verne è in un romanzo famoso allora, oggi e sempre: “Dalla terra alla luna”. Quante volte, durante l’impresa di “Apollo” che avevamo seguito in diretta televisiva, era anche stato rammentato Giulio Verne, con il suo “profetico” romanzo?

Il solito inizio-calendario: “Pendant le cours de l’année 1865…”. E si parla subito di un tentativo scientifico senza precedenti, illustrato ai membri del Gun-Club, un circolo di artiglieria fondato a Baltimora, USA dai reduci della Guerra di Secessione, che decidono di mettersi in comunicazione con la Luna: “Oui, avec la Lune!” ci dice subito Verne a scanso di dubbi.

Il promotore dell’impresa è Impey Barbicane, un quarantenne calmo e austero, che aveva guidato le artiglierie durante la guerra, e che si è già documentato a lungo presso l’osservatorio di Cambridge nel Massachusetts: tutte le indicazioni tecniche gli sono già note ed è già fissata la data del grande evento. Il progetto iniziale prevede l’impiego d’un proiettile senza passeggeri, ma ecco arrivare improvvisa- mente un telegramma da Parigi: “Sostituite obice con proiettile conico-cilindrico. Viaggerò dentro”. Firmato Michel Ardan. E questo nome introdotto da Verne è semplicemente l’anagramma del suo vecchio amico Nadar di Parigi, l’audace fotografo già famoso protagonista di audaci imprese aeree in pallone. “Ti chiedo scusa” gli scrive in una lettera famosa “ma ho preso te come modello”.

Il colossale cannone per il lancio è già pronto, e si chiama “The Columbiad”. Nel veicolo spaziale prendono posto, con Ardan,  il comandante Barbicane e il capitano Nicholl, già suo rivale e ora valido collaboratore. Non descriveremo il comodo spazio interno e tutti gli altri dati tecnici, molto precisi. E ci sono anche due cani.

Ma non è possibile ignorare alcune incredibili coincidenze: la Sede del lancio è in Florida, in un’area disabitata nei pressi di Cape Canaveral, proprio quello dell’impresa “Apollo” dei nostri giorni, e il ritorno avverrà nel Pacifico, proprio come per gli astronauti d’oggi. Non c’è una spiegazione per queste somiglianze geografiche, certamente casuali, ma ugualmente suggestive.

I tre partono al suono degli inni nazionali francese e americano, davanti a un’enorme folla entusiasta, e saranno seguiti costantemente dall’osservatorio di Cambridge col suo potente telescopio.

Con il boato assordante dello sparo del “Columbiad” si conclude il romanzo. L’osservatorio segue il percorso del proiettile nello spazio: a quanto sembra, ruota intorno alla Luna senza fermarsi. Sorgono immensi dubbi sulla sorte dei tre coraggiosi, si formulano ipotesi, si discute. “Noi ci terremo in contatto con loro”, dicono gli esperti, ma non si precisa in che modo. Hanno una buona scorta di viveri e di ossigeno, sopravviveranno?

Per vari motivi, la risposta resterà in sospeso. Soltanto quattro anni dopo uscirà “Intorno alla Luna”, e la curiosità dei lettori avrà una giusta e meritata soddisfazione.

Accadeva talvolta che Jules si dovesse dedicare contemporaneamente alla stesura di due romanzi, e così fu nel ’65: mentre preparava “Dalla Terra alla Luna” stava anche scrivendo, per la rivista mensile di successo, (vero orgoglio di Hetzel) “Le avventure del Capitano Hatteras”, storia d’una spedizione polare inglese. Il capitano in questione, uomo esigente e molto tenace, ha per fortuna una “spalla” simpatica, il dottor Clawbonny, molto disponibile (figura che ricorre sovente nei romanzi di Verne) e di vasta cultura.

Iniziata come una specie di gara contro un gruppo rivale di americani, la vicenda, di fronte agli enormi pericoli da affrontare, si concluderà con una valida collaborazione reciproca. Drammatico l’epilogo: proseguono per mare, e il Polo, finalmente raggiunto, si rivela come un’isola vulcanica sulla quale il capitano, stremato dalla fatica, perde la ragione. Verrà riportato in patria da una nave di soccorso e ricoverato in una casa per alienati. Il buon dott. Clawbonny, andandolo a visitare, fa una sorprendente scoperta: il povero Hatteras, passeggiando col suo provvido accompagnatore, prende ostinatamente una sola direzione, quella del Nord…

Una volta era frequente, con i più giovani, una vivace discussione sulla superiorità fra due scrittori, Giulio Verne ed Emilio Salgari.
Per un po’ li avevamo creduti entrambi italiani, data la povertà di dati biografici sugli autori dei nostri libri. 
Non c’erano dubbi su Emilio, ma anche quel “Giulio” con il cognome in “e” pronunciato senza la finale muta, perciò senza richiami francesi, ci poteva sembrare uno scrittore cisalpino qualsiasi.
Inoltre, per il bravo papà di Sandokan e del Corsaro Nero si vuole oggi (e pare definitivamente) che l’accento appartenga alla prima vocale del cognome, evitando quel “Salgári” che proprio non ci piaceva.
Per cui: Emilio Sálgari e Jules Verne. E con ciò, sia pace alla loro beneamata fonetica.
Nomi a parte, la loro alternativa letteraria, ma anche quella storica, hanno perso molto del loro significato, e va comunque considerato il solo genere avventuroso, poiché Salgari si occupò ben poco di anticipazione fantastico-scientifica. Con l’eccezione, però, di un suo romanzo del 1907, “Le meraviglie del Duemila”, di impronta, fra l’altro, piuttosto pessimista.
Fatta questa premessa, rivolgeremo la nostra attenzione al grande autore francese e alla sua enorme produzione. Al caro e infelice scrittore italiano potremo magari dedicarci un’altra volta, e lo meriterebbe davvero.

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