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Cinema

Jung Ji Woo

Happy End

Martina Palaskov (MP): Happy End è il suo primo lungometraggio. Il film ha anche inaugurato l’anno scorso la sezione della critica al Festival di Cannes. Perché questo titolo? E dove ha scovato l’idea per il film (che personalmente considero un capolavoro)?

Jung Ji Woo (JJW): M’interessa molto, di tanto in tanto, soffermarmi sulle brevi notizie di cronaca che si trovano sui trafiletti dei quotidiani. Ho sempre pensato di girare un film che parlasse di queste storie apparentemente insignificanti. Così nasce il mio film.

Per quanto riguarda il titolo, Happy End, be’… si tratta di un titolo chiaramente ironico. Nella vita non esiste il classico happy end tipicamente cinematografico.

MP: Si tratta quindi di pessimismo?

JJW: Pessimismo? Direi di si.

MP: Ho trovato particolarmente interessante una fra le ultime sequenze del film. La protagonista, Bora, oramai morta, torna a rivivere. La ritroviamo affacciata al balcone che tenta di afferrare un palloncino di cartone. Si tratta di un sogno fatto dal marito assassino o il significato è un altro?

JJW: Volevo che gli spettatori interpretassero quella sequenza. Il significato è vago per questo motivo.

Per quanto mi riguarda, volevo far vedere in anticipo la realtà in cui vivrà il protagonista maschile; ossessionato e pieno di sensi di colpa nei confronti della moglie morta. Egli vivrà infelice per sempre….

Ho anche pensato al sogno. Ho immaginato il marito desiderare che tutto ciò che ha fatto non fosse mai accaduto, sperando di poter dimenticare.

MP: La svolta finale del film è molto hitchcockiana. Tuttavia l’uxoricidio avviene in una frazione brevissima di tempo. Perché non aumentare la suspense e allungare il tempo della follia omicida?

JJW: Il mio è un dramma familiare, una storia che indaga psicologicamente la realtà di una famiglia coreana. Il mio film non è un thriller. Non volevo, quindi, trasferire l’attenzione dello spettatore dal dramma. Ho voluto che l’omicidio fosse solo un punto finale del racconto, non la matrice fondamentale.

MP: Sono tante le incongruenze durante la premeditazione dell’omicidio; la telefonata da casa, la chiave dell’appartamento dell’amante…

JJW: Per quanto riguarda la chiave, il marito non sapeva con certezza che la chiave era dell’appartamento dell’amante… una coincidenza. In ogni caso, Happy End non finisce mica bene [ride del paradosso, nda].

Il delitto non è per niente un delitto perfetto e non volevo che lo fosse. Le incongruenze e gli errori tattici del marito fanno parte del racconto. Egli non vivrà serenamente, anzi, sarà probabilmente incriminato.

MP: Parliamo del sesso nel film, fondamentale, a mio avviso, per interpretare e capire il rapporto tra Bora e il suo amante. Delle sequenze splendide e molto adatte all’atmosfera del film.

Come ha lavorato con gli attori, come si è fatto capire dagli attori e come ha raggiunto quel tipo di confidenza con i due interpreti?

JJW: Sono anch’io molto contento delle sequenze di cui lei parla. Lavorando con gli attori ho specificato che ciò che doveva trasparire dal loro rapporto sessuale era la lealtà. I due dovevano essere leali e reali l’uno nei confronti dell’altro.

Quando sono stato a Cannes, una signora in conferenza stampa mi chiese perché il sesso praticato dai due amanti fosse così diverso dal sesso che Bora consumava con il marito. Risposi “si tratta di una domanda ovvia signora. Il sesso coniugale e sempre diverso dal sesso adultero, non è così anche a Parigi?!“[ride]

MP: Il cinema coreano negli ultimi anni, anche in campo internazionale, ha avuto un grande successo. Come spiega ciò, qual è la forza del cinema coreano oggi?

JJW: Ci sono tre motivi. Il primo è l’enorme quantità di sovvenzioni e investimenti che sono impiegati nella produzione cinematografica nazionale.

In secondo luogo, ci sono ottimi giovani registi in Corea. Infine, c’è una legge coreana che obbliga gli esercenti a proiettare film nazionali per un minimo di cento giorni l’anno.

MP: Non soltanto economicamente ma anche culturalmente il cinema coreano è molto emancipato e interessante.

JJW: I giovani registi coreani sono molto dotati. Credo che si tratti di un vero e proprio cenacolo di cineasti che si influenzano a vicenda.

MP: Qual è la differenza in Corea tra cinema d’essai e cinema commerciale?

JJW: Una cosa molto strana è capitata al mio film. Happy End è considerato un film commerciale in Corea, mentre il resto del mondo lo giudica d’essai.

Credo che il mio film sia entrambe le cose… un po’ commerciale e un po’ artistico. La capacità di comunicare qualcosa è in fondo la caratteristica più importante in un film.

MP: Che relazione c’è, sia culturale sia sociale, oggi tra le due Coree e come si comporta il cinema di conseguenza?

JJW: Si stanno lentamente abbandonando le ostilità. Il governo attuale ha impiegato le proprie forze per avvicinare le due realtà. Il nostro capo di stato Kim Dae-Jung ha anche ricevuto un premio nobel. Questo è un buon inizio. Attraverso questo dialogo ci sarà sicuramente anche una riconciliazione artistica. L’anno scorso so che molti film nord coreani hanno partecipato al Far East Film Festival. Mi ha fatto molto piacere e spero che altri film nord coreani vengano proiettati qui a Udine. L’anno prossimo forse concorreranno assieme film e nord e sud coreani.

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