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Arte

Gianni Poggi

Due vite consacrate all’Immagine

Immagine articolo Fucine Mute

Luciano Dobrilovic (LD): Entrambi avete vissuto l’amore per l’arte delle immagini come una vocazione, che ha comportato scelte e rinunce…

Gianni Poggi (GP): Di certo, tantissime rinunce: per quel che mi riguarda, anzitutto quella di avere una famiglia e, soprattutto nei primi tempi, sacrifici e battaglie a non finire, essendo il mondo del cinema un luogo in cui non mancano le ‘gomitate’. Il mio grande amore per la fotografia, ampliatosi poi al cinema, mi ha permesso di resistere e continuare nella mia strada.

LD: E tu, Vittorio?

Vittorio Comisso (VC): L’amore per la fotografia è sorto come un chiarimento tardivo della grossa problematica: ‘Che cosa farò da grande?’ Dopo aver abbandonato un lavoro sicuro ed esser emigrato all’estero, mi sono chiesto quello che avrei fatto: e la scelta è stata la fotografia. I momenti di solitudine mi hanno forse insegnato a vedere meglio quello che mi succedeva attorno, e ho iniziato ad amare le immagini che i miei occhi e la mente vedevano.

LD: L’esigenza estetica è nata come un tipo di ricerca interiore…

VC: Sicuramente; mi sentivo straniero in una terra straniera, e mi ha dato sollievo la scoperta di un mondo parallelo, tra quello che avevo lasciato e quello che avevo trovato, ricco di valori che la fotografia mi avrebbe aiutato a nutrire. Il mondo non era più formato da barriere, ma da emozioni, da persone che, oltre i confini, avevano le stesse sensazioni, gli stessi momenti magici e le medesime angosce: questo mi ha liberato dalla solitudine e reso più forte.

Immagine articolo Fucine Mute

LD: La vostra professione ha comportato spostamenti in luoghi diversi…

GP: Il cinema non lo si fa a casa propria: prima mi sono dovuto spostare per l’Europa poi, anche per la realizzazione di poche scene, dovevo andare con la troupe fino in Medio-Oriente, in luoghi spesso pericolosi. La molla che mi ha fatto decollare dopo anni di cinema amatoriale — come la gran parte, ho dovuto cominciare con il cinema amatoriale, in tempi in cui non esisteva nemmeno il super-otto – è stato un mio telefilm girato in 16 millimetri, presentato negli anni Sessanta ad un Festival internazionale con nomi quali Jean Claude Lelouch e Andrei Vajda: lì ho avuto la fortuna di arrivare terzo; a questa mia conquista è seguita una certa pubblicità: tutto ciò mi diede il coraggio di continuare.

LD: Pure tu, Vittorio, hai viaggiato molto…

VC: Sì, ho fatto diversi viaggi. La magia dei viaggi è quella… di poter viaggiare anche nel tempo: l’America, con le sue metropoli e la sua gente indaffarata, mi ha proiettato in un ambiente futuristico; l’India, invece, mi ha trasportato indietro nel tempo, in un tempo piaciutomi per la semplicità del modo di vivere.

LD: Quindi, la fortuna dell’uomo di oggi è di poter scegliere il proprio tempo, il tempo più adatto a sé…

VC: Sicuramente: si può scegliere se camminare sul marciapiedi di una metropoli moderna oppure, in India indietro nel tempo, sulla terra battuta fra le capanne edificate col fango. Le prospettive sono quelle di raccontare diversi modi di vivere: uno proiettato avanti, un altro ancorato ancora a un tempo quasi da invidiare. L’uomo moderno cerca nel passato, l’uomo del passato cerca nel moderno: chissà, forse un compromesso tra queste due civiltà ne potrebbe creare una nuova, più compatibile con l’uomo.

LD: L’arte, soprattutto quella dell’immagine — cinema e fotografia -, può essere anche testimonianza storica, sociale, della realtà. Che cosa ci dici, Gianni, al riguardo?

GP: Questo nel mio caso è avvenuto più tardi, quando cominciai a viaggiare per conto di un’agenzia Press tedesca per le cronache nei paesi coinvolti in situazioni belliche. Lì ho realizzato un cinema-verità, che documentava rivoluzioni e guerre. Prima ero — agli inizi come operatore di macchina, poi come direttore della fotografia — il tecnico a disposizione delle varie produzioni, oppure creavo film per ragazzi e telefilm per una produzione cinematografica gestita da mia madre, oggi purtroppo defunta: il mio genere era proprio quello dei film di fantasia, che non parlano prettamente del sociale.

LD: Tu, Vittorio, hai immortalato momenti significativi per l’evoluzione di una civiltà…

VC: Fotografare è come svegliarsi improvvisamente dalla routine quotidiana per aprire gli occhi su quello che ci accade attorno. Devi camminare per strada dimenticando i problemi che ti frullano continuamente in testa, e guardarti intorno: allora scopri una nuova forma di umanità, cerchi di vedere come la gente vive i suoi momenti, a volte banali, altre densi di una grande carica emotiva; puoi avere la fortuna di incontrare l’amore: due persone che si baciano; oppure nel tramonto puoi vedere un attimo in cui la natura e il colore sono esaltanti; è la magia della fotografia, che ti permette di offrirti un momento tutto per te. Se devi fare un lavoro professionale, alle volte partecipi a momenti drammatici: e diventa ancora più importante, poiché vedi l’uomo in una situazione in cui i sentimenti sono portati al massimo. Una delle grandi possibilità della fotografia è che puoi scegliere: quando vuoi vedere qualcosa di tuo e personale, quando vuoi vedere quello che ti accade intorno, quando vuoi vedere qualcuno in faccia, col ritratto, o quando vuoi scrutare le cose in profondità. Ma tutto questo può accadere se sei in uno stato particolare, direi… come di concentrazione, poiché sei uno spettatore e devi concentrarti sul guardare fuori, e guardare attentamente: diventi spettatore di momenti, attimi che ti stanno davanti agli occhi; è un film, il film della vita, e in questo film devi scattare il momento decisivo con una sola fotografia: è quello che hanno fatto Bresson e Brassai, e anche Eugene Smith e tanti altri con la fotografia sociale, che è quella alla quale sono più portato e in cui credo. L’uomo come emozione, come forma, come creatività, come personaggio… più che non gli oggetti: la fotografia rimarrà vera e viva fino a quando l’uomo saprà mostrare le sue emozioni, e saprà essere umano.

LD: Il rapporto tra l’odierno sviluppo tecnologico e la fotografia ed il cinema è un tema molto sentito. Che cosa ci dici a proposito, Gianni?

GP: Tuttora vi è un solco profondo tra la cinematografia tradizionale con supporto fotografico — cioè la ‘pellicola’: è questa la cinematografia — e le apparecchiature elettroniche che rimandano al campo della televisione. Credo, comunque, sia piuttosto facile oggi con le telecamere realizzare film discreti, considerando che nel cinema esiste ancora il problema dei finanziamenti: la pellicola è costosissima, e girare un film con pellicola comporta una conoscenza profonda della fotografia, essendoci complesse misurazioni della luce e tanti altri problemi, che l’elettronico non comporta, essendo qui quasi tutto automatico. Addirittura negli sceneggiati televisivi — sebbene il pubblico non lo sappia -, si gira in gran parte in elettronico, mentre gli esterni sono girati in pellicola (viene usata la 16 millimetri), e ben pochi se ne chiedono il perché; il fatto è che negli esterni la televisione non funziona, l’immagine non riesce a raggiungere qualità ottimali. Per me rimane — e spero rimanga ancora per tanti anni — fondamentale la pellicola; tra l’altro, il montaggio alla moviola con pellicola conserva un incredibile fascino, mentre il montaggio elettronico non ti dà gli stessi stimoli… io sono rimasto un po’ all’antica… forse mi sbaglierò, ma almeno per me il cinema significa ‘pellicola’. Queste nuove scoperte vanno bene per cronache, documentari e tanti altri usi, ma non vanno bene per fare i film.

LD: E riguardo alla fotografia, Vittorio, qual è la tua opinione?

Immagine articolo Fucine MuteVC: Credo che tra la fotografia tradizionale con pellicola e la digitale vi sia un rapporto stimolante; secondo me, tra la fotografia usata finora e quella in digitale vi sarà la stessa rivoluzione, per fare un esempio, che c’è stata tra l’orologio meccanico e quello al quarzo. Trovo molto stimolante il digitale, che ha permesso di agevolare al massimo la parte tecnica — vengono meno i problemi di lavoro della camera oscura —, e ha portato possibilità nuove, come quella di poter fare dei ritocchi davvero eccezionali. Ci sono dei vantaggi, e l’unica cosa che comunque non potrà venir meno è la creatività: la macchina può fare molto, ma non può né vedere né pensare per te.

LD: Quali sono i tuoi attuali progetti artistici, Gianni?

GP: Visto che sto invecchiando, ho fatto dei progetti… Nel 1996, con degli amici amanti del cinema e qualche professionista, ho fondato un’associazione dal nome “Compagnia Cineasti Indipendenti — Jacques Tatie”, tanto per distinguerla: pare infatti che — l’abbiamo scoperto in Internet — ci siano anche altre Compagnie Indipendenti; ho voluto allora dare alla nostra il nome di un attore e regista che ammiravo, ma che — sono convinto — ben pochi conoscono, visto che oggidì abbiamo una ‘grande cultura’ cinematografica…

Questa compagnia vuole portare avanti un discorso di ‘cinema pulito’, in quanto sono contrario a tutti i film davvero pericolosi — non sono l’unico a dirlo — che la cinematografia internazionale ci propina negli ultimi anni, a solo scopo d’interesse: più abbondano sesso e violenza, più il botteghino incassa. Questi invece vogliono essere dei film che si possono definire ‘d’arte’ o ‘d’essai’, una cinematografia riservata a giovani talenti che io intendo modestamente aiutare, in senso generale. Io non sono tanto un regista, ma soprattutto un tecnico che ha scritto, scrive ancora e realizza ogni tanto qualche film; intendo scoprire e cercare di lanciare dei giovani, siano questi registi, attori o — perché no — degli aspiranti tecnici ed operatori, a patto che accettino di portare avanti questo discorso del cinema pulito… certo, non intendo fare film in odor di santità, ma nemmeno lavori in cui violenza e sesso abbondino senza un motivo valido. Adesso, alla fine del 2000, mentre sto rispondendo alle domande di Luciano Dobrilovic, stiamo progettando un mediometraggio da girarsi ad inizio estate del prossimo anno in Aquileia, ispirato ad un personaggio realmente esistito secoli e secoli fa; è la prima volta che affido un soggetto mio alla sceneggiatura e alla regia di un giovane di talento, il quale girerà questo lavoro su una trama inventata da me, visto che del personaggio storico si sa solo che è esistito, e nient’altro.

Immagine articolo Fucine Mute

LD: E che cosa attualmente hai in mente tu, Vittorio?

VC: Sto cercando di buttare tutte le mie vecchie storie alle spalle e, nell’eventualità, se capitasse qualcosa di nuovo dopo quanto ho fatto, si aprirebbe una nuova possibilità di ricerca… non c’è fretta: nel mondo succede ogni giorno qualcosa; basta farsi un po’ di chiarezza, metter su un programma e buttarsi nella mischia.

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