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Omnia

Antun Vujić

Ministro e intellettuale “per la cultura”

Sabato 30 giugno, con l’assegnazione del primo premio — l’ Arena d’oro — a Polagana predaja [Arrendersi lentamente] di Bruno Gamulin e qualche vivace polemica (1), termina la 48.esima edizione del Festival di Pola (da quest’anno denominato “Festival di Pola del cinema croato ed europeo”). è al party conclusivo che incontro per la prima volta il dottor Antun Vujić, Ministro Croato per la Cultura, uomo eccezionalmente socievole e cordiale; ci presentiamo, e nasce subito una certa intesa e simpatia reciproca. Il giorno seguente, il 1° luglio, vengo invitato a presentarmi a mezzogiorno di fronte alla reception dell’hotel Histria, dove il Ministro sta soggiornando: l’intervista in cui ho tanto sperato mi viene concessa!

Seduti a un tavolo, iniziamo a parlare di letteratura croata ed italiana — il dottor Vujić è un entusiastico lettore di Fulvio Tomizza, mentre io esprimo la mia ammirazione per il geniale e visionario poeta croato Nikola Šop —, e naturalmente di cinema. Mi ritrovo, così, insieme ad un compagno di conversazione schietto, loquace, e di cultura davvero vasta; una personalità decisa e generosa, di un intellettuale e uomo politico che ama essere se stesso.

Luciano Dobrilovic (LD): Per prima cosa, le chiedo di dire un po’ di sé e della sua carriera…

Antun Vujić (AV): Quanto alla mia carriera, sostanzialmente è resa nota in Internet; ma di me posso dire una cosa principalmente: di essere generalmente andato contro corrente. Già da studente, quando fondai un giornale “underground”, tra i primi in quell’epoca, fino poi a quando studiai e compii il dottorato su Karl Popper, che era proibito in quegli anni, in quanto costituiva un pensiero che il marxismo ufficiale non aveva in molta simpatia; fondai anche il primo partito sociale e democratico, il quale era un partito di sinistra e si trovava all’opposizione nel trascorso regime comunista… Ecco, queste tre ed altre cose presentano un rapporto particolare con il mondo, rapporto nel quale la persona si concede degli hobby che sono la “non-ortodossia” o l’andare contro corrente. Ecco, questa è la carriera.

LD: Il Ministero come sta progettando la promozione della cinematografia croata?

AV: Si dice — un po’ per scherzo, ma anche seriamente — che abbiamo buoni film, ma non abbiamo una cinematografia, e anch’io scherzosamente dico che è magnifico il potere avere dei film senza avere una cinematografia; sennonché la cinematografia è un tipo d’industria, e per quest’industria molte cose mancano. Lo Jadran film, che era stato un grande complesso cinematografico e uno studio cinematografico nazionale, è stato privatizzato ed si è quindi in un certo senso “perduto”… Forse, la televisione eviterà o adempierà ai propri compiti come comunemente avviene nel mondo, e alle volte anche li adempie… Resta che, alla fine, il Ministero è l’unico sponsor dei film croati. Noi diamo circa trenta milioni di kune (2) annue per i film: in questo modo possiamo realizzare più o meno sei film all’anno, secondo questa quota di finanziamento: in sostanza è il Ministero quello che fornisce più denaro. Tutto si decide sulla base delle commissioni formate dagli stessi creatori ed operatori dei film: chi girerà il film, quindi, non lo farà per una decisione arbitraria del Ministro o di chicchessia, ma il che viene discusso nelle commissioni le quali, tramite le sceneggiature ed altri aspetti, danno la fiducia e il consenso affinché qualcuno usi questo denaro per il film. In tale circostanza, il Ministero, nella situazione comune, contribuisce con circa un milione di marchi, mentre il resto viene ricavato dalla televisione e dagli sponsor.

Be’… noi come Ministero, che cosa facciamo ancora per il cinema? Adesso abbiamo promosso un’iniziativa affinché la Croazia anzitutto entri nell’Euro-imagine; la Croazia aderirà a quelle istituzioni con altre nazioni, le quali agevolano le co-produzioni e i finaziamenti: e questo è uno. La seconda cosa che facciamo è l’affrontare una discussione attualmente fondamentale sul cinema: in Croazia è avvenuto un fatto già verificatosi in altre nazioni, ma qui in modo drastico; si tratta del numero degli spettatori delle sale cinematografiche, abbassatosi terribilmente. Sono contemporaneamente sorti dei cinema multisala: ve n’è uno a Zagabria e penso ve ne sia ancora qualche altro in costruzione: sono la cosa che ora va per la maggiore. Ma non credo che questo sia sufficiente, considerando, tra l’altro, che queste sale sono ancora in fase di costruzione, e che nel contempo le classiche sale di proiezione hanno perduto il loro pubblico. Che i film croati vengano visti è un nostro grande problema. Pensiamo di riuscire, legiferando in materia di film, a rendere obbligatoria, per ogni film estero, la proiezione di un film europeo — dico europei, cioè non solo croati. Pensiamo di trovare così una soluzione, e in tal modo potremo coniugare le due problematiche. Credo che in questo momento non abbiamo ancora questo “cinema” atto a promuovere i film nostrani, ma per questa via, dunque, ci siamo, ci avviciniamo al fine.

LD: Ai tempi della guerra patriottica più di un film croato era caratterizzato da ideali nazionalistici. Lei pensa che il ministero e lo stato d’allora avessero operato delle discriminazioni ideologiche nel finanziare i film?

AV: Penso di no, e penso che i film croati non siano mai stati, per niente affatto, nazionalistici. Essi sono sicuramente meno nazionalistici che in ogni paese normale che si trovasse nel contesto della situazione in cui si è trovata la Croazia. Penso sia un’accusa ingiusta, e penso anche che il precedente Ministero non abbia operato per niente particolari discriminazioni. Devo dire che la critica al precedente Ministero, almeno per quel che riguarda i film — non parlo degli altri aspetti —, non è corretta. Il Signor Hribar, il quale era il maggiore critico, ha girato due film proprio nel periodo in cui il Signor Vrdoljak era l’amministratore principale per i film. Consequenzialmente la Signora Tribuson, la quale è una giovane autrice di sensibilità altamente speciale e sicuramente non nazionalistica, ha anche fatto un film. E film ne hanno fatti anche Brešan e tutti quegli altri giovani autori; quindi, se vogliamo parlare con onestà, penso che qui, in questo chiasso, vi sia più baccano che correttezza.

LD: Che cosa pensa sulla cooperazione culturale, letteraria e cinematografica tra la Croazia, la Jugoslavia, l’Italia e l’Europa?

AV: Per quel che ne so, il cinema croato, almeno quando ci sono state di mezzo grandi spese, ha cominciato con co-produzioni con il cinema italiano, come nel caso di Cesta duga godinu dana [La strada lunga un anno], realizzata da de Santis. Di certo le co-produzioni sono desiderabili. La nostra entrata nell’Euroimagine stimolerà particolarmente le co-produzioni.

Per quanto riguarda la Jugoslavia, non penso niente di particolare su quest’argomento. La Jugoslavia è per noi ancora una terra altra, ci lega appena la lingua e diverse altre cose in comune, ma penso che lì sia ancora necessario superare i giri di parole per una corretta collaborazione. Posso dire soltanto che non abbiamo un accordo tra gli stati per una cooperazione culturale, e che ancora tutto quanto è stato rubato delle collezioni culturali da Vukovar, Knin, dai dintorni di Dubrovnik e da altre terre è ancora sempre lì, né ancora mai è stato restituito, e ciò rende più difficili i nostri rapporti quando è in questione la cooperazione culturale. Dunque, la creazione del relativo sbocco della Jugoslavia nel campo d’attività delle normali nazioni europee deve essere pagato con passi concreti, l’uno dopo l’altro, e questi passi concreti porteranno di certo ad un atteggiamento favorevole per una reciproca collaborazione. La lingua e tante altre cose, che tutti noi conosciamo perfettamente, sono certamente un qualcosa che sarà utile, ma le condizioni devono essere adempiute. Loro ancora si tengono la collezione completa di tutto ciò che l’esercito ha preso da Vukovar, tutto è ancora sempre lì, non hanno ancora restituito niente. Dunque, non parlo di memorie né parlo di ideali o sentimenti, ma parlo solo del più pragmatico elemento del far fronte all’adempimento di obblighi internazionali, che loro non hanno ancora stabilmente iniziato.

LD: E riguardo alla cooperazione e al dialogo con la cultura italiana e, in particolare, la cultura della minoranza italiana qui in Croazia?

AV: Io penso che qui non solo non vi sia nessun intralcio, ma che questo rapporto sia ottimo. Un mio amico speciale è Furio Radin. Mi sembra che quando la minoranza italiana è in questione, non vi siano problemi in Croazia. Riguardo all’Edit, che è in crisi, lo stato mantiene un atteggiamento di sostegno, e questo ciascuno lo ammette. Non vedo che qui ci siano dei problemi, né nessun problema mi è noto.

Ecco, un problema minoritario è nel fatto che la minoranza italiana ha sempre la percezione che la sua cultura, in un certo senso, si stia estinguendo. Ma penso che la minoranza italiana partecipi alla peculiare multiculturalità dell’Istria, la quale è in confronto più complessa della sola minoranza italiana. L’Istria è più multiculturale di quanto statisticamente la minoranza italiana verrebbe a significare in questa multiculturalità.

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