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Palcoscenico

Sagrada familia

Alejandro Jodorowsky (AJ): Ho studiato Filosofia e Psicologia all’università. Cercavo la verità. Mio padre era un ateo comunista. Fisicamente somigliava molto a Stalin, era vestito come Stalin e da quando avevo quattro anni mi diceva: ‘muori, ti putrefai e poi non c’è niente’. Io quindi sono cresciuto senza alcuna aspirina metafisica. Cercavo la verità. Un giorno scoprii le marionette e lasciai la filosofia per le marionette, per l’arte, perché mi resi conto che la verità è impossibile da raggiungere e il massimo a cui possiamo arrivare è la bellezza. Quando ero giovane come i miei figli mi dedicai alla bellezza fisica: facevo pantomime, ballo, danza. Poi venne la bellezza creativa che si trova nel centro sessuale. A quel punto iniziai a fare teatro e tutte le altre cose artistiche che feci: quindi anche i figli, che sono una creazione molto artistica, tutti creati nel bel mezzo del piacere, con madri molto forti. E poi la bellezza delle emozioni, per cui mi sono dedicato alla terapia, ho fatto psicomagia e altre cose. Poi ancora viene la bellezza mentale, quella bellezza che bisogna incontrare nelle parole, senza ricercare la verità, ma al contrario una espressione estetica molto forte: così è nata la poesia. I miei figli sono cresciuti in un ambiente artistico. Pensavo che la creatività e l’immaginazione fossero l’educazione migliore, e ognuno di loro si formò per quello che era, non per quello che ero io, ma proprio per quello che era ognuno di loro. Anche loro fecero teatro, ma non so perché (perché non li ho spinti io). Hanno fatto cinema e, come me, si dedicarono all’arte e alla scrittura di poesie. Ognuno qui ha il suo libro di poesie, ma sono tre poeti differenti, non sono uguali, ognuno va per la propria strada, con il proprio carattere e la propria forma. Devo dire che non so cos’è un recital di poesie: abbiamo provato una sola volta, questa è la verità, questa è la vera prima volta.

Domanda: Cos’è la metafisica per Alejandro Jodorowsky?

AJ: C’è una risposta molto bella di Wittgenstein, che disse: ‘Di ciò di cui non si può discutere, di ciò si deve tacere’

D: Cos’è l’inconscio per Alejandro Jodorowsky?

AJ: Ognuno dei miei figli risponderà diversamente a questa domanda. Io credo che l’inconscio sia un mio amico, credo che tutti i miei sogni siano ordinati e quindi nella creazione non ricerco l’ordine, perché questo viene da solo, in un’altra forma, anche se non è un ordine razionale. Se nella creazione si vuole mettere un ordine razionale, allora si uccide la creazione. Si deve permettere che l’ordine cresca all’interno della creazione come un fiore. Non stiamo parlando di politica, stiamo parlando di ciò che è la creazione…

D: Quali correlazioni ci sono tra razionalità e creatività?

AJ: La creatività e la razionalità possono andare d’accordo. Come? Io rimasi molto impressionato quando all’università studiai filosofia della matematica, la creazione di mondi immaginari. Euclide ha postulato che per un punto che si trova a una qualsiasi distanza da una linea può passare una e una sola parallela a questa linea. Lobacevskij ha detto che per quello stesso punto possono passare infinite parallele. Riemann ha asserito che per quel punto non può passare nessuna parallela… Questi non erano certo poeti, ma matematici. E crearono dei mondi che non servirono poi nella vita reale, ma furono utili per il mondo microscopico e per il mondo cosmico. Questo vuol dire che la scienza può avere immaginazione. Quindi dico che possiamo mettere la creatività nel campo del razionale, lo dobbiamo fare. Per esempio, tutti stiamo aspettando l’avvento di una grande rivoluzione politica, ma la vera rivoluzione verrà da un cambio di energia: siamo passati dal vapore al petrolio e poi all’atomo. Ma provate a immaginare come diverrà il mondo con l’energia antigravitazionale, quando ci saranno i calzini volanti, quando le case fluttueranno, quando tutta una città, ad esempio Trieste, se ne andrà in visita a Parigi. Ci sarà un cambiamento totale perché si sarà scoperta una nuova energia e questo sarà l’immaginazione nella scienza.

D: Qual è il significato delle “api” per Alejandro Jodorowsky?

R: Per me le api sono sempre state molto importanti perché sono gli animali che producono il miele, simbolo della Parola Divina. L’ape ha sei zampe, sei come nel doppio triangolo che chiama “scudo di Davide”, dove il cielo si unisce alla terra: è l’animale che unisce il cielo con la terra, che trasforma e rende più dolce. Durante la mia esperienza con la psicomagia ho incontrato persone molto aggressive verbalmente che non potevano trattenersi dall’esserlo perché i loro genitori furono a loro volta parimenti aggressivi. Ho fatto in modo che una persona che amano facesse loro un massaggio con il miele all’interno della bocca e poi con la bocca piena di miele dicesse loro di parlare. A quel punto quelle persone hanno pianto, perché il nostro linguaggio è un linguaggio fatto per l’amore, per la comunicazione, ma la civilizzazione ci obbliga a usarlo come un’arma. Ogni volta che siamo aggressivi danneggiamo il nostro sistema nervoso, produciamo tensione interna; quando invece parliamo con parole dolci, ci rilassiamo. Conobbi una persona che aveva un tumore. L’unica cosa che gli raccomandai era di mettersi ogni mattina del miele in bocca e di dire parole dolci alle prime dieci persone che avrebbe incontrato. E il tumore scomparve. La bontà è una la più grande cura.

AJ: Quali sono i rapporti con la letteratura di Carlos Castañeda?

R: Castañeda è stato un fenomeno degli anni ’70. Tutti, quando leggemmo Castañeda negli anni ’70, ci meravigliammo, perché c’era una serie di concetti incredibili come il Nagual, il Tonal, il Guerriero. Ma via via che proseguiva a scrivere libri, ci rendemmo conto che ci stava parlando di cose per noi impossibili da realizzare. L’autore diceva: ‘Io mi getto in un abisso, tu no!’, ‘Io sono un mago, tu no!’, ‘Io passo la vita senza lasciare tracce, tu no!’, ‘Io faccio milioni pubblicando libri, tu no!’, ‘Io mi trasformo in un cane se voglio, tu no!’, Io mi trasformo in una stellina e me ne vado col Maestro, tu no!’… pura fantasia! Pura fantasia che non mi è mai servita a nulla. Mi servì per sognare. Dei bei sogni, ma solo sogni. Perché la vita è un sogno e i sogni sono sogni.
L’importante è arrivare a una magia che si possa praticare, vera. Mi incontrai con Castañeda a Città del Messico e dovevamo parlare di cose molto profonde, ma gli venne la diarrea e dovetti accompagnarlo a cagare al suo albergo. Mago com’era, non poteva evitare di dover cagare!? Questa è la mia opinione sincera. Neruda disse una frase molto carina: ‘Dio mi liberi dall’inventare cose quando canto’, e noi qui stiamo cantando, non possiamo mentire. Io vedo la poesia dei miei figli, ognuno dei quali esprime la propria verità, non c’è falsità, ma solo verità diverse: Brontis è un poeta concentrato, che ricerca la concentrazione, vuole dire il massimo con il minimo delle parole, posizione inversa a quella di Cristobal, che è un poeta esplosivo, che non ha limiti, metaforico, pazzo, delirante, ma meraviglioso; Adan, il più giovane, è il poeta lirico, che arriva alle profondità del cuore, descrive sentimenti di una purezza incredibile. Ognuno d’essi rappresenta tre aspetti veri nel linguaggio della poesia. La poesia ha sempre poco pubblico perché è un linguaggio occulto, ci deve essere del mistero in ciò che si dice… ma se si riesce a capirla immediatamente è una canzone rock, non una poesia. Questo è quello che penso, alla domanda su Castañeda sono obbligato a rispondere con la verità. Non mi domandate troppe cose, perché sennò mi obbligate a dire la verità.

D: Come ha diretto il suo spettacolo teatrale?

AJ: Non l’ho diretto come un regista normale, l’abbiamo fatto assieme. Io non ho fatto altro che dire: ‘questo mi piace, questo anche’. Questo è tutto. O magari: ‘più veloce qui, più lento lì’… E con loro, uomini e donne, perché non c’erano solo i miei figli, ma anche le loro mogli e la mia, abbiamo lavorato uniti, senza conflitti, ed è stata una terapia: si trattava di vedere se una famiglia riusciva a produrre qualcosa insieme, senza competizioni, senza gelosie, una collaborazione totale. Ci siamo riusciti. Una famiglia unita. Non ci sono buoni e mediocri. Si potrebbe pensare, per esempio, che Cristobal abbia obbligato la moglie a lavorare con lui solo perché è sua moglie… no, perché è un’attrice formidabile!
E i miei figli non si sono formati con me: Brontis ha lavorato molto con il Teatro del Soleil di Parigi, facendo il Tartufo, opere greche eccetera; Cristobal ha lavorato molto con il teatro del silenzio; Adan, a parte la musica, ha frequentato scuole di teatro realista, e così anche le loro mogli. Ognuno di loro ha lavorato in cose differenti. E una volta al Teatro del Soleil, la Mnouchkine, la direttrice, ha messo in scena uno spettacolo indiano in cui i mendicanti di strada erano veri mendicanti; c’erano acrobati, prestigiatori, cantanti, ballerini, ma ciò che ci sorprese era vedere che ogni compagnia era formata da una famiglia, dal nonno al nipotino. La famiglia si trasmetteva le conoscenze e io per questo provai una profonda commozione, perché nel mondo occidentale ciò non esiste. C’era la tradizione della commedia dell’arte, ma poi scomparve. Perché non tentare quest’avventura, dunque? E ci siamo lanciati tutti insieme.

D: Cos’è il movimento panico?

Marianne Costa (compagna di A. Jodorowsky, ndr): Una delle peculiarità del movimento panico era che l’artista panico si metteva lui stesso nella sua opera. Nei dipinti di Arrabal, ad esempio, c’e sempre la faccia del pittore stesso da qualche parte. In un modo o nell’altro l’opera panica continua questa tradizione, in un modo o nell’altro è un’opera Jodorowsky. è una cosa che è cresciuta, da due anni a questa parte, in un modo molto organico. Non è sempre tutto rosa e fiori, tutto facile, ci sono momenti di dubbio, ma è una cosa cresciuta organicamente, senza domandarsi se andava bene, se si era d’accordo… le cose si sono aggiunte le une alle altre, è quasi un miracolo. Anche Antonio Bertoli (l’editore italiano delle opere di Jodorowsky, ndr), che ha tradotto l’opera, si è ritrovato, lui editore, sul palco a fare l’attore. Non è quindi solo una questione di famiglia, ma anche di amicizia molto forte ed è cresciuta veramente come una bella pianta.

AJ: Il panico era un movimento fondato da me, Arrabal e Topor perché eravamo stufi del vecchio surrealismo, che stava terminando il suo percorso… Breton stava per morire, non gli piaceva la fantascienza, il rock, la musica, tutte le manifestazioni, insomma, dell’arte contemporanea. Noi inventammo qualcosa che ancora non esisteva: ‘chiameremo panico tutto ciò che faremo’, ci siamo detti, ‘Panico non è inteso come terrore, ma come totalità, l’unica cosa che accomuna noi tre è il fatto di essere artisti polivalenti, facciamo cinema, facciamo teatro, facciamo poesie, facciamo romanzi, facciamo tutto quello che vogliamo, non solo una cosa, ma tutto ciò che vogliamo’. Questo è il panico. Non c’è mai stato un corpo teorico, non è una teoria né un movimento: è un’azione.

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