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Palcoscenico

Maurizio Zacchigna

Attore e regista, ora anche autore

Giorgia Gelsi (GG): Maurizio Zacchigna, attore triestino, ora al debutto come scrittore. Parleremo dopo del tuo libro, ora vorremmo sapere qualcosa della tua formazione d’attore…

Maurizio Zacchigna (MZ): Ho cominciato proprio da ragazzo, è sempre stato l’obiettivo della mia vita, anche inconsapevole. Poi verso i diciassette anni ho cominciato a lavorare all’OPP, negli anni Settanta, finché decisi che quella doveva essere la mia strada, la mia professione. A quel punto però ho capito che non dovevo realizzarla qui, volevo andarmene da Trieste. Sono andato a Roma, e ci sono rimasto quindici anni. È lì che sono cresciuto, che mi sono formato, ho cominciato a lavorare, finché la vita, per lavoro, mi ha riportato qui di nuovo, al Teatro Stabile, e a quel punto, anche per problemi personali di vita, ho deciso di rimanere qui. Adesso faccio la cosa opposta di prima: abito qui e poi vado a Roma per fare dei lavori.

GG: Per la tua carriera di attore quali sono stati i tuoi modelli, i tuoi punti di riferimento?

MZ: È una domanda forte oggi, perché proprio ieri è scomparso il mio maestro, colui che mi ha individuato, preso e fatto lavorare con lui per quattro anni a Roma: Michele Francis. Diciamo che ho incrociato l’ultimo teatro sperimentale di ricerca italiano: quindi Martucci, Frattaroli, lavoro ancora con la compagnia Solari-Vanzi, insomma le compagnie storiche della sperimentazione italiana. Dopodiché, siccome con questo teatro si vive sempre meno, sono tranquillamente passato a fare un teatro più commerciale.

GG: E parlando sempre di teatro, con questa esperienza romana che tuttora continua, hai la possibilità di fare un confronto tra il panorama romano e il panorama triestino. Qual è la tua opinione?

MZ: Be’, Roma naturalmente è il centro dove tutte le compagnie italiane hanno un ufficio, una sede, fanno i provini, dove c’è il cinema, dove c’è la televisione. Però è in atto un evidentissimo decentramento verso la periferia, nel senso positivo del termine, e anche a Trieste ci sono i segnali di questa ricaduta. Poi, devo dire la verità: a Trieste negli ultimi anni si è usato il teatro anche per iniziative non propriamente teatrali. Io ho lavorato in tutti questi anni con la biblioteca civica, che ha deciso di usare il teatro per promuovere il suo specifico, quindi Joyce, Svevo, e ho lavorato con testi di questi autori in Piazza Hortis, e così in altre situazioni, al Revoltella ad esempio.

GG: Parliamo un po’ di questo libro, dal titolo curioso: “L’eredità dell’ostetrica”, che cos’è questa eredità?

MZ: L’eredità dell’ostetrica è un’eredità chiaramente metaforica, che ogni triestino nato dopo il 1954 riceve, al momento stesso della nascita, quindi, nella mia visione fantastica, dalle mani dell’ostetrica, ed è un’eredità pesante, un’eredità fatta di memorie contrapposte, di un senso comune malato di divisione che ancora secondo me non si è guarito.

GG: La stesura del libro ha richiesto anche una preparazione storica: aldilà di questa preparazione, quali sono stati i tuoi modelli di scrittori?

MZ: Io avevo in mente da parecchio tempo di fare un lavoro su Trieste e di utilizzare il teatro. Quando vidi il “Vajont” di Marco Paolini, capii che i tempi erano maturi per questo tipo di teatro civile. Infatti, io ho scritto un monologo teatrale, poi ho visto che questo monologo era piacevole anche alla lettura, così decisi di spedirlo alla Manifesto libri, che a sua volta decise di pubblicarlo.

GG: Quindi Paolini come molla scatenante, e che altri autori autori ti hanno aiutato dal punto di vista filologico?

MZ: Sì, assolutamente Magris e Ara, un libro che ho letto e riletto. È stata una lettura rifatta, poi da lì in avanti mi sono letto una cinquantina di libri, tra narrativa e storiografia, alcuni dei quali non li ho neanche usato.

GG: Un attore che scrive un libro, mi vien da pensare se lo immagina anche recitato, è più facile forse. Che cosa pensi di un libro che viene scritto per essere detto, piuttosto di un libro che viene scritto solo per fruizione personale. Questo è un libro che è stato scritto, forse anche perché è un testo teatrale, per essere recitato: come ti immagini insomma la fruizione di questo libro?

MZ: Questo è nato per essere un assolo teatrale, cioè un monologo, cosa che io farò. Adesso sto lavorando proprio sulla versione teatrale, rispetto a quello di narrativa. Non ho mai pensato di scrivere un’opera di narrativa, quanto piuttosto un’opera teatrale. Dopodiché invece, mentre scrivevo, avevo presente già delle intonazioni: l’ho scritto con un linguaggio vocale, orale. Se la cosa funziona io sono felice, qualcuno in questi giorni dice che sarebbe un utile testo scolastico.

GG: Oltre allo sfondo storico che c’è, chiaramente la storia e la politica si intrecciano ed è un tema un tema molto scottante. Che idea ti sei fatto di Trieste, forte di questo background storico su cui ti sei formato per questo libro. Che cosa può riservarle il futuro?

MZ: Fino a un mese fa ero più ottimista, nel senso che speravo che il senso comune della città fosse cambiato in questi anni. Invece sembra che qualcuno abbia ancora in mente di riproporci la solita visione della Trieste nazionale, dell’identità italiana. Cosa che non si può negare, anzi va esaltata sicuramente, ma nella sua complessità: Trieste è una città che non esisteva, l’italianità è una cosa che è venuta dopo, una città che è stata per cinque secoli austriaca e volente o nolente le sue radici culturali e anche economiche risiedono tutte in quella intuizione, cioè nell’intuizione che ebbe un regnante austriaco. Dopodiché, questa è una terra mista e quindi valgono le storie di quelli che ci vivono. E se c’è una storia triestina vale come esaltazione e sintesi di tutte queste componenti. Chi ha un’altra visione secondo me fa un grave danno a questa città, perché invece io sono convinto che vanno esaltati tutti questi valori, non va solo difeso il valore della convivenza, il valore etnico. Non va solo difeso, è poco difenderlo, va proprio prodotto, promosso. Questi sono valori nei quali i giovani potrebbero ritrovarsi. Lo dicevo anche lunedì in piazza: a Roma, quando parlavo di Trieste, parlavo di questo aspetto della città, la gente rimaneva fortemente affascinata, e perché a Trieste questo non accade? Perché qui le persone devono vivere non sentendo il fascino di questa realtà particolare, strana? è una ricchezza, e invece purtroppo per motivi politici — di strumentalizzazione da parte della destra, ma anche di tabù da parte della sinistra per anni, senza voler prendere le distanze in modo uguale, perché continuo a pensare che la colpa sia di chi, come il nostro nuovo assessore, ha cari problemi come il Parco della Rimembranza e si dimentica che Trieste ha ben altri problemi. La città potrebbe ritrovare l’hinterland naturale che l’ha fatta grande, l’ha fatta nascere. Quella era la condizione, e non la chiusura nazionale che invece ha portato preoccupazione, emigrazione…

GG: Torniamo ancora alla tua carriera di attore: che programmi e che progetti hai? Il monologo di questo libro, la messinscena di questo testo e cos’altro?

MZ: Be’, io continuo a fare il mio mestiere, quello che mi fa vivere e che mi piace molto. Adesso sono in prova con la Contrada, uno spettacolo tratto da un testo di Pino Roveredo, che stimo moltissimo, con la regia di Macedonio, e con Ariella Reggio: il testo è “Ballando con Cecilia”. E ci sarà anche in cartellone la prossima stagione. Poi continuo la mia collaborazione con Roma, con la Compagnia Solari-Vanzi, con la quale stiamo traducendo un testo per portarlo in Europa, e poi lavorerò moltissimo sulla promozione di questo monologo.

GG: Cinema?

MZ: Adesso ho fatto un’esperienza un po’ triste perché ho appena partecipato al “Mestiere delle armi” di Olmi, e poi come accade spesso nel cinema, vai a vederti e non ci sei. In fase di montaggio, decidono che quella parte non va. Invece ho fatto un po’ di televisione, a settembre sarò in una puntata della “Squadra”, dove faccio sempre il cattivo. Io sono buonissimo e mi fanno fare sempre il cattivo… Vabbè, lo faccio volentieri, mi diverto!

GG: Quindi teatro, cinema, televisione e libri…

MZ: Devo dire che dopo questa esperienza mi frulla nella testa qualche altra idea, perché è bellissimo scrivere, è una cosa che bisogna provare!

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