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Fumetto

Giuseppe Palumbo

Disegno e disagio

Immagine articolo Fucine Mute

Ivan Bormann (IB): Ci siamo conosciuti nell’ambito dell’ex ospedale psichiatrico di Trieste, il tempio della psichiatria democratica, dove io lavoravo come operatore e tu tenevi un corso di fumetti rivolto a persone sofferenti di disagio psichico. Come sei entrato in relazione con questo mondo e quali ti sembrano le sue evoluzioni, soprattutto in relazione all’ambito creativo di cui tu fai parte? Qual era il senso del tuo lavoro lì?

Immagine articolo Fucine MuteGiuseppe Palumbo (GP): Facciamo un passo indietro: il mio rapporto con il mondo della psichiatria e con Trieste in particolare comincia una decina di anni fa grazie a Pierangelo di Vittorio, filosofo e operatore come te a Trieste, e grazie a Mario Colucci, psichiatra proprio a Trieste, entrambi di Bari e tutti e tre compagni di avventure editoriali e non solo. Organizzammo, dicevo, una decina di anni fa, la prima e unica edizione di un Trieste Comix che si articolò in quattro incontri con il sottoscritto, Onofrio Catacchio, Josè Munoz e Lorenzo Mattotti. Qualche anno dopo, l’esperienza riuscitissima, peraltro, di portare nei padiglioni del San Giovanni, le idee e il linguaggio del fumetto, ha fatto sì che io venissi invitato a partecipare da Angela Pianca ad un progetto di formazione regionale “Parole e immagini in redazione” con uno stage sui fumetti. Posso dire di aver fatto con grande leggerezza e allo stesso tempo con serrata determinazione, uno dei progetti più belli della mia vita di autore di fumetti (e di uomo); abbiamo sviluppato con il gruppo un numero di una rivista a fumetti di cui io ero l’editore e loro gli autori indiscussi: “Diario Zero”, un progetto che attraverso l’uso del linguaggio del comic ha spinto persone come Fabio, che a stento mi parlava, a raccontare di sé, di ciò che per lui era “zero” e di ciò che non lo era affatto. In questo, nell’aver dato a queste persone uno strumento in più di confronto con un mondo che per molti versi li ha separati da sé e da cui si sono separati, c’è il senso del mio agire e la mia preoccupazione per un momento come questo in cui è tangibile il rischio che tutte le conquiste fatte a partire dall’esperienza di Basaglia, vengano azzerate.

IB: In relazione a queste tematiche, mi vuoi parlare dello speciale sulla psichiatria apparso sull’ultimo numero di Frigidaire, e vuoi parlarmi anche della rinascita della rivista? C’è ancora spazio per Ramarro nel 2002?

GP: Molti dei lavori fatti dai fumettari in erba del San Giovanni e interventi scritti e foto sul tema della Psichiatria Anti istituzionale sono diventati il numero speciale di Jumbo, la mia minirivista, sulle pagine di Frigidaire, inserto pensato per denunciare proprio il rischio di cui ho già detto. Paradossale il fatto che uno dei promotori di questa controriforma psichiatrica sia il forzista Giuseppe Palumbo (omonimo dell’autore n.d.r.), dimmi tu!

IB: Tu ti sei formato in quell’ambito underground o controculturale che dir si voglia, ma poi hai lavorato per dei colossi commerciali quali la DC Comics, oppure altre produzioni italiane tipo Martin Mystere. Mi pare di capire che tu ci tenga a sottolineare il valore popolare del fumetto, a guardare con diffidenza il fumetto d’autore, preferendo un pubblico vasto. Ritieni che lavorare per le produzioni più commerciali, tenendo comunque contatti con ciò che si muove “sotto terra”, sia dovuto alle evoluzioni socio-culturali che hanno portato alla sparizione di quel pubblico vasto che acquistava Frigidaire e dimostrava interesse per altre produzioni? Oggi come oggi che ruolo possono avere fanzine e autoproduzioni?

Immagine articolo Fucine MuteGP: Stefano Tamburini avrebbe voluto pubblicare Kriminal di Magnus su Frigidaire, ma in una versione più estrema e ciò spiega l’atteggiamento allo stesso tempo popolare ma di qualità perseguito da sempre dalla casa editrice Primo Carnera e da me. Faccio i fumetti per raggiungere la più ampia fascia di lettori, non per smania di protagonismo, ma perché penso che in un sistema di comunicazione così affollato sia quasi indispensabile, se si pensa di voler intrattenere qualcuno, farlo non da una torre d’avorio. Sull’ultimo numero di Mano, la rivista diretta da Stefano Ricci e Giovanna Anceschi, c’è una bella intervista ad Alan Moore fatta da Paul Gravett: il vecchio freak asserisce che è possibile scrivere per Image e scrivere per Fantagraphics, che se non ci fossero i supereroi non ci sarebbero le librerie per vendere anche i fumetti della Fantagraphics. Poi c’è una questione di professionismo e di sfide: disegnare una storia di Diabolik è un impegno che credo qualunque professionista amerebbe affrontare ed è una sfida che non potevo farmi sfuggire.

IB: Mi pare che il tuo lavoro vicino alla tradizione giapponese dei manga, ti abbia fatto approdare su un sito giapponese con delle interessanti combinazioni tra fumetto, animazione ecc. Siccome stiamo parlando da una rivista online, ci vuoi parlare di questa esperienza e di come vedi il fumetto su internet?

GP: L’esperienza di Morning-On-line, la rivista della Kodansha a cui ho collaborato è stato un bell’esperimento (hanno fatto una versione animata delle mie storie con Director, quando ancora Flash non esisteva), per me concluso. Andate a vedere www.gomma.cx/dumdad: una versione in Flash delle storie di Dummy & Daddy. Appena uscite sugli ultimi numeri di Jumbo. Comunque è Internet che deve ancora trovare una sua strada commerciale e quindi per adesso è un terreno che conserva ancora in sé qualcosa di potenziale e poetico.

IB: La scelta di lavorare per Martin Mystere è legata alla possibilità di spaziare tra scenari e ambientazioni relativi a luoghi, epoche e immaginari di volta in volta diversi?

Immagine articolo Fucine MuteGP: Va detto che ho una laurea in Lettere Antiche con indirizzo archeologico e una ricca bibliografia su Atlantide, per cui lavorare per Martin Mystère era quasi una scelta obbligata.
Va inoltre detto che lavorare su sceneggiature che spaziano da ambientazioni surreali a estremamente realistiche — si va dall’Egitto all’Australia in un battibaleno — in termini di sfide professionali è veramente divertente!

IB: Che ruolo ha nelle tue produzioni la collaborazione con Daniele Brolli? E con altri sceneggiatori e collaboratori?

GP: Con Daniele collaboriamo da almeno quindici anni e in più è un vero amico; sa quasi sempre come ottenere il meglio, graficamente parlando. Con Alfredo Castelli, Massimo Semerano, Tito Faraci ho lavorato e lavorerò con dedizione e al massimo perché credo che è importante aver un proprio universo narrativo, ma due teste lavorano meglio di una.

IB: I tuoi ritmi di lavoro sono anche legati al comittente?

GP: Ovviamente. Ma sui miei progetti personali alle volte ho tempi anche biblici.

IB: Le produzioni più commerciali hanno ritmi più frenetici? Che ritmo tieni di solito?

GP: Una tavola al giorno. La frenesia mi è costituzionale, corroborante, fondamentale.

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