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Musica

Fred Astaire, la vita a tempo di danza (II)

Entra in scena la “Metro” con Arthur Freed, Vincente Minnelli e la caviglia di Gene Kelly.

Nel 1944 non si videro pellicole di Astaire. Il suo impegno e la sua volontà non erano stati sufficienti per sollevare il livello del suo film uscito dopo la felice meteora di Rita Hayworth, ormai avviata verso Orson Welles e poi “Gilda”. Il suo nome faceva sempre incassi, il pubblico ammirava quei numeri esclusivi che solo lui sapeva fare: ma i gusti dello spettatore stavano forse cambiando, complice l’atmosfera di guerra.

Fred stava progettando di ritirarsi. Lo poteva fare tranquillamente, e si sarebbe dedicato al suo hobby preferito, l’allevamento dei cavalli. Se ne occupava già nei suoi momenti liberi, aveva un bel ranch a San Fernando, non troppo lontano da Beverly Hills, e inoltre era uno spettatore assiduo alle corse, che seguiva con passione. Ma tra il dire e il fare, si fece avanti il signor Arthur Freed da Hollywood.

Nella storia del Musical è un nome da ricordare: quasi coetaneo di Astaire, Arthur Freed aveva iniziato la sua carriera alla MGM come assistente-produttore del mitico “Mago di Oz” nel 1939. Da allora, si può dire che tutti i film musicali della Casa del Leone fossero nati sotto il suo controllo: l’elenco dei registi, coreografi, attori e musicisti che lavorarono con lui è semplicemente enorme. E ancor prima di fare il produttore, Freed era stato un “lyricist”, un paroliere, autore di testi per le più celebri canzoni, cominciando da quelle di Nacio Herb Brown nelle “Broadway Melodies”, e poi moltissime altre.

Un simile personaggio non poteva rinunciare ad avere anche Astaire nell’elenco delle sue celebrità, e il momento era favorevole, perché Fred aveva bisogno di molta sicurezza come professionista: gli fu proposto un buon contratto a lungo termine.

Negli studi della Metro stava nascendo una nuova era per il Musical, e Astaire lo sapeva benissimo. Accettò, e per oltre un decennio salvo ben poche eccezioni, quella fu la sua casa di produzione.

Nel 1945 usciva “Ziegfeld Follies”, un tributo della Metro a Florenz Ziegfeld, il leggendario creatore della rivista musicale americana, in un assemblaggio non sempre armonico di esibizioni divistiche d’ogni specie: canzoni, balli, scene comiche ed altro. Tutto proveniva dalle riviste di Broadway della prima metà del secolo, sotto la guida di molti registi di successo. Introduce lo spettacolo, con ammiccante simpatia, l’attore William Powell, che aveva già interpretato il ruolo del titolo in “The Great Ziegfeld”, un film biografico del 1936.

I numeri sono presentati come fogli di un fitto programma di sala, e non è possibile elencarli tutti: ci limiteremo a quelli con Astaire, oltre ad una particolare eccezione che diremo.

Astaire ha due scene di ballo in cui ha come partner Lucille Bremer, che a suo tempo era stata una delle sorelline Smith in un grande successo di Minnelli e la Garland. Questa Bremer, bellezza un po’ gelida, e senz’altro condizionata dalla fama del suo compagno e non sembra più la ragazzina di “Meet Me in St. Luis” di lieta memoria. Il primo numero, “Th¡s Heart of Mine” è una danza romantica su un bel tema di Warren e Freed, mentre il secondo, “Limehouse Blues”, ci presenta un Astaire nelle vesti d’un mendicante cinese affascinato da una splendida dama orientale, al punto di lasciarci la vita: buona l’ambientazione esotica, ma piuttosto imbarazzante per l’elegante “aplomb” abituale del protagonista. Fra le belle ragazze in scena c’è anche Cyd Charisse, che in pochi anni si metterà in luce alla grande, dividendosi fra Astaire e Gene Kelly. E proprio ai due famosi ballerini compete l’esecuzione del numero più importante di queste “Follies”. Merita dirne qualcosa.

Il titolo è ironico: “The Babbitt and the Bromide”, qualcosa come “Il cafone e lo stupido”, ed è l’unica esibizione insieme di Gene e Fred nel corso delle rispettive carriere. Si gioca su una ipotetica rivalità fra questi due colossi della danza: “Eravamo cosi generosi e simpatici l’uno con l’altro, da nauseare” avrebbe detto in seguito Kelly, commentando la scena dei due che s’incontrano per strada e si scambiano ogni specie di cortesie e ridicoli complimenti. Merita citare questo clownesco scambio di battute: i due fingono di non riconoscersi, e Gene chiede all’altro se ha visto “Cover Girl”, un grande successo di lui con la Hayworth, e se ricorda chi ballava con Rita.
Astaire è perplesso, ma poi, illuminandosi chiede: “Ah, sei Rita Hayworth?”. E Kelly, di rimando: “Ma no, sono Ginger!”. Battute da circo a parte, questo numero anche la dimostrazione di quanto c’è di meglio nella tecnica e nello scrupolo dei due attori-ballerini. Va ricordato che Gene Kelly avrebbe sempre riconosciuto in Astaire il suo ispiratore: aveva tredici anni meno di Fred.

Il secondo film “d’ingresso” alla Metro Goldwin Mayer e ancora diretto da Minnelli, e ha per titolo “Yolanda e il re della Samba”. È datato 1945, ma esce nelle sale un anno dopo, per questioni di distribuzione. Il titolo originale è “Yolanda and the Thief”, e questo “ladro” è giustificato dal soggetto. Lucille Bremer, al suo secondo film con Asta¡re, è una giovane ricca ereditiera che lui, nel ruolo di un avventuriero galante, cerca di sedurre per motivi d’interesse.

Il film non ebbe molto successo, pur avendo i migliori ingredienti: l’ottimo coreografo Eugene Loring, le belle canzoni di Harry Warren, la direzione d’un esperto del Musical come Minnelli. Ma c’erano anche dei lati negativi: in primo luogo la scarsa idoneità della Bremer al ruolo di ingenua con la sua fredda bellezza, e poi un certo disagio dello stesso Astaire incaricato di rappresentare una specie di furfante che non gli si adattava gran che. Si salvano, naturalmente, i numeri danzati, fra i quali un ritmo sudamericano che giustifica quella “samba” introdotta un po’ a forza nel titolo. La Bremer era una protetta della Metro, ma né Astaire né Minnelli ebbero altre occasioni di lavorare con lei. E senza rimpianti.

Nello stesso 1946, un tributo a Irving Berlin, il grande autore di canzoni che aveva già fornito a Fred con Ginger, alcuni anni prima, alcune splendide occasioni musicali: è il film “Blue Skies”, cieli azzurri, dal titolo d’una bella canzone di Berlin. Fred ha come partner (non ballerino, è ovvio) Bing Crosby, col quale aveva già lavorato in “Holiday Inn” e relativo Bianco Natale. Non c’è un personaggio femminile degno di citazione: Astaire aveva accettato la sua partecipazione per eseguire alcuni numeri che controbilanciassero le morbide esecuzion¡ vocali di Crosby. Uno di questi numeri è “Puttin’ on the Ritz” un autentico capolavoro di abilità, un “a solo” che ci rimanda al suo “Top Hat” di anni prima: c’è qui un Fred lanciato in una “tap dance” vertiginosa, nella quale si esibisce con altre dieci copie di se stesso.

Per partecipare a questo film, aveva lasciato provvisoriamente la Metro per la Paramount, ma nel successivo sarebbe rientrato negli studios della casa del Leone. Tuttavia, prima del rientro alla Metro, intendeva ancora riposarsi: molte cose nei Musical stavano ancora cambiando, e gli occorreva un’altra pausa di riflessione. Durò due anni.

Come nel 1944, decise di dedicarsi anima e corpo ai suoi prediletti cavalli di razza e al loro allevamento. Uno di questi, di nome “Triplicate”, divenne famoso e rese al suo proprietario molti quattrini, oltre ad una grande soddisfazione fuori dal cinema.

Tuttavia non si era molto allontanato dal suo mondo della danza: nel ’47 apriva la sua prima scuola di ballo nell’elegante Park Avenue di New York, alla quale ne seguirono altre, in varie città degli States e anche a Londra. Si stava rivelando un ottimo “businessman”.

Quanto a lui, nella sua bella residenza di Hollywood si teneva puntualmente in esercizio provando nuovi passi e nuovi tipi di ballo al grammofono. Più tardi, in un’intervista, avrebbe dichiarato che “Ballare è circa un ottanta per cento di lavoro cerebrale, e solo il venti per cento della fatica è nel piede”.

Che questo venti per cento avesse parecchia importanza lo dimostrò nell’ottobre del ’47 l’incidente capitato a Gene Kelly durante le prove del film “Easter Parade” che gli procurò la frattura d’una caviglia. La Metro si trovò nella necessità immediata di trovare un sostituto a fianco di Judy Garland in questo suo film caro e di grande impegno: fu subito convocato Fred Astaire per una pellicola divenuta poi una delle sue migliori dopo l’epoca di Ginger.

Verso gli anni 50 e l’epoca d’oro del Musical marca MGM

I rapporti fra Gene Kelly e Fred erano sempre stati molto amichevoli L’offerta della MGM lo colse di sorpresa, e chiese innanzitutto di parlarne con lo sfortunato collega. Gene si dichiarò entusiasta di questa sostituzione e lo pregò di accettare: sarebbe stato impedito alla danza per almeno cinque mesi.

E Fred cedette davanti alla prospettiva di riprendere il suo lavoro con la Garland e Irving Berlin. Judy aveva appena finito “The Pirate” con Kelly, diretto da suo marito Minnelli, e, superata una delle sue consuete fasi depressive, accettò subito l’occasione di avere Astaire come partner. Non vi furono imprevisti: le sue condizioni nervose furono eccellenti lungo l’intera lavorazione, mentre Fred fu veramente sorpreso di vederla danzare cosi bene, pur non essendo una ballerina di professione.

Il film fu diretto da Charles Walters con Robert Alton come coreografo, e vi prese parte anche un’eccellente “dance-woman” come Ann Miller. Lo stesso Astaire, dopo due anni di sosta, non tardò a ritrovare la propria leggendaria agilità, mentre l’inesauribile Irving Berlin aggiungeva il contributo di alcune sue splendide canzoni. I numeri musicali sono dei piccoli capolavori, e merita di ricordarne qualcuno: per esempio Fred in uno dei suoi fulminei “a solo” in un negozio di giocattoli, alle prese con una quantità di tamburi d’ogni tipo, oppure “It only happens when I dance with You” (Succede solo quando ballo con te), prima detto da lui alla Miller e  poi a una trasognata Garland, o ancora l’irresistibile duetto con Judy, travestiti da straccioni, in “A couple of Swells” (Una coppia di elegantoni). La sequenza di chiusura, ci conduce alla “Parata di Pasqua”, una specie di colorita “kermesse” lungo la Quinta Strada, con belle dame e raffinati cavalieri. Questo numero dà il titolo al film, “Easter Parade”, che in Italia divenne “Ti amavo senza saperlo”.

Fu un notevole successo: l’inedita collaborazione Astaire-Garland era un grandissimo richiamo per il pubblico, che non fu deluso.

La Metro-Goldwin volle subito produrre un’altra commedia musicale con i due protagonisti. Fred ne era contento, ma si domandava se Judy avrebbe mantenuto la forma necessaria per impegnarsi subito una seconda volta. Gli ingredienti necessari per un buon esito c’erano proprio tutti: sceneggiatura di Comden e Green, musiche di Harry Warren su testi di Ira Gershwin, e ancora Charles Walters alla regia.

Il film raccontava la storia d’una coppia di ballerini a Broadway e delle loro vicende artistiche e coniugali: ottime prospettive per lo spettacolo. Ma a cose ormai avviate Judy ebbe uno dei suoi crolli senza rimedio: bisognava sostituirla.

L’idea venne d’improvviso al produttore. Perché non chiamare Ginger Rogers? Erano passati dieci anni dal loro ultimo film, Fred non era molto cambiato, e Ginger, trentottenne e sportiva, era appena un po’ meno slanciata. La sua carriera era stata splendida: tanti film e anche un Oscar, niente commedie musicali o quasi.

La sceneggiatura venne ritoccata per adattarla alla personalità di lei, e nella colonna sonora venne anche messo un motivo musicale del loro glorioso passato, scritto da Gershwin ai tempi di “Shall We Dance?” . Anche la presenza di Oscar Levant fra gli interpreti ricordava Gershwin, suo grande amico di allora. I numeri di danza erano tutti di ottima qualità, e grazie al richiamo pubblicitario del ritorno della storica coppia, il box-office risultò molto gratificato. C’era anche, in questo “The Barkleys of Broadway”, uno dei più brillanti “a solo” di tutta la carriera di Fred. Il critico del “N. Y. Times” scrisse: “Il loro stile è incomparabile, e il tempo non ha alterato la loro magia”.

Questo loro incontro non poteva ripetersi altre volte, e i due tornarono alle rispettive attività con un bel ricordo in più.

Nel decennio ’49-’59 escono dieci pellicole interpretate da Astaire: alcune di primario interesse,altre un po’ meno. Va comunque rilevato un fatto: è questo l’ultimo periodo in cui il lavoro di Fred si concentra unicamente sul Musical, e anche intensamente: un film ogni anno.

Subito dopo i “Barkleys”, e siamo nel 1950, Fred è ancora convocato. La Metro sta preparando un altro Musical biografico dedicato a due compositori dell’epoca del “Vaudeville”, Bert Kalmar e Harry Ruby, interpretati da Astaire e Red Skelton: non si erano mai frequentati, ma collaborarono egregiamente. Per la parte femminile fu scritturata Vera-Ellen, una delle migliori giovani professioniste nel genere: precisa ed entusiasta, una compagna ideale per Fred. Voleva insistere nelle prove fino alla perfezione, non si stancava mai. Era anche bella, esile e simpatica, e Fred diceva: “Non ho mai amato sollevare ragazze pesanti…” Il titolo era “Three Little Words”, tre piccole parole.

Altri film, altre compagne di ballo.

Sempre nel 1950 c’è “Let’s Dance”, una piccola parentesi Paramount nella lunga serie dei film Metro. Dirige Norman Z. Mac Leod, interprete Betty Hutton. L’accostamento Hutton-Astaire è azzardato: lei è una simpatica attrice, ma il suo dinamismo sopra le righe si adatta ben poco alla signorile misura di Fred, in una specie di Western comico e turbinoso nel quale le abili coreografie di Hermes Pan cercano di mettere un po’ di ordine. In pratica, un film senza storia.

Nel successivo “Royal Wedding” (Sua Altezza si sposa) le cose sembrano andar meglio: l’attrice designata è June Allison, esattamente l’opposto dell’agitata Hutton. Ma ecco sopraggiungere una gravidanza, con soddisfazione del marito Dick Powell e delusione del produttore. Si pensa ad una sostituzione da parte di Judy Garland: la prima settimana di prove fa bene sperare, ma ecco puntuale la solita crisi irreparabile. Questa volta la Metro è severa: l’impossibile Garland viene radiata dalla lista dei divi Metro, e ne consegue un taglio (leggero) sul collo. Una  cosa triste.

Il regista Stanley Donen permane deciso nel portare a termine l’impresa, e la scelta cade su Jane Powell. Commento di Astaire “Questa volta, vi prego, non lasciatela scappare”.

Il film procede senza ostacoli. Stanley Donen dirigerà l’anno seguente “Singin’ in the Rain”, un capolavoro, e anche qui tutto va bene. La coppia Astaire-Powell funziona, su una trama che accenna a spunti autobiografici di Fred: due attori americani, fratello e sorella, che a Londra non solo hanno successo, in scena e anche in campo sentimentale: lei in particolare con un giovane nobile. Il tutto, inoltre, sullo sfondo delle “Nozze reali” di Elisabetta e Filippo, il grande avvenimento di quel tempo.

Fred amava, come abbiamo già visto, inserire ogni tanto nei film qualche sua sequenza originale e acrobatica. E qui c’è un numero nel quale balla sulle pareti e sul soffitto: la cosa non è difficile da chiarire, e una semplice tecnica di capovolgimento dello scenario. La fama di Fred non aveva certo bisogno di queste trovate, ma il film era piacevole, e viene spesso citato per questo Astaire a gambe per aria. Era il 1951.

Nel ’52 ritorna il regista con “The Belle of New York” e c’è anche Vera-Ellen, la ballerina perfezionista del film di due anni prima. Questo film ha le canzoni di Harry Warren e ottimi numeri di danza, come supporto alla storia d’un incorreggibile scapolo che si innamora d’una fanciulla dell’Esercito della Salvezza nella New York di fine secolo. La simpatia dei due interpreti e l’accurata messa in scena d ‘epoca vengono però compromesse da un abuso di numeri fantastici, con voli fra le nuvole e sui tetti. Tutto sommato, è meglio che Astaire resti sempre coi piedi per terra, visto che li sa usare molto bene.

L’anno di grazia è il 1953. Il produttore progettava da tempo una versione cinematografica di “The Band Wagon” il Musical che nel ’31 aveva trionfato sui palcoscenici di Broadway ultimo spettacolo di Adele e Fred Astaire insieme. La sceneggiatura fu affidata a Betty Comden e Adolph Green, mentre le musiche erano degli stessi autori della prima versione, Dietz e Schwartz. Il regista era, questa volta, Vincente Minnelli, mentre nel ruolo della protagonista,accanto ad Astaire, venne scelta Cyd Charisse, su proposta dello stesso Fred che l’aveva appena vista nel suo film-rivelazione “Cantando sotto la pioggia” accanto a Gene Kelly. Oscar Levant, immancabile, insieme a Jack Buchanan e Ninette Fabray avevano le altre parti della commedia.

Il soggetto era il classico allestimento d’un grande “Show”, tema fondamentale nella storia dei Musical d’ogni epoca: ma si partiva da uno spunto interessante, perché il protagonista doveva interpretare la parte d’un attore già famoso ma in declino, che sperava in una rinascita attraverso il nuovo spettacolo. L’interpretazione di Astaire è perfetta: i suoi 54 anni praticamente non esistono. All’inizio ci canta subito, scendendo da un treno, che se la caverà benissimo da solo, “By Myself”, visto che tutti, in stazione, stanno dando il benvenuto a una giovane diva della danza (la splendida Cyd Charisse) ignorando il danzatore più anziano e decaduto. Ma non troppo, se appena dopo c’è un numero eccezionale dal lustrascarpe, “A Shine on my Shoes”, dove Astaire ci regala un saggio di fulminea abilità.

Nel corso del film accadono molte cose. Il regista teatrale che ha convocato anche il nostro danzatore vuole che lo spettacolo sia una specie di grottesco Inferno in forma musicale. Sarà un autentico fiasco, e lo spettacolo dovrà essere modificato e riproposto, dando occasione a Fred e alla Charisse di creare insieme il “Passo a due” più famoso fra i Musical d’ogni tempo, “Dancing in the Dark”, ballando nell”oscurità.

Ma Cyd e Fred danno vita anche al lungo ballo finale. “Girl Hunt”, caccia alla ragazza: un saggio di raffinata bravura, animato da gangster con relative “pupe” affascinanti, come si usava negli anni 50.

Il valido coreografo si chiamava Michael Kidd, un nome da ricordare, che qui era al suo primo impegno cinematografico.

Il più bel film di Astaire, nei giorni più tristi.

In una fotografia del luglio 1953 scattata a Hollywood la sera della prima di “The Band Wagon” c’è Fred sorridente e felice, con la sua solita eleganza un po’ “dandy”: farfallino nero, garofano bianco. È in compagnia di tre donne: sua madre, sua figlia Ava che ha dodici anni e sua moglie Phyllis. Non c’è il figlio Fred Jr. che fa il servizio militare in aviazione.

Il film ha avuto un successo senza precedenti, e completa il trittico dei migliori Musical dell’epoca, insieme a “Un Americano a Parigi” e a “Cantando sotto la pioggia”. Per Astaire, inoltre è anche il suo più bel film dopo il tempo ormai lontano di Ginger Rogers. Una grande soddisfazione. Intanto la casa di produzione Fox sa che lui è al termine del suo lungo contratto con la Metro ed ha gia pronto il progetto di un nuovo film. E Fred accetta senz’altro: nell’euforia del  successo vuol continuare subito a lavorare.

Questo felice momento sarà di breve durata. Phyllis ha cominciato a non sentirsi bene, ha malesseri e vertigini, è molto stanca. È opportuno un ricovero in clinica per dei controlli, e le trovano un tumore ad un polmone. Si procede subito all’intervento chirurgico e si ha un certo miglioramento, ma poi si rende necessaria una seconda operazione. Si rimette discretamente, tanto da potersi distrarre un po’ con il suo allevamento di cavalli, ma altri esami rivelano una particolare malignità del tumore, non più operabile. Phyllis è sempre stata una forte fumatrice, e questo ha peggiorato le cose. Muore a metà settembre del 1954, a quarantasei anni.

Per Fred è la tragedia, proprio dopo il suo maggior successo. Va incontro ad un periodo di apatia, ha passato vent’anni felici accanto alla sua donna ed ora è solo e disperato. Tutti gli amici conoscono il suo attaccamento al lavoro e insistono per una ripresa della sua attività: alla fine si decide a confermare l’impegno con la casa Fox.

Il nuovo film uscirà nel 1955. Il titolo è “Daddy Long Legs” (Papà Gambalunga) e deriva da una commedia di teatro che in passato ha già avuto due versioni per il cinema. È la storia di un’orfana francese la cui educazione in collegio viene pagata generosamente da n ricco uomo d’affari che sta in America e che l’ha conosciuta per caso, mantenendosi nell’incognito. Lei gli scrive continuamente ad un recapito di cui non sa nulla, e gli dà quel buffo soprannome reputandolo molto alto. La protagonista è Leslie Caron, che dà alla fanciulla un tono di affascinante ingenuità. Lui viene a trovarla, sempre senza rivelarsi, e il resto è prevedibile, con un bel seguito di canzoni e danze che vivacizzano le coreografie di Roland Petit un po’ sovraccariche di simboli.

La regia è di Jean Negulesco e le canzoni di Johnny Mercer. C’è un motivo, “Something’s Gotta Give” (Qualche cosa da dare) che con il suo ritmo particolare lo stile vocale di Astaire e la luminosa leggerezza della Caron, resterà nel ricordo degli spettatori.

Il rigore professionale di Fred non lascia trapelare i segni della sua recente tragedia. Solo qualche amico un po’ più intimo, durante le prove, lo ha visto qualche volta con gli occhi umidi e arrossati…

Ma c’è il lavoro come rimedio essenziale alla malinconia. Questa volta è la Paramount a proporgli un film diretto da Stanley Donen, che porta lo stesso titolo d’una commedia con Adele e Fred del 1928, e della quale, modificato completamente il soggetto, restano alcune belle canzoni di George Gershwin. Quelle nuove sono, per caso, d’un musicista e sceneggiatore tale Leonard Gershe. Il titolo del film è rimasto quello della commedia di allora, “Funny Face”, faccia buffa.

Stanley Donen è un regista al quale la storia del Musical americano deve molto. Alcuni suoi film precedenti hanno dato, vitalità ad un genere che rischiava talvolta di ripetersi troppo, e ricordiamo “Un giorno a New York”, “Cantando sotto la pioggia”, “Sette spose per sette fratelli”. Con Astaire ha già fatto “Royal Wedd¡ng” nel ’51.

Questo nuovo film del 1957 promette bene, anche per la presenza di una partner come Audrey Hepburn la quale, con “Vacanze romane” e “Sabrina” ha già regalato al cinema un delizioso personaggio femminile.

Fred interpreta il ruolo d’un fotografo d’alta moda che porta via la commessa d’una libreria di New York per condurla a Parigi e trasformarla in una splendida “Top Model”. Perfetti entrambi, in un film leggero e ironico, pieno di colori e di belle canzoni: una di queste, per esempio, e “Think Pink”, pensa in rosa, e fa da sfondo a una sfilata di modelle tutta dedicata a quel colore. Gli esterni sono girati a Parigi, e le musiche di Leonard Gershe si accostano dignitosamente a quelle del suo grande quasi-omonimo. C’è un “Bonjour Paris”, gaia passeggiata per la città ed ennesimo omaggio canoro degli americani alla “Ville Lumière” e poi c’è “Funny Face”, il motivo di Gershwin pieno di freschezza a trent’anni dalla sua uscita a Broadway : “I love your funny face, your sunny funny face”. E il visetto di Audrey Hepburn è veramente “sunny”, cioè solare…

In chiusura, le note indimenticabili di “It’s Wonderful” spaziano libere sul cielo del Bois de Boulogne in un volo di uccelli. E Gershwin, pensiamo, benedice contento.

Fred si era già accostato a Gershwin, vecchio amico di gioventù, in “Shall We Dance”. Era il 1937, e la sua compagna di evoluzioni era Ginger Rogers. Il tempo vola…

Barrie Chase l’ultima giovinezza?

Mancano ormai pochi anni ai sessanta di Fred, e ciò significa che è in attività da circa un quarto di secolo. Siamo ancora nel ’57, ha appena finito di interpretare “Funny Face” e già gli arriva un’altra offerta di lavoro con un ritorno alla “Metro” dove il settore Musical è sempre saldamente in mano al grande Arthur Freed, più che mai agguerrito produttore.

La stessa Metro aveva realizzato molti anni prima il famoso “Ninotchka”, protagonista Greta Garbo, con un successo strepitoso, dato che per la prima volta la “Divina” interpretava un ruolo leggero e molto piacevole. Il film era stato lanciato con il motto “Garbo laughs!”, la Garbo ride, a causa dell’omerica risata di lei di fronte a un galante Melvyn Douglas cascato dalla sedia in un locale mondano di Parigi. La protagonista era una severa “compagna” sovietica spedita in Francia a riportare in patria tre indisciplinati dipendenti del Regime.

Per la versione musicale, la Metro dispone già di una splendida e insostituibile Cyd Charisse che Astaire ammira senza condizioni dopo il loro “The Band Wagon”. Per di più le musiche sono di Cole Porter, il più grande amico-compositore di Fred dopo George Gershwin, scomparso da vent’anni. La trama è ancora quella di “Ninotchka”, e dirige Rouben Mamoulian, un regista che in passato aveva già dimostrato dimestichezza con il Musical. La Charisse è deliziosa nel passaggio dalla severa inviata speciale russa alla semplice donna, sedotta dalle dolcezze di Parigi che comprendono anche le “Silk Stockings”, le calze di seta. E questo è appunto il titolo del film, meglio conosciuto come “La bella di Mosca”. Fred non ha bisogno di provocare la storica risata di Ninotchka per conquistarla, bastano i numeri di ballo che, ancora una volta, con Cyd come partner, toccano la perfezione.

A questo punto si rende necessaria una precisa osservazione: Fred ha passato la sua intera vita professionale avendo come compagne delle splendide donne che erano anche eccellenti ballerine. E le sue biografie ci ripetono sempre, in modo esplicito, che per lui il lavoro era una cosa sacra, troppo importante per accompagnarsi a storie sentimentali. Phyllis, la donna amata e sposata, era assolutamente fuori dal mondo dello spettacolo.

Vi è forse una sola eccezione, riportata dai biografi con molta riserva. Durante la lavorazione di “Silk Stocking”, Fred è colpito dal grande impegno di una giovane ballerina sconosciuta, e la fa inserire in una scena con delle altre ragazze che devono intrattenere i tre compagni russi di Ninotchka ben poco fedeli alla Causa.

La ragazza si chiama Barrie Chase e ha una certa famigliarità col cinema: suo padre è uno scenografo di western abbastanza noto. Ha studiato danza fin da piccola, e questo fatto di essere inclusa tra le figuranti accanto alla coppia Astaire-Charisse è per lei un vero avvenimento. Fred è sempre stato il suo idolo, e ora lo ha vicino, magari per poche sequenze d’un film: il che non solo non la inibisce, ma è molto diligente in ogni momento, anche nelle prove faticosissime secondo l’uso di Fred. Molto bella e molto seria, dunque: non si può fare a meno di notarla.

Siamo nel 1958. Dopo il prevedibile successo del film, Astaire fa alcune apparizione alla televisione, soprattutto interviste, ma anche una commedia teatrale non musicale, nella quale si fa molto apprezzare per il suo stile di attore di prosa, accanto al “mostro sacro” Charles Laughton.

Gli viene proposto uno “Special” per varie serate, completo di musica, danze, nuove scene e cosi via. Gli occorre una partner di classe e subito disponibile: inaspettatamente per tutti, sceglie Barrie Chase. Il titolo della trasmissione sarà: “An Evening with Fred Astaire”. La televisione, esperienza recente per questo instancabile sessantenne a fianco di una compagna quasi sconosciuta (la migliore di tutte, secondo alcuni critici entusiasti) gli regala ancora notorietà e successo. Lo spettacolo viene premiato con nove “Emmy”, gli Oscar della TV, per la stagione 1958-59.

Fred e Barrie: le prove estenuanti che lui ha sempre imposto alle compagne di danza, non la stancano mai. Nelle poche giornate di riposo “escono insieme”, lei garbatamente riservata, lui sempre sorridente e affabile con tutti. E su questo periodo della vita di Astaire si fanno solo delle illazioni: semplice amicizia o il classico “qualcosa di più”? Non lo sappiamo, ma il Fred di due-tre anni prima, stroncato dalla perdita di Phyllis e immerso fanaticamente nel lavoro, sembra cambiato.

Barrie Chase è l’unica sua partner, in tutta la carriera, che non abbia avuto prima alcuna esperienza di spettacolo, ma il loro accordo professionale è stato pressoché perfetto. Lei sarà sempre ricordata come l’ultima compagna di ballo di Fred Astaire, e anche la più riservata, all’ombra di quest’uomo-mito tanto più anziano di lei.

Resteranno sempre amici. Barrie si sposerà con un medico in vista, avrà un figlio, non scriverà mai le sue memorie. Nelle innumerevoli serate d’onore che si susseguiranno per Fred, lei sarà quasi sempre presente, affascinante e dolcemente enigmatica

Una nuova carriera.

Nel decennio 1960-70, Fred è in completa attività. Intanto, la televisione: il successo dei suoi “An Evening with Fred Astaire” si prolunga ancora per qualche anno con altri titoli, fino a uno “Show” conclusivo del 1968 al quale è ospite anche Barrie  Chase, in un affettuoso incontro, dichiarando: “Ai nostri trentaquattro anni di differenza io non avevo mai pensato, e tanto meno in questa meravigliosa occasione”.

Ma è il cinema a sollecitare ancora e sempre la presenza di questo eccezionale personaggio. In molti suoi film, ovviamente musicali, erano ben evidenti le sue facoltà di attore, al di fuori di canto e danza, specialmente negli ultimi anni. Ed ecco l’avvenimento.

Nello stesso ’59, appena finito “La bella di Mosca”, gli arriva una proposta di Stanley Kramer, un regista molto lontano dal Musical: gli viene chiesto infatti un ruolo drammatico in “On The Beach” (l’ultima spiaggia) un film fantastico che si svolge in Australia alla vigilia della scomparsa di tutta l’umanità sotto una nube atomica preannunciata.

La parte di Astaire è molto speciale: un medico cinico e consapevole, che si suicida con stile, lanciandosi in una folle corsa con la sua automobile prediletta, mentre la gente sta facendo la fila per mettere in atto una morte collettiva da pillola letale.

In questo film decisamente lugubre, cui poco giovano i problemi dei vari personaggi, fra i quali Gregory Peck e Ava Gardner in un mondo stralunato, la figura di Astaire scettico e quasi sereno emerge in modo singolare.

Molto più leggero il film successivo, “Il piacere della sua compagnia” diretto da George Seaton nel 1961, dove Fred è un maturo playboy che riappare dopo molti anni alle nozze della figlia: è un soggetto derivato chiaramente dal palcoscenico. Ha due ottime attrici al suo fianco: Debbie Reynolds, la figlia, e Lilli Palmer, la moglie poco amichevole: lui svolge la sua parte con disinvolta eleganza, accennando anche un breve passo di danza durante la festa nuziale.

L’anno seguente Fred lavora per la Columbia, la casa dei suoi film d’una volta con la Hayworth. Il film è una commedia poliziesca con Kim Novak sospettata di un delitto, sul quale Jack Lemmon e il suo capo Astaire indagano. Lieto fine, con un ambiente londinese “made in Hollywood”: il regista è Richard Quine, il titolo “The Notorious Landlady” cioè l’affittacamere, e Fred è nella parte d’un funzionario britannico, molto ironico e formale.

Negli anni successivi si dedica interamente alla televisione, come attore di “serials” tipo “Dr. Kildare” o anche come ospite di qualche trasmissione speciale, magari di genere poliziesco. Niente canzoni e niente danze.

Ma dopo alcuni anni, nel 1968, torna al cinema, sorprendendo un po’ tutti, e per di più con un musical, dal titolo “Finian’s Rainbow” che nell’edizione italiana sarà “Sulle ali dell’arcobaleno”, con nessun riferimento a Judy Garland lontana…

È veramente la sua ultima commedia musicale anche se, come vedremo, ci saranno poi altre sue speciali apparizioni sullo schermo nei famosi “That’s Entertainment”, alcuni anni dopo.

Da notare subito una cosa: il regista è giovane, si chiama Francis Ford Coppola e avrà un importante avvenire. Il protagonista ha invece sessantotto anni.

Possiamo solo ammirare la vitalità di Astaire nel personaggio di Finian, un anziano irlandese al quale una specie di folletto ha donato una pentola piena d’oro che lui vuole seppellire vicino a Fort Knox, la sede della riserva aurea americana. Secondo lui, con questa decisione, l’oro si riprodurrà senza limiti. Sembra qualcosa che fa pensare al famoso episodio di Pinocchio…

Il film sarà l’unico interpretato da Fred per la Warner, una Casa con un grande passato nel Musical. Qui però non fa la parte del solito elegante gentiluomo: porta un abito un po’ sfilacciato e un cappello “country”. Però con il vecchio amico Hermes Pan come fedele “dance director” si muove con l’agilità di sempre. Molto belle le canzoni di Lane e Harburg, e gradevole l’inglesina Petula Clark come figlia del vecchio un po’ fissato. Dice Fred in un’intervista: “L’idea di mettermi ancora a ballare non mi seduceva affatto. Ma quando la vecchia ispirazione bussa e il ritmo si fa avanti, ebbene, io riesco a farlo ancora, e meglio di prima…

“Finian’s Rainbow” aveva avuto un enorme successo a Broadway vent’anni prima, con l’incredibile numero di oltre settecento repliche. Ma, curiosamente, non era mai stato adattato al cinema: i produttori non si erano mai decisi, soprattutto per il suo clima onirico e per la mancanza di un interprete valido. Lo avevano davanti agli occhi, e non ci avevano mai pensato.

Per Fred fu una grande soddisfazione, quella di chiudere in bellezza col Musical, e alla sua età.

Nel 1969 c’è un altro film, senza musiche: “The Midas run”, la corsa di Mida: una specie di commedia a sorpresa, nella quale Fred è un ufficiale inglese dell’Intelligence Service, molto rispettabile, che si mette alla testa d’una gang per rapinare una riserva aurea (ancora oro!) dello Stato, avendo nello stesso tempo l’incarico di scoprire i ladri. Molte riprese in esterni si fanno in Italia, cosa molto gradita da Fred, mentre nel cast ci sono due famosi attori inglesi, Ralph Richardson e Anne Heywood.

All’inizio degli anni 70 riprende con la televisione, per qualche episodio d’una serie padre-figlio a fianco di Robert Wagner, e per qualche film di vario genere: in uno è con Walter Brennan, lo storico vecchietto di tanti Western.

Nel 1974 Jack Haley Jr. il figlio dell’attore che quarant’anni prima si era vestito da “Uomo di latta” nel Mago di Oz con la Garland, gira per la Metro un film-documento dal titolo “That’s Entertainment” (C’era una volta Hollywood). È una rassegna musicale nella quale molti grandi attori presentano le più famose sequenze dei loro film d’una volta.

La richiesta di parteciparvi va subito a Fred: e cosi lo potremo vedere, non senza nostalgia, sullo sfondo d’un vecchio “set” abbandonato, nella scena del suo arrivo alla stazione in “The Band Wagon” mentre canta “By Myself”, e poi, sempre da quel film, nella danza con Cyd Charisse al Central Park di New York, quel “Dancing in the Dark” che appartiene per sempre alla storia del cinema musicale.

Jack Haley aveva dovuto faticare per convincerlo: è noto che Fred non amava le nostalgie e le rievocazioni auto-celebrative. Al film prende parte anche Gene Kelly, e anche lui aveva ceduto dopo molte insistenze. Ma non c’è dubbio che i due fossero poi molto contenti di questa loro esperienza, se solo due anni dopo avrebbero accettato di fare un bel numero di danza insieme, nel sequel “That’s Entertainment II”. E per di più, con Gene regista.

Proprio negli anni dei due “Entertainment” e del loro pieno successo, Fred partecipa a un film del genere “catastrofe”, cinque anni dopo “L’ultima spiaggia”. Niente disastro atomico, stavolta, ma uno spaventoso incendio in un grattacielo che ospita un grande albergo. È “L’inferno di cristallo”, diretto da John Guillermin nel ’75 per la Fox e la Warner consociate. Anche il cast è impressionante, un “All Stars” colossale. Astaire ha una parte breve, la caratterizzazione d’un anziano viveur spiantato che tenta di sedurre la ricca Jennifer Jones allo scopo di spillarle quattrini, proprio alla vigilia del disastro. Per la cronaca, ricordiamo che la Jones sarà l’ultima partner danzante di Fred, in pochi passi d’un valzer…

Per questo film Astaire riceve il Golden Globe e l’Oscar come attore non protagonista. Uno dei tanti interpreti, il bravo e sfortunato Steve Mac Quinn, si dichiarerà commosso per l’amicizia e l’aiuto di Fred durante la lavorazione.

E poi, Robyn Smith: il cuore non invecchia.

Negli anni ’70 ci sono tre donne nella vita di Astaire. La prima e sua madre Ann, che ha superato gli ottanta da un po’ di anni e segue con cura tutto quanto riguarda il figlio vedovo, tenuto costantemente d’occhio da tante donne più giovani (ma sono ancora gli anni di Barrie Chase, e sembra che per le altre ci sia poco da fare). Poi c’è Adele: la sorella “più grande” è anche lei vedova e divide il suo tempo fra l’America e il castello in Inghilterra. Per lei Fred è sempre il fratello giovane, e non esita a criticarlo se qualcosa non le va, anche se poi finiscono per trovarsi sempre d’accordo. Anni dopo, a una festa natalizia in casa di Gregory Peck, “The Astaires” accennano insieme qualche passo di danza, e per un momento sembra di vedere ancora i due ragazzi di Broadway.

La madre muore improvvisamente nel ’75, in piena efficienza fisica e mentale, a ottantasei anni. Adele la seguirà sette anni dopo, anche lei una donna forte fino all’ultimo.

Poi c’è la terza donna. Si chiama Robyn Smith, è nata a San Francisco nel 1944, e, come la prima moglie di Fred, è del tutto estranea al mondo dello spettacolo. Il loro incontro avviene nel 1973 in un ippodromo: è nota la passione di Fred per le corse di cavalli. Ma questa Robyn non e una spettatrice, è una “Jockey-Woman”, cioè una fantina: è una qualifica professionale valida da oltre un decennio negli States. Per di più, proprio il giorno del loro incontro, lei vince una corsa: assoluta ammirazione da parte del maturo spettatore, di cui Robyn non ha mai visto un film, amando poco le commedie musicali. Ma questo non sarà un ostacolo alla loro simpatia, e neppure il fatto che tra loro vi siano quarant’anni di differenza. Si sposeranno dopo sette anni di quella che di solito si definisce affettuosa amicizia: e lo è per davvero.

Robyn rimane ancora per un certo tempo legata alle sue corse e ai suoi ippodromi, ma poi non esita a rinunciarvi per restare vicina a lui. Si può non crederlo, ma è un matrimonio felice, che tutti seguono con simpatia. Non è difficile voler bene al Mito.

E il cinema? Prima del congedo definitivo vi sono tre film nei quali, in assenza di numeri musicali, è ancora evidente la precisione professionale di Astaire. Il primo, “The Amazing Dobermans” è la storia di un ex-detenuto che cita sempre la Bibbia e che con i suoi cinque cani di razza aiuta un agente del Tesoro a catturare una banda di ladri, per poi andarsene col bottino, al momento giusto. Il film è del ’76.

Il secondo “Un Taxi color malva” è un film tutto europeo, girato l’anno seguente. Il regista Yves Boisset fa di solito dei film d’azione, ma qui racconta d’un medico con clienti ricchi e annoiati, che si sposta su un taxi di colore speciale in un’Irlanda un po’ crepuscolare. Ci sono Noiret, Ustinov e la bella Charlotte Rampling.

Il terzo film è del 1981, “Ghost Stories”, storie di fantasmi, diretto da John Irvin per la Universal con quattro anziani che sono perseguitati da una ragazza-fantasma della cui lontana scomparsa sono gli involontari colpevoli. Ambiente invernale nel New England, e fra gli interpreti, con Fred, anche Melvyn Douglas e Fairbanks Jr.

Poco tempo dopo, Astaire si congeda anche dalla televisione, con un film natalizio, “L’uomo vestito da Santa Claus” nel quale ha ben sei parti, compreso Santa Claus in persona. Per un attore della sua età è una prova di classe, ma Fred non gradiva mai la mediocrità.

Il matrimonio di Fred e Robyn è considerato, come abbiamo visto, un evento singolare ma positivo, anche dai suoi due figli: Ava, che è sposata in Irlanda, e Fred Jr. che continua in America la sua attività di pilota e meccanico di aerei. Niente cinema, niente danze. Il nome degli Astaire aveva oltre a Fred una sola persona come depositaria di quell'”altro” mondo, ed era Adele. Ma Adele non c’è più.

Il grande congedo.

Fred ha tanti amici. Uno di questi è il produttore Bill Self, che in una sola occasione dev’essere severo con lui, per vincere la sua riluttanza a ricevere il famoso “Life Achievement Award”, il massimo Premio alla carriera da parte dell’American Film Institute, il 10 aprile 1981.

Tutti concordano nel definire quella cerimonia come l’epilogo della lunga attività d’un signore di ottantadue anni che aveva cominciato a fare spettacolo da bambino assieme alla sorella maggiore, che ha interpretato il suo ultimo film pochi anni prima.

L’evento e di quelli che solo Hollywood sa mettere insieme. Non è la variegata esibizione degli Oscar: qui c’è un solo premiato.

Si comincia con una cena molto esclusiva al Beverly Hills Hilton con i due figli e i loro coniugi, oltre, naturalmente, a Robyn. Unico ospite fuori famiglia è Hermes Pan, il fedele amico e alter ego di Fred in tutte le prove massacranti dei bei tempi lontani.

Poi, la cerimonia. In sala ci sono duemila persone, e ognuna vorrebbe pronunciare un “tribute” al festeggiato. L’unica assente importante è Ginger Rogers, che manda un commovente messaggio da un set molto lontano, dove sta lavorando.

Ma ci sono tutte o quasi le altre ex partner: Cyd Charisse, Eleanor Powell, Audrey Hepburn (che non sapeva ballare), e Barrie Chase.

Ed è proprio Barrie che dice: “Era duro ballare con Fred!” E poi rivolta a lui: “C’erano momenti in cui eri un mostro, ma io vorrei tornare anche subito a tutto questo…”

Fred risponde commosso, e dice tante cose un po’ a tutti. Parla anche a Gene Kelly: “Sono sicuro che pure tu, qualche volta, ti sarai sentito come deluso da ciò che stavi facendo, e con fatica. Ma dopo, rivedendo con calma ogni cosa, ti ritrovavi orgoglioso del tuo lavoro, proprio come me stasera. “I am proud, io sono orgoglioso”. È la frase conclusiva, da ovazione.

La stella di Fred Astaire si spegne improvvisamente il 22 giugno 1987 per le complicazioni impreviste d’una polmonite, al Century City Hospital di Los Angeles. Ha compiuto da poco ottantotto anni.

Poche le parole di sua moglie ai giornalisti: “Voleva ancora vivere, non era affatto preparato alla morte. Ha avuto comunque una vita completa e pienissima”. E fra i tanti del “mestiere”, ancora Gene Kelly: “Con Fred perdiamo uno dei danzatori più grandi di tutti i tempi, un modello e un’ispirazione per tutti quelli che verranno”.

Non avremo mai più un altro Fred Astaire, un uomo che nella mitologia del Musical occupa un posto unico e fondamentale. Nel suo modo di danzare, semplice e geniale, risolveva qualunque problema, sia che eseguisse un “a solo”, sia che avesse accanto una delle sue splendide compagne, trascinata come per una irresistibile seduzione.

E cantava benissimo: la sua voce ritmata faceva da preludio al ballo, anticipandone il ritmo e l’eleganza. Si è detto che  la sua precisione e il suo meticoloso perfezionismo gli derivassero dalle origini mitteleuropee della famiglia. Può anche darsi, ma direi veramente che il suo stile è senza nazionalità, neanche quel tocco di “british” che nella danza non emergeva affatto. Era solo lo stile di Astaire, l’unico.

Un tenero omaggio, firmato Woody Allen.

Nel film “La rosa purpurea del Cairo” (1985) , uno dei più originali di Woody Allen, c’è un finale che merita di ricordare. Cecilia, la protagonista, una valida Mia Farrow, ha appena visto dissolversi una sua inverosimile storia d’amore con il personaggio d’un film che era uscito direttamente dallo schermo per raggiungere proprio lei, sua estatica e quotidiana ammiratrice. Molto breve l’idillio, poi tutto torna come prima: l’amoroso rientra nel film, e Cecilia, ancora sola, torna al suo lavoro di cameriera in una anonima “cafeteria” qualsiasi, concentrando tutto il suo, sentimento nella frequentazione assidua della sala del cinema.

Il film si chiude sul viso triste della ragazza seduta in platea mentre si proietta “Cappello a cilindro” e Astaire comincia a cantare “Cheek to cheek” prima di coinvolgere Ginger nella danza. Sul viso di Cecilia, a poco a poco, si fa avanti un sorriso, dapprima solo accennato, poi più sicuro: la vita è ancora bella, se Fred e Ginger si mettono a ballare. E il sogno può andare avanti.

(fine)

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Parecchi anni fa, un grande ballerino classico, Mikhail Baryshnikov, ha detto durante un omaggio dedicato a Fred Astaire dall’American Film Institute:


“Date una rappresentazione, vi applaudono, e di colpo voi pensate di essere arrivati al sospirato successo. Rientrate a casa felici, fino al momento in cui soffermandovi davanti al
televisore, vedete per caso Astaire ballare. E allora, tutto quanto è rimesso in discussione…”.


Questo era Astaire, un insuperabile oggetto di culto anche per quelli “del mestiere”. Ma durante la sua lunga vita Fred non ha solo ballato. E’ stato anche un delizioso cantante e un bravo attore. Tutto ciò con uno stile unico, con la sua eleganza e il suo rigore professionale.
Un’altra volta, nel 1928, agli inizi del cinema sonoro, lo avevano convocato per un “provino” alla Paramount dopo i suoi primi importanti successi a Broadway. Il giudizio era stato, in sintesi: “Non sa recitare, non sa cantare. Calvizie incipiente. Sa ballare un po'”.
Quelli della Paramount si erano sbagliati.


Bibliografia e iconografia


Stephen Harvey, Fred Astaire, Milano Libri Ed., Milano 1978


Roy Pickard, Fred Astaire, Crescent Books, New York 1985


Bob Thomas, F. A. l’homme qui danse, Ramsay Ed., Paris 1987


John Mueller, Astaire dancing, Wings Books, New York 1991


Alain Masson, Comédie Musicale, Ed. Stock Cinema, Paris 1981


Fred Astaire, Steps in Time, Harper & Brothers, New York 1959


Arlene Croce, The Fred Astaire & Ginger Rogers Book, Outer Bridge, New York 1972


Suzanne Topper, Astaire & Rogers, Leisure Books, New York 1976


Patrick Mc Gilligan, Ginger Rogers, Milano Libri Ed., Milano 1977


Jeanine Basinger, Gene Kelly, Milano Libri Ed., Milano 1982


Mariane Vidal e I. Champion, Histoire des plus Célèbres Chansons du Cinéma, M. A. Ed., Paris 1990


Clive Hirshhorn, The Hollywood Musical, Octopus Books, London 1981


Claver Salizzato, Ballare il film, Savelli Spettacolo, Milano 1982


Stanley Green, Encyclopaedia of the Musical Film, Oxford Univ. Press, Oxford 1988


Reader’s Digest Family Songbook, The R. D. Association, New York 1969


Maria Pia Fusco, Frederick Austerlitz di Omaha, La Repubblica (23 giugno 1987)


Alvise Sapori, Quando ballare con lui era per tutti un privilegio, La Repubblica (23 giugno 1987)


Maurizio Porro, Addio Fred Astaire, Corriere della Sera (23 giugno 1987)


Mario Pasi, Un gentiluomo in frac con sangue viennese, Corriere della Sera (23 giugno 1987).

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