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Palcoscenico

Mario Maranzana

Il cammino verso Trieste dal teatro alla storia

Nell’ambito dello spettacolo “Storie delle Maldobrie”.

Riccardo Visintin (RV): Abbiamo la possibilità di tornare ad occuparci di attori che hanno vissuto Trieste in maniera proprio viva, Mario Maranzana è uno di questi…

Mario Maranzana (MM): Sì, io senza nessun merito sono nato qui, e ci sono vissuto intensamente fino ai ventiquattro anni, poi mi sono trasferito, ma sono sempre tornato.
Tanto io conosco ed amo questa città che ho dedicato ad essa moltissime delle mie attività, sia artistiche che culturali in genere, insomma.
Io ho scritto due libri che hanno — anzi, il terzo è in dirittura di arrivo — come ambiente la Trieste della mia infanzia, perché lo scrittore deve prima fare i conti con il suo passato personale, per poter essere poi libero di parlare del presente e forse inventarsi un futuro, ecco, per questo.
C’è la mania dell’infanzia, ma è proprio vero che nasce tutto nel bambino, e quanto più si riesce a restarci, bambini, tanto più si diventa adulti in maniera serena, io penso.
Allora, naturalmente quando ho fatto cose nel mio mestiere che riguardassero Trieste, ho cercato sempre la via del dialetto o del semi-dialetto.
La prima cosa che io ho fatto tantissimi — forse addirittura nel 1958 — l’ho fatta in una piazza di Cittavecchia, che si chiama Piazza Del Crocifisso, e lì ho trattato un tema che ho trovato in una commedia, ossia il tema dell’emigrazione.
Mi trovo adesso, a settantadue anni, ad aver fatto assieme con mio fratello un documentario sugli emigrati triestini.
Parlando delle “Maldobrie”: “Maldobrie” sono anche un’espressione del dialetto, molto composita, perché è un dialetto che in realtà non esiste nella città, che i due autori Mariano Faraguna e Lino Carpinteri hanno ripescato nelle loro infanzie istriane e dalmate, nei loro ascendenti, forse… è una bellissima operazione letteraria, secondo me, perché è affascinante per il contenuto di storia paradossale che ha, e soprattutto per l’ambientazione cosmopolita di un mondo di marinai, di mascalzoni, di bugiardoni, di piccoli Ulisse… forse Ulisse è il più grande bugiardo che ci sia mai stato, no?
Omero ha inventato con la poesia il grande strumento per “raccontare balle”, che è tipico dei marineri; io mi permetto questo gioco su Omero che è forse uno dei più grandi poeti mai esistiti, ma per questo sicuramente giustificato nel “raccontare balle”.
E questi marineri raccontano storie bellissime, che gli autori hanno riesumato, altre le hanno ritrattate, altre sono magari barzellette che raccontate attraverso questo dialetto stupendo.
Questo spettacolo è dedicato a loro (Carpinteri e Faraguna, ndr): uno di loro non c’è più e l’omaggio se lo becca tutto uno, al quale però lo spettacolo non è andato bene, perché non ha capito secondo me che noi lo facciamo in un altro modo da come è stato fatto prima.

Omero AntonuttiSiamo tre attori, uno è tra coloro che hanno sempre fatto in teatro le “Maldobrie”, come Carpinteri desidera, mentre due altri attori di largo respiro come Omero Antonutti ed io, che non l’abbiamo mai recitato, l’abbiamo fatto in una maniera nuova, con una sorta di monologhi di vecchi che ricordano poco, ma quello che ricordano è importante. Appunto come la loro infanzia.
È un modo nuovo per raccontare, e secondo me un autore tanto più è grande quanto più riesce a raccontare in modo diverso: se si racconta sempre allo stesso modo il testo non progredisce, non cammina nel tempo, secondo me.
Io sono molto soddisfatto dello spettacolo che produce una grandissima commozione ed allo stesso tempo è tutto da ridere: però secondo me quando uno spettacolo produce sul pubblico la risata insieme ad un brivido di commozione, ha fatto centro.
I triestini non sono facili, né all’una né all’altro: quando questo è avvenuto nelle prime due sere in cui l’abbiamo fatto, è stato anche per noi motivo di commozione vera.
Io amo molto questa città, le mie amicizie fondamentali che sono quelle cominciate, e poi hanno progredito nel mio cuore, dal 1940.
Quindi io ho amicizie di sessantadue anni, e noi ci incontriamo, ci raccontiamo — anche noi vecchi “rimba” — sempre le stesse cose e ridiamo sempre di tutte le “Maldobrie” che noi abbiamo fatto da ragazzi: tante, perché allora si poteva fare, mentre adesso non si può più perché il traffico comanda su tutto. Ma noi eravamo signori delle strade e quindi potevamo fare cose pazzesche.
Tutti mi hanno dato questo riscontro su questo momento di intensa commozione.
“Oh, ma ciò, xè triste” (“è triste”, in dialetto triestino, ndr)… Non esiste tristezza in sé, poiché la tristezza ha sempre un rapporto con un suo interlocutore diverso, che è la risata.
Quindi pensiamo a Charlot: faceva ridere, no? Sì, ma era tristissimo: Totò-personaggio fa ridere, e come uomo era di una tristezza immane.

Carpinteri e Faraguna

RV: è quasi un delitto interrompere questo flusso di ricordi, perché è bellissimo che non ci sia bisogno neanche di fare delle domande, per cui si va avanti a ruota libera.
Conoscevo ovviamente l’attore Mario Maranzana, e in questi giorni prima di incontrarla ho sentito dei triestini: e ho capito che i triestini che vanno a teatro, e lo conoscono, hanno ognuno un personale ricordo di Mario Maranzana.
Credo di farle piacere dicendole che c’è chi si ricorda di Maigret, che c’è chi si ricorda di “Edipo Re” con Gassman, e siamo intorno al 1954-1955, delle sue regie importanti, insomma, de “L’Affare Danton”, della sua esperienza con Andrej Vaida, ad un film come la “Venere d’Ille” di Mario Bava…

MM: Ah, era magnifico, quello… Adesso sta andando in onda, ogni domenica, una trasmissione che si chiama “Lo zio d’America”, dove io faccio un personaggio pazzesco ma molto divertente, che è un emigrato russo in Italia, ed è un personaggio meraviglioso, è apparso nella prima puntata presentato con due o tre pazzie, ma poi ne fa una dietro l’altra, insomma.

RV: Una mole esperienze professionali, Maranzana, così vasta, e appunto con un occhio di riguardo a Trieste che è la sua città, spaziando poi veramente dovunque, fino per parlare di cose recenti, prima di questo spettacolo delle “Maldobrie”. Spettacolo che ha avuto un grande successo l’altro anno, in un altro teatro della città, con un cast di quattro attori impareggiabili, cioè lei, Mino Bellei, Anna Proclemer e Lauretta Masiero, per cui insomma il meglio del meglio. So che è andata benissimo, è stata un’esperienza che vi siete divertiti anche voi quattro…

MM: Ci siamo divertiti perché quando quattro vecchi non sono stupidi — perché non è che invecchiare istupidisce, si è già stupidi prima se lo si è — e fanno un lavoro che li diverte, stanno benissimo insieme quanto da giovani non si può stare mai. Ci siamo divertiti moltissimo, abbiamo giocato, ed ancora adesso abbiamo lo stesso rapporto che avevamo quando avevamo l’incontro quotidiano lassù, non ci siamo mai fatti dispetti perché ognuno aveva la sua grande respirazione di divo pazzo. Insomma, una bella esperienza.

Carpinteri, Faraguna, Maranzana

RV: Lei è di una generazione storica nel senso appunto di attori che hanno fatto veramente ogni genere di esperienza: le nomino due suoi coetanei che sono Glauco Mauri e Giulio Bosetti, che avrà conosciuto…

MM: Sì, hanno anche loro la mia età… 1930, quindi anni 72.

RV: E quindi la domanda è questa: a volte diciamo con sarcasmo che quando questi attori che abbiamo nominato, lei compreso, vedono questi giovani attori che vanno a teatro un po’ claudicando, poi si disperdono, poi fanno una fiction televisiva, si montano la testa e vanno a fare Amleto… Con un pizzico di malizia io le chiedo qual è la vostra reazione, e nello specifico la sua: vi dà un po’ fastidio, visto che voi siete di quella generazione che sui testi ha “sanguinato”?

MM: Noi siamo di quella generazione degli artigiani, e questi purtroppo non possono essere artigiani, perché vivono nell’epoca del delirio industriale, che secondo me sta decadendo, e forse ritornerà un altro nuovo ed interessante artigianato.
Quindi a noi fanno una gran pena questi ragazzi… io ho insegnato, ho messo in scena molte cose con dei giovani, che dopo essere stati con un vecchio maestro di bottega come posso essere io — ah, la felicità, il divertimento — non sanno più cosa fare. Poverini, non è per loro una colpa, non è, come dire, maligna, la cosa.
Non hanno altra soluzione, perché la scuola è interessante, ma la vera scuola è il palcoscenico, è lì dove si impara tutto, si impara ad essere quella cosa speciale che comunica… La si può avere, bisogna averla innata, ma la tecnica, la cosa “di bottega”, si impara lì, non tanto perché qualcuno te la caccia nella testa con la perforatrice, ma perché la senti, la copi, la usi, la rubi.
Capacità, appunto, di comunicare: mi fanno una gran pena, ed io vorrei poter avere, negli ultimi anni della mia vita, una bella “bottegona” dove tenere questi apprendisti, mettere loro la pialla in mano ed insegnare come si fanno i trucioli: uso un’espressione da falegname perché io sono figlio di un falegname, e per me la bellezza maggiore dell’artigianato si trova nella falegnameria, in Pinocchio insomma. Geppetto è un falegname che sogna di avere un figlio di legno, ed io capisco questa cosa, perché io conosco i legni dal profumo, ci ho passato l’infanzia.

FM: Siamo in chiusura: intanto grazie, siamo entrati in un mondo teatrale ricco, quindi ci sarà materia su cui riflettere.
Si dice che ogni grande attore, Maranzana compreso, forse, ha un sogno nel cassetto.
Augurandole una buona permanenza nella sua città con questo spettacolo importante, le chiedo se c’è qualcosa che ha cercato di fare e che non le hanno lasciato fare.

MM: Quello che ho detto poco fa: avere una bottega, dove insegnare a fare i trucioli.
Mi piacerebbe molto, ma è molto difficile perché è appannaggio di gente che questo lavoro non lo sa fare, è il mistero d’Italia…
Io ho insegnato al “Piccolo Teatro” di Milano, casualmente perché mi trovavo lì, e Giorgio Strehler mi diceva “dai, dai, fai che i muli gà bisogno de gente come ti…“(“dai, che i ragazzi hanno bisogno di gente come te”; Strehler era triestino, ndr), ed ho messo insieme con tutti questi giovani uno spettacolo che aveva fatto lui, che era “Il giardino dei ciliegi” di Cechov.
Lui ha sentito “ciò, che idea che te ga vudo, te son meio de mi, quasi…” (“che idea hai avuto, sei quasi meglio di me”). Certo perché tra noi si parlava in dialetto, e lui se ne vantava molto.
Credo che Giorgio Strehler sia sepolto qui, ha voluto lui così.
Ci siamo voluti bene anche per questa ragione: ragazzi che davano per spacciati gli altri insegnanti, che non avevano potuto fare mai niente, hanno fatto questa cosa in maniera stupenda: hanno trovato tutti da lavorare ed io mi sento chiamare da tutte le parti d’Italia, da questi giovani che lavorano in tutte le compagnie.
E allora mi dico: vale la pena di avere una bottega, però non l’ho finita…

(Ora Mario Maranzana lascia la parola al fratello, ndr)

RV: è giusto parlare anche di questo progetto importante del documentario: progetto non teatrale, ma a volte anche il teatro ha forti attinenze con la realtà.

Mario Maranzana: Io sono più vecchio di vent’anni di mio fratello.
Quindi io sono stato in un certo senso “uomo di bottega”, ma sono stato anche io apprendista.
Perché io sono uomo di idee teatrali, di idee di spettacolo, e lui è uomo di idee di “altro” spettacolo, un uomo di cinema.
Quindi noi abbiamo riunito la mia vecchiezza e la sua gioventù ed abbiamo è venuta fuori una storia importante, perché è la storia tragica di Trieste nelle sue tre dominazioni che vanno dal 1943 al 1954, che hanno fatto di questa città — che è una città d’accoglienza — una città d’emigranti.

RV: Marino Maranzana: ci spiega nei dettagli com’è nato questo intelligente ed interessante progetto di “Trieste Sotto”?

Marino Maranzana (MM): Innanzitutto bisogna dire che chi ci ha aiutato a portarlo avanti: prima di tutto il Ministero degli Esteri che ha creduto in questa idea di raccontare la storia di Trieste attraverso le testimonianze degli emigranti triestini, che sono partiti e sono andati in Australia.
Perché il testimone emigrato ha la capacità spesso di mantenere congelati, racchiusi nella sua memoria, i fatti a cui ha assistito, senza che questi poi vengano condizionati dal progredire della Storia.
Subito dopo il Ministero degli Esteri ci ha dato una mano la Regione Friuli — Venezia Giulia con un contributo, e poi è subentrata la RAI: l’Istituto Luce ci ha fornito molto del materiale di repertorio praticamente gratuitamente.
Aspetto che non è secondario, l’aspetto materiale che ha consentito all’idea di germinare, di progredire, di andare avanti.
Perché questo documentario? Perché sia io sia mio fratello siamo triestini, ogni tanto qualcuno si pone degli interrogativi su questa storia di Trieste, che ognuno da un punto di vista familiare l’ha sempre recepita a brandelli, a brani, come testimonianze più o meno indirette, poi viste da vari punti di vista.
Poi abbiamo cercato di abbordare questa storia, nelle sue vicende più tragiche, quelle che vanno dal 1943 al 1954 suddivise nelle tre dominazioni tedesca, slava e americana.

Bombardamenti a Trieste durante la Seconda Guerra MOndiale

Molte di queste vicende sono rimaste un poco in ombra: io penso non per una forma d’omertà, ma perché tutto sommato alla fine certe cose non dico che vanno dimenticate, però vanno meditate, metabolizzate e non evocate per alimentare nuovamente quegli stessi elementi di contesa, di tensione, che poi hanno generato quei fatti sanguinosi.
Purtroppo la storia di Trieste è una storia complicata, molto difficile; noi abbiamo impiegato alcuni anni per poterla mettere in piedi, a parte il reperimento dei materiali di repertorio.
Ma poi soprattutto perché Trieste è una città che non ha una sua identità: Trieste è multiforme, si potrebbe dire che ogni triestino ha una sua storia, un suo punto di vista ed un suo modo di vedere un certo fenomeno storico.
Quindi non si può fare una storia corale di duecentocinquanta mila persone, abbiamo cercato di raccogliere prima di tutto le testimonianze delle persone che hanno visto, poi le testimonianze degli storici, poi le testimonianze cartacee, cercando di trovare un possibile punto di vista.
Chiaramente ogni volta che si credeva di aver trovato una dimensione corretta, spuntava o un documento, o una testimonianza , o un personaggio o una storia che cambiava, a cambiare l’assetto… Quindi bisognava ricominciare ogni volta dall’inizio.
Ad un certo punto abbiamo fatto una scelta: noi non siamo degli storici, chiaramente, ma delle persone che hanno voluto raccontare aspetti umani della città.
Abbiamo fatto una scelta onesta, secondo me, in quanto autori: quella cioè di raccontare ad un certo punto la Storia dal nostro punto di vista, che è di persone che appartengono alla Trieste “italiana”, di tradizioni italiane, di una medio-borghesia, quindi chiaramente con un substrato culturale di un certo tipo, per quanto mi riguarda di uno che ha fatto il liceo classico. Quindi sono tutti aspetti che in qualche modo condizionano in ogni caso l’assunzione anche dei dati storici.
Non è un fatto ideologico, è proprio un fatto di visibilità che magari conferisce a certe cose più preminenza e ad altre meno.

Abbiamo cercato di non farci intrappolare dalla multiformità dell’interpretazione storica dei fatti di Trieste, bensì di cercare di far emergere l’aspetto umano, l’aspetto universale che sta in tutte le vicende storiche.
Non so se ci siamo riusciti, probabilmente molte cose daranno anche impulso a polemiche. Lo sappiamo, recentemente ci sono state polemiche: gente stravolta dalla Risiera, chi più chi meno, come se un morto in più, dieci morti in più, cinquecento morti in più cambiassero in sé i fatti della Storia.
Le cose sono accadute e secondo me è molto relativo, perché se facciamo una valutazione quantitativa di un fatto che è invece eminentemente qualitativo — cioè l’uccisione, la violenza — può essere pericoloso. Ad un certo punto quando la storia diventa importante solo quando c’è un milione di morti, e francamente mi sembra ridicolo.
C’è ancora una cosa che voglio dire: riscoprendo la storia di questa città in modo più approfondito di quella che poteva essere un’esperienza normale, ho notato che Trieste ha un grande senso della misura, che ha la capacità di mediare, di non arrivare mai agli estremi. In circostanze analoghe a quelle di Trieste, in molti luoghi ci sono state violenze, faide, che sono durate e che hanno avuto un’entità molto ma molto maggiori. Quindi probabilmente in noi triestini c’è una capacità culturale di non cadere in situazioni estreme: l’estremo a Trieste non trova facilmente albergo, forse perché è una città mercantile, e la virtù del mercante è quella di mediare, di sentire le ragioni dell’uno e le ragioni dell’altro, e trovare una via d’uscita. E in qualche modo penso che Trieste questo ce l’abbia avuto.

RV: Questo discorso si inserisce in una chiave attuale attuale, terribile e terrificante, in cui la Storia ce l’abbiamo sulla pelle oltre che negli occhi: un discorso sull’identità.
Lei, in primo piano, portando avanti questa indagine, si è posto questo problema, che la Storia di Trieste può essere estesa a quello che succede, che è successo e di cui continuiamo a sentire i danni.

MM: Sicuramente sì, però io penso che Trieste dovrebbe essere studiata di più storicamente proprio per verificare quali sono i meccanismi che hanno consentito a questa città di non cadere in situazioni di estrema violenza. Secondo me questo può essere un esempio per scoprire un modo di mettere assieme i contendenti.

Trieste nel 1953Qui potevano succedere delle stragi, spaventose, ma se noi pensiamo quando ci sono stati quei morti nel novembre del 1953, vediamo che c’è stato il funerale delle vittime e c’erano cento cinquantamila persone, che vi hanno partecipato in un momento di grande tensione: c’erano i carri armati di Tito, che stavano al di là del confine, quelli italiani che stavano a Monfalcone, quindi era un momento in cui poteva succedere di tutto. Centocinquantamila persone ad un funerale di vittime — chiamiamole patriottiche, molti erano anche di estrema destra — cosiddette italiane: e non è successo niente, non c’era la polizia, perché De Castro aveva detto a Winterton, governatore del Governo Militare Alleato, che l’unica cosa che doveva fare era non far uscire la Polizia Civile, perché era stata la causa dei morti.
La città era totalmente in mano ai cittadini, e non è successo niente: poteva benissimo darsi che i componenti della minoranza slovena tirassero le bombe, poteva succedere di tutto ed invece questo non è successo, e quindi vuol dire che in qualche modo scattavano, e sono scattati più volte, dei meccanismi di auto-protezione, di non superare un certo livello. E questo secondo me è importante, è una nota di civiltà che secondo me va evidenziata e va messa più al di là di quello che può essere il contendere delle parti.

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