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Palcoscenico

Alessandro Marinuzzi

Un ragazzo impossibile, o dell’infanzia tradita

© Davorin Krizman — Fotokroma

Giorgia Gelsi (GG): Siamo con Alessandro Marinuzzi, alla vigilia di un importante debutto, un debutto nazionale di questo testo: “Un ragazzo impossibile”, del norvegese Petter Rosenlund, un autore alla sua prima opera per il teatro. Alessandro, cominciamo subito a parlare di questo testo, perché la scelta è caduta proprio su questo testo, si è trattato quasi di una folgorazione vero?

Alessandro Marinuzzi (AM): è un testo che a me è piaciuto moltissimo quando l’ ho letto quasi quattro anni fa, è un testo che parla di temi molto vicini a tutti da sempre: il tema della famiglia, della violenza in famiglia e il tema dell’infanzia tradita, rubata e offesa, di chi non può fare il bambino a otto anni, e di uno che si mette di fronte a cose troppo grandi.

GG: Però nell’allestimento il ragazzo impossibile non è un attore di otto anni, è un attore maturo, adulto. Perché?

AM: è lo stesso autore che lo chiede quando presenta i personaggi, nell’elenco dei personaggi dice: Jim, otto anni, lo recita un attore adulto. E questa è una cosa che si sente molto nel testo perché lui gioca molto con l’età dell’attore adulto che impersona il bambino. Non si basa sulla solita convenzione teatrale per cui siccome non si può trovare un attore professionista di otto anni, lo si fa fare a un adulto, c’è molto di più, un gioco continuo di ambiguità e di equivoci all’interno del testo anche basati su questa cosa.

GG: Prima di parlare ancora del testo — che è un testo ricco visto che ha visto anche degli allestimenti prestigiosi, come quelli alla Comedie Française — parliamo invece dell’incontro tra un artista italiano, triestino quale sei tu e il teatro sloveno.

AM: è stata un’esperienza molto felice, perché mi sono anche sorpreso della possibilità di lavorare anche molto bene in una lingua che ho imparato molto recentemente, con grande aiuto e comprensione da parte di tutti, per me è molto importante lavorare nella lingua in cui recitano gli attori, perché lavoro molto sugli attori, sull’analisi del testo, e quindi ho fatto una specie di performance di apprendimento linguistico di circa due mesi che mi portasse a un punto tale da poterli dirigere. E questa è una cosa molto importante, dal punto di vista dell’ambiente teatrale, il teatro stabile è pieno di ottimi professionisti, sto parlando sia degli attori che dei tecnici.

© Davorin Krizman — Fotokroma

GG: Tra l’altro tu torni al teatro istituzionale dopo anni di assenza, e presenza, invece, su circuiti in un certo senso alternativi, sperimentali. Perché? è stata una scelta dettata dalle circostanze o una scelta consapevole, quella di andare a fare il tuo mestiere, quello di regista, all’interno di uno spazio istituzionale.

AM: Questa è una domanda che può avere due risposte: una è una mia risposta personale, che riguarda una fase della mia vita che mi ha indotto a ritirarmi più in campagna, non a caso sono andato anche a lavorare nella campagna toscana, a Cortona, nel capannone di  Machine de Theatre, e ho cercato anche una serie di esperienze più marginali dal punto di vista artistico. Poi un’altra questione su cui ci si deve interrogare è perché a Trieste alcune persone di riconosciuto talento — inutile fare i falsi modesti — sono sempre costretti ad andare a cercare lavoro altrove.

GG: Perché?

AM: Questa risposta non la posso dare io, probabilmente la devono dare le istituzioni.

GG: è solo un problema di istituzioni, pensi?

AM: Io penso di sì, io credo si aver fatto il possibile per dimostrare la mia buona volontà, e infatti poi mi sono trovato all’interno di un’istituzione che mi fa lavorare.

© Davorin Krizman — Fotokroma

GG: Hai parlato in conferenza stampa di questo periodo artistico come di un periodo felice, tra i più felici della tua carriera. Ripercorrendo a ritroso la tua carriera, quali sono state le tappe fondamentali, più importanti per il tuo lavoro di regista?

AM: Sicuramente il saggio di diploma, che inizialmente doveva essere sulla “Serata a Colono” di Elsa Morante, poi è diventato uno spettacolo ispirato al testo. Al saggio di diploma, c’era tra l’altro Galatea Ranzi, che sarebbe diventata in due anni una star del teatro italiano. Poi nel ‘93 “Fantastica visione” di Giuliano Scabia, prima assoluta per la Francia e poi a Udine in un’altra versione.

GG: Tornando invece al testo e al debutto di questa sera, ti troverai davanti a un pubblico che forse non conosci, che è il pubblico sloveno. Che tipo di accoglienza ti aspetti?

AM: Bisogna vedere come sarà questo pubblico della prima slovena, bisognerà vedere quanto sarà fatto di “addetti ai lavori” sloveno, che vengono magari da oltre confine, quanto sarà fatto da esponenti e autorità locali, quanto anche da amici, che verranno comunque a sostenerci in questo debutto. Sarà un pubblico molto eterogeneo, io sono soddisfatto, sono tranquillo, il lavoro è arrivato a un ottimo punto, è più che presentabile, già i primi commenti ce lo dimostrano. Sono quindi molto tranquillo e soddisfatto.

© Davorin Krizman — Fotokroma

GG: Ricordiamo allora i collaboratori di questa avventura. So che tu collabori costantemente con Andrea Stanisci che ha curato le scenografie. Ci dai anche un’anticipazione su queste scenografie, e ci nomini gli attori che interpreteranno questo testo.

AM: Allora, gli attori sono, lo dico in ordine sparso, Maja Blagovic, che fa l’infermiera, poi c’è Janko Petrovec, che aveva già lavorato con me in Laboratorio X e che fa il medico, poi c’è il bambino, Gregor Gec, la madre del bambino, che è Lucka Pockaj, che è l’unica triestina del gruppo di cinque attori sloveni del teatro stabile, e per finire Vladimir Jurc, che fa il nonno. Per quanto riguarda le scenografie, questa non so che numero è della collaborazione con Andrea Stanisci, triestino, scenografo, costumista, che ha iniziato con me e che mi ha accompagnato in tutti gli anni. Abbiamo cominciato a lavorare insieme nel 1985, ed eravamo entrambi nelle nostre rispettive accademie: lui all’Accademia delle Belle Arti a Roma faceva scenografia, io regia alla Silvio D’Amico. Ci siamo diplomati insieme sullo stesso testo nell’ 86, e lui ha firmato tutte le successive scene e costumi dei miei spettacoli, tranne uno spettacolo in Belgio. Per me è come una specie di alter-ego, di fratello che mi mette serenità, anche durante le prove, sa sempre trovare la parola giusta con gli altri collaboratori. Si sente la grande passione per fare questo lavoro.

GG: Ultimissima cosa: i programmi prossimi futuri.

AM: Dunque, i programmi prossimi sono la continuazione del progetto sul “De Rerum Natura” di Lucrezio, con la Sissa di Trieste, con la Scuola di musica e nuove tecnologie del conservatorio di Trieste, con il Centro Universitario Teatrale. è un progetto interdisciplinare di cui sono direttore artistico, che ha già avuto varie tappe di laboratori che si concluderà con uno spettacolo probabilmente alla fine di maggio.

© Davorin Krizman — Fotokroma

GG: E questo spettacolo uscirà da Trieste?

AM: Questo spettacolo è fatto apposta per farlo nell’aula magna della Sissa e non lo sto concependo neanche come uno spettacolo, piuttosto come una performance… Ha scopi diversi, non è una vera produzione, è una cosa che sta tra la pedagogia e l’arte, però ci sono già degli interessi, per cui vedremo se riuscirà ad andare fuori Trieste. Per quanto riguarda “Un ragazzo impossibile”, abbiamo già fissato due repliche a Gorizia il 3 e 4 marzo, con sottotitoli in italiano, e poi…vedremo.

GG: In bocca al lupo allora.

AM: Crepi il lupo, grazie!

Guarda le foto dello spettacolo in esclusiva per Fucine Mute

Le foto dello spettacolo sono copyright © Davorin Krizman — Fotokroma

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