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Cinema

Herman Yau

From the Queen to the Chief Executive

Martina Palaskov (MP): Noi, qui a Udine, siamo stati il primo pubblico a poter apprezzare il film, che uscirà nelle sale di Hong Kong a maggio. Parlaci un po’ del film. Come ti è venuto in mente di trattare un argomento di tale spessore socio-politico?

Herman Yau (HY): Il film è basato su una storia vera durante il passaggio di Hong Kong dal Commonwealth inglese alla Cina, nel 1997. Prima del passaggio del 1997, io e alcuni amici abbiamo incominciato ad impostare la sceneggiatura. Abbiamo anche pubblicato un libro. Tutto ciò che accade in questo racconto non era cosa celata. I telegiornali e i media in generale parlavano spesso della condizione dei detenuti “a piacere di sua maestà” durante il passaggio politico. Ho poi deciso di voler girare un film su quest’argomento. Ho lavorato molto e mi sono impegnato nel fare ricerche specifiche sull’argomento. L’idea del film mi è venuta dal libro che però all’epoca era solamente un abbozzo e non un racconto completo, e abbiamo lavorato insieme per concluderlo. (Il libro da cui è tratto il film è From the Queen to the Chief Executive di Elsa Chan, n.d.r.)

MP: Hai lavorato molto con l’autrice del libro e hai fatto molti cambiamenti durante la stesura della sceneggiatura?

HY: Elsa ha lavorato molto con noi. Lei è stata la nostra sceneggiatrice.

Ho cambiato molto del libro. Esso, infatti, non è molto unitario. I capitoli sono molto distanti narratologicamente tra loro. Abbiamo dovuto legare le varie storie raccontate per rendere l’intreccio più adatto ad una narrazione cinematografica. Gli argomenti legali che vengono trattati nel libro sono molto difficili da capire per il pubblico. Abbiamo dovuto semplificare al massimo le discussioni legali e burocratiche intorno ai detenuti. Quando ho letto il libro, ho dovuto rileggere molte pagine che trattavano questi argomenti difficili da comprendere per chi non ha molta dimestichezza con la legge. Ho voluto semplificare questo punto, ma ho dovuto capirlo prima di interpretarlo.

MP: Secondo te, Hong Kong è cambiata molto dal passaggio alla Cina? E in che modo il cambiamento politico ha influenzato il cinema?

HY: Da un punto di vista superficiale le cose sono molto cambiate, ma in fondo tutto è rimasto uguale. La Cina ha adottato per Hong Kong due sistemi politici. La Cina, infatti, vuol far vedere che Hong Kong è diventata cinese, ma si tratta di una facciata costruita per l’opinione internazionale. Non credo che ci sia una gran differenza. Chiaramente questo è il mio punto di vista e il mio punto di vista in quanto cineasta. Forse in altri campi, le imposizioni politiche si fanno sentire maggiormente.

MP: Il tuo film è un film molto maturo, diverso rispetto ai tuoi film precedenti. Hai inserito niente di autobiografico nella pellicola?

HY: Credo che tutti i registi apportino qualcosa di personale al proprio film. Anche casualmente, ma qualcosa di personale finisce sempre dentro. Chiaramente, per quanto riguarda questo film, ho cercato di limitare la mia soggettività, ho cercato di non dare troppe opinioni sull’argomento.

MP: Infatti, hai lavorato in profondità sulla storia e sei andato personalmente ad intervistare i detenuti nelle prigioni di Hong Kong…

HY: I detenuti sono davvero delle gran persone. In più, se volessimo giudicare delle persone esclusivamente dal punto di vista estetico e fisico, credo di sembrare più io un delinquente che loro (ride). Ammiro molto la loro capacità di gestire il tempo in carcere. Molti di loro si sono laureati e hanno studiato molto, non si sono lasciati andare.

MP: Hai usato molte tecniche cinematografiche nel film: bianco e nero, colori e fotografia documentaristici, passaggi al rallentatore. Ti sei ispirato a qualcuno in particolare?

HY: No, a nessuno. Non si tratta di un modo innovativo di girare, ho visto queste tecniche in altri film, ma non mi sono rifatto a nessuno in particolare girando. Durante la scena del suicidio, ho utilizzato il bianco e nero per ricreare un ambientazione poco chiara. Infatti, non si sa se il detenuto abbia voluto veramente suicidarsi o se si trattasse di un sogno.

L’avventura dei detenuti non è finita. Loro sono ancora rinchiusi in carcere. Dovevo trovare una fine, aperta chiaramente, ma dovevo trovare una fine esauriente per il mio film.

I detenuti hanno sviluppato tra loro un enorme sentimento di amicizia che li ha portati a considerarsi come fratelli. Durante la scena del suicidio, infatti, anche se concordato e premeditato da tutti, essi non possono fare a meno di gridare in segno di solidarietà nei confronti dell’amico che si sta strangolando. Tutto il film è girato in modo realistico. Ho voluto velare leggermente e rendere quella sequenza più misteriosa… con il bianco e nero.

MP: Quando il film uscirà nelle sale di Hong Kong, credi che le reazioni del pubblico cinese saranno diverse da quelle avute qui a Udine, in Italia?

HY: Non credo. Il film è universale. Chiaramente il pubblico honkonghese si aspetterà delle cose dal film che un pubblico italiano non aspetta. Inoltre credo che il film non deluderà le attese del pubblico. Vedi, si tratta di un film a “low budget”, fatto da indipendenti, con attori che non sono star. Nonostante ciò, credo che la pellicola avrà successo. Credo che valga la pena vedere il film.

MP: Ultima domanda. Quale sarà il tuo prossimo progetto?

HY: Sto scrivendo una sceneggiatura. Si dice che negli anni Sessanta e Settanta il ricco governo coloniale britannico abbia voluto esiliare delle persone scomode mandandole a Taipei, ma pare che, per risparmiare soldi e tempo, li abbiano gettati a mare lasciando fare il resto agli squali. Il produttore non vuole che il film sia troppo politico. Questo è molto difficile per me, poiché l’essenza della storia stessa è politica.

MP: Cos’è, Herman, l’inizio di un nuovo periodo per te? Niente più splatter e sangue e tutto più politico e sociale?

HY: Alcuni dicono che i miei film precedenti, come The Untold Story, Ebola Syndrome, sono stomachevoli… io mi sono divertito molto! Credo che un cineasta debba sperimentare tante storie e non limitarsi ad abbracciare un solo genere.

MP: Ti stai divertendo a Udine?

HY: Sì, molto. Credo che porterò il mio ultimo film, l’anno prossimo, una sorta di animazione con frammenti di vita vera (alla Roger Rabbit, n.d.r.). Penso sia un film molto divertente… vedremo…

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