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Scrittura

Antonio Della Rocca

Il professore

Corrado Premuda (CP): Il Caffè San Marco di Trieste è il luogo ideale per incontrare uno scrittore, tanto più uno scrittore che ha appena pubblicato un romanzo che per il linguaggio e l’impostazione ricorda molto i grandi romanzi di fine Ottocento e inizio Novecento che erano prodotti proprio da scrittori che hanno frequentato effettivamente questo Caffè. Lo scrittore di cui sto parlando è Antonio Della Rocca e il libro a cui mi riferivo s’intitola “Il professore”, un romanzo pubblicato un mese fa da Ibiskos, casa editrice di Firenze. Cosa ne pensi di questa presentazione che ho fatto di te, aggiungeresti qualcosa, diresti qualcos’altro?

Antonio Della Rocca (ADR): No, sul San Marco non c’è dubbio che sia un luogo deputato alla letteratura triestina, infatti siamo seduti al tavolo che normalmente occupa Claudio Magris: questo ti dà già una misura…
La discendenza dagli scrittori dell’Ottocento è sicuramente vera perché anch’io sono vissuto di studi classici, però ci sono dentro anche tante cose che riguardano eredità più recenti, perché ad esempio la tecnica del flashback che io uso con piacere non è di Pirandello, voglio dire. Non c’è il fluire classico della novella che parte da A e finisce a Z. A me piace saltare di qua e di là. Questa è l’unica critica che farei, se di critica si può parlare.

CP: Siccome hai citato Pirandello, io nel leggere il tuo libro ho riscontrato una tecnica forse in qualche modo ereditata da lui, quella della verità personale e soggettiva, cioè il protagonista di questo romanzo viene presentato attraverso gli occhi e i racconti di tutti gli altri coprotagonisti e di persone che comunque parlano di lui e quindi ciascuno ne dà una visione molto personale, il che mi faceva pensare appunto alla filosofia letteraria di Pirandello. C’è questo collegamento secondo te oppure no?

ADR: C’è nei fatti. Nei fatti sì, perché non era nella mia testa ma nei fatti c’è. Nel libro il professore viene sezionato, squartato, non so esattamente quali siano i termini più giusti, proprio dalle persone che lo conoscevano dato che lui oramai è morto. Infatti quando torna, torna solo come “revenant”, una specie di fantasma che appare e scompare nella mente del narratore che è quello che lo ha conosciuto forse meglio, per ultimo, rispetto agli altri.

CP: Tu per lavoro hai viaggiato molto e conosci diverse realtà, sei stato in alcune parti del mondo che solitamente per mete turistiche non sono così frequentate. Questi viaggi e gli incontri che hai fatto ti hanno influenzato, hanno influenzato la tua scrittura, i tuoi racconti, questo romanzo? Ti hanno dato qualche ispirazione?

ADR: In termini generali sicuramente perché per ognuno di noi, io non sono più di primo pelo, l’esperienza è dentro di noi e forma parte di quel patrimonio che poi in qualche modo riversi in quello che scrivi. Nel caso specifico direi di no perché tutto si svolge in un’alta Italia ben conosciuta… No, non c’è un collegamento diretto. D’altra parte, volendo scherzare, diciamo che io ho viaggiato tanto, ma ho viaggiato da manager, saltando da aeroporto in aeroporto, da albergo in albergo, e avendo — ahimè — poco tempo per dedicarmi alle realtà che vedevo; salvo esperienze più lunghe dove ho vissuto ad esempio in Germania, in Russia, in Sud America: lì sono stato per periodi importanti e allora ho avvicinato la cultura locale in maniera approfondita.

CP: Tu sei anche un collezionista di premi. Ricordavamo prima scherzosamente che negli ultimi due anni hai collezionato importanti premi nazionali, penso al Leone di Muggia, effettivamente “Il professore” ha vinto il Leone di Muggia e per questo motivo viene pubblicato, ma anche Pipa di Klapka e anche Etniepoesie con una poesia, quindi sei apprezzato sia come narratore sia come poeta. Questo ti fa piacere, ti lusinga, ti sta montando la testa?

ADR: Per quanto riguarda la poesia diciamo che mi strabilia perché io non mi considero assolutamente un poeta, sono uno che scrive poesie occasionalmente e, come ho scritto nel sito (il sito Internet di Antonio Della Rocca è www.antoniodellarocca.it, ndr), ho deciso di vedere e di misurarmi con la realtà: non mi spiego come ma pare che le mie poesie piacciano. E con questo si chiude il capitolo “poesia”. Riguardo i premi, sicuramente non mi montano la testa, e ciò deriva anche da un approccio pragmatico a questa realtà della letteratura attuale. è difficilissimo farsi strada, ed io, come ti ho detto prima scherzando, sono un manager e cerco di approcciarmi anche al problema della scrittura in maniera manageriale: ho capito che bisogna vincere i concorsi, è una strada che va battuta; certo non è con questa strada che sfondi però rappresenta un “must”, una cosa a cui non si può rinunciare. Dopo, se uno ha la fortuna di riuscire in quei rarissimi concorsi in cui il premio è la pubblicazione del libro come ho avuto io, questa è una cosa molto bella. Ma non mi monta la testa…

CP: Dietro alle cose che scrivi ci sono profonde ricerche storiche, mi raccontavi prima di una cosa inedita dove c’è effettivamente una ricerca storica e anche una rilettura da parte tua,  perché azzardi ogni tanto delle interpretazioni di eventi storici: è una passione particolare che hai per la storia, per un particolare tipo di vicende, per rileggere anche in chiave personale eventi contemporanei?

ADR: Io non sono un appassionato di storia in senso letterale. Ho sempre letto con molto piacere le autobiografie, è qualcosa che mi diverte, soprattutto quando riesco a leggere sullo stesso personaggio due o tre autori diversi che lo vedono da diversi angoli, un po’ come la storia de “Il professore”. Nel caso specifico del romanzo di cui parli, lì la ricerca è stata necessaria nel senso che sono partito con l’idea di scrivere un racconto sul tema dell’invidia e mi è venuto in mente un personaggio storico assolutamente sconosciuto ai più; ho deciso che mi dovevo documentare e mi sono infilato in un tunnel da cui sono uscito solo quando ho finito il romanzo perché ricercando, come se facessi una tesi di laurea, ho dovuto documentarmi e crearmi una bibliografia, e ho scoperto che la vita di questa persona, che è sempre stata in assoluto secondo piano rispetto a Giulio Cesare, tanto per non far nomi, ha avuto dei risvolti incredibili, tutti documentati, tutti descritti da Svetonio, da Tacito, da Cesare stesso, e che portano a un’interpretazione del perché Cesare è morto nelle idi di marzo del 44 a.C. che è assolutamente non convenzionale… Adesso non ti dico di più se no ti levo il gusto di leggere il libro.

CP: Un’ultima domanda, in realtà hai fatto già delle anticipazioni su altri progetti che hai e cose future, però magari c’è qualche progetto, qualche idea che hai per la testa a cui tieni particolarmente, a cui vorresti dedicarti il prima possibile?

ADR: In questo momento sono un po’ vuoto perché ho finito un altro manoscritto non molto tempo fa e quando finisco una cosa per un certo periodo non produco perché mi sono un po’ svuotato. Ho in mente due o tre soggetti però devo ancora ragionarci veramente su, non sono ancora in condizioni di dire che farò una cosa piuttosto che un’altra. Magari poi l’idea giusta mi viene proprio uscendo da qua!

CP: Allora ti auguro in bocca al lupo per le vendite de “Il professore” e anche per i prossimi libri!

ADR: Io me lo auguro perché vendere libri di autori sconosciuti è un po’ dura!

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