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Cinema

Katsuyuki Motohiro

La trasparenza: più che un dono una condanna

Abbiamo incontrato il regista giapponese Motohiro Katsuyuki, autore dell’emozionante film Transparent. La pellicola narra la storia di un ‘trasparente’, una persona della quale i pensieri sono trasparenti, appunto. Solo sette persone in tutto il Giappone hanno questo dono-condanna. I loro pensieri possono essere uditi da chiunque si trovi nel raggio di dieci metri. Questo tipo di fantasia ha sfiorato la mente di parecchie persone, autori e letterati e si tratta in fondo di un argomento che fa paura. Il film ricorda personaggi come Truman, in The Truman Show di Peter Weir (Il trasparente non conosce i suoi poteri e viene assecondato da tutti gli abitanti del suo villaggio) e il donnaiolo Marshall (Mel Gibson) in What Women Want di Nancy Meyers, sfortunato pubblicitario che intende tutti i pensieri delle donne.

Il film Transparent è stato prodotto dalla casa di produzione Robot, interessante azienda che ha prodotto notevoli pellicole giapponesi. Abbiamo sentito anche il produttore Chikahiro Ando.

Olivier Lehmann (OL): Ho notato che, in tutti i suoi film (ricordiamo Space Travellers, film che ha inaugurato la scorsa edizione del Far East Film Festival), lei tende a narrare le vicende di piccoli ma significativi eroi della nostra epoca. Il personaggio da lei descritto, nella sua inconsapevolezza, rivela doti da grande samaritano. Vorrei sapere se gli elementi che lei ha inserito nel film e la matrice della favola sono autobiografici o se invece si tratta di una personale interpretazione della società giapponese di oggi.

Motohiro Katsuyuki (MK): Tutti gli eroi in generale presentano queste caratteristiche. Ci sono però nel film delle considerazioni particolari che vogliamo, o meglio, che abbiamo voluto sottolineare.

Martina Palaskov Begov (MPB): Sono particolarmente interessata ad una frase del film: mi riferisco a quando, in voice off, il narratore suggerisce il perché di questo fenomeno, e indica tra le possibili cause l’era tecnologica e digitale in cui stiamo vivendo. Perché questa soluzione? A che cosa voleva riferirsi?

MT: Vedete, la società giapponese è molto particolare. Noi prestiamo molta attenzione a due realtà della fisionomia umana, il honne e il tatemae, che sono rispettivamente l’interiorità e l’esteriorità di un individuo. Questa distinzione è molto importante per la società giapponese. Infatti, indipendentemente da quello che è un pensiero o una osservazione soggettiva, l’individuo deve rispettare la società e cercare di cooperare e andare d’accordo con le regole della medesima. Con il mio film, volevo offrire una personale interpretazione di questo fenomeno, e sottolineare come a volte, sepolta sotto le bugie, esiste una tipologia diversa di verità. Non mi riferisco a una verità assoluta, se devo essere sincero non so nemmeno di che verità potrebbe trattarsi: posso solo immaginarla, dare una mia interpretazione. Questo è il motivo per cui ho voluto introdurre questo tipo di messaggio.

OL: Una semplice domanda: dove ha scovato l’idea e a chi si è ispirato? Il suo film mi ricorda Scanners di Cronenberg, una pellicola opposta alla sua…

MK: Per fare un buon film bisogna innanzitutto avere una bella idea. Per il mio film… be’, credo che potrei citare, per quanto riguarda la domanda che mi ha fatto, Dead Zone: credo sia la pellicola di Cronenberg che più assomiglia al mio film. Infatti tendo a dare più spessore all’indagine psicologica, piuttosto che utilizzare troppi effetti speciali. Ho affrontato una storia che racconta le vicende di un eroe particolare, che infatti non sa di essere un fenomeno. Il mondo intero se ne accorge, ma lui rimane incastrato nella sua ignoranza. Di solito capita il contrario, ovvero è l’eroe che diventa tale per riscattarsi dalla società e si impone attraversando improponibili peripezie… ho trattato una storia un po’ diversa.

Poi mi vengono in mente i manga, realtà totalmente giapponese che il mondo ha incominciato o sta incominciando a conoscere meglio. Mi sono ispirato anche agli eroi di questi nostri fumetti (come aveva precedentemente fatto con Space Travellers, n.d.r).

MPB: Vorrei sapere se il film affronta una critica nei confronti della società giapponese e in particolare mi riferisco alla burocrazia del sistema sanitario dell’arcipelago nipponico.

MK: Trovo che l’analisi della società civile e di tutte quelle organizzazioni, soprattutto sociali, che caratterizzano l’essere umano, sia molto interessante. Quindi in tutti i miei film ho sempre cercato di analizzare, almeno in parte, le peculiarità e, perché no, le pecche delle organizzazioni. Credo che, in tutte le organizzazioni, se le cose non battono bene, ci si trova davanti ad un grande problema. Non credo tuttavia che nel mio film la critica sia troppo esplicita. La mia analisi è più caratterizzata dalla commedia, dall’atmosfera ironica dell’ambiente di lavoro piuttosto che dalla severa critica sociale.

MPB. Quindi, il protagonista avrebbe potuto lavorare ovunque, come avvocato, dentista…

MK: Sì, sicuramente. Io in ogni caso mi asterrei da considerare il mio film come una critica sociale. Ho voluto dare un tono ironico e divertente alla pellicola, pur trattando un argomento delicato.

OL: Ultima domanda per me. Vorrei saperne un po’ di più sul primo ‘trasparente’, confinato su un isola deserta. Egli, infatti, è l’unico dei fenomeni a conoscere e temere i suoi poteri.

MK: Credo di averlo spiegato all’inizio del film. Quando infatti, all’inizio, nella sequenza dove tutti i militari sono in riunione per decidere della sorte dei ‘trasparenti’, il caso del primo fenomeno viene illustrato. Egli, purtroppo è l’unico ad aver scoperto di essere un ‘trasparente’ e quindi non può fare a meno di celare la sua vera indole, i suoi pensieri. Gli psicologi presenti dicono che l’uomo, avendo conosciuto la sua sorte, si è suicidato. Si verrà poi a scoprire che egli non è morto, ma è come se lo fosse, poiché si è rifugiato sull’isola, per vivere lontano dal mondo. In effetti lo psicologo che racconta la vicenda usa un linguaggio molto tecnico che impedisce forse di comprendere bene cosa effettivamente sia successo a quest’uomo, ma, ribadisco, non credo di aver lasciato l’argomento insoluto.

OL: Vorrei sapere che cosa gli succede dopo, alla fine, se egli riuscirà mai a convivere con l’idea di essere un ‘trasparente’?

MK: In effetti, il personaggio non viene poi più preso in considerazione. Egli non può far altro, purtroppo. Rintanato sull’isola, egli comunica con il mondo via internet e continua a vivere la sua vita solitaria. Cosa gli succederà infine, non so dirvelo, ma non credo sia importante ai fini della storia.

MPB: Ultima domanda anche per me, che vorrei porre al produttore. Parliamo un po’ della ROBOT Corporation; che tipo di casa di produzione è, che tipo di filosofia produttiva avete assunto per scegliere le pellicole e i soggetti per un film?

Chikahiro Ando: La situazione in Giappone al momento non favorisce la produzione cinematografica. I giovani non vanno al cinema, o preferiscono andare a vedere pellicole hollywoodiane. Considerato questo clima, è chiaro che i film che cerchiamo di girare noi debbano avere degli elementi che attraggano il pubblico, siano essi film commerciali o indipendenti. Ciò che importa è che consideriamo il cinema una forma di divertimento, di intrattenimento. Abbiamo operato in questo modo per quanto riguarda il film Transparent, per esempio: un film adatto ai giovanissimi ma anche a persone anziane o di mezza età. Avvolte però proponiamo anche dei film sperimentali, sempre con l’intenzione di attrarre pubblico però.

OL: Ancora un’ultima domanda per Mr. Motohiro. Lei crede che una storia come quella illustrata nel film possa accadere oggi, nella nostra società? E crede soprattutto che le persone si comporterebbero così bene con i ‘trasparenti’ come appunto, fanno nel film?

MK: In effetti, io credo che persone del genere esistano veramente, persone talmente sincere la cui vita e pensieri sono trasparenti, appunto. Persone che ti dicono tutto in faccia, i cui comportamenti sono leggibili attraverso il linguaggio del corpo; oppure i ‘trasparenti’ esistono veramente, ma sono rinchiusi in qualche ospedale circondati da scienziati e medici (ride)… Il messaggio che ho principalmente voluto trasmettere è il comportamento che la gente assume nei confronto di questi fenomeni, persone in fondo diverse. Tutti potrebbero infatti approfittare delle debolezze dei trasparenti, o per sbaglio comportarsi in maniera diversa, creando scompiglio nella loro vita. I fenomeni di oggi sono gli handicappati, o semplicemente le perone deboli, come gli anziani. Ho voluto evidenziare principalmente questa tematica, esortando la gente ad essere più cordiale e meno diffidente nei confronti del debole.

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