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Palcoscenico

Stefano Santospago

Trent’anni di teatro tra lacrime e risate

Riccardo Visintin (RV): Siamo in compagnia di Stefano Santospago, che è il protagonista, assieme a Carola Stagnaro e ad altri attori, di questo spettacolo di Neil Simon, Rumors, che sta riscuotendo a Trieste un bellissimo successo, molto pieno, da parte del pubblico; Santospago ha un ruolo, devo dire, pari a quello dei suoi colleghi, molto frenetico (è quasi sempre in scena), molto verbale, molto divertente.

È una domanda quasi scontata: come si regge un gioco recitativo così pesante? Cioè, come si fa a stare sempre in scena, insieme ad altri colleghi, in maniera così vivace? Trova anche il modo di divertirsi, nello stesso tempo, assieme al pubblico?

Stefano Santospago (SS): Intanto, quando si diverte il pubblico, il divertimento ritorna a noi, e viceversa.

Quando vedi che il pubblico è un po’ distratto, perché l’attenzione la si può perdere, non solo perché non arrivano le battute, ma proprio perché si perde l’attenzione, ti rendi conto che quello che arriva al pubblico non torna indietro, e allora, automaticamente, ti diverti di meno anche tu.

Non solo, ma quando uno arriva un po’ stanco a fare lo spettacolo, perché magari viene da lontano, ha fatto molta strada, anche se stanchissimo, se il pubblico gli risponde subito, automaticamente lo ricarica, gli ridà energie e quindi può fare lo spettacolo molto facilmente. Questo fortunatamente è già un modo per “reggere”…

E siccome questo spettacolo, che è arrivato alla seconda stagione, è uno spettacolo nel quale il pubblico ci è sempre venuto molto dietro, noi ci divertiamo e continuiamo a divertirci a farlo.

Il modo migliore, nel nostro caso, è quello di fare un gran gioco di squadra, nel senso che è un tipo di teatro, questo, che non permette solismi, pezzi solisti, è un tipo di teatro dove bisogna passarsi continuamente la palla, e se uno si mette a fare un virtuosismo personale per dire “guarda quanto sono bravo”, “quanto sono divertente”, automaticamente tutta la macchina si piega su un lato, e automaticamente tutte le conseguenze ricadono proprio addosso a lui. Questa è una cosa che abbiamo sperimentato varie volte.

RV: Senta, ho scoperto che questo non è la sua prima esperienza con il teatro di Neil Simon…

SS: Ho fatto solo un’altra cosa in passato, A piedi nudi nel parco

RV: Però Lei è un attore che, al pari di altri suoi colleghi, seppur ancora giovani, ha già accumulato una serie di esperienze non indifferenti: addirittura, da ventenne o venticinquenne, Lei ha formato insieme ad altri attori una specie di cooperativa teatrale, “Il Politecnico”, non so se è giusto definirlo così…

SS: Sì, è stata anche una cooperativa… intanto è successo prima dei venticinque anni, perché in realtà io adesso ho quarantasette anni, e ho cominciato a diciannove. Mi avvio alla trentina d’anni di lavoro, e in quegli anni stavo proprio cominciando, andavo ancora all’Università.

Avevamo creato a Roma, con delle persone tutte più grandi di me, io ero uno dei più piccoli, perché erano tutti professionisti navigati, una cosa che era il primo centro multimediale nato in Italia, che ha avuto una vita non lunghissima, ma esiste ancora il luogo, seppur non più con quelle finalità…

Era proprio una specie di esperimento utopistico: avere in uno spazio, che era una vecchia fabbrica di reti, non lontana dal centro, nel quartiere Flaminio di Roma, un centro in cui ci fossero un teatro, un cinema, studi di architettura, studi di scultura, studi di pittura, e fare in modo, poi, che tutte queste discipline interagissero tra loro; questo era il sogno, che in parte si è realizzato e in parte no, perché è difficile mettere assieme tante teste, soprattutto se ognuna ha una propria originalità.

E io mi sono trovato per i primi cinque anni di lavoro a lavorare in questo gruppo, gratis, ma è stata un’esperienza molto interessante perché non era soltanto ristretta al teatro, ma c’era un contatto continuo con altre discipline.

RV: Poi ci sono state, appunto, tantissime esperienze, tipo Shakespeare, con Calenda, che questa città conosce benissimo, e questo teatro lui lo conosce ancora meglio, e poi un repertorio lunghissimo di tantissimi spettacoli fino ad arrivare a Nata Ieri.
La mia domanda è questa: si sente un commediante prestato al dramma o viceversa? O “cosa” si considera?

SS: Mi considero un attore, e in quanto tale faccio le commedie e faccio i drammi.

Ci sono poi degli attori che tendono a specializzarsi molto, ma io sono contento di aver avuto occasioni molto diverse tra loro, tra cose estremamente brillanti — perché ho fatto anche le commedie musicali col “Sistina” — e drammi, appunto. L’ultima volta che sono stato a Trieste, ci sono stato con Orgia di Pasolini, per la regia di Castri, proprio l’opposto del tipo di esperienza attuale, ma è dal dialogo tra queste esperienze che ci si arricchisce, e si diverte anche di più, usando il termine “divertire” nel senso più ampio del termine.

RV: Le faccio un’ultima domanda, che lei in parte ha già preannunciato.

Stefano Santospago ha con Trieste un rapporto non stretto, ma senz’altro continuativo. Si ricorda la prima volta che è stato a Trieste?

SS: Ho avuto un primo impatto non professionale perché ero bambino, nel senso che la prima volta che sono venuto avrò avuto dieci anni e me la ricordo molto bene perché avevamo degli amici a Trieste, e poi perché avevo una nonna che era friulana, era di queste parti.

Il primo ricordo professionale invece è legato all’Auditorium, intorno al 1976.

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