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Omnia

Giù le mani!

Per la prima volta tocca a me. Oggi il caporedattore firma l’editoriale, quello che va su tutte le pagine di sommario, quello con l’immagine grande. Confesso di provare una certa emozione, ovviamente non eccessiva (siamo grandi, dài!), in parte compensata dalla certezza di dover proporre ed affrontare un tema ben preciso ed attuale, che mi evita il disagio di parlare a ruota libera, situazione in cui diverrebbe necessario dissimulare la povertà delle mie argomentazioni fingendo di saperne abbastanza.

Scherzi a parte, il tema del mese c’è, e decisamente scottante. Chiunque abbia navigato un minimo nelle ultime settimane sarà quasi sicuramente incappato in una serie di inquietanti banner dal tono innegabilmente perentorio: “giù le mani dal web, no alla censura”, “no alla censura dei siti web italiani”, “difendiamo la libertà di parola”, e via discorrendo.

Il riferimento è ovviamente alla nuova nelle sull’editoria (7 marzo 2001, n. 62), che aggiunge novità e apporta modifiche alla legge 416 del 5 agosto 1981. Il timore, paventato ma non del tutto privo di fondamento, è che la discutibile e discussa norma impedisca di fatto la libertà di espressione in rete per i siti che intendano, anche senza fini di lucro, fare semplice informazione.

In altri termini, per i siti aggiornati periodicamente e di tipo informativo, ovvero quelli equiparabili alle tradizionali testate cartacee, si prevede la registrazione presso il tribunale con tutto ciò che ne consegue: individuazione di un proprietario/editore, di un direttore responsabile già iscritto all’albo dei giornalisti, e la produzione di documenti cui si accompagna l’esborso di 250.000 lire per tassa di concessione governativa e 92.000 lire per bolli giudiziari e amministrativi.

Ora, in teoria l’obbligo di registrazione è il vincolo per accedere a tutta una serie di sovvenzioni e finanziamenti di cui anche l’editoria on-line, a seguito di quella cartacea, inizierebbe ad usufruire. In pratica, un buon numero di siti Internet amatoriali, specialmente se privi di intenti commerciali, saranno costretti ad allinearsi o, più probabilmente, a chiudere i battenti, se non verrà fornita un’interpretazione formale della legge che smentisca questo timore. Perché? Perché non tutti conoscono un giornalista pubblicista, non tutti i giornalisti pubblicisti amici/conoscenti di un webmaster sono automaticamente interessati a fare il direttore responsabile, e non tutti sono disposti ad adeguarsi alla succitata tariffa. Non tantissimi soldi se pensati sul lungo periodo, ma una discreta sommetta nel bilancio mensile di una persona che non ha mai pensato alla rete come investimento, e che quindi dedica le proprie spese anche ad altre necessità od interessi.

Dall’obbligo sono esclusi i siti non aggiornati periodicamente: sarà tassativa per tutti, ad ogni modo, l’indicazione di un proprietario (che spesso coincide con il webmaster) e della sede di realizzazione del sito. Forse si potrà aggirare la legge modificando di volta in volta la frequenza degli aggiornamenti, ma non per molto; non si potrà, invece, trasferire il contenuto del proprio sito all’estero per sfuggire alla legge italiana. Ulteriore novità – incredibile – è la responsabilità, di cui sono investiti i provider, rispetto alla conformità alla legge dei siti ospitati: francamente, un onere a mio modesto avviso eccessivo.

Inoltre – indicazione non del tutto confermata ma ad ogni modo sconcertante – non si deve registrare il portale, bensì tutte le sezioni informative ad esso collegate.

Le sovvenzioni previste sono nell’ordine dei miliardi, da ripartire fra i soggetti richiedenti in base ad un investimento in macchinari ed interventi strutturali di varia specie e natura. Mi sembra abbastanza logico, quindi, che un sito di modeste dimensioni, magari aggiornato per passione, difficilmente possa ricadere nel novero delle realtà coinvolte da tale regolamentazione. Se obbligo deve esistere, che lo si ponga per chi, appunto, decida di presentarsi con un progetto di ampio respiro, per il quale una sovvenzione abbia ragion d’essere.

Ma si lascino stare gli altri: al di là di tutte le rassicurazioni del caso (peraltro poco tranquillizzanti, al punto che si è resa necessaria una circolare ministeriale esplicativa, ma in realtà non del tutto chiara, per la corretta interpretazione della legge, e da più parti si auspica l’intervento della magistratura), il  sospetto fondato, al di là di come andrà a finire, è che sulla stampa online gravino gli interessi corporativi di un ordine che è un interesse corporativo già a monte, che per qualche motivo, non pago di esistere solo perché siamo in Italia, vuole disciplinare l’anarchia organizzata, fertile ed evidentemente temuta della rete.

“Non siamo giornalisti, e allora?”, recita un altro degli slogan adottati dalla campagna contro la legge (per gli approfondimenti vi rimandiamo al sito www.punto-informatico.it); domanda più che legittima da parte di chi ha dimostrato, nel corso degli ultimi anni, di saper fare bene il proprio mestiere, quello di scrivere ed informare, senza tesserine o esami di sorta. Senza dimenticare che, quando riviste come Fucine Mute sceglievano di registrarsi, di strutturarsi secondo un preciso organigramma, di diventare una palestra per futuri pubblicisti, ci volle un tribunale (quello di Bari, se non ricordo male) per equiparare un periodico on line all’omologo cartaceo e dichiararlo formalmente degno dei blasoni della stampa tradizionale. A chi non voleva vedere, all’epoca il web appariva come un garbuglio arruffato di frasi sconnesse; alle stesse persone, dopo alcuni anni, sembra il caso di trarne profitto mettendo le mani su qualcosa alla cui espansione non hanno certo contribuito.

Credo tuttavia, nonostante tutti i legittimi timori sollevati dalla legge, che la pressione esercitata dalla campagna in corso produrrà i suoi effetti; sarò ottimista, ma il popolo della rete ha dimostrato di sapersi coalizzare e di insorgere quando è il caso.

Viviamo in un paese (non oso qui definirlo come Luttazzi, ma confesso di pensarlo spesso) che censura, oltre la rete, i programmi e i titoli dei programmi, ma in cui un TG si permette di definire una carovana di profughi kosovari “un convoglio di straccioni” senza che nessuno dica niente (giuro che non lo dimenticherò finché campo), di affrontare la polemica sull’opportunità delle “cazzate” di Celentano ripetendo una ventina di volte la parola in questione, assecondando i vaneggiamenti del molleggiato in un’intervista tanto servile  – compresi i risolini alle battute più insipide – che sembrava fatta ad Agnelli (peraltro a ora di cena, quindi, presumibilmente, con i bambini che ascoltano), in cui un Televideo scrive che da oggi si possono disdettare le assicurazioni automobilistiche. Non parliamo della qualità dell’intrattenimento: scusate la digressione che peraltro ci porta un po’ indietro nel tempo, ma in questi giorni sto rileggendo “Gli uccelli di Bangkok” e ho quasi pianto al pensiero di come la Rai mi ha trattato Pepe Carvalho.

Ed è da queste persone che dobbiamo farci insegnare come si lavora e ci si organizza? Francamente no, e quindi protesto per principio.

Un’ultima cosa: mi rendo conto che il tempo è tiranno, ma avete tempo fino a fine aprile per votare Fucine Mute nel sondaggio mensile di Freeonline (www.freeonline.it): siamo un po’ distaccati, ma se vi impegnate possiamo giocarcela sul filo di lana!

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